XII Domenica del Tempo Ordinario – Le tre maschere del nemico

AVERE, POTERE, SAPERE

Zc 12,10-11; 13,1; Sal 62; Gal 3,26-29; Lc 9,18-24

 

Se siamo noi a fare domande a Gesù non giungeremo mai alla verità, alla novità che Lui è. Le nostre domande sono miopi e contengono il più delle volte già le risposte…la nostra domanda deve tacere altrimenti ne ricaviamo solo risposte segnate dall’ovvio, risposte religiose corrispondenti al passato (sei il Battista, Elia, uno dei profeti degli antichi) ma Gesù è il novum che certo il passato, quel passato aveva promesso, ma è un novum impensabile ed indeducibile!

Il problema allora è farsi porre delle domande da Gesù…la domanda che Gesù fa a ciascuno crea il discepolo; chi risponde accogliendo quella domanda (quelle domande che pian piano ci fanno uscire dall’ovvietà) è discepolo. Rispondere alle sue domande sempre più compromettenti, lasciarsi mettere in questione da Lui, fa sì che la sequela divenga vera e non solo generata da entusiasmo, da “sentire”, da coinvolgimento emotivo; sarà invece un cammino generato dal comprendere che solo la via di Gesù salva, che Lui offre una terra, una casa all’umanità assetata di umanità.

La risposta di Pietro pone lui e gli altri discepoli in un cammino che ha bisogno di questo ingresso nella vera comprensione di Gesù…Lui non è una possibilità di vita e salvezza. lui è la possibilità di salvezza, la sola possibile. Ma solo il “vero” Gesù, non quello delle nostre proiezioni religiose. E’ al “vero” Gesù che bisogna volgere lo sguardo, come già il profeta Zaccaria ci suggerisce nel passo enigmatico del suo libro che ha costituito la prima lettura di oggi: Guarderanno a colui che hanno trafitto (cfr la citazione che ne fanno Gv 19,37 e Ap 1,7).

La risposta di Pietro (Il Cristo di Dio!) non può essere ridetta al mondo se non viene corretta da questa contemplazione del Trafitto, se non viene corretta dalla sequela di Lui in una via di croce incomprensibile al mondo ed ad ogni proiezione religiosa. Gesù chiede ai discepoli di non dire niente a nessuno non perché sia un segreto riservato ma perché è necessario che la verità che Lui è l’Unto, il Messia di Dio sia detta senza fraintendimenti e solo dopo averlo seguito sulla via scandalosa della croce. Solo allora il discepolo saprà davvero chi è Gesù, solo allora sarà davvero discepolo.

Pietro ha risposto dicendo chi è Gesù e Gesù rivelando fino in fondo la sua identità preannunciando la sua passione, rivela anche chi è il suo discepolo: uno che si fa porre domande compromettenti da lui e lo segue in una via di amore che è un dimenticarsi, un uscire da sé per amore. Sì, uscire da sé perche chi rimane in sé pone se stesso al centro di tutto per salvarsi a scapito degli altri, a scapito della verità.

Chi segue il “vero” Gesù, il “vero” Messia di Dio comprenderà che questo Gesù è sì il Messia ma è pure il Servo del Signore che lotta con il suo sangue contro ogni mondanità.

Il cammino che il discepolo di Gesù deve intraprendere non è semplicemente un camminare verso una meta, è un seguire Lui…è solo dietro di Lui che si può compiere il cammino del discepolato. Un cammino nel quale, seguendo Gesù, si deve essere disposti a essere rigettati dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi…se ci pensiamo bene gli anziani rappresentano i ricchi (gli anziani del popolo venivano individuati per sedere nel Sinedrio in base alla loro ricchezza), i sommi sacerdoti rappresentano il potere, gli scribi il sapere vanaglorioso diversissimo dalla Sapienza che viene dall’alto!

Chi segue davvero Gesù è rigettato dall’ avere, dal potere e dal sapere: sono le tre maschere del nemico, i tre veleni del frutto della disobbedienza (cfr Gn 3,6), sono essi stessi il frutto perverso del pensiero dell’uomo di salvare se stesso…

Seguire Gesù significa seguire il contrario del vecchio Adam…il contrario di noi stessi tesi sempre a salvare noi stessi e quindi, come Gesù ci rivela, pronti a perderci, a perdere la vita per salvarla; seguire Gesù significa condividere con Lui una via che contraddice il mondo e le sue maschere di morte, a costo di essere uccisi dal mondo…

Seguire Gesù significa condividere con Lui la sua stessa storia, una storia che è apparentemente di morte ma si rivela di vita vera perché via di autentica umanità.

Certo, per intraprenderla bisogna fidarsi di Gesù, della sua parola, della ruvidezza della croce. Una volta intrapresa questa via dietro di Lui è necessaria poi un’altra cosa che oggi è tanto esiliata dall’uomo. la perseveranza; Gesù infatti dice che la sequela portando la croce è per ogni giorno, non può essere né una volta per sempre, né una stagione della vita, né relegata ad ore in sui si appare cristiani cercando poi altre ore in cui si è complici del mondo indossando le sue maschere di morte.

Tutto questo cammino ha una garanzia soltanto: si sta con Gesù. Ci basta?

XXXI Domenica del Tempo Ordinario – Scribi e Farisei

COSA SI ANNIDA NEL CUORE

Ml 1, 14b-2, 2b.8-10; Sal 130; 1Ts 2, 7b-9.13; Mt 23 1-12 

 

Anche in questa domenica sarebbe comodo, ed è una gran tentazione, far diventare la pagina evangelica proposta una pagina o antigiudaica o una pagina archeologica … Si sfugge subito a questa tentazione se si fa attenzione ai destinatari del discorso di Gesù: sono le folle e i suoi discepoli. In Matteo l’attenzione alle folle è una sottolineatura che vuole portare lo sguardo sulle “moltitudini” di credenti in Gesù che ormai ci sono, sulla dimensione ecclesiale che all’evangelista sta molto a cuore. Insomma queste parole sono rivolte alla Chiesa, a quanti hanno deciso di mettersi alla sequela di Cristo avendo accolto l’Evangelo.

Matteo si rivolge alla sua Chiesa e noi oggi dobbiamo lasciare che l’Evangelo ci contraddica, ci scopra, ci provochi, ci ferisca. Oggi.

Nel discorso di Gesù gli Scribi e i Farisei sono l’esemplificazione più lampante di ciò che non deve, né può accadere nella comunità ecclesiale. L’Evangelo è oggi invito provocatorio per chiunque abbia scelto Gesù come via per camminare verso il Regno; una provocazione a riconoscere il fariseo e lo scriba che si annida nel cuore. Questo fariseo che ci abita ci fa correre tre pericoli che il testo di Matteo sottolinea con forza e chiarezza: divorzio tra parlare e agire, creare una morale arrogante per gli altri, il desiderio di apparire e di essere primeggianti e riconosciuti.

Il primo pericolo è quello che farà gridare a Gesù: “Ipocriti!”, cioè “attori”, “simulatori”. Come già dicevamo qualche domenica fa, è questa la grande impurità, questa non corrispondenza tra dire e agire, tra pensare e fare … è la grande impurità che si oppone alla beatitudine del “Beati i puri di cuore” (cfr Mt 5,8).

Da questo primo atteggiamento, che può allignare in ogni comunità credente (e ne è la morte!), nasce immediatamente un secondo pericolo: creare una morale insopportabile e legarla sulle spalle degli altri! Quante volte accade questo … siamo stati capaci di far diventare l’Evangelo una morale opprimente! Che contraddizione: la “buona notizia” che diventa morale soffocante, pesante da non potersi portare, moltiplicazione di leggi che smettono di guardare all’uomo ed alla sua concretezza storica per disegnare un uomo che non esiste realmente, un uomo esemplificato in migliaia di casi che nulla hanno a che vedere con quella carne concreta di ciascun uomo, quella carne concreta che quello che Dio ama radicalmente! Teoricamente tutti sono contro la morale “casistica” e disincarnata ma la si ripropone così più volte che non si creda … Una morale che non sia liberante e vissuta, sì con lotta, ma con gioia piena, è contraddizione all’Evangelo ed è “tomba” senza speranza di ogni forma di evangelizzazione!

Annunciare l’Evangelo è annunciare la buona notizia dell’Amore del Padre che dona il Figlio fino all’estremo della croce ed effonde su di Lui e su ogni uomo lo Spirito che è il suo Amore, la forza per amare fino all’estremo come il Figlio crocefisso e risorto! Quando questo annunzio penetra i cuori trasforma anche le vite e si diventa capaci di pendere su di sé il giogo soave di Cristo, soave perché Lui lo porta con noi, perché Lui è consolazione e riposo (cfr Mt 11, 28) nella lotta.

Il terzo pericolo è quello della ricerca dell’apparire, del primeggiare … qui Gesù fa seguire un elenco di miseri “mezzucci” per essere ammirati dalla gente: in primo luogo ostentazioni come quella di allargare i filatteri per forma e grandezza; questi “filatteri” sono gli astucci contenenti il testo dello Shemà che, per Dt 6,8, ci si deve porre sulla fronte e sul braccio … ostentazioni come quella di moltiplicare o allungare le frange del mantello, frange che sono segno dei precetti che il pio israelita si prefigge di osservare scrupolosamente: quante più frange si hanno tanti più voti di fedeltà si son fatti. Altro “mezzuccio” è ambire ai primi posti nei banchetti e nelle sinagoghe; uomini così amano poi essere ossequiati ed esser chiamati con titoli onorifici …

Matteo pone sulle labbra di Gesù un monito severo per atteggiamenti del genere: se queste sono tentazioni, se sono pericoli, Gesù vuole che i suoi discepoli li fuggano come la peste e ci indica pure anche la via per sfuggire a queste tremende vie “religiose” … come sempre la via non è un precetto moralistico ma una parola di rivelazione.

La rivelazione che Gesù comunica ai nostri cuori, e che ci libera da ogni fariseismo e da ogni “mezzuccio” per apparire, è la rivelazione della paternità di Dio per la quale siamo tutti fratelli e per cui ogni tentativo di primeggiare diventa, in questa consapevolezza, stolto e perverso; la rivelazione della paternità di Dio è però preceduta dalla rivelazione che il Figlio è il solo maestro perché è Lui che ci ha insegnato la sola cosa che davvero conta: il vero volto di Dio e il vero volto dell’uomo. Dio è Padre e noi siamo amati infinitamente da questo Padre nel quale siamo tutti fratelli. Gesù, però, aggiunge anche di non farsi chiamare “katheghetès”, cioè “guide” (finalmente la nuova traduzione CEI ha tradotto “guide” e non ha ripetuto “maestri”; la parola che Matteo usa per “maestro” è, infatti o l’ebraico “rabbì” o il greco “didàskalos”); non bisogna pretendere per sé il titolo di guida perché solo il Cristo è nostra guida e pastore perché solo Lui ci precede e ci conduce a libertà dando per noi la vita.

In questa domenica certamente tanti penseranno, ascoltando questa pagina evangelica, che la Chiesa ha disobbedito a questa parola di Gesù perché ha sempre usato questi titoli: maestro, guida, padre … credo, però, che non sia questione di parole, di appellativi, ma di atteggiamenti profondi, di chiarezza radicale. Nella Chiesa ci può essere (e deve esserci!) un ruolo magisteriale purchè sia sempre sottoposto al magistero di Cristo; un ruolo magisteriale che sia allora rivelazione della magisterialità unica del Cristo; nella Chiesa ci possono e ci devono essere dei padri (uno dei grandi mali della Chiesa di oggi è la scarsità di “padri spirituali”!) ma non con una loro paternità da imporre, ostendere e millantare, ma con una paternità che costi la fatica di generare alla fede, alla speranza e all’amore dei figli, con una paternità che sia rivelazione e narrazione del volto dell’unico Padre;  allo stesso modo il ruolo di guida va assolutamente assunto da chi vi è chiamato ma per raccontare la mano tenera e forte dell’ unico Pastore, Gesù Cristo; ci vogliono pastori che siano disposti come Cristo a dare la vita.

D’altro canto Gesù non ha detto Non siate maestri, non siate padri, non siate guide … ha detto “non fatevi chiamare” … è allora, non questione di ruolo, ma di pretese di ruolo, di pretese di primati che pongano sugli altri. E’ chiaro che, se i maestri diventano arroganti, i padri opprimenti e le guide diventano dispotiche e guide cieche che pascolano il gregge senza amore e per vile interesse (cfr 1Pt 5, 2-4) allora il tradimento dell’Evangelo è violento e palese; diversamente maestri, padri e guide edificano il Regno di Dio. Il segreto, per loro e per tutti quelli che vogliono essere uomini dell’Evangelo, è nell’ultima esortazione: Il più grande tra voi sia vostro servo. Chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato che è certamente un invito all’umiltà ed al servizio ma è soprattutto via che affonda le sue radici sempre nell’unico Maestro e nell’unico Pastore, in Gesù che ha preso l’ultimo posto, quello dello schiavo e dello schiavo crocefisso! L’ultimo posto e l’abbassamento più estremo solo stati la via che Dio ha scelto per essere tra noi!

Paolo, nel testo della Prima lettera ai cristiani di Tessalonica ci ha mostrato se stesso come umile incarnazione di questa servitù tenera e piena d’amore per i suoi: Siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli … avremmo desiderato trasmettervi non solo l’Evangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari

Una via come questa, lungi da ogni desiderio perverso di primeggiare, lungi da ogni arroganza e da ogni ipocrisia, via di reciproca tenerezza che abbia al cuore l’Evangelo, è l’unica via per mostrare Cristo al mondo, per far sì che la Chiesa sia città luminosa posta sul monte (cfr Mt 5, 14), luogo in cui gli uomini anelino abitare per ritrovare il senso profondo del loro vivere. Una via di tenerezza che è solo quella dell’unico Maestro e Pastore.

Epifania del Signore – Manifestazione della carne di Dio

…CHE ACCOGLIE E SALVA

 Is 60,1-6; Sal71; Ef 3,2-3.5-6; Mt 2, 1-12

  

C’è un dramma che si agita dentro ognuno di noi; è una divisione drammatica che scopriamo nel profondo di noi stessi: “Mi gioco o no nel seguire i desideri del cuore? Nel seguire quei desideri che per il mondo sono strani, scomodi, contro-tendenza, a volte giudicati folli … li seguo o rimango nella banale comodità quotidiana senza affrontare “viaggi”, ricerche, capovolgimenti, confronti pericolosi?” Dalla risposta che diamo a questa domanda dipendono molte cose. I Magi sono “icona” dell’uomo che vive una santa inquietudine dinanzi a se stesso, a Dio, alla storia … i Magi di cui Matteo solo ci narra la straordinaria “avventura” (e qui poco conta farsi domande sul genere letterario di questo brano o sulla verosimiglianza storica del racconto!) ci sono consegnati dalla Scrittura per permettere alla nostra riflessione sull’Incarnazione di Dio di fare un passo ulteriore e direi definitivo.

Epifania del Signore significa “Manifestazione del Signore” … il manifestarsi di Dio, per prima cosa, ci chiede di fare i conti con qualcosa in cui realmente ci imbattiamo: in un Dio che ci cerca e a noi si manifesta. Si manifesta incarnandosi, scegliendo cioè un “luogo” leggibilissimo in cui tutti potessimo riconoscerlo e trovarlo: la nostra carne, la nostra umanità.

La manifestazione richiede subito che ci sia chi colga questa manifestazione … l’Epifania del Signore ha in sé la richiesta di partire da sé per dare accesso nel proprio “mondo” a Colui che si è manifestato! L’ Epifania è dono che però chiede un “viaggio” rischioso!

L’Epifania che oggi celebriamo è porta spalancata ad ogni uomo, ad ogni storia, ad ogni razza … nessuno è escluso da questo dono che ci è venuto attraverso Israele e attraverso le promesse che Israele stesso ha custodito; per quanto si possa essere “lontani” il dono è per tutti! Il problema è scegliere di “giocarsi” per questo dono …

L’Evangelo di Matteo ci dice, nei suoi primi due capitoli, che a “giocarsi” rischiando è chiamato sia l’Israele fedele che i pagani … dell’Israele fedele Giuseppe è immagine e compimento: è partito dalla terra dei suoi desideri e dei suoi sogni per approdare nella terra dei progetti di Dio, nella terra dei sogni di Dio. Giuseppe si è “giocato” la vita con questi sogni di Dio. Lo stesso deve fare chi viene da “lontano”, il pagano, lo straniero; ed ecco i Magi: lasciano quello che hanno, le loro terre e meravigliosamente si mettono a seguire una stella!

Questo “partire” permette loro di mettersi inconsapevolmente in sintonia con i desideri di Dio. Essi non lo sanno ma seguendo quella stella sono divenuti cassa di risonanza alla prima parola che Dio rivolge all’uomo nel giardino dell’ “in principio”. Lì il Signore aveva chiesto all’Adam: Dove sei? Ora l’umanità diviene, nei Magi, eco di quell’antica domanda: Dov’è il re dei giudei che è stato partorito? I Magi sono segno di quella ricerca dell’uomo che desidera la vita (cfr Sal 34,13) e che usa le sue facoltà, la sua intelligenza e i desideri del suo cuore per mettersi in “viaggio”; Matteo ci dice che uomini così possono approdare a conoscere il “dove” della vita che è il “dove” di Dio solo se giungono a Gerusalemme e lì alle Scritture: solo la rivelazione contenuta nelle Scritture che Israele custodisce (Gerusalemme) può far approdare i cuori dei “cercatori di Dio” a quel “dove” impensabile dalla nostra intelligenza: il “dove” è una Madre, un Bambino, una gioia pura che esplode lì a Betlemme, “luogo” che le Scritture hanno indicato. Lì si ferma la stella ed iniziano a muoversi i cuori … i Magi si prostrano ed adorano: atti questi assolutamente irrazionali che riconoscono in quel Bambino la fonte della vita; e a quel Bambino dischiudono i loro tesori: le ricchezze della loro umanità che li hanno condotti a cercare Dio ed il suo Messia; ora quelle ricchezze vengono consegnate al Messia perché egli le assuma e le illumini ancora.

I Magi sono allora una prima risposta a quella domanda drammatica di cui dicevamo all’inizio; c’è però anche una seconda possibile risposta: “Non vale la pena mettersi in gioco, non vale la pena lasciare le certezze, non vale la pena seguire una stella … è meglio rimanere nelle proprie sicurezze e nel proprio recinto di mura …” E’ quanto fa Erode abbarbicato com’è al suo tremendo potere che vive solo di paure e  di menzogne, è quanto, più tragicamente, fanno gli Scribi di Gerusalemme che custodiscono la Santa Scrittura e sanno il “dove” di Dio ma non si muovono e anzi si fanno strumento di una violenza che cercherà Dio solo per ucciderlo.

Magi che hanno deciso che valeva la pena giocarsi troveranno la Vita e l’adoreranno, gli altri pretenderanno di sopraffare la Vita e la Luce … dinanzi a Dio ed alla sua impensabile presenza tra noi le vie possibili sono queste: quella dei Magi, quella di Erode, quella degli Scribi

I Magi aprono al Messia i loro tesori, Erode cerca di eliminarlo dal suo orizzonte perché teme che gli faccia ombra e contraddica la sua sete di potere, gli Scribi restano indifferenti, arroccati nelle loro certezze “religiose”, immobili perché incapaci di “sognare” con la Scrittura. Lo “sta scritto” per loro non è via di ulteriore ma solo terreno di possesso e certezze rassicuranti.

I Magi no! Alla fine partono da Betlemme ancora più “sognatori” … ancora meno arroccati in certezze imprigionanti … giunti al “dove” di Dio sono davvero liberi … liberi di credere più a un sogno che ad un re potente (Avvertiti in sogno di non tornare da Erode per un’altra strada fecero ritorno al loro paese) … Ora la loro è davvero un’altra strada.

I Magi sono primizia di tutta l’umanità a cui la domanda “Dove sei?” ha ricevuto da Dio stesso una risposta: “Dove sei? Se ti nascondi io vengo a cercarti e lo faccio nella tua stessa carne, nella tua fragilità, nella tua storia … vengo a cercarti ed accendo in te il desiderio di “oltre” perché possa sollevare lo sguardo verso le stelle e possa anche tu domandare “dove?. In quei “dove?” intrecciati ci incontreremo.”

Quando gli uomini incontrano Dio, Dio non disdegna i loro tesori; li accoglie, li trasforma e ne fa ancora luogo della sua Incarnazione. All’Epifania scopriamo che l’Incarnazione non cessa mai perché Cristo, manifestandosi ad ogni carne chiede a quella carne di poter essere luogo della sua presenza, chiede a quella carne di divenire terra di Dio!

La Manifestazione del Signore nel Bambino di Betlemme è disarmata e disarmante e prepara la Manifestazione suprema disarmata e disarmante che si compirà nella Pasqua di Croce e Risurrezione. La luce dell’Epifania si apre alla luce della Pasqua, piena Manifestazione della carne di Dio che accogli e salva.

Per questo motivo anche oggi la Chiesa, per antichissima tradizione, annunzia il giorno della Pasqua di questo anno di grazia 2011.

Lasciamoci scaldare dalla luce di Cristo, diamo accesso alla luce di Cristo che vuole abitarci ed indicarci la via della vita.