XI Domenica del Tempo Ordinario (B) – Seminare il Regno

 

IL REGNO E’ GESU’

Ez 17, 22-24; Sal 91; 2Cor 5, 6-10; Mc 4, 26-34

 

Un chicco di senape

Un chicco di senape

Parabole potentemente umili; come al solito un paradosso, ma funzionali a condurci nell’“altrove” di Dio!
Con queste parabole, che sono nel quarto capitolo dell’Evangelo di Marco, Gesù vuole farci capire che le “cose” del Regno di Dio non funzionano con i meccanismi soliti, quelli del mondo, non funzionano con i tempi del mondo, con i suoi ritmi, con le sue proporzioni. Insomma, sbaglia molto chi, nelle “cose” di Dio, nelle “cose” del Regno, volesse applicare quei parametri mondani. Chi lo facesse, alla fine rimarrebbe non solo deluso, ma soprattutto rischierebbe di snaturare le opere dell’Evangelo, rischierebbe di far diventare le opere per il Regno, le opere della Comunità cristiana, opere meramente mondane, misurate con i criteri del numero, del successo, del “marketing”, della popolarità, della visibilità… opere cioè misurate tremendamente come “eventi”, parola terribile e sviante del vuoto linguaggio dei media per cui ogni stupidaggine è “evento”!

La prima parabola, che riprende il linguaggio dell’oracolo di Ezechiele, prima lettura di questa domenica, ci dice che il Regno è “fuori” dalla nostra potenza e dal nostro protagonismo. I servi del Regno sono soprattutto quelli che sanno seminare il Regno nei solchi della storia, e sanno vivere mostrando la capacità dell’attesa.

In primo luogo devono seminare il Regno…non altro!
A volte si corre il gran rischio, come Comunità cristiana, di seminare altre cose, altri “semi”, altre attese. Si rischia, o peggio si sceglie deliberatamente, di mettersi al servizio di ciò che è gradito al mondo, di ciò che serve alla propria visibilità, al proprio prestigio; si seminano parole banali e “religiose”, dette per dovere e per… “mestiere”; si seminano catechesi a cuori non evangelizzati e riti ad assemblee che hanno perduto – o mai avuto! – il “brivido” della risurrezione e la passione per l’Evangelo. Questi sono semi infecondi perché non sono semi del Regno; i veri semi del Regno hanno una potenza che non dipende più dal seminatore, e hanno il potere di germinare, a loro tempo, con fioriture inaspettate e di bellezza imprevedibile.
Non può, a tal proposito, non venirci in mente la vicenda di Fratel Charles de Foucauld: la sua intuizione, tutta evangelica, lo vide morire da solo, senza nessun seguace, senza nessuno che allora avesse il coraggio di condividere il suo ideale. Fratel Charles, però, aveva seminato nei solchi della storia il suo “sì”, la sua obbedienza, la sua sottomissione…tutti veri semi del Regno!
Dopo decenni dalla sua morte, apparsa allora come la fine di un eroico “sognatore” dell’impossibile, la sua esperienza è fiorita in migliaia di vocazioni di uomini e donne che hanno raccolto quel suo “sì”!
Fratel Charles aveva seminato il Regno! Non “altro”! Non se stesso…
Dorma o vegli…”
E’ così!

La Parola dell’Evangelo ci chiede oggi di aver fiducia nel Regno, nelle sue vie, e lanciare quelle nei solchi della storia. D’altro canto il Regno è Gesù: Lui è il «chicco di grano che caduto in terra muore e produce frutto». (cfr Gv 12, 24).

L’altra parabola è quella del seme di senape e della sua piccolezza…
Il Regno è così! Dovremmo lasciarci istruire e toccare nel profondo da questa parola di Gesù per abbandonare ogni pretesa di grandezza, di visibilità a tutti i costi, ogni pretesa di “contare” per il mondo, di avere appariscenza, ogni pretesa di agire nella storia grazie alla potenza dei mezzi e delle strutture!

La parola sul granellino di senape è parola di rivelazione: ci dice cosa è davvero il Regno, e in che parametri deve misurarsi chi vuole essere del Regno!
E’ veramente necessario che ci convinciamo di questa piccolezza, di essere “piccolo gregge” (cfr Lc 12, 32). E’ una piccolezza che genera Grazia: una piccolezza che diviene rifugio dei deboli; una piccolezza che offre “casa” («gli uccelli fanno il nido»); una piccolezza che accoglie!
Sì, perché solo la piccolezza sa accogliere davvero; la grandezza, abbagliata da se stessa, spesso ne è incapace, ed alza muri di indifferenza e di sospetto, perchè non ha rami capaci di aprirsi a farsi “nido” per chi nido non ha!

Il Regno di Dio viene ogni qual volta la piccolezza si fa accoglienza di Dio e dei suoi progetti, si fa accoglienza dell’altro e del suo bisogno; il Regno viene ogni qual volta la piccolezza dei mezzi e delle apparenze non è vista con disprezzo dai credenti; il Regno di Dio viene ogni qual volta, dinanzi alla piccolezza del “visibile”, ci si ricorda che Colui che chiamiamo Signore è nato tra l’indifferenza dei grandi e dei potenti, ed è morto disprezzato e “maledetto”, condannato da grandi e potenti.

Per il mondo tutto questo è stoltezza (cfr 1Cor 1, 22-25), è piccolezza ed insignificanza; ma gli occhi di Dio guardano in modo del tutto diverso, e dove c’è piccolezza vedono grandezza, e dove c’è pretesa grandezza e arroganza vedono miseria!

La domanda da farsi con sincerità è dunque questa:
«Da chi vogliamo essere guardati?»
«Sotto quale sguardo vogliamo camminare?»

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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XI Domenica del Tempo Ordinario – Seminare il Regno

  I SERVI DEL REGNO SEMINANO DIO NEI SOLCHI DELLA STORIA

Ez 17, 22-24; Sal 91; 2Cor 5, 6-10; Mc 4, 26-34

Parabole potentemente umili…come al solito è un paradosso ma funzionale a condurci nell’altrove” di Dio; con queste parabole, che sono nel quarto capitolo dell’Evangelo di Marco, Gesù vuole farci capire che le “cose” del Regno di Dio non funzionano con i meccanismi soliti, quelli del mondo; non funzionano con i tempi del mondo, con i suoi ritmi, con le sue proporzioni. Insomma, sbaglia molto chi, nelle “cose” di Dio, nelle “cose” del Regno, volesse applicare quei parametri mondani; chi lo facesse, alla fin fine non solo rimarrebbe deluso ma soprattutto rischierebbe di snaturare le opere dell’Evangelo, rischierebbe di far diventare le opere per il Regno, le opere della Comunità cristiana, opere meramente mondane, misurate con i criteri del numero, del successo, del “marketing”, della popolarità, della visibilità…opere misurate tremendamente come “eventi” (parola terribile e sviante del vuoto linguaggio dei media per cui ogni stupidaggine è “evento”!)…

La prima parabola, che riprende il linguaggio di Ezechiele dell’oracolo che è stato la prima lettura di questa domenica, ci dice che il Regno è “fuori” dalla nostra potenza e dal nostro protagonismo; i servi del Regno sono quelli che soprattutto sanno seminare il Regno nei solchi della storia e sanno vivere e mostrare la capacità dell’ attesa.

In primo luogo devono seminare il Regno…non altro! A volte si corre il gran rischio, come Comunità cristiana, di seminare altre cose, altri “semi”, altre attese; si rischia (o peggio si sceglie deliberatamente!) di mettersi al servizio di ciò che è gradito al mondo, di ciò che serve alla propria visibilità, al proprio prestigio; si seminano parole banali e “religiose” dette per dovere e per… “mestiere”; si seminano catechesi a cuori non evangelizzati  e riti ad assemblee che hanno perduto –o mai avuto! – il “brivido” della risurrezione e la passione per l’Evangelo. Questi sono semi infecondi perchè non sono semi del Regno; i veri semi del Regno hanno una potenza che non dipende più dal seminatore, hanno il potere di germinare, a loro tempo, con fioriture inaspettate e di bellezza imprevedibile.

Non può, a tal proposito, non venirci in mente la vicenda di Fratel Charles De Foucauld: la sua intuizione, tutta evangelica, lo vide morire da solo, senza nessun seguace, senza nessuno che allora avesse il coraggio di condividere il suo ideale; Fratel Charles, però, aveva seminato nei solchi della storia il suo , la sua obbedienza, la sua sottomissione…tutti veri semi del Regno…dopo decenni dalla sua morte (che era apparsa allora come la fine di un eroico “sognatore” dell’impossibile…)la sua esperienza è fiorita in migliaia di vocazioni di uomini e donne che hanno raccolto quel suo ; Fratel Cahrles aveva seminato il Regno, non “altro”, non se stesso… “Dorma o vegli…” E’ così!

La Parola dell’Evangelo oggi ci chiede di aver fiducia nel Regno, nelle sue vie, e di lanciare quelle nei solchi della storia; d’altro canto il Regno è Gesù. Lui è il “chicco di grano che caduto in terra muore e produce frutto” (cfr Gv 12 24).

L’altra parabola è quella del seme di senape e della sua piccolezza…il Regno è così! Dovremmo lasciarci istruire e toccare nel profondo da questa parola di Gesù per abbandonare ogni pretesa di grandezza, di visibilità a tutti i costi, ogni pretesa di “contare” per il mondo, di avere appariscenza, ogni pretesa di agire nella storia grazie alla potenza dei mezzi e delle strutture!

La parola sul granellino di senape è parola di rivelazione: ci dice cosa è davvero il Regno e in che parametri deve misurarsi chi vuole essere del Regno! E’ veramente necessario che ci convinciamo di questa piccolezza, di essere “piccolo gregge” (cfr Lc 12,32). E’ una piccolezza che genera  Grazia; è una piccolezza che diviene rifugio dei deboli, è una piccolezza che offre “casa” (gli uccelli fanno il nido), è una piccolezza che accoglie! Sì, perchè solo la piccolezza sa accogliere davvero; la grandezza, abbagliata da se stessa, spesso ne è incapace ed alza muri di indifferenza  e di sospetto, non ha rami capaci di aprirsi a farsi “nido” per chi nido non ha!

Il Regno di Dio viene ogni qual volta la piccolezza si fa accoglienza di Dio e dei suoi progetti e si fa accoglienza dell’altro e del suo bisogno! Ogni qual volta la piccolezza dei mezzi e delle apparenze non è vista con disprezzo dai credenti, ogni qual volta dinanzi alla piccolezza del “visibile” ci si ricorda che Colui che chiamiamo Signore è nato tra l’indifferenza dei grandi e dei potenti ed è morto disprezzato e “maledetto” condannato da grandi e potenti.

Per il mondo tutto questo è stoltezza (cfr 1Cor 1, 22-25), è piccolezza ed insignificanza ma gli occhi di Dio guardano in modo del tutto diverso e, dove c’è piccolezza vedono grandezza e dove c’è pretesa grandezza e arroganza vedono miseria!

La domanda da farsi con sincerità è dunque: “Da chi vogliamo essere guardati? Sotto quale sguardo vogliamo camminare?”




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XXVII Domenica del Tempo Ordinario – Come un granellino di senape

TUTTO POSSO IN COLUI CHE MI DA’ FORZA

   –  Ab 1,2-3;2, 2-4; Sal 94; 2Tm 1, 6-8.13-14; Lc 17, 5-10  –

 

L’Evangelo in queste domeniche ci sta portando per mano dinanzi alle esigenze radicali della sequela di Gesù di Nazareth. Seguire la sua via richiede obbedienza, richiede distacco dalle cose, richiede un uso libero dei beni della terra, richiede la crocifissione dell’uomo vecchio, richiede l’attenzione all’altro, la condivisione autentica e coraggiosa senza la quale si resta in aridi inferni come il ricco della parabola della scorsa domenica. La via della vita nuova è l’ascolto di Dio, come in quel racconto diceva Abramo al ricco nell’inferno.

Dinanzi a tutto ciò il problema è uno solo! Ci fidiamo di Cristo? Come è la nostra fede? Gli apostoli comprendono bene che il nucleo di tutto è lì ed infatti ecco la loro domanda: Aggiungici fede.

La risposta di Gesù suona dura perché contiene la certezza che essi fede non ne hanno proprio; aggiungici fede presuppone infatti, che già ce ne sia, e che si comprende che ce ne voglia di più; Gesù, invece, con la sua risposta dice che non è questione di quantità ma di qualità: per la quantità ne basta quanto un granellino di senape che, come già dice l’Evangelo di Marco (4,31), è il più piccolo dei semi che sono sulla terra.  Non è questione di quantità perché, dice Gesù, una fede così minuscola può fare cose immense. Paolo scrivendo ai cristiani di Filippi scriverà: Tutto posso in Colui che mi dà forza (Fil 4,13).

Il problema è se c’è fede o meno. Quando essa c’è, c’è tutto perché se è vera essa trasforma la vita, se è vera diviene subito concreta operosità: la vita di fede non può essere vita di stasi. In fondo bisogna capire che il parlare di fede e di opere ha un fondamento soltanto nelle patologie della fede. Una fede malata (cioè che non è vera adesione al Signore) è senza opere, senza concretezze, Un’ autentica adesione  al Signore ci rende come Lui e quindi ci rende come Lui “schiavi” per amore dei nostri fratelli. Ecco perché il detto sul granellino di senape si versa immediatamente nel discorso circa gli schiavi inutili.

Luca usa qui la parola schiavo in senso positivo (nel Quarto Evangelo essa è assunta negativamente nel senso di una relazione con Dio vissuta da schiavo e non nella libertà dei figli. Cfr Gv 8,34-35).

Come lo schiavo appartiene al suo padrone che fa di lui ciò che vuole, così lo schiavo del Signore appartiene al Signore che lo porta per le sue stesse vie (è questione di fede, di adesione, di essere con; si è schiavi del Signore solo per la fede!), che lo fa suo collaboratore per trasformare la storia con un nuovo modo di essere uomo (quello vero, da sempre sognato da Dio): amando senza nulla pretendere.

Le parole di Gesù qui ci riportano a Lui che si è fatto schiavo per amare fino all’estremo, ha preso il supplizio dello schiavo per raccontarci Dio.

Essere schiavo per il cristiano è allora via vera della sequela. D’altro canto, qualche domenica fa, sostando su Lc 14, 25-35, sentimmo che si può essere discepoli di Gesù solo se si dà a Lui un primato autentico (è Lui solo il Signore e viene prima anche degli affetti più sacri!), solo se  si prende la croce, solo se si rinunzia a tutti gli averi. Pensiamoci: uno così è nella condizione di schiavo. Gesù ha scelto questa via e ci chiede di essere con Lui, senza pretese, senza quella logica “religiosa” di accumulare “meriti” che mortifica l’Evangelo! Lo schiavo  deve sapere che è uno schiavo” inutile” e qui è necessaria una precisazione: “inutile” non significa che il servizio dello schiavo è “inutile”, cioè che “non serve”…la parola greca che qui è usata significa “senza utile”, “senza profitto”, “senza guadagno”. Insomma non si sta con Cristo, schiavi di Lui, schiavi come Lui, per ricevere un utile (siano pure i “meriti” per la salvezza!).

Gesù ci vuole davvero liberare. Anche da quell’ossessione “religiosa” dell’accumulo dei meriti. Tanto più desidera liberarci da quell’idea tremenda che il nostro essere di Cristo, di Dio ci pone in una condizione di privilegio rispetto agli altri nella storia. Ripetiamocelo con coraggio: nessuna esenzione per che segue Gesù. Non crediamo che seguirlo ed amarlo ci fa ricevere la ricompensa di una vita più facile, più agevole, scevra da dolori! Chi lo segue, però, avrà la capacità di attraversare la storia con i suoi dolori, i suoi bui, le sue contraddizioni con una forza altra, con una luce altra; avrà la capacità di attraversare la storia amando e trovando e dando senso a tutto.

Basta un granellino di senape di fede e potremo ripetere con Paolo: Tutto posso in Colui che mi dà forza.




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