XVIII Domenica del Tempo Ordinario (B) – Fame di vita

 

…E DI VITA ETERNA

 

Es 16, 2-4.12-15; Sal 77; Ef 4, 17.20-24; Gv 6, 24-35

 

 

Che cerchiamo? E’ una domanda che attraversa tutto il Quarto Evangelo, dal capitolo primo, quando Gesù chiede ai due che lo seguono “Che cercate?” (cfr Gv 1, 38) fino al capitolo ventesimo, quando il Risorto chiede a Maria di Magdala “Chi cerchi?” (cfr Gv 20, 15). Qui, al capitolo sesto, ugualmente si pone questo problema: “Voi mi cercate non perché avete contemplato i segni, ma perché avete mangiato quei pani e vi siete saziati!”.
Dal cosa o chi si cerca, al perché cercare Gesù.
Una ricerca che qui è sviata da una motivazione gretta e cieca; una ricerca che è inficiata dalle incapacità a leggere il segno dei pani! Più avanti si vedrà che la folla non ha colto il segno, tanto che chiede a Gesù un’opera, un segno, come se non avesse già ricevuto proprio un’attualizzazione del segno della manna!

Il problema è cercare per poi credere, per poi andare a Lui! Cercare Gesù perché Lui è il termine della vera fede, e Lui è il Pane della vita che compie l’antico segno della manna!
Se non si cerca Gesù per fidarsi pienamente di Lui non si può passare dalla morte alla vita.

In questo dialogo del Quarto Evangelo si vede come Gesù e la folla parlino su due livelli diversi: Gesù parla di un livello rivelativo, di rinnovo totale dell’uomo e del suo profondo; la folla resta ad un primo livello, in cui quello che conta è ricevere solo risposte ai bisogni materiali, concretissimi; Gesù in questa visione della folla è solo un mezzo per avere quel che serve.

Gesù, invece, vuole portare la folla al livello di una fede radicale, che sia passaggio dalle opere da fare all’unica opera che conta e che riguarda l’essere: credere, fidarsi, aderire a Gesù Inviato di Dio; Gesù parla loro di un pane che discende dal cielo e che dà la vita al mondo, e le folle chiedono un pane materiale che risponda solo ai loro bisogni. Di fronte però a questa chiusura, di fronte a questa radicale incomprensione del suo discorso, Gesù non si ferma, e pronunzia la sua auto-rivelazione: “Io sono il pane della vita, chi viene a me non avrà più fame, chi crede in me non avrà più sete”.
Il Quarto Evangelo vuole qui affermare con chiarezza che Gesù è la risposta alle nostre “fami” più profonde, più radicali. La nostra sete di senso e di vita è appagabile solo se si va da Gesù: chi va a Lui non ha più fame…chi aderisce a Lui, non ha più sete!

Bisogna però stare attenti a non fare di questo discorso un testo disincarnato e disincarnante…non è che Gesù disprezzi o mostri atteggiamento di sufficienza dinanzi alla fame degli affamati o alla sete degli assetati. Lo dicevamo già domenica scorsa: il discepolo di Cristo, che trova risposta alla sua fame profonda e alla sua sete di senso in Gesù, è colui che poi deve imparare a dare risposte di condivisione al grido degli affamati, dei sofferenti; come il ragazzetto del segno dei pani è chiamato a condividere il poco che ha, il poco che è perché, fecondato da Cristo, divenga risposta alla fame dei poveri.

Ma se questo è vero, e bisognava dirlo, è pur vero che l’Evangelo di Giovanni è su altro registro, segue il registro rivelativo: qui c’è Gesù che, rivelando se stesso, rivela in Lui il compimento delle attese e delle promesse della Prima Alleanza. Qui Gesù narra Dio come Colui che è capace di dare un cibo che non perisce e che dona vita eterna!

Questa vita eterna, si badi, in linguaggio giovanneo, non è la vita ultraterrena, quella del “post mortem”: la vita eterna è la vita di Dio vissuta nella carne degli uomini, vissuta qui nella storia degli uomini; la vita eterna è l’agire di Dio che diviene agire dell’uomo; la vita eterna è il pensiero di Dio che sostituisce il pensiero dell’uomo vecchio; la vita eterna è assumere il comportamento, la vita di Gesù, quella vita che ha narrato Dio voltando le spalle a se stesso, che ha narrato Dio con un amore costoso, che ha scelto di darsi, e di perdersi per gli altri…

Cibarsi di Gesù immette nelle vene del credente la vita stessa di Dio, rende capaci di amare con il suo amore, di agire con le sue azioni, di parlare con le sue parole.
Quando questo accade, la vita eterna è venuta nella storia; quando questo accade nella vita di un credente, lì splende la vita eterna! Senza tema di sbagliare, possiamo dire che, nel linguaggio di Giovanni, “vita eterna corrisponda a “Regno di Dio” negli Evangeli sinottici.
La vita eterna, allora è quella che racconta Dio alla storia, e lo racconta nella vita concretissima e quotidiana del discepolo che è tale perché ha assunto la vita stessa di Gesù.

La vita eterna è ancora, con il linguaggio dell’autore della Lettera ai cristiani di Efeso che abbiamo ascoltato nella seconda lettura di oggi, quell’essere rivestiti di Cristo; vita eterna è quel mostrare Cristo in ogni gesto, parola, azione e pensiero: la vita eterna è dunque l’uomo nuovo creato secondo Dio!

Sedere alla mensa del Pane di vita è lasciar plasmare in noi, di Eucaristia in Eucaristia, questo uomo nuovo che splende di vita eterna, che splende della vita di Dio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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III Domenica di Quaresima – La brocca abbandonata

PLACARE LA NOSTRA SETE ALLA FONTE DELLA VITA

     Es 17,3-7; Sal 94; Rm 5,1-2,5-8; Gv 4, 5-42  

La Samaritana al pozzo

La Samaritana al pozzo (dal film Gesù di Nazareth)

Per tre domeniche ci distaccheremo dall’Evangelo di Matteo e ci faremo prendere per mano dall’Evangelo di Giovanni che, in questo Ciclo Liturgico A – il più antico per il tempo di Quaresima – ci fa percorrere un itinerario battesimale per condurci, nella Santa Notte di Pasqua, a rinnovare con vero e potente slancio la nostra identità di battezzati, e i nostri impegni battesimali.

Il dialogo tra Gesù e la donna samaritana è stupendo e complesso: ci narra il faticoso cammino di questa donna che incontrato Gesù, che stranamente le si è rivolto, ne riconosce in crescendo l’identità; questo dialogo ci consegna così delle parole chiave per il nostro faticoso cammino, per riaffermare quella signoria di Cristo che sola può appagare ogni nostra sete di vita e di senso.

La donna parte dal fare una domanda: Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe che ci diede questo pozzo? … è una domanda che forse ha pure un sapore ironico ma che, in qualche modo, smuove le sue certezze…per caso quell’uomo stanco è qualcosa di più di quello che appare? Dopo questa domanda, la donna affermerà che Gesù è un profeta e alla fine ascolterà, dalla bocca stessa di Gesù, che Lui è il Messia atteso … e questo annunzio andrà a portare ai suoi concittadini.

Il dialogo al pozzo risulta subito molto intrigante: per caso quel giudeo le rivolge la parola per corteggiarla? Per la Scrittura il pozzo è luogo di incontro amoroso: è lì che nacque l’amore di Giacobbe per la bella Rachele (cfr Gen 29,9 ss); al pozzo Mosè aveva incontrato le sette sorelle tra cui avrebbe scelto Zippora come sua sposa (cfr Es 2, 10-22) … Ed è proprio un “corteggiamento” quello che sta avvenendo al pozzo di Sicar, ma non nel senso che la donna poteva immaginare nelle sue categorie: quell’uomo sta cercando il suo cuore, il profondo cioè del suo essere; e lì porrà la sua parola, la rivelazione del suo vero volto. Quell’uomo non si presenta a lei affascinante e lusinghiero come Giacobbe, ma neanche forte come Mosè, che al pozzo difese Zippora e le sue sorelle dalla prepotenza degli altri mandriani… no! Quest’uomo si presenta a lei come mendicante, stanco e assetato; si presenta a lei con una debolezza che appare subito paradossale: ha sete ma ha un dono da dare; un dono che può cambiare per sempre il corso della vita di quella donna. Potrebbe non dover andare più al pozzo … le è balenata questa possibilità; l’acqua di cui quello strano giudeo le parla, zampillerà in lei come sorgente di vita eterna … non dovrà più fare la fatica di attingere ogni giorno acqua incapace di dissetare in modo definitivo.

Qui il Quarto Evangelo ci suggerisce di riflettere sulle nostre seti! Di cosa abbiamo sete? Come appaghiamo le nostre seti? Una cosa è certa: noi siamo creature assetate; assetate di vita, assetate di senso, assetate di qualcosa che possa placare le nostre inquietudini. Il problema è che spesso si va, con fatica e senza appagare le seti brucianti che si hanno, ad attingere acqua che non può dare risposte. La donna di Samaria di questo passo di Giovanni è una che ha cercato di placare la sua sete di vita e di senso con molti uomini … li ha chiamati “mariti”, ma sono stati per lei solo dei “signori” opprimenti. Ora c’è qui un uomo che, mentre le chiede da bere, pronunzia su di lei una parola che suona come un sospiro: Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti chiede da bere … tu stessa avresti chiesto a lui da bere … e l’evangelista qui pone tutto l’accento su quella dimensione tanto importante per la vita cristiana che è la conoscenza: se non si conosce il dono, e Colui da cui il dono è offerto, non si può entrare in quella vita nuova che appaga tutte le nostre seti. Conoscere è incontrare; conoscere è lasciarsi toccare nel profondo; conoscere è sperimentare la potenza dolcissima di Gesù che ci viene a cercare, e che si siede sui bordi dei nostri poveri pozzi…

E’ necessario lasciarsi incontrare da Lui, è necessario riconoscere la sua visita, è necessario lasciarsi “smontare” da Lui che smaschera le seti falsamente appagate, e sche smarchera le nostre schiavitù.

Quella brocca abbandonata dalla Samaritana lì al pozzo è molto significativa: ora che la donna ha incontrato Colui che è il Cristo, Colui che può dire l’“Io sono”, il nome del Dio che si fa compagno di strada dell’uomo, ella non ha più bisogno di attingere con quella brocca a degli “altrove” miseri ed imprigionanti; non ha più bisogno di attingere acqua “altrove”! Ora conosce il dono, e lo può ricevere…ora quel dono si fa in lei fonte perenne di vita e di senso!

Questa domenica la Quaresima ci fa una domanda sulle nostre “brocche”: le abbiamo lasciate? O le teniamo sempre a portata di mano per usarle ancora per attingere vita dove vita non c’è, per attingere senso dove senso non c’è?

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXXI Domenica del Tempo Ordinario – La gioia del convertito

CERCATI E TROVATI DALL’AMORE DI DIO 

  –  Sap 11, 22-12, 2; Sal 144; 2Ts 1, 11-2,2; Lc 19, 1-10  –

 

Zaccheo, Miniatura di Cristoforo De Pretis (1476)

Zaccheo, Miniatura di Cristoforo De Pretis (1476)

Il pubblicano della parabola della scorsa settimana era un’invenzione letteraria, un personaggio uscito dalla fantasia di Gesù per parlarci della via di salvezza che si può aprire alla venuta di Dio, se ci si presenta a Lui con le proprie povertà, con i propri peccati … Ora “quel pubblicano” è in carne ed ossa, è una figura reale … ha un nome, Zaccheo ed ha una “patria”, Gerico … ne abbiamo perfino – cosa rarissima negli evangeli – una descrizione fisica: era piccolo di statura … Il suo nome è una forma grecizzata di un nome ebraico che significa “Dio si è ricordato”, e la vicenda che Luca racconta è proprio una vicenda in cui si vede come Dio si ricorda di questo piccolo uomo, grande peccatore che però cerca qualcosa di più rispetto alla sua vita di ricco e di potente: perchè, infatti, dovrebbe salire su di un sicomoro uno soddisfatto di sè e basta? … perchè dovrebbe esporsi anche alla derisione di una città che già lo disprezza mentre trema di lui? … Zaccheo ha sete di qualcosa che forse neanche sa … non sa di cosa, ma ha sete! Come sarebbe difficile per Dio fare breccia nel cuore di uno che non ha sete; ma Zaccheo è assetato, e questo gli permetterà di spalancare la sua vita all’opera di quel Dio che, da sempre, si ricordava di lui e lo cercava.

Il passo del Libro della Sapienza che apre la Liturgia della Parola di questa domenica, ci offre un quadro limpido e caldo di quell’amore di Dio che tutto custodisce e tutto difende dal nulla, perchè tutto ama; una pagina che davvero dona grande consolazione, mostrandoci un volto di Dio tanto distante da quei volti “religiosi” e perversi che l’uomo gli ha attribuito.

E’ proprio questo Dio, innamorato della sua creatura, che Zaccheo incontra sulle vie della sua città, sulle vie di quel suo quotidiano fatto di peccato, di noncuranza degli altri, ma anche di sete di ulteriore.

Luca, con questo racconto di Zaccheo, ci mostra poi come sia vera una frase che risuona fin dal principio del suo Evangelo: “Nulla è impossibile a Dio!” (cfr Lc 1, 37). Poche pagine prima di questo racconto, Gesù aveva incontrato un altro ricco a cui aveva fatto una proposta di sequela radicale, e quell’uomo era restato triste e incapace di un perchè era ricco; Gesù aveva osservato che difficilmente un ricco entra nel Regno, ma aveva anche aggiunto che “nulla è impossibile a Dio”; ed ecco che in Zaccheo si dimostra che anche un ricco può diventare discepolo e testimone del Regno.

Zaccheo incontra Gesù, che pure aveva cercato (certo, forse solo per vederlo spinto da quella sua sete indefinita), e Gesù con lui è di una delicatezza incredibile: “Scendi subito perchè oggi devo fermarmi a casa tua”! Badate che Gesù non dice: “Scendi subito perchè devo convertirti”! Gesù gli chiede di accoglierlo come suo ospite, si mette nella condizione non di uno che deve dare, ma di uno che chiede perchè bisognoso. E’ vero: Gesù è bisognoso di accoglienza per poter donare, per poter riempire le vite di novità e di gioia.

Gesù nulla dice a Zaccheo della sua vita di peccato, gli chiede solo una porta aperta, ma Zaccheo comprende che quella porta aperta si spalancherà non solo sulla sua casa per accogliere quell’Ospite benevolo e discreto che non lo ha nè giudicato nè disprezzato, ma si spalanca anche su una vita nuova; i principi che hanno guidato la sua esistenza fino a quel giorno sono capovolti. Infatti, il danaro, attorno a cui tutta la sua vita aveva ruotato (era esattore per Roma e ladro per sè e per il suo lusso!), ora viene decentrato e diviene “segno” di quella vita nuova; è incredibile ma proprio quel danaro diventa segno di novità, perchè restituito e donato; diventa segno della concretezza di quella vita nuova. Non si tratta di belle parole e di bei propositi … implica la “tasca”! Diciamocelo: troppi credenti corrono sulle vie delle parole belle ed alate, ma poi si fermano e si voltano indietro dinanzi alla “tasca”: tutto va bene con l’Evangelo e con Dio, ma finchè non si tocchino le sicurezze, il danaro, i possessi … quella è l’ora in cui si dice: “va bene, ma non bisogna esagerare; poi si diventa integristi, fanatici…”. Per Zaccheo non è così: è immediata nel suo cuore la relazione stretta tra conversione e “tasca”!

Nell’Evangelo di Luca la conversione ha necessariamente delle dimensioni che puntualmente  ritroviamo qui: l’urgenza, la rinuncia e la gioia!

L’urgenza è detta fortemente in questo racconto. Gesù infatti dice: “Zaccheo, scendi subito, perchè oggi devo fermarmi a casa tua” e il racconto prosegue dicendo che “Zaccheo in fretta scese e lo accolse con gioia”! “Subito”,  “oggi”, “in fretta” … tutto dice di una impellenza, perchè l’opera di Dio bussa a quella vita e non tollera rimandi … ogni ora perduta è ora sottratta al Regno!

La rinuncia è racchiusa in quel dare ciò che per lui poco prima era essenziale, e forse scopo di vita; con questo dare Zaccheo non solo fa giustizia perchè restituisce, ma fa anche dono in modo gratuito e “non dovuto”: dà la metà dei suoi beni ai poveri, ed in più quello che ha frodato lo restituisce con ampio risarcimento (quattro volte ciò che ho frodato) …

Tutto questo è vissuto in un vero clima di gioia! Se al capitolo qundicesimo Luca aveva insistito sulla gioia di Dio dinanzi al peccatore convertito, qui Luca ci mostra la gioia del convertito! Zaccheo, proprio come l’amministratore disonesto della parabola, “si fa amici con la ricchezza disonesta” (cfr Lc 16, 1-8), e permette addirittura a quella ricchezza disonesta di raccontare un Evangelo, un mutamento di campo nella vita di chi accoglie Gesù.

Questa pagina è un racconto “sorridente” in cui due sorrisi si incontrano: quello di Dio sul volto di Gesù, e quello del peccatore perdonato che scende gioioso da quello strano sicomoro! Una sola ombra in questo racconto: quel mormorare degli immancabili “benpensanti” che non sanno leggere mai l’uomo come uomo e basta, ma gli devono sempre attaccare etichette incancellabili: un pubbicano è sempre e solo un pubblicano! Non così per Gesù: Zaccheo per Lui ha fatto il pubblicano, ma è figlio di Abramo, e lo è comunque; è figlio di un’alleanza che ora, in Lui, in Gesù, è giunta al suo culmine; il tempo di Gesù, per quella stessa alleanza, sarà tempo di ricerca incessante di “perduti”… Gesù lo farà fino alla fine quando, sulla croce, farà scoccare un altro oggi, quello del Buon ladrone che pure è salito su un “albero”, quello della croce, ma che, a differenza di Zaccheo che Gesù dovrà cercare alzando lo sguardo, si troverà innalzato assieme a Gesù che lo potrà guardare ed amare “dallo stesso livello” … e la casa che si spalancherà sarà la casa del Paradiso che quel povero ladro, che ormai nulla può restituire, si vedrà aprire con uno stupore ancor più grandi di quello di Zaccheo …

Ecco a cosa arriva il cuore innamorato del nostro Dio: è quando siamo perduti che veniamo cercati e trovati dall’amore di Dio, come Zaccheo, come il ladro del Calvario; il nostro problema è troppo spesso quello di non volerci annoverare tra i “perduti”, e così rischiamo davvero di perderci!…

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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III Domenica di Quaresima – Presso il pozzo

LA SETE DI DIO

 Es 17, 3-7; Sal 94; Rm 5, 1-2.5-8; Gv 4, 5-42

 

Questa terza domenica di Quaresima ci dà accesso ad una delle pagine più dense ed evocative del Quarto Evangelo: la scena di Gesù al pozzo con la donna samaritana. Pagina teologicamente densa di significati battesimali ma strettamente intrecciati alla concretezza delle vite degli uomini che vivono le loro vicende nella storia tra desideri, aridità, seti che paiono inestinguibili, cadute che sembrano disperate, slanci che cercano l’ “oltre”, domande che vogliono risposte. La donna samaritana di questa pagina giovannea è davvero una figura che assomma in sé tutte le dinamiche umane con le loro bellezze e cadute. La pagina di Giovanni però è anche evocativa di un’altra dimensione: la fatica di Dio per cercare i nostri passi perduti fin dal giardino dell’ in-pricipio dal suo grido: Adamo, dove sei? (cfr Gen 3,9). E’ mezzogiorno, dice l’Evangelista, e Gesù siede stanco al pozzo di Sicar … ha sete! Che strana quell’ora; forse evoca la condizione moralmente ambigua della donna; c’è infatti un proverbio popolare ebraico che suona così: Quella è una che va al pozzo a mezzogiorno ed è un modo per dire che si tratta di una prostituta o comunque di una donna di pessima fama; le altre donne a quell’ora sono in casa impegnate per i preparativi del pasto … quelle povere donne usavano quell’ora “strana” per non fare incontri imbarazzanti e per non essere insultate. Quell’indicazione poi del mezzogiorno ha poi un significato luminosamente simbolico anche per altro; dicono infatti alcuni Padri: Se Dio è stanco per noi allora si può dire che il sole splende alto! Inoltre, bisogna dire, che per Giovanni quest’ora è la stessa che verrà annotata scrupolosamente al momento dell’intronizzazione del Messia coronato di spine sul Lithostrotos (cfr Gv 19,14); è dunque l’ora della rivelazione del Messia. Proprio qui, infatti, al pozzo di Sicar Gesù si rivelerà quale Messia capace di togliere ogni sete che tormenta l’uomo facendolo cadere in cisterne screpolate (cfr Ger 2,13) in cui la sete non solo non viene tolta, ma diviene tormento che mette in balia di idoli; in tal senso i cinque mariti della Samaritana probabilmente adombrano i “cinque baalim” (alla lettera “cinque padroni”) che, diceva il Talmud, adoravano gli stolti samaritani; era questa chiaramente una calunnia ma Giovanni fa eco di questa diceria per mostrare dove conducano le seti che non sanno indirizzarsi.

Questo incontro al pozzo ha sapore nuziale (pensiamo alle nozze di Isacco combinate al pozzo di Nacor in Gen 24,10 ed all’incontro al pozzo di Giacobbe e Rachele in Gen 29,9), e la sete di Gesù e la sua stanchezza incontrano la vita ferita di questa donna che racconta le nostre vite ferite e le nostre seti senza risposta.

E’ l’incontro che la liturgia di questa terza domenica di Quaresima vuole che avvenga tra noi credenti e Lui, il Signore vittorioso sulle tentazioni, e portatore di luce e bellezza al cuore del dolore dell’uomo. In questo cammino il Signore incontra questa Samaritana che intreccia con Lui davvero un dialogo “intrigante”: chi è che ha sete? Chi ha l’acqua? Chi fa le domande più vere? Sembra che la sete sia di Gesù, che l’acqua la possa attingere solo la donna e questa abbia delle domande importanti da fare; in realtà il racconto capovolge tutto: la sete di Gesù è vera ma serve a parlare di un’altra sete, quella che abita inestinguibile la donna … la brocca ce l’ha la donna e sembra che lei possa attingere alle profondità del pozzo ma è Gesù che si rivela capace di un dono che toglie ogni sete … le domande “teologiche” pure le esprime la donna ma alla fine sarà Gesù che le chiederà di credere di trovarsi dinanzi al Messia. E’ un itinerario battesimale, itinerario di verifica del battesimo per noi che già abbiamo il dono di Dio ma non lo conosciamo per davvero perché non ne abbiamo fatto a pieno esperienza, non abbiamo permesso al Battesimo di portarci là dove voleva portarci!

Questa pagina ci provoca a chiedere a Dio di essere Lui la risposta alle nostre seti, ci provoca a chiederci con coraggio se sappiamo di vivere, quali credenti, una vita “alla presenza” del Signore.

La domanda tragica che Israele si pose nel deserto, radice del suo peccato, quello che più ha disgustato il Signore (cfr Sal 95,10: Quella generazione mi disgustò per quarant’anni … non vogliono conoscere le mie vie!) è Il Signore è in mezzo a noi sì o no? E’ domanda tremenda perché dubita di Dio, avendone sperimentata la salvezza. Se si dubita e si dimentica di essere e vivere presenza del Signore tutto si falsa nelle vite dei credenti; è quello che accadde ad Israele nel deserto. Alla Samaritana Gesù rivela il suo esserci, il suo essere di fronte a lei … e allora tutto cambia nel cuore assetato di quella donna: Gli disse la donna: “so che deve venire il Messia … quando verrà ci annunzierà ogni cosa”. Le dice Gesù: “Io sono che parlo con te”.

Ecco che l’itinerario quaresimale ci conduce oggi davanti al volto di Cristo, che ci dice che è di fronte a noi e che ci parla … ecco la verità in cui entrare per adorare il Padre … ecco la fonte che ora in noi diviene possibilità di placare tutte le seti che viviamo e che ci abitano. Gesù ci promette di diventare per noi fonte che risponde alle seti … l’acqua che Cristo dona non va intesa come estinzione della sete che l’uomo prova, ma come risposta ad essa. Non si tratta di spegnere la sete, anzi bisogna aumentare la nostra sete senza opporvisi con “vari” cinque mariti … Gesù non spegne la sete della donna con facili risposte “religiose” ma mostrandole la vera acqua. Il problema allora non è la sete ma l’acqua che la può ristorare … Gesù dà una fonte che zampilla in noi come pace alle nostre seti; seti che permangono e devono permanere perché chi non ha sete è uno sazio che crede di avere tutto ed invece è un miserabile (cfr Ap 3,17).

Gesù si è accostato a questa donna non come il Dio che giudica, ma come Colui che le parla rivelandole un Evangelo di presenza e di vita nuova, in cui la sete umana ha una risposta in quei passi stanchi di Dio che viene a cercarci fin nella nostra carne. Gesù, dicendole quella sua verità che la tiene schiava, non la giudica e le consegna quell’“io sono” che le rivela il volto presente di Dio! Ed ecco che la donna lascia lì la sua brocca. E’ questa un’immagine potente di ciò che è necessario anche a noi: abbandonare le brocche con cui attingiamo per le nostre mille seti; lasciare ciò che riteniamo essenziale per volgere il cuore a quello che davvero lo è!

Nel passo della sua Lettera ai cristiani di Roma che oggi ascoltiamo, Paolo parla di un versare amore da parte di Dio nei nostri cuori, un amore che è eccedente, sorprendente, inimmaginabile ad ogni buon senso “religioso”; un amore che non è premio per un merito, ma è umile dono di un Signore che si siede stanco al nostro pozzo per chiederci di dargli da bere per poi farci scoprire che è di noi che Lui ha sete.

Per questo amore gratuito, preveniente, che viene a cercarci vale la pena lasciare le nostre fragili brocche.

Lasciamoci afferrare dalla speranza perché Gesù, partita la donna, fa una cosa meravigliosa: “sogna”! Sogna un biondeggiare di campi pronti per la mietitura, sogna un’umanità che in Lui potrà trovare senso, gioia, forza per lottare volgendo le spalle agli idoli che ingannano facendo di noi uomini degli assetati senza speranza!

Il sognare di Cristo Gesù al pozzo di Sicar generi i nostri sogni!




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