VI Domenica del Tempo Ordinario – Preceduti dall’Evangelo

PER SCENDERE AL CUORE DELLA LEGGE 

  –  Sir 15, 15-20; Sal 118; 1Cor 2, 6-10; Mt 5, 17-37  –

 

TorahQuando Matteo scrive il suo Evangelo, negli anni ottanta del primo secolo, il Tempio è stato distrutto e Israele sta cercando unità, quella che non è più possibile attorno al Santuario di Gerusalemme, nella fedeltà alla Torah. Israele cerca una nuova ortodossia rispetto alla Legge, una rinnovata fedeltà ad essa; in tal senso la Chiesa di Matteo, una comunità fatta di giudei che hanno riconosciuto in Gesù di Nazareth il Signore ed il Messia, si interpella: qual è la novità del cristianesimo rispetto alla potenza della Torah?

Matteo giunge ad una conclusione incredibile e paradossale, che dobbiamo pur dire anche se con tutto l’amore ed il rispetto che nutriamo – e dobbiamo nutrire – per la Santa Radice di Israele, per il Popolo sempre santo ed eletto che è Israele; il paradosso che Matteo ci porge è questo: è davvero giudeo chi si fa discepolo di Cristo Gesù.

Il testo di questa domenica, per giungere a questa conclusione, ci presenta un’apparente contraddizione: la Legge è immutabile, non passa e, contemporaneamente, Gesù dice di continuo “vi fu detto ma io vi dico”; come mettere assieme queste due affermazioni?

La categoria che ci fa superare il paradosso è la categoria del compimento. Gesù è il compimento delle promesse, è il compimento della Torah, è il compimento dei Profeti … per noi cristiani è chiaro che l’Antico Testamento (e forse, anche per questo, è meglio dire Primo Testamento!) è una realtà aperta, è annunzio, è premessa, e questo significa che, per far sì che esso sia quel che Dio ha desiderato che fosse, è necessario andare oltre; è necessario superarlo, ma non per abolirlo. Per carità! Per dargli pienezza di senso e di significato!

Gesù, in tal senso, viene a dare compimento, viene a dirci, dinanzi alla Legge, il profondo della Legge: non si tratta di osservare dei precetti formalmente, ineccepibilmente; si tratta di comprenderne e viverne il cuore …; non si tratta solo di non uccidere, cioè di non versare il sangue spegnendo la vita dell’altro uomo, si tratta di non ucciderlo nel proprio cuore, bollandolo come stupido o come pazzo …; si tratta di non uccidere il mio amore per lui. Se per uccidere si intende lo spargimento del sangue dell’altro, in tanti ci si può sentire estranei a questo precetto della Torah; ma se si va al cuore della Torah si scopre quante volte noi tutti siamo capaci di uccidere.

Il compimento cui si deve giungere ha come premessa le Beatitudini, che assolutamente non sono un nuovo codice morale (guai a leggerle così!); sono invece la proclamazione di un evangelo: il Regno è arrivato! Il Regno è già nel mondo, perchè Dio si è chinato con amore sulla storia, con la carne del suo Figlio, l’Emmanuele, che sigilla nella nostra carne realmente l’essere povero, l’essere mite, l’essere affamato e assetato di giustizia, l’essere misericordioso, l’essere puro di cuore, l’essere pacificatore … Lui che ha pianto per l’uomo suo fratello, Lui che è stato perseguitato ed ucciso … Che significa questo? Una cosa grande e di capitale importanza, per noi – personalmente – e per la prassi ecclesiale: viene prima l’Evangelo, prima l’annunzio del Regno che è Gesù, prima la conoscenza di Lui e del suo amore e poi la morale! Gesù annunzia prima le Beatitudini, e poi parla di comportamenti che portino compimento alla Legge!

Tale compimento della Legge può avvenire solo se si supera la giustizia degli scribi e dei farisei. Si badi bene che qui scribi e farisei rappresentano due reali e diversi modi di intendere la  giustizia, cioè l’adempimento della volontà di Dio: gli scribi sono gli uomini della lettera, dell’interpretazione materiale della lettera della Torah; sono quelli che si appagano e si sentono giusti, perchè osservano la lettera della Legge; i farisei sono quelli che credono di creare un “di più” con le loro pratiche; all’osservanza letterale della Legge essi aggiungono le pratiche che sono convinti che li salvino, perchè accumulo di “meriti”: l’elemosina, il digiuno, le preghiere fatte in un certo modo … Il discepolo di Gesù è invece quello che è capace di superare queste “giustizie”, perchè ha scoperto d’essere stato preceduto dall’Evangelo che è annunzio gratuito di un amore preveniente, che, in Gesù, si è mostrato in tutta la sua pienezza … Si ricordi sempre che Matteo (come tutti gli evangelisti!) scrive con una chiara visione della Pasqua di Gesù, nella quale la narrazione dell’Evangelo, la luce delle Beatitudini sono piene e complete.

Il discepolo, preceduto dall’Evangelo, risponderà all’Evangelo senza “giocare” con la Torah, senza cercare vie di applicazioni formali e poco costose per esser giusto; il discepolo, preceduto dall’Evangelo, sarà in grado di non fidarsi delle proprie pratiche per accumulare “meriti”. Come si può pensare di “meritare” dinanzi all’eccedenza dell’amore preveniente di Dio?

Ecco che la giustizia del discepolo supera quella e degli scribi e dei farisei, perchè la luce dell’Evangelo che lo precede lo rende capace di scendere al profondo della Torah, e trovarvi le ragioni profonde di Dio. Diviene chiaro al suo cuore, allora, che non si tratta solo di uccidere materialmente, ma si tratta di conservare e custodire tutta la vita dell’altro … Non si tratta di  commettere adulterio, giacendosi con altri dallo sposo o dalla sposa, si tratta di essere fedele all’amore per il coniuge fino all’estremo, nel fondo del proprio cuore, senza che neanche il desiderio inquini l’amore per colui o colei che è stato dato in dono da Dio, come “carne della propria carne”.

La lettura superiore del discepolo fa ravvisare che certi pronunciamenti stessi della Torah furono scritti per la durezza dei cuori, erano cioè generati dall’incapacità che la Torah stessa riconosceva all’uomo di comprendere a pieno, prima di Cristo,  l’amore preveniente di Dio.

Ora, però, la luce del Cristo, della sua croce, del suo amore, dell’Evangelo che è proclamazione del Regno, donato gratuitamente alla storia, rende possibile la nuova giustizia. Per questa nuova giustizia, il discepolo sarà capace di fare delle scelte radicali, sarà capace di togliere da sè cio che si oppone al Regno (e qui c’è l’iperbole del cavarsi un occhio, o del tagliarsi una mano!); per questo non sarà più necessario al discepolo giurare per affermare la verità: egli ha imparato un parlare schietto, in cui i sono ed i no sono no! Quando, infatti, si vive nella lealtà e nella verità, queste non possono essere intensificate da giuramenti di qualsiasi tipo.

Insomma è un mondo nuovo quello che sorge dinanzi alla proclamazione dell’Evangelo del Regno. Un mondo nuovo, di cui il discepolo, diventato sale e luce della terra come si diceva la scorsa domenica, diviene specchio chiaro, capace di superare la Legge perchè capace di scendere al cuore ed al profondo di essa, realizzando la piena umanità a cui la Legge tendeva, e che Gesù ha reso possibile. Il discepolo è servo di questa pienezza sulle tracce del suo Signore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XV Domenica del Tempo Ordinario – Farsi prossimo, via di ogni scelta di fraternità

LASCIARSI CONDURRE NELLA LOCANDA

 Dt 30, 10-14; Sal 18; Col 1, 15-20; Lc 10, 25-37

 

Il Buon Samaritano (Van Gogh)

Il Buon Samaritano (V. Van Gogh)

Nel passo evangelico di questa domenica, allo scriba che lo interroga, Gesù risponde che è capace di amare davvero il prossimo colui che ama Dio con tutto se stesso, colui che vive in pienezza il comandamento contenuto nello Shemà (cfr Dt 6, 4-9) e non ne ripete solo le parole in modo rituale.

Il Libro del Deuteronomio aveva posto lo Shemà subito dopo il dono delle Dieci Parole che si aprivano con la memoria dell’amore di Dio per il popolo, un amore per il quale Dio aveva compiuto grandi cose; lo Shemà, dunque chiede di amare perché amati: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore (cioè con tutta la profondità di cui sei capace), con tutta l’anima (con tutta la propria vita), con tutta la mente (mettendo al servizio dell’amore anche le proprie conoscenze) e con tutte le forze (che poi significa “con tutti i propri beni”, con quello che si ha, “con le proprie sostanze”). Chi ama Dio in questo modo è perché è stato amato e, se davvero è così, saprà riconoscere l’altro nel suo bisogno, nelle sue ferite …

Lo scriba ha posto a Gesù una domanda impegnativa la cui risposta implica davvero dei mutamenti di prospettiva e di stile di vita. Il prossimo è una nozione di ambito ristretto? Per molti si poteva arrivare a considerare “prossimo” tutt’al più i “proseliti”, cioè i non ebrei che avevano deciso di osservare la legge mosaica in cui riconoscevano una via di senso; per altri si doveva estendere la nozione di “prossimo” a tutti gli uomini. Una cosa era chiara: bisognava amare chi Dio ama. A questo punto la domanda è: ma Dio ama tutti o solo i “nostri” (gli ebrei…i cristiani…)? Dio ama solo il suo popolo o tutti i popoli? O ancora: Dio ama solo i giusti e detesta gli iniqui? Insomma tutto il problema nasce dalla concezione che si ha di Dio.

Già i profeti avevano detto a tale proposito parole sorprendenti: “Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità” (cfr Is 19, 25). Una parola davvero straordinaria che accomuna ad Israele, porzione eletta del Signore (mia eredità), i due popoli nemici storici di Israele!

Gesù qui mostra come l’amore di Dio che è venuto a raccontare non abbia confini né di gente, né di fede … non c’è purità o impurità che conti dinanzi all’amore!

La parabola del Buon Samaritano, mentre cerca di stravolgere la visuale dello scriba sulla questione di chi sia il prossimo, dandogli occhi per leggere le prossimità con il metro dell’amore che si sporca le mani, gli racconta una vicenda rivelativa di qualcosa di più profondo che davvero può essere fondamento nelle relazioni tra gli uomini che, in fondo, è il cuore della domanda dello scriba. Il racconto della parabola contiene una vicenda-specchio della vicenda stessa di Gesù: leggere così questa parabola la libera da ogni strettoia moralistica in cui è stata troppo spesso racchiusa, e le dà quel vero sapore rivelativo che può diventare fondamento di una vera prassi evangelica.

Farsi prossimo è, infatti, la scelta del Figlio di Dio…una scelta che è via di ogni scelta di fraternità! Tuttavia, contemporaneamente, la vicenda del Buon Samaritano chiede allo scriba di identificarsi con chi ama ma, ancor prima, di identificarsi con chi si lascia amare e servire: lasciandosi condurre da Gesù nella locanda che “tutti accoglie” (questo il significato letterale della parola greca che Luca usa per dire “locanda”: “pandocheíon”); lasciandosi curare da ogni arroganza, autosufficienza, e da ogni pretesa di giustizia; avendo il coraggio di riconoscersi ferito e bisognoso di salvezza perché incappato nelle mani di vari “briganti”. Solo così lo scriba, nel mettersi generosamente attivo nei panni del soccorritore, può cambiare la sua collocazione: deve prima mettersi sul ciglio della strada nudo e ferito, senza né ricchezze, né cavalcatura … lasciando che Gesù si chini su di lui. Prima di vestire i panni del Samaritano pietoso, quello strano “buono” che Gesù pone nella scena, da tutti disprezzato e considerato empio, lo scriba deve dunque lasciarsi accogliere e curare dal vero Samaritano: Gesù!

Che il Samaritano della parabola adombri sottilmente Gesù ci è detto, oltre che da tutto il racconto, in cui già i Padri ravvisavano una sorta di “allegoria” della Storia della Salvezza, anche da un altro particolare: “Un Samaritano che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione“, scrive Luca…e qui l’evangelista usa lo stesso verbo che avevamo ascoltato per Gesù già nell’episodio della risurrezione del figlio della vedova di Nain (cfr Lc 7,13), lo stesso verbo che addirittura ritroveremo nella parabola del Padre misericordioso, in cui leggiamo che il Padre vedendo il figlio ne ebbe compassione (cfr Lc 15,20). E’ quella compassione viscerale che somiglia all’amore materno, e che già nella Prima Alleanza è uno dei modi di manifestarsi dell’amore di Dio. E’ quella compassione che ha portato il Figlio di Dio a farsi prossimo, vicino, compromesso con l’uomo e la sua storia;. E’ quella compassione per cui il Figlio è venuto a cercare l’uomo piagato e ferito sulle strade cattive della storia. Si noti, a tale proposito, che in questa parabola tutti hanno un nome (i briganti, il sacerdote, il levita, il samaritano, l’albergatore), solo il ferito è designato semplicemente  come “un uomo”… è l’uomo e basta!

L’uomo che si lascia incontrare dal Cristo presentandosi a Lui con le sue ferite ed i suoi laceranti abbandoni farà esperienza di un amore che lo segnerà e lo spingerà ad amare. Scriverà, infatti Paolo: “L’amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti” (cfr 2Cor 5, 14). Abbiamo ascoltato nella prima lettura tratta dal Libro del Deuteronomio che la “parola” che è l’amore di Dio, in Gesù si è fatta vicina, prossima … anzi addirittura intima all’uomo: “nella bocca e nel cuore” perché divenga la sua stessa vita (“perché tu la metta in pratica”).

E’ chiaro allora che la parabola che Gesù racconta altro non è che il racconto della sua stessa vicenda: sulla strada della storia, infatti, disprezzato come un Samaritano (cfr Gv 8,48), Gesù si è fatto vicino all’uomo percosso e abbandonato, è entrato nei suoi infiniti dolori e ha preso su di sé quelle ferite per dare guarigione e vita.

Il problema allora è lasciarsi trovare da questo Samaritano compassionevole, offrirgli le ferite, i fallimenti e le nudità … è l’unica via per imparare a essere prossimo dei fratelli senza sconti e senza riserve. Come Lui e con Lui.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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Epifania del Signore – I Magi, i santi più nostri

FIDARSI DI UNA STELLA, E DEI SOGNI

Is 60, 1-6; Sal 71; Ef 3, 2-3a.5-6; Mt 2, 1-12

 

Nuova immagine (1)Sulla “scena” luminosa del Natale entra la tenebra! La tenebra del mondo che è indifferente al dono d’amore di Dio; la tenebra del mondo che bada solo al suo potere, ai suoi domini; la tenebra del mondo che è al servizio della morte attraverso la menzogna, l’inganno e la congiura; la tenebra del mondo che può invadere anche la “chiesa” (gli Scribi ed i Sommi Sacerdoti interrogati da Erode) la quale può “sapere” tutto del Messia ma restare immobile, indifferente, addirittura complice di Erode (per lo meno con il silenzio…). Quest’ultimo è un rischio serio e terribile, amaro da dirsi ma purtroppo possibile a tutti noi! Non si tratta qui delle cosiddette “alte sfere” della Chiesa…per carità! Si tratta di tutti noi credenti con le nostre Bibbie tascabili, le nostre letture pie e le nostre preghiere puntuali…

Di fronte a tutto questo però oggi splende una stella e splendono i Magi: loro non sono tenebra ma affrontano la tenebra, forse con ingenuità ma poi con la bellissima sapienza di chi ha imparato a credere più ai sogni, alla stella e alle promesse che ad un re, al buon-senso, alla propria tranquillità.

In un suo inno P. Turoldo scrisse: “Magi, voi siete i santi più nostri…l’anima eterna dell’uomo che cerca, cui solo Iddio è luce e mistero”…sì, i “santi più nostri” perché ci raccontano l’audacia della ricerca, la capacità di fidarsi ed ascoltare, la fatica accolta per poter gustare la gioia, l’obbedienza che nega il calcolo!

I Magi per Matteo sono l’incarnazione del sogno di salvezza di Dio per tutti gli uomini; sono dei “lontani” che diventano “vicini” perché sono amati da quel Dio che, per bocca di Isaia, aveva avuto l’audacia di dire: “Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia proprietà” (cfr Is 19,25)! Straordinario: gli Egiziani e gli Assiri, nemici storici di Israele, icona delle loro sofferenze e schiavitù, amati e benedetti dal Signore accanto a Israele che è “proprietà”, “compiacimento” del Signore! E ora eccoli qui gli amati, i desiderati da Dio…visibilizzati, nel racconto sapiente di Matteo, in questi misteriosi Magi…non a caso la tradizione cristiana li ha dipinti con le fattezze di popoli diversi (dai grandi pittori alle statuine dei nostri presepi!): “l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani”!…

Il Messia di quell’Israele che è “proprietà” del Signore è Inviato per tutte le genti…la stella che spunta da Giacobbe (cfr Num 24,17) ora si fa guida per i popoli che cercano Dio…

Oggi i Magi ci interpellano con il loro contrapporsi alla tenebra del mondo, con la loro ricerca appassionata che sa di dover pagare il prezzo della fatica, dell’uscita da sé e dalle proprie cose, dalla propria terra per gustare la gioia che solo Dio sa donare.

I Magi sono i “santi più nostri” perché ci insegnano a pagare questo prezzo: giunti alla casa dove era il Bambino essi, dice Matteo alla lettera, “gioirono di grande gioia”…una meravigliosa ridondanza di gioia che si contrappone a quella tenebra che dimora a Gerusalemme, creata dal potere pauroso di Erode (scrive Matteo, che all’udire della nascita del Re dei Giudei “fu turbato Erode e con lui tutta Gerusalemme”). E’ così: “respirare” l’aria dei potenti, condividerne, anche in parte, il lusso e la “falsa pace” contagia, tanto da aver paura di Dio e di un Bambino che potrebbe raccontarlo! Gli stessi Sacerdoti e Scribi, come dicevamo, con i loro rotoli della Scrittura ed i loro compiti cultuali, sanno ma restano immobili e complici.

Quella tenebra di Gerusalemme è, per Matteo, profezia di quello che Gesù sarà: “segno di contraddizione che svelerà il segreto di molti cuori” (cfr Lc 2, 35). Dinanzi a Lui si scatenano le tenebre perché Lui è venuto a “rovinare” e a “tormentare” le logiche del mondo (cfr Mt 8, 29 3 Mc 1, 24) e le tenebre si ribellano. E lo faranno fino alla tenebra del Golgotha! Quelle tenebre che possono assumere anche il volto apparentemente “innocuo” dell’indifferenza immobile come quella degli Scribi e Sacerdoti di Gerusalemme.

Dinanzi a quel Bambino che è nato si può essere come Erode, che per ucciderlo aprirà ferite mortali su corpi di piccoli innocenti, o si può essere come i Magi che aprono a quel Bambino i loro tesori perché Lui li tocchi e li metta al servizio del Regno di Dio…

Quante interpretazioni di quell’oro, incenso e mirra…credo che davvero siano tutte belle e lecite quelle letture, ma – in fondo – penso che quei tesori siano ciò che noi uomini siamo ed abbiamo: la nostra umanità (la mirra con la sua amarezza), la nostra bellezza e preziosità (l’oro), la nostra  ricerca di ulteriore, del divino (l’incenso). Se questi tesori si aprono al Dio fatto carne, la nostra umanità sarà davvero capace di lottare contro quella tenebra scatenata, che a volte è violenta, ma il più delle volte è melliflua ed accattivante, e che vuole così inghiottire le vie del Regno. Se apriamo i nostri tesori al Dio fatto carne giungeremo, certo per vie aspre, per “altre vie”, proprio come i Magi, a gioire di grande gioia!

Fidarsi di una stella e dei sogni. Come i Magi, “i santi più nostri”!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXXI Domenica del Tempo Ordinario – L’unum necessarium!

ASCOLTARE, CONOSCERE, AMARE

Dt 6, 2-6; Sal 17; Eb 7, 23-28; Mc 12, 28-34

Cosa è essenziale nella relazione con Dio? Cosa è primario? La ricerca di questo primato spinge lo Scriba che incontriamo nel passo dell’Evangelo di oggi a porre a Gesù la domanda sul primo comandamento … come districarsi nella selva dei seicentotredici precetti che i rabbini riconoscono presenti nella Torah? Sono trecentossessantacinque divieti (tanti quanti i giorni di un anno) e duecentoquarantotto precetti positivi (quante le membra del corpo umano secondo le concezioni del tempo).

La ricerca dell’unum necessarium fu l’impegno di tanta riflessione rabbinica e, se Davide – dicono – ridusse ad undici il numero di precetti (cfr Sal 15), Isaia li ridusse a sei (cfr Is 33,15), Michea a tre (cfr Mi 6,8), Amos a due (cfr Am 5,4) ed infine Abacuc ad uno (cfr Ab 2,4)! Gesù qui, anche Lui, li riduce ad uno ma lo fa citando lo “Shemà”, che abbiamo ascoltato nel passo del Libro del Deuteronomio che oggi è la prima lettura, ed unificando ad esso il comandamento dell’amore per il prossimo contenuto nel Libro del Levitico (19,18). E’ fondamentale capire che Gesù unifica i precetti dell’amore per Dio e dell’amore per il prossimo definendoli uno e proclamando che quest’unico comandamento ha primato su tutto!

Questo comando di amore, per Dio e per il prossimo, parte dalla fede; guai a dimenticarlo! E’ amore per un Dio che si sperimenta nella fede, in quella fede che è adesione esistenziale e che nasce dall’ascolto, come chiede lo Shemà; è fede in quel Dio ascoltato e quindi conosciuto come “unico Signore” e quindi amato. Ecco l’itinerario: ascoltare, conoscere, amare.

Giunto all’amore il credente è chiamato a verificare che il suo amore non sia mai disincarnato, che sia un amore che coinvolge tutto l’uomo e a tal proposito il testo insiste con quel “tutto”: tutto il suo cuore (il suo profondo), tutta la sua mente e tutte le sue capacità…Inoltre è bene sottolineatre ancora una cosa: nel testo di Deuteronomio che Gesù cita, “con tutte le tue forze”, la parola ebraica originale che Marco traduce in greco con “dianoías” (“forze”) può significare anche “sostanze”, dunque: “con tutto ciò che tu possiedi”.

Insomma un amore concretissimo e non fatto di belle parole o bei sentimenti un amore invece che prende e “travolge” la vita con quel che si è e con quel che si ha; un amore connesso strettamente all’amore per il prossimo il quale, dunque, deve avere le medesime caratteristiche di totalità e di concretezza.

La fede che chiede Gesù, insomma, è una fede che genera un amore per Dio senza “fughe” dall’umano e un amore per gli uomini nostri fratelli senza “fughe” da Dio. Poichè i due sono un solo comandamento è necessario comprenderli bene ed insieme: non è discepolo di Cristo chi pretende di amare Dio senza l’orizzonte compromettente degli altri uomini e non è discepolo di Cristo chi pretende di esaurire nell’amore e nell’impegno per gli altri (siano anche i poveri più poveri) l’amore per Dio! Non è discepolo di Cristo l’uomo “religioso” disincarnato ma non è neanche discepolo di Cristo chi vive una filantropia tutta dedita al fare e dimentica di Dio! Troppe volte abbiamo udito, in tal senso, espressioni come “amore per gli altri è amore per Diose faccio opere caritative le altre cose non servono, nè preghiere, nè liturgie, nè vita ecclesiale perchè sono più cristiano di tanti cristiani!” Una specie di cristiani “moderni” e “fattuali” questi, che hanno fatto dell’Evangelo un manuale di filantropia e hanno tolto alla rivelazione cristiana quell’ “oltre”, quel “di più” che fa sconfinare l’uomo dagli asfittici spazi del misurabile, del pesabile, del toccabile, del materiale!

Di contro non è possibile neanche nessuna “fuga” in intimismi dimentichi della carne propria e di quella degli altri uomini!

Gesù dichiara che c’è un primo (l’amore per Dio) ed un secondo comandamento (l’amore per il prossimo) ma “primo” e “secondo” non intendono dire un’importanza maggiore o minore ma un primato cronologico e direi ontologico (che rigurda, cioe, l’essere stesso dell’amore)! Insomma Gesù insegna con autorità che se non si ama Dio l’amore per il prossimo avrà per forza dei limiti, delle barriere invalicabili! Senza un’autentica conoscenza-amore per Dio come sarebbe pensabile amare il non-amabile o addirittura il nemico?

Il Quarto Evangelo porterà alle estreme ragioni questo amore fraterno con l’amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Il modello è ancora e sempre Gesù ed il suo amore fino all’estremo per il Padre e per gli uomini.

In fondo, il testo di Marco non lo dice in modo esplicito, ma chi è che ha amato fino in fondo Dio con tutto il cuore, tutta l’anima e tutte le forze se non Gesù? Chi ha amato l’uomo fino all’estremo condividendo la sua vita e la sua morte se non Gesù? Allora mi pare di dover dire che alla fin fine il primo comandamento non è una legge scritta, un precetto codificato, il primo comandamento è l’uomo Gesù! Gesù è lo Shemà attuato perchè Lui è la Parola detta dal Padre e ascoltata, Lui è l’innamorato del Padre con tutto se stesso, Lui è l’obbediente; ma Lui è anche l’amore del prossimo senza riserve perchè Lui si è fatto prossimo di ogni uomo umiliato, sofferente e peccatore, prossimo di ogni “perduto”…

Sciogliamo questo testo dell’Evangelo da ogni tentazione moralistica e conduciamolo al suo vero alveo: ci si appressa al Regno quando si imbocca questa strada di Gesù! Lo Scriba “non è lontano dal Regno” ma si potrà rendere conto che il Regno lo è andato a cercare nella ricerca di Gesù che gli si è fatto prossimo…Se saprà capire questo lo Scriba potrà entrare davvero nel Regno! Comprendiamo allora perchè i due comandamenti sono un solo comandamento: il principio di unificazione tra l’amore per Dio e l’amore per il prossimo è proprio in Gesù in cui Dio si è fatto prossimo!

Quando lo Scriba riconoscerà tutto questo sarà giunto a lui ed in lui il Regno di Dio; in Gesù i due comandamenti si sono fatti uno e accogliere Gesù è accedere alla possibilità vera di vivere il comandamento dell’amore per Dio e per il prossimo.Poveri quei cristiani che postulano di scindere i due comandamenti!

Poveri quei cristiani che sono diventati uomini del “fare” incapaci di “perdere tempo” con Dio e per Dio, e che sono diventati dei filantropi senza memoria di Dio. Poveri quei cristiani che si vergognano di farsi vedere in preghiera a “perdere del tempo”, tempo che potrebbe essere impiegato a “fare” cose “utili”… Poveri quei cristiani che pretendono d’essere tutto fervore per Dio e si chiudono in verticalismi disincarnati; poveri i cristiani che pretendono di magnificare l’amore per Dio e di obliare contemporaneamente l’amore per la Chiesa, per l’uomo; poveri i cristiani che dimenticano di essere discepoli di un Dio che si è fatto prossimo e che solo così e proprio così ci ha salvati!

Poveri i “cristiani” così … e le “virgolette” dicono la realtà: non sono più cristiani! E’ così! E’ inutile fare giri di parole!

Padre Fabrizio Cristarella Orestano




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