XI Domenica del Tempo Ordinario (B) – Seminare il Regno

 

IL REGNO E’ GESU’

Ez 17, 22-24; Sal 91; 2Cor 5, 6-10; Mc 4, 26-34

 

Un chicco di senape

Un chicco di senape

Parabole potentemente umili; come al solito un paradosso, ma funzionali a condurci nell’“altrove” di Dio!
Con queste parabole, che sono nel quarto capitolo dell’Evangelo di Marco, Gesù vuole farci capire che le “cose” del Regno di Dio non funzionano con i meccanismi soliti, quelli del mondo, non funzionano con i tempi del mondo, con i suoi ritmi, con le sue proporzioni. Insomma, sbaglia molto chi, nelle “cose” di Dio, nelle “cose” del Regno, volesse applicare quei parametri mondani. Chi lo facesse, alla fine rimarrebbe non solo deluso, ma soprattutto rischierebbe di snaturare le opere dell’Evangelo, rischierebbe di far diventare le opere per il Regno, le opere della Comunità cristiana, opere meramente mondane, misurate con i criteri del numero, del successo, del “marketing”, della popolarità, della visibilità… opere cioè misurate tremendamente come “eventi”, parola terribile e sviante del vuoto linguaggio dei media per cui ogni stupidaggine è “evento”!

La prima parabola, che riprende il linguaggio dell’oracolo di Ezechiele, prima lettura di questa domenica, ci dice che il Regno è “fuori” dalla nostra potenza e dal nostro protagonismo. I servi del Regno sono soprattutto quelli che sanno seminare il Regno nei solchi della storia, e sanno vivere mostrando la capacità dell’attesa.

In primo luogo devono seminare il Regno…non altro!
A volte si corre il gran rischio, come Comunità cristiana, di seminare altre cose, altri “semi”, altre attese. Si rischia, o peggio si sceglie deliberatamente, di mettersi al servizio di ciò che è gradito al mondo, di ciò che serve alla propria visibilità, al proprio prestigio; si seminano parole banali e “religiose”, dette per dovere e per… “mestiere”; si seminano catechesi a cuori non evangelizzati e riti ad assemblee che hanno perduto – o mai avuto! – il “brivido” della risurrezione e la passione per l’Evangelo. Questi sono semi infecondi perché non sono semi del Regno; i veri semi del Regno hanno una potenza che non dipende più dal seminatore, e hanno il potere di germinare, a loro tempo, con fioriture inaspettate e di bellezza imprevedibile.
Non può, a tal proposito, non venirci in mente la vicenda di Fratel Charles de Foucauld: la sua intuizione, tutta evangelica, lo vide morire da solo, senza nessun seguace, senza nessuno che allora avesse il coraggio di condividere il suo ideale. Fratel Charles, però, aveva seminato nei solchi della storia il suo “sì”, la sua obbedienza, la sua sottomissione…tutti veri semi del Regno!
Dopo decenni dalla sua morte, apparsa allora come la fine di un eroico “sognatore” dell’impossibile, la sua esperienza è fiorita in migliaia di vocazioni di uomini e donne che hanno raccolto quel suo “sì”!
Fratel Charles aveva seminato il Regno! Non “altro”! Non se stesso…
Dorma o vegli…”
E’ così!

La Parola dell’Evangelo ci chiede oggi di aver fiducia nel Regno, nelle sue vie, e lanciare quelle nei solchi della storia. D’altro canto il Regno è Gesù: Lui è il «chicco di grano che caduto in terra muore e produce frutto». (cfr Gv 12, 24).

L’altra parabola è quella del seme di senape e della sua piccolezza…
Il Regno è così! Dovremmo lasciarci istruire e toccare nel profondo da questa parola di Gesù per abbandonare ogni pretesa di grandezza, di visibilità a tutti i costi, ogni pretesa di “contare” per il mondo, di avere appariscenza, ogni pretesa di agire nella storia grazie alla potenza dei mezzi e delle strutture!

La parola sul granellino di senape è parola di rivelazione: ci dice cosa è davvero il Regno, e in che parametri deve misurarsi chi vuole essere del Regno!
E’ veramente necessario che ci convinciamo di questa piccolezza, di essere “piccolo gregge” (cfr Lc 12, 32). E’ una piccolezza che genera Grazia: una piccolezza che diviene rifugio dei deboli; una piccolezza che offre “casa” («gli uccelli fanno il nido»); una piccolezza che accoglie!
Sì, perché solo la piccolezza sa accogliere davvero; la grandezza, abbagliata da se stessa, spesso ne è incapace, ed alza muri di indifferenza e di sospetto, perchè non ha rami capaci di aprirsi a farsi “nido” per chi nido non ha!

Il Regno di Dio viene ogni qual volta la piccolezza si fa accoglienza di Dio e dei suoi progetti, si fa accoglienza dell’altro e del suo bisogno; il Regno viene ogni qual volta la piccolezza dei mezzi e delle apparenze non è vista con disprezzo dai credenti; il Regno di Dio viene ogni qual volta, dinanzi alla piccolezza del “visibile”, ci si ricorda che Colui che chiamiamo Signore è nato tra l’indifferenza dei grandi e dei potenti, ed è morto disprezzato e “maledetto”, condannato da grandi e potenti.

Per il mondo tutto questo è stoltezza (cfr 1Cor 1, 22-25), è piccolezza ed insignificanza; ma gli occhi di Dio guardano in modo del tutto diverso, e dove c’è piccolezza vedono grandezza, e dove c’è pretesa grandezza e arroganza vedono miseria!

La domanda da farsi con sincerità è dunque questa:
«Da chi vogliamo essere guardati?»
«Sotto quale sguardo vogliamo camminare?»

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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XV Domenica del Tempo Ordinario – La Parola seminata

 
L’APPARENTE INEFFICACIA DELLA PAROLA

Is 55, 10-11; Sal 64; Rm 8, 18-23; Mt 13, 1-23

 

Seminatore, icona (Monastero di Ruviano)

Seminatore, icona (Monastero di Ruviano)

Occorre fare una lettura di altro tipo di questa celeberrima parabola del seminatore; una parabola che apre il lungo discorso di Gesù fatto appunto di parabole. Matteo struttura questo discorso con uno scopo preciso: aiutare i predicatori dell’Evangelo a comprendere a pieno il loro ministero. Il problema della parabola non sono i destinatari del seme (i terreni), ma colui che sparge il seme.

La parabola nasce dallo scandalo dell’“inefficacia” della Parola seminata che tante volte si deve constatare, lo scandalo dell’Evangelo che, seminato nei cuori, tante volte lascia la gente immutata e indurita. Se il seme è la Parola di Dio che Cristo è venuto a portare, se il seme è l’Evangelo del Regno instaurato con la croce e con la risurrezione di Gesù (ricordiamo che la parabola è scritta dopo gli eventi pasquali, in una Chiesa che già annunciava la Pasqua del Signore!), come mai questa Parola potente non è efficace? Cosa accade?

Lo scandalo dell’“inefficacia” della Parola non è tuttavia solo un problema della Chiesa di Matteo; esso, infatti, produce anche nella prassi ecclesiale di oggi una gravissima disfunzione: tanti, nell’ambito ecclesiale, pensano che “parlare” non serva e così, nella Chiesa, gli spazi dati alla Parola ed al suo annunzio si restringono sempre più, allargando invece gli spazi di azioni considerate più “efficaci”, più soddisfacenti, più produttive. Ed ecco che si assiste ad una vita ecclesiale che si struttura troppe volte sul fare, credendo che questo, e quello – doveroso – della carità, siano più “efficaci” della Parola, siano più “efficaci” e “redditizi” dell’annunzio stesso dell’Evangelo. Ci si veste, naturalmente, di buone ragioni affermando che i “fatti” sono più delle “parole”, ma dimenticando che qui non si tratta di “parole”, ma della “Parola”!
Così si arriva a trasformare la Chiesa in un ente benefico, in un gruppo di filantropi, in una UNICEF confessionale…no! La Parola è efficace, ma non costringente; la Parola va seminata e non vanno calcolati – per questa semina – fatica, spreco, delusioni … chi esce a seminare l’Evangelo deve guardare all’uscita del Figlio di Dio che è venuto in questo mondo a seminare la Buona Notizia, senza risparmiarsi e senza fare calcoli di efficacia. In fondo la stessa semina del Figlio è finita in un fallimento fuori le mura della città santa: lì, sul Golgotha, sembrò infatti che la Parola seminata fosse del tutto inefficace!

La parabola del seminatore proclama invece una risposta chiara a chi – allora come oggi – è tentato dall’apparente “inefficacia” della Parola: il seminatore esce a seminare, ed il frutto della sua semina non è a tempo, non è riservato ad un futuro: non accade cioè che oggi c’è un fallimento, una non accoglienza, un rifiuto, un soffocamento della Parola e domani ci sarà l’efficacia. Non è così!
La semina avviene contemporaneamente su diversi terreni ed il frutto abbondante è contemporaneo al rifiuto, al risultato effimero, al soffocamento della Parola…
La parola seminata dovunque e in abbondanza produce certo frutto; non lo produce dovunque, ma da qualche parte sì! Sempre!
Guai a chi ferma la semina perché vede troppi terreni battuti, troppe pietre o troppe spine… colui che fa così dimentica che c’è il terreno buono in cui quella stessa Parola – che è tutta buona, perchè tutta viene dalla mano del Figlio di Dio! – frutterà oggi vita eterna, frutterà oggi un mondo nuovo!

Dinanzi a colui che annunzia la Parola c’è la mondanità e ci sono i figli del Regno, ci sono cioè coloro che sono refrattari alla Parola del Regno, e disposti ad accogliere la proposta – diciamoci la verità, “scandalosa” dell’Evangelo -, e ci sono poi coloro i quali invece si fanno accoglienti di quel seme piccolo e “stolto”, un seme piccolo e “scandaloso”, e lo mettono dentro, e lì – certo – germoglierà.

Gli annunziatori dell’Evangelo, ci dice la parabola, non devono fermare la corsa della Parola a causa delle loro attese e delle loro proiezioni; gli annunziatori della Parola sono invitati a non fermare lo sguardo sugli “insuccessi” e sulle “inefficacie”, ma a volgere con fermezza lo sguardo lì dove la Parola fruttifica.
Forse chi si ferma agli insuccessi mette più attesa nelle proprie attese, mette più speranze nelle proprie speranze che nelle attese di Dio e nelle speranze di Dio.
Come scrive Isaia nel testo famosissimo che oggi è la prima lettura, la Parola ha una sua forza, una sua efficacia che non va disconosciuta, ma che non va neanche ridotta alle nostre efficacie e ad i nostri parametri.
Quello che conta è che la Chiesa non fermi l’annunzio della Parola, e non si perda in cose più “efficaci” e più “utili” secondo quella mondanità che troppo spesso la abita.

Il creato attende con impazienza che i figli di Dio si rivelino, ha scritto Paolo nella sua Lettera ai cristiani di Roma, e questa rivelazione certamente avviene con una vita altra… ma una vita altra giustificata da una Parola di annunzio, che renda ragione della speranza che abita il cristiano (cfr 1Pt 3,15).

Povera Chiesa di Cristo se non grida più lo “stolto” Evangelo di Cristo crocefisso, e preferisce altre azioni! Il Risorto ci ha inviati ad annunziare quell’Evangelo, e senza risparmio e senza calcoli; non lo si può dimenticare, nè si può sostituire con altro dandolo per scontato!

La spiegazione della parabola che segue va nella direzione moralistica che tante volte prende la riflessione cristiana. La Chiesa di Matteo vuole aggiungere una riflessione sui terreni, spostando però così l’attenzione da colui che semina a colui che riceve la semina …un’operazione – in fondo – indebita, per quanto forse utile, dinanzi all’originale intenzione della parabola. Ma è un di più.

Oggi la domanda che la liturgia ci fa è sulla fiducia che abbiamo nell’annunzio dell’Evangelo, che è necessario compiere e da cui non ci si può dare esonero!
Mai!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XVI Domenica del tempo ordinario – Grano e zizzania

UN INVITO ALLA PAZIENZA

 Sap 12,13.16-19; Sal 85; Rm 8,26-27; Mt 13, 24-43

 

Siamo ancora nel paese delle parabole e Matteo ci conduce ad incontrare, persino in questo paese meraviglioso, nato dalla sapienza di Gesù,  il mistero del male. Nel mondo visitato dal Seminatore che, senza né avarizia né calcolo, getta il seme della Parola che rinnova, non solo c’è la non-accoglienza della Parola ma c’è pure il proliferare del male che si le si oppone ed infesta la terra degli uomini.

Il mistero del male ha sempre interpellato gli uomini e soprattutto gli uomini che credono in Dio o vogliono credere in Lui. Dov’è Dio mentre il male flagella ed uccide l’uomo, dov’è Dio mentre il male uccide i giusti e gli innocenti? Il secolo appena trascorso con i suoi orrori, dai lager della shoà ai gulag sovietici, dalle foibe alle guerre spietate e di sterminio, ha posto l’uomo credente dinanzi a questo proliferare di un male “diabolico” e contraddicente in cui il silenzio di Dio si è fatto pesante e per tanti doloroso fino all’estremo, fino a far “morire Dio” nei loro cuori!

La parabola della zizzania affronta il problema del male ma non ha la pretesa di risolverlo né tanto meno di dare risposte esustive ed a tutto spettro …

Il male c’è ma non si possono chiudere gli occhi sulla sua realtà; il problema è come vivere il tempo della storia che è segnato dalla compresenza del male e del bene la prima cosa che la parabola ci dice è che non esistono due campi: uno di buon grano ed uno di zizzania (parola che il greco deriva, stranamente, dall’ebraico rabbinico “zun-zunim” dalla radice “znh” che significa “prostituirsi” nel senso che è grano imbastardito, degenerato!); grano e zizzania sono nello stesso campo e sono l’uno accanto all’altro. La parabola ci invita con fermezza alla pazienza; la zizzania non si deve sradicare e non solo perché si danneggerebbe il buon grano (sarebbe solo una decisione utilitaristica!!) e neanche perché i due non si distinguono bene l’uno dall’altro, ma perché tra il tempo della semina-crescita e il raccolto c’è un tempo che potremmo definire tempo della pazienza, tempo della speranza o, come dice San Girolamo, è il tempo in cui si deve dar spazio alla penitenza. In altre parole, in questo tempo intermedio è concesso a tutti far penitenza, non si deve cedere alla tentazione di dare giudizi definitivi; lo stesso buon grano rischia di essere sradicato dalla pretesa di emettere giudizi cattivi e definitivi. Sia chiaro: non si tratta di non dare giudizi nell’illusione che la zizzania sia buon grano! Questa è cecità, non misericordia; è stoltezza e non pazienza, è buonismo e non “macroitimìa” (“sentire in grande”, “grandezza d’animo”)! E’ il giudizio definitivo ed anticipato che non spetta a nessuno! La storia deve essere attraversata da grande speranza.

L’autore del Libro della Sapienza, nel tratto che si ascolta in questa domenica, dice parole già di forte sapore evangelico, parole che certo hanno abitato il cuore di Cristo: Tu giudichi, Signore, con mitezza … con molta indulgenza … così hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini e hai reso i tuoi figli pieni di una dolce speranza perché tu concedi, dopo i peccati, la possibilità di pentirsi.

C’è allora un tempo che va riempito di attesa paziente e misericordiosa, di attesa colma di speranza … una speranza che non ha fondamento “botanico”: la vera zizzania non si cambia mai in buon grano! … Nel paese delle parabole, però, accadono cose strane: padri che non dicono neanche una parola di rimprovero al figlio sciagurato e scialacquone (cfr Lc 15, 22-24), pastori che danno la vita per le pecore (cfr Gv 10,11; in genere i pastori degli altri paesi le pecore le sfruttano e se le mangiano) e lasciano novantanove pecore per cercare una perduta (cfr Lc 15,4), dannati che si preoccupano di non far andare altri all’inferno (cfr Lc 16,27-28) … il paese delle parabole è un paese strano perché è il paese dei sogni di Dio … è il paese in cui ci viene donata quella dolce speranza che il sogno di Dio, in Gesù, può diventare storia. Le parabole ci invitano ad entrare in questa logica “illogica” di Dio … La via che le parabole ci invitano a percorrere è strana per il mondo ma è alimentata da una virtù oggi rarissima ed anche per noi credenti: la pazienza. Non a caso tra la parabola della zizzania e la sua spiegazione Matteo pone due brevissime parabole-paragoni: quella del granellino di senapa e quella del lievito: c’è una piccolezza, una pochezza, che deve pazientare per diventare altro ed essere al servizio di altri (gli uccelli che trovano rifugio tra i rami della senapa cresciuta e la massa della pasta che tutta benefica dalla forza del lievito); sia l’uomo che semina il granellino do senapa, sia la donna che impasta hanno tutti e due un tempo da vivere nell’attesa, un tempo di pazienza, un tempo in cui vivere di una dolce speranza. La speranza è la grande virtù che anima il presente; guarda al futuro ma questo sguardo riempie di bellezza il presente. Un presente in cui bisogna avere la pazienza non solo dell’attesa ma anche quella di vedere accanto grano e zizzania e, a volte, inestricabilmente vicini; un tempo in cui si deve sospendere ogni velleità d’una Chiesa di puri, di una umanità beata! La spiegazione che Matteo dà della parabola della zizzania ci porta al termine di questo tempo di attesa, ci conduce alla fine. La mietitura – dice il testo – è la fine del mondo ma per “mondo” non c’è la parola “kòsmos” ma “aiòn” che si deve tradurre più precisamente con “tempo” … è la storia che finisce e si versa nell’eterno e allora non c’è più tempo di attesa, di speranza … allora c’è giudizio definitivo che chiamerà le cose con il loro nome appunto definitivo … per l’ Evangelo sarà tale per sempre solo in quel giorno in cui i giorni finiranno. Nel frattempo è necessario nutrire la speranza anche dinanzi alla terribile, infestante zizzania. Possiamo dire che questa pagina è così difficile che la Chiesa ha faticato tantissimo a comprenderla e a viverla: è continua la tentazione di sradicare la zizzania, è continua la tentazione dei giudizi definitivi, è continua la tentazione di difendere i buoni dalla zizzania sradicandola! Per consolarci pensiamo che persino Paolo ordina ai cristiani di Corinto di sradicare la zizzania di un certo incestuoso che era scandalo e inciampo in quella Chiesa; l’Apostolo chiede che sia espulso dalla comunità e consegnato a Satana (cfr 1Cor 5,1-5).

Come è difficile percorrere le vie dell’Evangelo, come è duro difendere legittimamente la vita delle comunità e contemporaneamente custodire questa parola scomoda dell’Evangelo, come è difficile pazientare e attendere con speranza!

E’ una grande sfida!




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XV Domenica del Tempo Ordinario – Il seminatore

IL SEME FECONDO DELLA PAROLA

Is 55, 10-11; Sal 64; Rm 8, 18-23; Mt 13, 1-23

 

Matteo ci porta oggi, come scrive Luigi Santucci nella sua “Vita di Cristo”, nel paese delle parabole. Un paese che solo gli ingenui possono pensare essere un paese per sempliciotti e ignoranti, un paese inventato da Gesù per quelli che, poverini, non capirebbero discorsi più elevati! E’ perfettamente il contrario: è un paese in cui riescono ad entrare solo quelli a cui il Padre rivela queste cose; al capitolo undici, lo ascoltammo la scorsa domenica, Gesù rendeva lode al Padre perché rivelava le cose del Regno ai piccoli e le nascondeva ai sapienti e agli intelligenti! Nel paese delle parabole solo i piccoli riescono ad avere cittadinanza perché solo loro conoscono questo linguaggio profondo. Un linguaggio che chiede di penetrare la parola pronunciata, di andare al profondo, di lasciarsi afferrare e coinvolgere in una serie di immagini, luoghi, cose, persone, sentimenti in cui Dio nasconde le cose del Regno ai presuntuosi e agli arroganti e in cui rivela le cose del Regno a coloro che si lasciano interpellare, porre in crisi; a quelli sanno farsi piccoli …

Il paese delle parabole è un luogo in cui parlano i semi, i solchi, gli uccelli, le spine, le pietre, il lievito, le reti, i gigli dei campi, le reti, la zizzania, le perle, il sole, le pecore; un paese in cui i contadini, le donne che spazzano la casa, i pastori, i padri addolorati, i fratelli invidiosi, i figli ribelli, i vignaioli, i debitori, i re che partono in guerra, i pescatori, i mercanti hanno ciascuno da raccontarci una storia e raccontandocela ci danno una pista per ritrovare i passi di Dio assieme ai nostri passi; il paese delle parabole è un paese in cui il seme della Parola è nascosto nei solchi e nelle pieghe della nostra umile storia quotidiana e da lì può germogliare per chi lo riconosce deponendo se stesso ed accogliendo l’Evangelo!

Gesù si presenta all’inizio di questo capitolo tredici come colui che conduce in questo paese meraviglioso e compromettente in cui è possibile riconoscere Dio ed il suo operare nella storia. La parabola  che oggi ascoltiamo ci racconta proprio di Gesù; Lui ci racconta di se stesso: Il seminatore uscì a seminare! E’ la vicenda di Gesù che, uscito dal Padre, viene a gettare il seme fecondo della Parola tra gli uomini; è un Seminatore generoso che non lesina il seme; lo getta con generosità sperando che trovi solchi aperti ed accoglienti … l’inizio della parabola di oggi ci narra di un esodo, quello di Gesù, che ha lo scopo di portare a noi una Parola che vuole accoglienza per diventare fecondità. Lui è venuto nella storia a pronunciare un Evangelo che solo i piccoli sapranno cogliere, un Evangelo che però è donato a piene mani a tutti i terreni; l’Evangelo che Gesù narra al mondo è un Evangelo di amore che non può non nutrirsi di speranza! Il Dio che semina ha una speranza tale che è capace di “sprecare” semenza anche sul terreno battuto, anche tra i sassi, anche tra le spine! Il Dio che spera vorrebbe che quelle miserie divenissero solchi di accoglienza e fecondità! La parabola del Seminatore con cui Matteo ci fa giungere nel paese delle parabole non deve essere letta con chiavi moralistiche, l’attenzione, infatti, va puntata sul Seminatore e non su un facile elenco di “buoni e cattivi”; invece è rivelazione del solo buono che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi (cfr Mt 5,45) e getta il seme della Parola su tutti i terreni. La speranza del nostro Dio è più grande del calcolo! Il Dio che Gesù narra è pronto a venire a rivoltare il terreno su cui ha indiscriminatamente seminato. Su quei terreni passerà con il suo aratro e, a chi vuole, scaverà profondi solchi di accoglienza; a chi vuole strapperà le spine che tutto soffocano, a chi vuole toglierà le pietre che opprimono e rendono impotenti le radici!

Nella successiva parabola della zizzania, conosce anche una via fuori dell’ordinario; sì, perché le parabole non si spiegano … se si colgono, si colgono! Sono un po’ come la musica: se uno coglie la bellezza di una melodia di Bach o la potenza di una frase musicale di Verdi, l’ha colta! Se uno non la coglie nessuno gliela può davvero spiegare! Così è per le parabole! Invece qui e per la parabola della zizzania c’è una spiegazione … ma è una spiegazione che non risale a Gesù (anche se Matteo la pone sulle labbra di Gesù); è una spiegazione che risale alla Chiesa di Matteo. E’ quella Chiesa che desidera leggersi “sotto il giudizio” di quella parola. Così se la parabola è rivelazione del Seminatore, la spiegazione è una lettura della vita ecclesiale. Nella Chiesa c’è un’accoglienza diversificata della Parola; questa è accolta (con vario risultato: chi il cento, chi il sessanta, chi il trenta per uno) o non è accolta. A volte è accolta illusoriamente (le spine, il terreno sassoso), a volte non è neanche ascoltata (sulla strada gli “uccelli” subito la portano via).

La Chiesa di Matteo si interroga dinanzi alla Parola così generosamente sparsa sul suo vario terreno; si chiede: in noi che vita ha la Parola di Gesù? Mette radici? Dà frutto? Permettiamo alla tentazione di strapparcela a causa della nostra superficialità? La lasciamo soffocare dalle spine? Spine che non solo gli affanni che sono nel mondo ma anche gli affanni mondani che infestano la Chiesa e che, in essa, soffocano la potenza della Parola e ne impediscono la crescita. Lasciamo che il sole la bruci a causa della nostra incapacità di durata, di fedeltà, di costante perseveranza? Matteo, dopo averla condotta nel paese delle parabole,  interroga la sua Chiesa su ciò che davvero vale nel suo sentire e nella sua prassi, interroga la sua Chiesa (ed oggi interroga pure noi!) su che vita ha la Parola nel suo concreto cammino storico. Matteo sa bene che la mediocrità è capace di rendere impotente la Parola potente di Dio che viene a fecondare la terra e che torna a Dio solo dopo aver reso la storia gravida di vera vita! Isaia ci ha cantato, nella prima lettura di questa domenica, il viaggio straordinario della Parola che scende da cielo e viene a fecondare la terra prima di tornare al cielo; è, lo capiamo bene, la storia di Gesù che è Parola-seme ed è Seminatore venuto a portare nella storia la Parola dolce ed esigente dell’Evangelo, Parola che chiede compromissione, chiede di smuovere e rivoltare i nostri terreni battuti ed impenetrabili, chiede di sradicare le spine che tutto soffocano, chiede di levar via le pietre di durezza e di mediocrità che pure pare ci proteggano e ci facciano più forti ma che, in realtà, rendono tutto privo di radici …

Le parabole diventano automaticamente giudizio sulle nostre vite: siamo per caso tra quelli che non vedono con gli occhi, non ascoltano con gli orecchi, non comprendono con il cuore? Siamo tra quelli che non si convertono e così non guariscono? O l’ascolto delle parabole fa scendere su di noi la beatitudine che Gesù pronunzia: Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano?

L’Evangelo trovi i nostri terreni disposti a lasciarsi rivoltare e purificare per essere capaci di accogliere il seme che il Seminatore è uscito a seminare!




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