III Domenica di Pasqua (Anno C) – E’ il Signore!

E’ L’AMORE!

At 5, 27-32.40-41; Sal 29; Ap 5, 11-14; Gv 21, 1-19

Il racconto evangelico di oggi è esposto a tantissime letture, a partire dalla sua origine che è certamente legata alla volontà della Chiesa giovannea di essere accettata dalla grande Chiesa, di non venir espunta per la propria diversità dall’organismo ecclesiale e di poter, di conseguenza, consegnare a tutti credenti in Cristo il grande patrimonio rivelativo che faceva capo al Discepolo Amato ed alla sua Chiesa. Purtroppo, la pericope di questa domenica taglia la finale del capitolo circa il rapporto tra Pietro ed il Discepolo Amato; su quest’ultimo, il Risorto pronuncia la sua precisa volontà: “Voglio che egli rimanga”. Se questo ci toglie la possibilità di leggere la Chiesa come una comunità plurale in cui le forme di Chiesa non implicano la verità dell’essere Chiesa, ci dà però l’opportunità di appuntare la nostra attenzione sul racconto che il testo ci presenta, scevro dalle problematiche che l’hanno generato e colmo, invece, delle grandi suggestioni rivelative che esso ci offre.

E’ un racconto, tra i più suggestivi e cari dell’intero Evangelo, che fa parte delle narrazioni delle apparizioni del Risorto; il tutto parte da una pesca miracolosa ordinata dal Risorto non ancora riconosciuto; un segno che palesa la sua identità.

Il Quarto Evangelo ci ha tenuto tanto a mostrarci una serie di segni che indicavano l’identità di Gesù come Messia sposo (cfr 2, 1-12), parola di vita (cfr 4, 46-54), via (cfr 5, 1-9), pane di vita (cfr 6, 1-15), dominatore delle potenze del male (cfr 6, 16-21), luce del mondo (cfr 9, 1-41), risurrezione e vita (cfr 11, 1-44) … ora qui ci viene dato un estremo segno della sua presenza di Risorto che rende feconda la “pesca” della Chiesa … il grido del Discepolo Amato che riconosce per primo la presenza è quasi un riassunto di tutti gli esiti dei segni che nell’Evangelo si erano incontrati: un dito puntato che dice: E’ il Signore!

Tutto deve essere teso a riconoscere una presenza che salva, una presenza che dona senso, una presenza che offre perdono e vita.

Pietro, che si getta in acqua per raggiungerlo, diventa, da un certo punto in poi, il protagonista di questo incontro pasquale … quasi che tutto il racconto precedente volesse agglomerarsi qui in quel dialogo suggestivo e profondo tra il Risorto e Pietro.

La scelta dei verbi e delle parole mostra una grande cura, non solo letteraria e stilistica, ma soprattutto teologica e rivelativa. La nuova versione in italiano cerca di rendere giustizia a questa diversità di verbi: “agapào” e “filèo” per “amare”, e che certo hanno un loro significato nel loro alternarsi. Gesù chiede “agàpe” e Simone risponde con la “filìa”, finché alla fine Gesù scende alla comprensione di Pietro e chiede “filìa” tanto che il discepolo si avvede di questo cambiamento (Si addolorò che per la terza volta dicesse «mi vuoi bene?») e risponde con tutta la sua verità: Tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene! Pietro si è lasciato condurre da Gesù alla conoscenza della sua verità personale e della sua concretezza umana. E’ da lì che si parte per l’“agàpe”. Notiamo che Gesù si rivolge a Pietro col suo nome anagrafico, Simone di Giovanni, e non con il nome di vocazione che gli ha dato (cfr Gv 1, 42) e questo non perché la vocazione sia venuta meno ma perché Pietro deve partire dal suo reale, dalla sua concretezza carnale e lasciarla tutta permeare dall’amore con cui è amato e con cui è stato cercato nel suo peccato, nella sua distanza, nel suo “non essere”. Ricordiamo che nella scena dei rinnegamenti, Giovanni aveva fatto ripetere a Pietro “non sono” che è il perfetto contrario del Nome di Dio con cui Gesù aveva iniziato tutte le sue auto-rivelazioni (Io sono la luce del mondo, per esempio). Pietro può ritrovare ciò che Gesù, chiamandolo, ha fatto di lui solo attraverso l’amore … l’amore con cui Gesù l’ha amato, e l’amore che lui dovrà vivere riversandolo su coloro che Gesù gli affida; dovrà amare il gregge di Gesù, guidandolo e nutrendolo (anche qui il testo usa due verbi per l’azione pastorale che Pietro dovrà compiere: “bósko” che sottolinea il “nutrire” e “poimaíno” che sottolinea il “guidare”).
Così Pietro imparerà l’“agàpe” che Gesù gli aveva chiesto, e a cui Simone di Giovanni non sapeva rispondere, e sarà capace, condotto da un “Altro” (che nel IV Evangelo è lo Spirito cfr Gv 14, 16) di farsi condurre dove non avrebbe voluto e stendere le braccia

Scrive Agostino, nel suo commento all’Evangelo di Giovanni, che questa è la Pasqua di Pietro, ed è dunque icona della Pasqua del cristiano. Gesù era morto sulla croce, ma Pietro era morto rinnegando; Gesù era risorto nella carne e Pietro qui risorge nel cuore, lasciandosi inondare dall’amore e iniziando a vivere l’amore!

Così seguirà davvero Gesù. Per Giovanni la sequela deve diventare rimanere, dimorare e si rimane, si dimora quando si fa corpo unico con il Signore Risorto che ci ha amati e ha dato se stesso per noi (cfr Gal 2,20). Il rimanere è il contenuto della vera sequela, è il suo esito più vero.

Pietro dovrà imparare l’arte di una sequela che non si stanca e che mai recede.

Questo è possibile solo se Gesù ha un assoluto primato nella vita del discepolo: «Mi ami tu più di tutte queste cose?» (quel “toùton” può essere tradotto anche così, al neutro, più che con un maschile che raffronterebbe l’amore di Pietro a quello degli altri e quindi con un più di costoro).

Il discepolo che proclama il primato di Gesù è colui che si è sentito amato e perdonato prima di ogni sua azione, di ogni suo “merito”, di ogni sua risposta!

Se Simone lo ama più di tutto allora potrà essere Pietro, e vivere a pieno la sua vocazione!
Così per noi!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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I Domenica di Avvento (Anno C) – Il Signore ritorna

 

CERTEZZA E INVOCAZIONE

Ger 33, 14-16; Sal 24; 1Ts 3, 12-4, 2; Lc 21, 25-28. 34-36

L’Avvento non è attesa del Natale! E’ un po’ semplicistico ed infantile dire così; l’Avvento culmina nel Natale!
L’Avvento è tanto di più: è attesa del Signore che ritorna! Il Natale verrà e sarà conforto alla fatica dell’attesa: se è già venuto, adempiendo le promesse fatte ad Israele, vuol dire che ancora manterrà la promessa e tornerà.

L’Avvento è tempo di esercizio, di preghiera, di riflessione per preparare la venuta del Signore, quella che avverrà alla fine della storia, quella che invochiamo e di cui siamo certi. La parola  Maranathà è la preghiera tipica dell’Avvento, ma in verità è tipica della vera identità cristiana, perché si è cristiani se si attende il Signore, se si fa della storia un’attesa impegnata e vigilante di Lui.
La parola Maranathà ci dice contemporaneamente certezza ed invocazione; è una parola in aramaico – la lingua parlata da Gesù e dalla prima comunità cristiana – che troviamo nel Nuovo Testamento, nella Prima lettera ai cristiani di Corinto (1Cor 16, 22) nel suo suono originale e che troviamo, questa volta tradotta in greco, alla fine del libro dell’Apocalisse (Ap 22, 20); essa può avere due significati: Marànathà (Il Signore nostro viene!) oppure Marana thà (Signore nostro, vieni!).
Dunque certezza ed invocazione! Certezza perché Lui l’ha promesso, ed oggi ascoltiamo questa promessa nel passo dell’Evangelo di Luca, Evangelo che ci accompagnerà in tutto questo nuovo anno liturgico che oggi ha inizio.

Sì, è certo: Gesù tornerà, ed a Lui dovremo consegnare la storia trasfigurata dal suo Evangelo e Lui consegnerà tutto al Padre ed al suo amore …
Se sarà questo, la sua venuta come non invocarla, come non attenderla, come non sperarla con tutto noi stessi, come non lottare per affrettarla?

L’Evangelo ancora oggi ci parla con quel linguaggio apocalittico che ritrovammo in Marco due domeniche fa: la realtà che conosciamo sarà capovolta dalla venuta del Figlio dell’uomo, tutto sarà nuovo e questa novità dovrà passare attraverso il giudizio del Figlio dell’uomo; un giudizio che Luca ci chiede di prendere molto sul serio: quegli uomini che muoiono di paura vogliono dirci proprio la serietà e la verità di un giudizio con cui bisognerà fare i conti! Bisognerà avere coraggio per comparire davanti al Figlio dell’uomo; mi viene da dire che ci sapranno andare quelli che avranno avuto il coraggio della sequela nel loro cammino storico …
Quale sarà il criterio netto del giudizio del Figlio dell’uomo veniente? Uno solo: aver seguito il progetto di vita del Crocefisso, l’essere stato suo discepolo, ma per davvero …

La formula che troviamo in Lc 9, 24 ci dice chiaramente quale sia questo progetto su cui tutto si giocherà: “Chi conserva la sua vita la perde e chi la dona la ritrova!”. Chi vive così, certo con tutte le lotte, le fatiche e le cadute che possono – anzi, devono esserci – si prepara alla venuta improvvisa del Figlio dell’uomo ed al suo giudizio.
Ed allora non bisogna lasciarsi sorprendere impreparati, bisogna stare attenti a non lasciarsi inghiottire dalla vita, a non farsi scorrere addosso la vita; il fare soffoca tutto e questo ci rende incapaci di riconoscere il tempo opportuno per la salvezza, il tempo per dire e ridire con gioia il nostro al Signore Gesù.

Domenica scorsa dicevamo che la festa di Cristo Re non deve avere sapore trionfalistico e questo è vero anche per il ritorno glorioso del Figlio dell’uomo. Certamente è vero che quel giorno sarà giorno di trionfo e di un trionfo palese a tutti, a differenza della sua vittoria pasquale che non fu palese a tutti e che è conoscibile solo nella fede e “visibile” solo nell’amore fraterno nella comunità ecclesiale. Questo trionfo finale in potenza e gloria grande deve però essere letto correttamente: non significa assolutamente che Dio alla fine della storia abbandonerà la strada della croce, e quindi dell’amore costoso, per sostituirla con quella della potenza e  – magari, come tanti vorrebbero – della vendetta! Vedete, se così fosse, significherebbe – come scrive Bruno Maggioni – che la croce non sarebbe più il centro della salvezza progettata da Dio in Cristo, e la sequela del Crocefisso non sarebbe più l’elemento decisivo di una vita umana e sensata, l’elemento decisivo del giudizio di Dio.

E’ chiaro che, se Dio abbandonasse la via della Croce per sostituirla alla fine, alla venuta del Figlio, con la mondana logica della potenza, darebbe ragione a tutti quelli che per secoli hanno riso della croce, hanno riso dell’amore, a tutti quelli che hanno deriso l’amore perché giudicato debole ed inutile, incapace di dare completa liberazione. In questi giorni tristi che stiamo vivendo, con la violenza insensata che ci ha visitati a casa nostra, quante voci in tal senso stiamo sentendo! Voci che – devo dire la verità – rattristano quanto la violenza insensata ed il sangue innocente sparso e versato!
No! Dio non smentirà se stesso!
Il ritorno del Figlio dell’uomo – ricordiamolo sempre – sarà il ritorno del Crocefisso, sarà la rivelazione luminosa che l’amore, e nient’altro, è la via della salvezza! Nient’altro!

Se questa è la nostra fede ne scaturiscono parecchie conseguenze concrete; come tutto il Nuovo Testamento, pare che anche Luca creda ad un’imminenza della Parusia, di questo ritorno glorioso. Noi però sappiamo che ai tempi di Luca e della scrittura del suo Evangelo, si era fatto chiaro che si apriva un lungo tempo della Chiesa, un tempo che si sarebbe prolungato; Luca ci dice però che sempre ci saranno segni premonitori.
Quali? Guerre, persecuzioni, dolori, ore di pressura straordinarie, e ne ha parlato all’inizio del capitolo.
In che senso sono segni premonitori? Lo sono perché ci dicono la fragilità degli equilibri umani e la fragilità delle posizioni di “buon-senso” che gli uomini apparecchiano per sé e per la storia; ogni generazione è testimone di guerre ed ingiustizie, di contraddizioni e miserie; ogni generazione è allora appellata da quegli eventi fallimentari a cogliere il presente come urgente, decisivo e questo non solo perché è breve (il che è anche vero!), ma perché ogni giorno ci dà occasioni per vivere la sequela, per vivere i nostri sì al Crocefisso. Le occasioni vanno colte perché passano e non tornano più … il che posso dire oggi non è il sì che potrò dire domani … intanto certe occasioni saranno state scavalcate e perdute per la mancanza di vigilanza.

Luca, in tal senso, ci invita ad alzare la fronte, a volgere lo sguardo al Figlio dell’uomo, al Crocefisso che torna. Così non smarriremo la speranza: la storia a volte sembra un tronco secco che non può più dare vita ma proprio lì, nella storia, riapparirà il Germoglio, come ha cantato Geremia nel suo oracolo che oggi è la prima lettura. Se si fissa lo sguardo al Germoglio di Iesse (cfr Is 11, 1) che Dio farà apparire, allora la speranza rifiorirà e l’attesa metterà in moto la vita dei discepoli, l’attesa verrà riempita da quei sì a “perdere la propria vita” con amore, che è il cuore della sequela di Gesù.

Solo l’amore salva la storia, oggi e quando Lui tornerà. Checché ne dicano i profeti di sventura, assassini della speranza, che seminano morte quanto coloro che vorrebbero combattere!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXX Domenica del tempo Ordinario (B) – Con occhi nuovi

 

PER ESSERE DISCEPOLI FINO ALLA CROCE

Ger 31, 7-9; Sal 125; Eb 5, 1-6; Mc 10, 46-52

 

Seguire Gesù è la grande opportunità che l’uomo riceve in dono; seguire il Figlio di Dio venuto a portarci su vie di vita strappandoci dalle vie della morte. Seguirlo, però, è un rischio perché per seguirlo bisogna dire dei no netti al mondo ed al suo modo di pensare; guai a chi pensa secondo gli uomini, secondo il mondo (cfr Mc 8, 33). Per seguirlo bisogna capire chi si sta seguendo: un Messia crocefisso, uno schiavo crocefisso e non un imperatore trionfante. Per seguirlo bisogna lasciarsi alle spalle le logiche con cui noi uomini cerchiamo sempre e solo di salvare noi stessi (Mc 8, 35); per seguirlo bisogna non lasciarsi imprigionare dalle tre libido, potenze capaci di disumanizzarci e di cui, nelle scorse domeniche, l’Evangelo ci ha dato i tre “antidoti”:
– la fedeltà nell’amore (Mc 10, 9-12);
– la condivisione (Mc 10, 21);
– il servizio che è dare la vita (Mc 10, 43-45).

La sezione dell’Evangelo di Marco sulla sequela, però, non si è conclusa lì; oggi c’è la vera conclusione con questo ultimo miracolo di tutto l’Evangelo: la guarigione del cieco Bartimeo.
Una narrazione vivace, simpatica e accattivante che conclude, possiamo dire, tutta l’attività pubblica di Gesù, e fa entrare nel contesto delle ultime polemiche che sorgono tra Gesù ed i suoi nemici, ma soprattutto nella narrazione della Passione.
La conclusione della sezione della sequela è affidata a quest’uomo cieco, che Marco ci indica come vero esempio di sequela; è come se l’Evangelo ci dicesse che non bisogna guardare ai discepoli per capire la sequela, ma a questo piccolo uomo di Gerico. In verità è l’unico miracolato dell’Evangelo ad avere un nome (insieme a Lazzaro, ma lì siamo nel IV Evangelo e siamo in tutto un altro mondo!), e sappiamo quanto il nome abbia importanza nella riflessione biblica e nella sequela del Signore…pensiamo, di contro, al giovane ricco restato senza nome perché incapace di sequela (cfr Mc 10, 22).

In tutta questa sezione, i discepoli si sono mostrati perplessi, esitanti, incapaci di comprendere le parole e le esigenze di Gesù (cfr Mc 10, 26.32.35); Bartimeo, invece, è icona di una sequela immediata e piena di luce Subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada»).
Questo cieco è anche risposta ad una domanda che i discepoli hanno fatto a Gesù davanti alle esigenze radicali del Regno, dinanzi al demone del possesso che aveva raggelato il giovane ricco e che essi sentono che possa raggelare anche loro: «Se è così allora chi mai potrà salvarsi?».
Gesù aveva risposto indicando loro non le vie della loro bravura, delle loro azioni e dei loro meriti, ma la via di Dio che rende possibile l’impossibile: «Tutto è possibile presso Dio» (Mc 10, 26-27). Ora questo cieco mostra che ciò che pareva impossibile, inimmaginabile perfino diviene possibile presso Dio, presso Gesù … diviene possibile ciò che un attimo prima era addirittura impensabile: un cieco vede, uno seduto nell’immobilità ora segue Gesù lungo la via
E’ straordinario: la potenza di Dio rende capaci gli impotenti; quell’uomo immobile nelle tenebre diviene discepolo coraggioso.

Quale la via di accesso a questa possibilità di Dio? Solo una: la fede, ed una fede che si è espressa in preghiera: «Figlio di David, abbi pietà di me»! E’ un grido insistente, che è addirittura considerato fastidioso dai presenti; ma quel grido è la porta spalancata di quel cuore in cui l’ingresso di Dio renderà possibile l’impossibile. Gesù sa leggere quel grido: è grido di fede, è la fede che lo ha salvato, è la fede che gli ha fatto credere che quel Rabbi potesse spalancargli l’oltre e l’impensabile.

Nell’Evangelo di Marco il primo miracolo è quello della liberazione di un indemoniato a Cafarnao (cfr Mc 1, 23-27); questo che leggiamo questa domenica è invece l’ultimo miracolo che Marco ci narra, e non è un caso: Gesù è venuto per liberare l’uomo dalle potenze del male e per introdurlo nella luce che è la sua sequela. Non si rimane liberi dal male e nella luce se non si segue Gesù, se non si mettono i piedi sulle Sue tracce. Chi legge l’Evangelo ha bisogno di luce per poter entrare nella Passione, ha bisogno di uno sguardo altro, uno sguardo che solo Dio può dare, uno sguardo impossibile presso gli uomini. Bartimeo è simbolo di un vedere diverso, illuminato dalla potenza di Dio; solo con un vedere così si può entrare nella Passione ed essere capaci di sostenerne il santo scandalo. Per vedere il Crocefisso e cogliere in Lui il Figlio di Dio c’è bisogno di occhi nuovi, illuminati dalla grazia.

Bartimeo, allora, ci prende per mano e ci conduce nelle ore tenebrose della Passione … ci fa camminare con lui dietro a Colui che ha preso la croce per servire e dare la vita. Bartimeo ci dice che è possibile anche a noi, fragili, ciechi, egoisti, tesi sempre e solo a salvare noi stessi; è possibile anche a noi infedeli, avidi e schiavi di noi stessi essere discepoli fino alla croce nella fedeltà, nella condivisione, nel dono totale di sé!

Nulla è impossibile presso Dio! Nessuno dica, dunque, “non è per me!”…

E’ per te solo se vuoi e se ti fidi! Grida: Figlio di Davide, abbi pietà di me!, e l’impossibile diverrà possibile!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXVIII Domenica del tempo Ordinario (B) – Le nostre cose

 

UNA DIGA TRA NOI E LA GIOIA VERA

 

Sap 7, 7-11; Sal 89; Eb 4, 12-13; Mc 10, 17-30

 

Che cosa è seguire Gesù? Cosa è seguirlo in modo radicale, in fondo l’unico vero modo di seguirlo, dando a Lui un primato che rende capaci di “vendere” il resto?

Il passo di Marco di questa domenica, il celebre – e a volte “abusato” – racconto del cosiddetto giovane ricco, ci pone dinanzi ad una richiesta di sequela che ha un esito drammatico, un esito fallimentare. Un esito che è tale perché tra il chiamato e Gesù che chiama si frappone un ostacolo grande, che diviene insormontabile: il possesso!

Se la “libido amandi trova la sua via di sequela nella fedeltà che canta il Dio fedele (lo sentivamo la scorsa domenica circa la via coniugale!), la “libido possidendi” può trovare la sua via di sequela nella condivisione («Vendi […] e dallo ai poveri») e nel volgere le spalle a ciò che, nel possesso, chiede all’uomo sempre di più. Sì, è così: le cose possedute chiedono sempre di più, e non chiedono cose ma chiedono all’uomo se stesso!
Domenica prossima potremo vedere che esito ha nella sequela la “libido dominandi”.

Il giovane protagonista del racconto di Marco si accosta a Gesù per essere rassicurato e per avere un “da fare”, con lo scopo di ottenere la vita eterna, il premio di Dio…
La sua domanda, per quanto “religiosa”, mostra a Gesù un cuore che sarebbe bello plasmare verso la verità dell’uomo e verso la verità di Dio. Gesù vede in lui una possibilità di vita piena, vede in lui la possibilità di costruire, certo non senza fatiche, un uomo nuovo! Gesù ama le sfide, soprattutto quando oggetto di queste sfide è il credere alle meravigliose possibilità di bello che abitano l’uomo! Il problema è che tra il “sogno” di Cristo ed il profondo di questo ragazzo si frappone qualcosa di terribile, una “diga” che il giovane non vuole abbattere, e che Gesù non può abbattere. E’ la “diga” delle “proprie cose”…lo sguardo d’amore di Gesù si posa su di lui, ma non lo smuove, anzi, forse, lo indurisce ed inasprisce.

Ci pare quasi di sentire il silenzio profondo su cui si posa quello sguardo amoroso, e quelle parole di proposta di Gesù: «Va’, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». A questo punto, quel silenzio amoroso diviene silenzio mortale in cui risuonano non più parole, domande, ricerche ma solo i passi all’indietro, certo imbarazzati, ma purtroppo sicuri di quel “bravo ragazzo”…
Gesù ha chiesto troppo…e poi quel tesoro in cielo! I tesori devono stare nei forzieri dei ricchi, e non in un imprecisato e impalpabile cielo…

Il dramma di questa scena evangelica sta in quella tristezza che invade tutta la vita di quel giovane.
Aveva chiesto delle cose “da fare”, ed in fondo Gesù gliele ha dette; ma quelle cose “da fare” non sono quelle che si aspettava; non sono adempimenti passeggeri e precetti che, una volta compiuti, poi lasciano tutto come prima…no! Sono cose che mettono radici, che trasformano, che vogliono coraggi “per sempre”…
Lui non può accettarle perché presuppongono un perdere quello che ha, quello che possiede, quello che incredibilmente ora è la sua identità e la sua sicurezza! Gesù gli offre un’altra identità ed un’altra sicurezza: ma l’amore di Gesù non è stato sufficiente a staccarlo dal suo amore per le sue certezze; il giovane preferisce la tristezza di una vita comoda alla gioia di una vita libera, sensata, alla sequela di Gesù!
In fondo preferisce la sabbia e il fango di cui parla la prima lettura nel Libro della Sapienza opponendoli alla Sapienza…

Questo “bravo ragazzo” è perfettamente il contrario di quei bambini che appaiono nel passo precedente che chiudeva l’Evangelo della scorsa domenica; Gesù li abbracciava e loro si lasciavano abbracciare, e di loro Gesù aveva detto che il Regno appartiene a chi è come quei bambini: chi accoglie il Regno come quei bambini è accolto nel Regno…

Questo giovane non è così: non accoglie il Regno perché non si lascia abbracciare dall’amore di Gesù. Resta solo, è triste…magari il mondo lo crederà felice perché ha molte ricchezze, ma queste faranno sempre diga tra lui e la gioia vera. Certamente quella tristezza si riverbera anche su Gesù; il testo non lo dice in modo esplicito ma ce lo fa intuire: Gesù volge lo sguardo attorno sui suoi discepoli, forse per trovare conforto per l’amore rifiutato, forse per contemplare quelli che l’amore lo stavano accettando. A loro leva un lamento che è constatazione di una verità: Quanto difficilmente entreranno nel Regno dei cieli quelli che hanno ricchezze…

Credo, come scrive Enzo Bianchi nel suo commento a questa pagina di Marco, che bisogna fermarsi qui perché ogni commento a questa parola di Gesù rischia di diventare casistica o addolcimento permissivo…Resti così questa parola, cruda nella sua forza, e sferzi i nostri cuori ricchi, le nostre vite ancora e sempre troppo opulente. Dinanzi a questa parola rimaniamo come i discepoli: sbigottiti, imbarazzati…tutti!… Anche quelli che hanno fatto scelte radicali; il pensiero corre ai mille attaccamenti, alle mille sicurezze che ciascuno si è edificate; la domanda allora è forte: Chi mai potrà salvarsi?

La risposta di Gesù è certo consolante, ma non deresponsabilizzante: E’ impossibile presso gli uomini ma non presso Dio. Perché nulla è impossibile presso Dio… Il testo greco dice “parà theô” e “parà” significa accanto, “vicino”; insomma si tratta di dove si vuole condurre la propria vita, vicino a chi: se la voglio vivere accanto alle mie “ricchezze” e “sicurezze” è un conto; se la voglio vivere accanto al Dio che è il Padre di Gesù Cristo, le cose cambiano, e tutto diviene possibile perchè «Tutto posso in colui che mi dà forza» (cfr Fil 4, 13).

La domanda di Pietro («Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, cosa avremo in cambio?») può sembrare presuntuosa ma, in realtà, è una domanda umanissima a cui però, come sempre, Gesù corregge il tiro: non si tratta di ricevere una ricompensa per qualcosa che si è lasciato, ma si tratta di accogliere una fecondità piena della sequela; il centuplo che Gesù promette non è tanto una ricompensa, un ricevere indietro quel che si è dato con abbondanti interessi…no! E’, invece, un constatare che ogni dono è fecondo e moltiplica l’Evangelo, e moltiplica la fraternità, la paternità, la maternità, la gioia. Pietro e gli altri lo constateranno: prima pescavano pesci in un lago, poi pescheranno uomini dall’oceano del mondo; prima avevano solo dei fratelli secondo la carne (non è un caso che i primi chiamati sono due coppie di fratelli!) ma l’Evangelo moltiplicherà quella fraternità, e più sarà moltiplicata e più la gioia ed il senso cresceranno; certo, assieme cresceranno anche le fatiche e anche le incomprensioni e perfino le persecuzioni. Gesù non dissimula il male, mai.

Seguirlo non è una gloriosa ascesa, è lotta gioiosa ma piena di inciampi che provengono da dentro di noi e da fuori; quelli di fuori sono le persecuzioni che si scatenano dinanzi all’alterità degli uomini dell’Evangelo, dinanzi a chi contraddice il mondo che vuole ricchezze e le mette in cima al “desiderabile” e che per esse è disposto a tutto.

Il discepolo povero e disarmato è osteggiato perché mostra disprezzo per ciò che il mondo sommamente apprezza e persegue, è osteggiato e perseguitato perché partecipa alla via del suo Signore osteggiato e perseguitato dal mondo ingiusto.

Per il giovane ricco la fecondità della sequela ha questo prezzo troppo alto, e per non pagarlo preferisce “affogare” nella tristezza!
Seguire Gesù è costoso, ma è via di gioia e di libertà! Sì, libertà!
Chi è più libero di chi liberamente dona, di chi sceglie di essere lì dove Gesù lo chiama?

Il Regno è fecondo e rende fecondi…ma non come il mondo pensa…
E noi come pensiamo?
A Pietro Gesù, un po’ prima, aveva detto: «Tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini!» (cfr Mc 8, 33).

La sequela è questione di pensare secondo Dio!




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