XXII Domenica del Tempo Ordinario – A ciascuno la propria Croce



…QUESTA E’ LA SEQUELA DI GESU’!

 

Ger 20, 7-9; Sal 62; Rm 12, 1-2; Mt 16, 21-27

Il Cristo giallo, di Paul Gauguin

Il Cristo giallo, di Paul Gauguin


Pietro ha “confessato” chi è Gesù… è il Messia! E’, dunque, il Figlio di Davide, il re d’Israele.
Ma che significava  tutto questo nel cuore di Pietro? Credo sia necessario capire una cosa: Pietro può arrivare a dire che Gesù è il Messia, ma non può andare oltre. Solo Gesù può dire cosa significa che Lui è il Messia.

La grande fatica che Gesù ha dovuto fare è stata quella di capire la sua identità messianica ma anche quella di reinterpretarla nell’oggi di quella storia, di quell’ora in cui veniva a visitare il suo popolo: il trono di Davide non esisteva più, il Regno di Davide era finito in pratica fin dal 587! Che significato può avere dunque per Gesù essere il Messia?

Gesù comprende, non senza sgomento, che la sua identità messianica si sposa con l’identità profetica, che la sua realtà di Messia coincide con quella di un Rabbi, di un Profeta. Gesù parla dunque di un patire “necessario”…si badi non un patire generico, ma un patire che è morte ignominiosa (“da parte degli anziani”, cioè è riprovazione ufficiale!) e violenta (“sarà ucciso”), una morte inflitta in giovane età.
Se è vero che Davide ha patito, e anche molto e anche da re, è tuttavia anche vero che non ha patito nel modo di cui sta dicendo Gesù; i re, insomma, non hanno prefigurato nulla di quanto Gesù sta dicendo. La morte violenta e ignominiosa l’hanno subita così i profeti.

Nella prima lettura di questa domenica abbiamo letto quello straordinario passo di Geremia in cui il profeta narra del suo dolore, della seduzione che ha sentito da parte di Dio e del dolore che ne è derivato, “obbrobrio e scherno ogni giorno”.
Gesù certamente ha dinanzi agli occhi questa esperienza di Geremia, ma è provocato soprattutto da quella figura misteriosa del Servo di Adonai, cantato dal Secondo Isaia nei suoi celebri carmi… Qui è l’originalità unica dell’interpretazione che Gesù fa del suo messianismo: un’interpretazione estranea ad Israele, e dunque estranea anche ai discepoli ed in questo caso specifico a Pietro.
Questi l’aveva chiamato Messia ma non ha capito cosa davvero diceva: certamente ha detto la verità, s’è lasciato guidare dal Padre, si è “guadagnata” per questo una beatitudine dalle labbra di Gesù (cfr Mt 16, 17)… ma ora? Beato per la sua attitudine di quell’ora di farsi piccolo poiché “ai piccoli il Padre rivela i suoi misteri” (cfr Mt 11,25), ora è già “diventato grande”: è sicuro di sé, ed ha smesso di pensare secondo Dio! Pietro ora è rientrato nelle logiche di calcolo degli uomini, è rientrato nella “carne e nel sangue”, ed è diventato persino arrogante: forse quella beatitudine l’ha reso vanaglorioso, tanto che osa passare avanti a Gesù rimproverandolo. Tratta Gesù come un bambino che non ha capito bene, cerca di spiegare a Gesù come vadano davvero le cose; e si “guadagna” un bel “Satana”, con le stesse parole con cui Gesù aveva respinto il diavolo nel deserto (“Yupaghe Satana”, qui con la sola aggiunta di “dietro a me”).

La differenza tra il Pietro della beatitudine e quello addirittura chiamato Satana sta nel fatto che il primo si fida di Dio ed il secondo si fida di sè. La beatitudine non è annullata, è invece fondata: si è beati se si lascia il primato a Dio ed alle sue vie, e se si rigettano le proprie vie, i propri pensieri e le proprie comprensioni. Se non si fa così, si costruisce su “carne e sangue” e non su Dio e i suoi progetti.

La seconda parte dell’Evangelo di questa domenica è in parallelo con la prima: bisogna capirlo bene perché è molto importante per noi: la storia messianica di Gesù non può non riflettersi sulla storia di coloro che vogliono seguire Gesù.
Pietro, in fondo, rifiutando la Passione di Gesù, il Messia sofferente, sta rifiutando la propria passione, sta rifiutando il discepolo sofferente. Pietro non si preoccupa tanto di Gesù, si preoccupa di sè: rifiuta di seguire un Messia che, in verità, aveva già detto una parola che ora prende tutte le sue fosche tinte: “un discepolo non è di più del suo maestro” (cfr Mt 10, 24).

Segue uno dei detti più fortemente autentici di Gesù, uno di quelli nei quali possiamo sentire proprio l’accento delle sue parole; è un mashal, un proverbio, volutamente urtante e paradossale: Chi vuol salvare la propria vita la perderà, e invece chi perde la sua vita per causa mia la troverà“.
Il tutto dopo l’invito a seguirlo, prendendo la propria croce: la propria croce è la propria sequela di Lui, è il modo di ciascun discepolo di far morire quell’uomo vecchio che pensa secondo l’uomo e non secondo Dio.
La sequela di Gesù è possibile solo a chi è disposto alla morte dell’uomo vecchio e a chi è disposto a smettere di pensare a sé, a dire no a se stesso….cosa significa rinnegare se non “dire no”?
La sequela è possibile solo a chi è disposto a smettere di avere in cima ai propri pensieri, il salvare se stesso. A Gesù lo diranno fino alla fine: sulla croce dovrà ancora sentire voci “sataniche” che gli grideranno “Salva te stesso!” (cfr Mt 27, 40). Chi salva se stesso, però, perde la vita, perché perde il senso della vita che è nell’amore, e chi salva la sua vita non salva gli altri.

Gesù qui dichiara che i suoi  discepoli non possono non essere che con Lui…chi non entra in questa sua via non è suo discepolo: nessuno si illuda!

Il testo di oggi si chiude con un fugace quanto forte accenno al giudizio finale, in cui il Figlio dell’uomo sarà protagonista: il Figlio dell’uomo renderà a ciascuno secondo il suo agire”. Qui si deve fare bene attenzione, perché non si sta parlando di opere, e di opere buone su cui si verrà giudicati ma si sta parlando di un agire preciso: la sequela di Gesù. Si sarà giudicati, insomma, sulla verità della sequela di Gesù, sulla verità del prendere la propria croce e di dire “no” a se stesso, sulla verità d’essere disposti a perdere la vita.
Si sarà giudicati sul proprio rapporto con Gesù!

Il giudizio, la parola definitiva di senso sulla nostra vita, sarà pronunciato sulla sequela o meno di questo Messia sofferente; sulla scelta o meno di accogliere il rischio mortale di essere discepoli di questo Messia, perdente per il mondo!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

XXVII Domenica del Tempo Ordinario – Il giusto vivrà per la sua fede

L’IMPOSSIBILE E’ RESO POSSIBILE 

  –  Ab 1, 2-3; 3 ,2-4; Sal 94; 2 Tm 1, 6-8.13-14; Lc 17, 5-10  – 

 

Chicco di senape

Se aveste fede

Le esigenze dell’Evangelo sono davvero grandi! Gesù, nelle pagine precedenti dell’Evangelo di Luca, ha detto che, per essere uomini del Regno, bisogna smetterla di fidarsi del danaro, delle potenze mondane, del “buon senso” rassicurante; bisogna smetterla di fidarsi di sè! Come fare? Come contraddirsi a tal punto da consegnarsi ad un Altro, al altre mani?

Ecco che gli apostoli (si badi che Luca parla di apostoli, i più intimi di Gesù! Luca distingue sempre tra discepoli ed apostoli!) vengono fuori con un grido: Aumenta la nostra fede! Hanno capito una cosa essenziale: tutto è questione di fede. Il problema è capire cosa sia questa fede che deve aumentare. In primo luogo è qualcosa che il Signore solo può dare, e quindi far crescere…non è qualcosa che ci si dà da sè; non è frutto di sforzi intellettuali, di ragionamenti e di dibattiti…non è neanche un’emozione, a volte effimera e passeggera, direi “sensuale”…la fede non è neanche una serie di dottrine ben organizzate che si accettano per via volontaristica, e nemmeno un vago sentimento “religioso”, per cui si “sente” di essere dipendenti da Qualcuno di superiore, o – per altri – da “Qualcosa”!

La fede è dono perchè è incontro d’amore, tra un Dio che si apre e si rivela e la nostra libertà che si apre e si fa colmare; è incontro con Qualcuno di cui ci si può fidare, e a cui affidare tutto qullo che si è.

Nell’Evangelo di Luca quante volte Gesù ha parlato della fede! Di continuo…E’ come un ritornello: “la tua fede ti ha salvato!” In pratica Gesù dichiara di poter agire solo in presenza della fede. E’ chiaro che non è la fede dell’uomo che salva, ma è la potenza di Dio! La fede, però, è la “porta” spalancata affinchè la potenza di Dio irrompa e cambi le vite, le vicende, i cuori.

Nella prima lettura di questa domenica abbiamo ascoltato la parola più celebre del Libro del profeta Abacuc: Il giusto vivrà per la sua fede; una parola che Paolo citerà come fulcro di tutta la Legge, di tutta l’Alleanza (cfr Rm 1,17).

Attraverso la fede si giunge alla vita, si giunge ad una vita che si può vivere con tutte le sue potenzialità. Paradossalmente, questo può accadere solo se si riconosce la propria “impotenza”! Chi fa questo, dice “Amen” alla potenza di Dio e la lascia agire fino a rendere possibile ciò che a noi era assolutamente impossibile; ecco perchè Gesù fa l’esempio del gelso, che è un albero con radici tanto ramificate e profonde che nessuna tempesta riesce a sradicarlo! Gesù dice che una piccola fede può fare due cose, l’una più impossibile dell’altra: sradicare il gelso e addirittura trapiantarlo nel mare! L’impossibile è reso possibile solo dal rifiuto di contare su di sè per contare unicamente su Dio! E’ semplice, ma grande! La fede crea in noi quello spazio, sgombro da noi (e da altri idoli cui diciamo degli stolti Amen), e pronto per l’opera di Dio in noi!

Capiamo subito che  questa è una cosa smisurata: un uomo così è davvero un uomo nuovo e libero da sè, un uomo incamminato per vie di profonda alterità! Capiamo subito, dunque, che questo non è un qualcosa che possiamo costruire da noi: la fede è un dono! Anzi è il vero dono di Dio! Un dono che riceviamo quando siamo disposti a spalancare la nostra libertà, che tante volte presume di essere autosufficiente, a quell’Altro che trova infinite strade per sedurre il nostro cuore e per rivelarsi a noi come via di verità e di umanità. La fede va solo chiesta. Gli apostoli, spesso presentati dagli Evangeli così pasticcioni, tardi e disorientati, qui hanno capito davvero, invece, quale dinamica ha quella fede per la quale Gesù può portare la salvezza agli uomini!

La parabola che segue pare sganciata da tutto questo discorso. Non è così! Non è così perchè la parabola non vuole presentarci l’agire di Dio, un’immagine di Dio, ma vuole dirci come deve essere il nostro atteggiamento verso Dio: senza calcoli, senza “contratti di prestazione” … una relazione allora di vero affidamento. La fede di cui Gesù ha appena parlato è quindi quella del “servo inutile”… quante stupidaggini sono state dette su questo termine “inutile”!… Gesù non vuol dire che noi siamo inutili, nel senso che le cose che facciamo non servono o che sono indifferenti alla storia ed alla venuta del Regno! Non è così! I santi sono stati utili, e come! “Inutili” (in greco “achreĩoi” cioè “senza utile”) qui significa semplicemente che “non devono pretendere un utile”: un servo, dunque, che vive il suo servizio semplicemente per la gioia di servire e di amare; un servo che non sta lì ad accampare pretese, e a volere che la sua fede diventi una sorta di “assicurazione” sulla vita, sui beni, sugli affetti, sui progetti, sul quotidiano! Un servo inutile è uno che si è totalmente affidato al suo Signore, perchè dolce è affidarsi, perchè non ci sono altre mani cui ci si può consegnare con tanta libertà … un servo inutile è uno che, finalmente, ha cessato di dire “Amen” a se stesso, alla mondanità, agli idoli, per dire “Amen” solo a Dio! Un servo inutile è il credente che si consegna a Dio e che, pian piano, scopre, con meraviglia, che quella consegna rende, nella sua vita, possibile l’impossibile! Il gelso può essere sradicato e trapiantato in mare!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

VIII Domenica del Tempo Ordinario – Cercare il Regno

 SENZA AFFANNO

 Is 49, 14-15; Sal 61; 1Cor 4, 1-5; Mt 6, 24-34

 

Come sempre l’Evangelo è radicale, non ammette mezze misure, non tollera compromessi e mediocrità; chiede invece uno sguardo limpido e puntato verso Dio ed i suoi lidi, verso Dio e quindi verso l’uomo nuovo che Gesù narra con tutto se stesso e che, nell’Evangelo di Matteo, sta delineando nel Discorso sul monte.

Nel passo di oggi Gesù pone serenamente, ma senza possibili scappatoie, una duplice via: essere servi di Dio o servi del mondo; servi del Regno di Dio e nel Regno di Dio o servi del danaro che regge tutti i regni mondani e tutti i poteri mondani. Nelle logiche mondane vivere l’Evangelo e le sue esigenze è impossibile; l’Evangelo è rovina di chi vuole governare il mondo con il danaro ed il potere, con gli equilibrismi ed i compromessi; è così! Il mondo o è sconfitto dall’Evangelo e da chi è disposto a pagare un prezzo per l’Evangelo o sconfigge l’Evangelo lusingando i credenti e ingannandoli col far credere loro che l’Evangelo stesso è una chimera, un “bel sogno” ma irrealizzabile.

Dall’altro versante però bisogna purtroppo dire, e dirselo con forza,  che anche tra coloro che parlano di Regno di Dio e in quel seme del Regno che è la Chiesa, l’ingresso delle logiche mondane è altrettanto mortifero … se con l’Evangelo non si può avere successo nel mondo, con il mondo, con le sue vie, non si può avere “successo” nel Regno e per il Regno! Chi pretende di usare le “strategie” mondane per far crescere il Regno si apre all’operazione più mortifera che ci sia: impedire a Dio di agire, di salvare, di reggere. Già i Profeti l’avevano gridato innanzi ai re di Israele e di Giuda: non si regge il popolo santo di Dio con le alleanze con i vari “Egitti” o “Assirie” (cfr Is 30, 1-7) … si guida il popolo di Dio solo con l’Alleanza con il Dio Vivente; se vogliamo altre regole e alleanze oltre l’Evangelo, perché questo non ci basta, stiamo già tradendo l’Evangelo e ci stiamo inchinando ad un altro signore (così scrive Matteo: “kyrios”!). Ma uno solo è il Signore! (cfr 1Cor 8,5-6) Chi si inchina ad altri signori prima o poi diventa come loro (così il Salmo 115!) e questa è una tremenda verità verificabile ogni giorno tra noi credenti: si diventa subito come loro, con gli stessi sguardi, le stesse mani rapaci, le stesse bocche sigillate alla verità, lo stesso immobilismo che teme ogni ulteriore. Non è forse questo il male che appesta le nostre vite ecclesiali? E di questo siamo tutti responsabili: basta chinare il capo ai signori del mondo.

Chi invece si china al Signore diventa come Lui! E’ straordinario ed è l’esperienza della santità che Gesù ci spalanca. Si è santi come Dio è santo non facendo mille cose ma inchinandosi a Lui, fidandosi di Lui.

Qui il nostro passo di Matteo si versa in quelle parole dolci e forti dell’invito a guardare gli uccelli del cielo e i gigli del campo

Di fronte alle cose Gesù ci mette in guardia dall’affannarci (il verbo “merimnào” significa “darsi pensiero”, “preoccuparsi animosamente”, “affannarsi”), dall’affannarci spasmodicamente puntando solo al domani e perdendosi il presente! Così le cose assumono il volto di un “signore” che possiede il nostro tempo: l’oggi perché ci impedisce di viverlo e il domani perché ce lo fa apparire come un incubo che dà affanno. Chi si getta in questo affanno toglie a Dio la sua signoria e depone la fiducia in Lui.

Si badi che le cose che Gesù cita non sono cose accessorie o voluttuarie, ma sono cibo e vestito: le due cose che gli animali hanno naturalmente ma che l’uomo deve procurarsi. Questo significa che Gesù non esclude la necessità di queste cose, né il lavoro per procacciarsele (d’altro canto il lavorare la terra è già compito dell’Adam nel giardino dell’ in-principio; cfr Gen 2,6.15), quello che Gesù esclude è l’affanno per queste cose e il trasformare il mezzo in fine. Il lavoro è mezzo per la custodia del creato, è mezzo per la realizzazione dell’uomo, se diventa fine diviene idolo che immediatamente assimila a sé l’uomo, lo trasforma in un servo cieco, in una “macchina da lavoro”, in un “produttore”, in un “accumulatore”… E’ quanto tragicamente vediamo oggi di continuo, è quanto oggi “disumanizza” la nostra società in cui o il lavoro manca o diviene, il più delle volte, catena che schiavizza e rende l’uomo non più uomo.

Credo che questa pagina dell’Evangelo di oggi ci spinga, come cristiani, a lottare per  l’umanizzazione dell’uomo, a dire dei “no” netti a ciò che fa dell’uomo uno schiavo. Questa disumanizzazione può avvenire a vari livelli: ci sono uomini che sono resi schiavi da chi si proclama signore e pretende dai suoi simili un lavoro disumanizzante che priva l’uomo della “vita umana” facendolo macchina da produzione e da profitto; ci sono poi uomini che credono di essere liberi e addirittura signori perché si sono dati anima e corpo al lavoro per produrre con affanno per sé, per accumulare per una ipotetica sicurezza o più semplicemente per il piacere del possesso.

Sono due situazioni tragiche ma la seconda è peggiore della prima perché chi la vive non sa di essere diventato come loro  che hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno naso ma non odorano, hanno mani e non palpano, hanno piedi e non camminano … non sanno di essersi “cosificati” come gli idoli che servono, non sanno che se non parlano, non vedono, non odono, non odorano, non palpano e non camminano sono come morti.

I primi sono quelli che invece possono e devono lottare per una vera umanizzazione del loro vivere quotidiano, del loro lavoro. Questo è un compito che i cristiani condividono con tutti gli uomini che sono appassionati di umanità. Noi cristiani abbiamo in più la forza dell’Evangelo che ci spinge, la consapevolezza della possibilità straordinaria che in Cristo ci è donata, quella dell’uomo nuovo; noi cristiani abbiamo questa parola di Gesù forte e sicura: Non affannatevi … Dio farà per voi molto più di ciò che fa per gli uccelli del cielo e per i gigli del campo … Noi abbiamo nel cuore quella parola che conclude questa pagina odierna: Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose (quelle per cui gli altri si affannano) vi saranno date in sovrappiù … Non affannatevi per il domani … ad ogni giorno basta la sua pena.

Queste parole, se siamo capaci di accoglierle, ci pongono nelle mani di un Dio che provvede e custodisce con amore di madre, come ha scritto Isaia nel passo che abbiamo ascoltato come prima lettura; queste parole ci pongono in un sano realismo ben piantati nel quotidiano senza fughe sterili verso un futuro che affanna e ci pongono liberi in un presente da vivere nelle mani di Dio.

Il credente è così un uomo vero che custodisce l’oggi con il suo “sì” al creato ma abitando una piena fiducia in Dio.