XXVI Domenica del Tempo Ordinario – Nel paese delle Parabole

COSA CONTA PER NOI?

Ez 18,25,28; Sal 24; Fil 2,1-11; Mt 21, 28-32

 

 

Da oggi, per tre domeniche, Matteo ancora ci conduce nel “paese delle parabole” e lo fa per mostrarci, con un trittico (la parabola di oggi dei due figli, quella dei vignaioli omicidi e quella degli invitati alle nozze), un grande dramma che si consuma nella storia ma che, in fondo, si può consumare in ognuna delle nostre vite: il dramma del rifiuto dinanzi alla proposta dell’Evangelo.

Il conteso in cui fioriscono queste tre parabole è una domanda provocatoria che la predicazione di Gesù genera nei cuori dei capi di Israele, che rappresentano la mentalità “religiosa”, legalistica, grettamente attaccata al potere: con che autorità fai queste cose? Gesù aveva risposto con un’ulteriore domanda: Vi chiederò anche io una cosa e, se me la direte, vi dirò anche io con quale autorità faccio queste cose. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini? I capi preferiscono non rispondere e Matteo fa seguire le tre parabole che spiegano il costante rifiuto che l’Evangelo trova. Certo in primo luogo qui Matteo è provocato dallo “scandalo” del rifiuto dei capi del popolo dell’Alleanza e delle Promesse, ma sarebbe un errore leggere queste tre parabole a senso unico, quasi con un retrogusto anti-ebraico, quasi come un’accusa contro Israele … Matteo partendo dall’esperienza di Israele, anzi dei capi di Israele (ricordiamo sempre che c’è l’Israele fedele, un resto che ha accolto Gesù e l’Evangelo e senza il quale non saremmo stati evangelizzati; è l’Israele che ha assolto la fedeltà all’elezione e all’Alleanza!) lancia un monito alla sua Comunità ecclesiale, monito circa una delle grandi piaghe che possono affliggere i percorsi di fede, la piaga dell’ipocrisia, del dire e del non fare, del dire e del non essere, del dire “Signore, Signore” e poi costruire la propria casa sulle sabbie del mondo, sulle sabbie dell’apparire (cfr Mt 7,21ss) … E’ proprio questo il peccato del figlio che dice il suo ma la sua vita è poi un no; è lo scegliere la via dell’apparire figlio obbediente ma di non esserlo per davvero; è la via ipocrita di voler apparire irreprensibili ma di essere ben altro; antichi codici del Nuovo Testamento raccontano la parabola inventando l’ordine dei figli: prima quello che dice no e poi fa la volontà del padre e poi quello che dice e non lo fa. Pare che questa sia la versione autentica, versione che chiaramente esclude una lettura solo polemica contro il rifiuto dei capi giudei. L’ordine che poi è passato successivamente nei codici fu certamente suggerito dall’interpretazione dei due figli con Israele (il primo che dice ma poi non fa) e i pagani (il secondo figlio sembrava figlio del no, ma poi ha accolto l’Evangelo). In realtà Matteo non voleva rinchiudere la parabola solo all’interno di questa polemica; se così fosse oggi leggeremmo una pagina solo archeologica e che non avrebbe nulla da dire al nostro vivere la fede cristiana, al nostro essere Chiesa alla sequela di un Signore esigente ma capace di dare un senso ultimo alle nostre vite.

La parabola dei due figli ci mette in guardia contro ogni volontà di apparire quel che non si è, contro ogni divorzio tra dire ed essere, tra essere e fare.

Quel che conta, dice Matteo, è la capacità di ricredersi, del coraggio di dire no alle vie che si erano scelte e dire a quelle che si erano rifiutate. In fondo Gesù non chiede una piena conformità tra il dire e l’agire (chi sarebbe al riparo?), chiede l’onestà di ricredersi, il coraggio di non indurire il cuore. Un “pentimento”, che giunge anche “alla fine” (“hysteron”), diventa possibilità di entrare nell’obbedienza.

Seguire l’Evangelo è certo via che scomoda, è lavoro in una vigna che spesso dà frutti amari dell’amarezza della incomprensione tra fratelli, delle divisioni e delle ingiuste contrapposizioni; seguire l’Evangelo è andare a lavorare in una vigna in cui si richiede di non cercare il proprio interesse, come ascoltiamo oggi da Paolo nella sua Lettera ai cristiani di Filippi; la via indicata è chiara: chi riesce ad uscire dalla disobbedienza per entrare nell’obbedienza è discepolo dell’ Obbediente per eccellenza: Gesù; Lui dovette lottare contro la tentazione della disobbedienza e dell’autonomia e, come scrivono i Padri,  lottò per noi e lo fece solo in un modo: facendosi obbediente fino alla morte e alla morte e alla morte di croce. Da allora ogni figlio tentato di disobbedienza, tentato dall’ apparire, ha la possibilità concreta di far sua l’obbedienza del Figlio.

Ricordiamo ciò che Isaia ci faceva ascoltare la scorsa domenica: Le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri (cfr Is 55,9) ; l’obbedienza a Dio ed alle sue vie è percorrere quelle vie e far propri quei pensieri. Eun cammino costoso che fa uscire dal proprio interesse per entrare nel regime del farsi dono, costasse il perdere ogni possesso (Non ritenne di comportarsi da avaro dinanzi alla sua divinità), costasse le vesti che ci proteggono condizione di schiavo), comportasse una piena assoluta condivisione con chi è fragile, misero (Divenne simile agli uomini), costasse il lasciarsi umiliare fino all’estrema umiliazione che è il disfacimento della morte!

Gesù ha fatto questoè il Figlio obbediente che chiama tutti i figli all’obbedienza, che ci invita a guardare nei nostri fratelli la fatica dell’obbedienza, in noi il rischio di essere doppi per volontà di apparire. Correre questo rischio nasce dall’aver corso un altro rischio che ne è la fonte: il rischio della verità su se stessi, il rischio di infrangere la nostra immagine irreprensibile di uomini abituati all’elogio.

Qui Gesù ha la forza di proclamare una di quelle parole che continuamente vengono fraintese perché colme solo della forza dell’Evangelo senza neanche un granello di mondanità: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio. Pubblicani e prostitute passano avanti non perché peccano ma perché non possono barare sulla loro verità … il loro è un no palese che può trasformarsi in ; il problema è che certi sì, di chi si crede al sicuro, si rivelano dei no mascherati di figliolanza e di fedeltà, mescolati di dedizione alla vigna del padre … in realtà il figlio che dice no ma poi obbedisce mostra di amare la vigna, ci va in obbedienza. L’altro pare ami quella vigna (lo ostenta col suo falso ) ma non ci va, non vi entra neanche. Il figlio che va nella vigna nonostante le sue parole di diniego ama la vigna e vi porta il suo sudore, la sua fatica, ci va contraddicendosi perché quel che conta per lui non sono i propri desideri (Non ne ho voglia!) ma quel che conta alla fine è il fare la volontà del padre.

Cosa conta per noi? E’ una domanda impegnativa, compromettente; una domanda che ci chiede di prendere davvero posizione e non a parole ma con la vita! Gesù che era la Parola fece sempre ciò che diceva, non si nascose dietro le parole ma le parole che pronunciava si affrettava a farle fiorire di vita; senza fughe e senza rimandi.   

Pasqua di Resurrezione – Ecco l’uomo

 LA LUCE DELLA PASQUA, FIAMMA DI SPERANZA

Veglia Gen 1,1-2,2; Gen 22,1-18; Es 14,15-15,1; Is 54,5-14;Is 55,1-11; Bar 3,9-15.32-4,4; Ez 36,16-28; Rm 6,3-11; Mt 28, 1-10

Messa del giorno At 10,34a.37-43; Sal 117; Col 3,1-4 (opp. 1Cor5,6b-8); Gv 20, 1-9 (sera Lc 24,13-35)

 

O Pasqua santa! O Pasqua luminosa! O Pasqua dolcissima e infuocata! O Pasqua di Cristo Crocefisso! O Pasqua della sua Chiesa nella fatica della storia!

E’ la Pasqua del Signore! Dalla cenere dell’inizio della Quaresima giungiamo oggi alla luce di un uomo trasfigurato da Dio non in un essere evanescente, incorporeo, alieno dalla carne e dal sangue ma in un essere pienamente e totalmente umano ma pienamente e totalmente del mondo di Dio! Quest’uomo nuovo è Gesù, Colui che ha affrontato la morte con l’unica arma valida a combatterla: l’amore. L’amore ha vinto la morte! La risurrezione non è causata dalla divinità di Cristo ma dal suo amore! E’ il suo amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1) che ha vinto la morte, è il suo amore fino all’estremo che ci ha proclamato che Lui è il Figlio eterno di Dio, è il Verbo eterno del Padre, cioè la Parola d’amore che il Padre pronuncia fin dagli abissi dell’eterno e che è stata consegnata alla nostra carne nella carne di Gesù di Nazareth, il figlio di Maria, l’Atteso di Israele, il Promesso a tutte le genti!

Un amore così non poteva restare prigioniero della morte. Non poteva!

Il Padre si è accostato al Figlio, dopo l’infinito dolore della croce e l’ha risuscitato mettendo il sigillo del suo a quell’umanità di Gesù.

L’Evangelo di Giovanni ci racconta di Pilato che dice, inconsapevole, la grande verità su Gesù: Ecco l’uomo! (cfr Gv 19, 5). La risurrezione è il grido del Padre che, del Figlio crocefisso, dice con tutto il suo amore: Ecco l’uomo! Ecco l’uomo che ho sognato e creato, ecco l’uomo libero dall’ orrore della morte ma che per amore non ha rifiutato di attraversarne la valle oscura e dolorosa! Al di Gesù ad amare fino all’estremo, corrisponde il pieno di gioia traboccante del Padre che risuscita il Figlio nella potenza dello Spirito! Dicendo il suo sì il Padre ha non solo una cosa inaudita e straordinaria, ma anche colma di conseguenze per tutti noi uomini! Per tutti … non solo per quelli che hanno la grazia di essere di Cristo … non solo per quelli che hanno una fede … per tutti!

Oggi noi dobbiamo cantare alleluia per tutti, anche per quelli che non conoscono Cristo, anche per quelli che lo bestemmiano e lo “odiano”, anche per quelli che si ricordano di Lui solo in certe ore … per tutti …

Dobbiamo dire a tutti che tutti siamo amati e perdonati, tutti riceviamo un’infinita promessa di vita! Tutti … E’ per tutti quella promessa, per tutti noi che corriamo come Pietro e Giovanni in cerca di un senso per quello che senso non ha, per tutti noi uomini che corriamo pieni di dubbi e domande come quei due in quell’alba triste che divenne poi giorno radioso!

E’ la Pasqua del Signore! Da oggi possiamo dire a tutti che le albe tristi diverranno giorni radiosi!…

La Pasqua non è però solo il giorno della vittoria ma anche il giorno in cui Dio proclama il suo NO alla sofferenza, alla morte, all’umiliazione dei deboli, all’insulto, alla malvagità del male (J. Moltmann). Nella risurrezione di Gesù Dio non solo ci consola della sofferenza, ma protesta contro la sofferenza … Per questo la risurrezione è seme di speranza per l’umanità … se fosse solo consolazione sarebbe tentazione di quietismo ma poiché genera speranza non ci rende tranquilli ma inquieti, non “pazienti” ma impazienti

Scrive ancora Moltmann “Chi spera in Cristo (oggi direi: chi spera per Cristo risorto!) non si adatta alla realtà così come è, ma comincia a soffrirne e a contraddirla”. E’ così; se Pasqua è pace fra cielo e terra (cfr Col 1,20), se Pasqua è pace e unità con Dio, se Pasqua è l’ora della riconciliazione con Lui nella carne del Cristo, Pasqua non può non essere che “discordia” con la mondanità! Non inimicizia con gli uomini (con nessun uomo, neanche con il più “lontano”!) ma con la mondanità assolutamente sì …

Se la Pasqua è pace con Dio non  può che essere critica severa e fattiva (non sterile lamento!) ad ogni incompiutezza storica, ad ogni pretesa di compiutezza intramondana, ad ogni presunzione di autosufficienza dell’uomo.

La Pasqua ci rivela la grandezza dell’uomo ma una grandezza  che risposa solo sul dono di Grazia, una grandezza che riposa sull’Amore di un Creatore, di un Redentore, di un Santificatore… Siamo grandi perché creati dall’Amore, siamo grandi perché redenti dall’Amore, siamo grandi perché santificati dall’Amore. La Pasqua è allora dirompente canto di alleluia al Padre che ci ha creati e che di tutto è fonte infinita, al Figlio che ci ha redenti amandoci fino alla croce, allo Spirito che ogni giorno da quell’alba di Pasqua santifica ogni carne per portarla in Dio!

Esultiamo allora di vera gioia in questo giorno, e custodiamo questa gioia nei nostri cuori per le ore di tenebra, custodiamola per i nostri fratelli che non la riconoscono, non la sanno riconoscere o non la possono riconoscere!

La luce della Pasqua sia fiamma di speranza per il mondo … e noi ne siamo i custodi!

Immacolata Concezione – Una via preparata

La Vergine di Antonello da MessinaIL PRIMATO DELLA GRAZIA

Gen 3,9-15.20; Sal 97; Ef 1,3-6.11-12; Lc 1, 26-38

 

Domenica scorsa, nel presentarci il Battista, la pagina dell’Evangelo citava le parole profetiche di Isaia: Preparate la via del Signore (Is 40,3). La venuta del Signore è dono di grazia che cerca le “vie” da noi preparate, che cerca un assenso pieno e coraggioso al suo irrompere e la solennità di oggi è qui, al cuore dell’Avvento, a dirci che le vie preparate poi, in fondo, sono opera di Grazia!

Maria è certamente una via preparata al Signore, è certamente un sentiero che, sul terreno accidentato della storia, scorre su colli appianati e burroni e valli riempiti…Maria è però via approntata da Dio.

Maria, allora, è oggi al centro di questa liturgia, per dirci che davvero basta la Grazia, come Paolo dice con forza nella sua Seconda lettera ai cristiani di Corinto (12,9). La “via” che Maria fu per la venuta del Figlio di Dio fu “via” approntata solo dalla Grazia! Una “via” che certamente donò il suo pieno assenso al dono di Grazia e alle grazie che gratuitamente le erano date, una “via” che di cero permise l’accesso di Dio nella sua vita e nella storia degli uomini, una “via” però tutta frutto di Grazia e assolutamente non di merito.

La solennità di oggi potrebbe essere definita proprio la celebrazione del primato della Grazia. Maria è Colei che restituisce a Dio il suo primato, la sua piena signoria; la liturgia  oggi canta: La Grazia che Eva ci tolse ci è ridata in Maria…In Lei il dono di Grazia è stato pienamente accolto…Il racconto delle conseguenze del primo peccato ci ha narrato, nella prima lettura,  quello che avviene in noi ogni qual volta rubiamo a Dio il suo primato, ogni qual volta non permettiamo alla Grazia di irrompere al di là delle nostre potenze o impotenze. Il racconto, tratto dal Libro della Genesi, non ci narra una storia primordiale in senso cronologico, ma una storia primordiale in ciascuno di noi…Dove sei? è la domanda di Dio che spesso ci trova fuggiaschi, nascosti, vergognosi…è la domanda che spesso ci trova “accusatori” e mai consapevoli di quel che si è: la donna che tu mi hai posto accanto…il serpente mi ha ingannata…

            In un giorno di Nazareth la domanda primordiale risuonò nel cuore di Maria e trovò un “Eccomi” pieno…la “via” di Eva fu “via” di fuga e nascondimento, la “via” di Maria fu “via” di offerta di sé, fu “via” di consapevolezza di una identità tutta relativa a Dio…Se infatti l’angelo l’ha chiamata colmata di Grazia, dandole un nome nuovo, Maria si percepisce tutta esistente per il Signore: Eccomi, sono la serva del Signore…Avvenga in me la tua Parola.

La Chiesa ha compreso che in Maria la Grazia era stata eminentemente preveniente; la “via” davvero era stata approntata dal Signore; la Chiesa ha proclamato questo mistero di grazia che è l’Immacolata andando ben oltre gli intenti devozionali che forse animavano tanti questo titolo.  L’Immacolata è annunzio di un primato di Dio che opera preparando la creatura  ad essere  terra per il suo Avvento.  Il sì di Maria è certo un sì libero e pienamente umano ma fiorisce su un terreno salvato dalla Grazia fin dal primo istante del suo concepimento.  Maria non è diminuita da questo nella sua umanità; e d’altro canto come poteva essere luogo dell’umanità di dio se le fosse stata tolta l’umanità che è libertà concreta ed esercitata fino in fondo?

Contemplando il mistero di Maria non dobbiamo essere portati solo allo stupore e all’ammirazione ma soprattutto alla lode a Dio che in Lei ci annunzia che la salvezza, la gioia, la pienezza di senso non le si acquista a forza di accumulo di meriti ma accogliendo soltanto un dono! Un dono di cui l’umanità è destinataria fin dal principio, fin dalle profondità di quel “sogno” di Dio da cui è fiorita la creazione…il racconto di Genesi ce lo dice con le sue straordinarie categorie narrative; l’inganno in cui l’uomo cade è quello di pensare a quel dono come qualcosa da rubare o da conquistare. Le mani ladre e sospettose di Adam e della sua donna sono le nostre mani che cercano, in un delirio religioso pervertito, di accumulare per lo meno dei meriti per comprare il dono

In Maria Dio ci dice che i doni non si comprano, si accolgono soltanto con mani aperte, disarmate e grate.

Maria fu tutta accoglienza e ricevette il Dono: incredibilmente, Dio stesso nella sua carne, incredibilmente Dio stesso che, nato da Lei, si chiamerà Gesù. L’angelo le dice il nome del Figlio di Dio che da lei nascerà, nome che dice la salvezza: Gesù significa, infatti, Dio salva…sì, Dio salva, in cambio di niente…Bisogna solo accoglierlo!

Al cuore dell’Avvento Maria ci mostra il volto della vera attesa e accoglienza; al cuore dell’Avvento Maria ci è mostrata dal Padre come narrazione di una Grazia che tutto dona e nulla chiede se non un sì, se non mani aperte e cuore spalancato.

Il dono certo è grande e desta timore…anche Maria ha temuto. Ma poi come Lei siamo chiamati a capire che non è importante la paura, è più importante fidarsi di un’offerta d’amore che spalanca porte di infinito e di vita piena…un fidarsi che spalanca le porte al venire di Dio.

Pasqua di Resurrezione – Sì, ci precede

NE PORTIAMO I SEGNI NELLA CARNE?

Veglia Gen 1,1-2,2; Gen 22,1-18; Es 14,15-15,1; Is 54,5-14;Is 55,1-11; Bar 3,9-15.32-4,4; Ez 36,16-28; Rm 6,3-11; Mc 16, 1-8 Messa del giorno At 10,34a.37-43; Sal 117; Col 3,1-4 (opp. 1Cor 5,6b-8); Gv 20,1-9 (sera Lc 24,13-35)

 

E’ la Pasqua del Signore! E’ il suo passaggio definitivo per le nostre morti, per le nostre miserie, per le strade impervie e desolate della nostra storia! Le ha percorse tutte queste nostre strade: le strade del quotidiano bello, pieno di senso, di no di uomini e donne da amare, da trarre fuori da dolori e lutti; le strade dell’amicizia più vera e della fraternità senza condizioni, le strade della verità di Dio da proclamare senza arroganza ma anche senza diminuzioni o addolcimenti…strade che hanno incrociato le vie dell’odio e della miseria del mondo! Qui Gesù ha scelto di salire sulla croce e di amare fino all’estremo …mentre gli uomini gli gridavano il loro “no”, Dio, in Cristo Gesù, ha gridato loro il suo “sì”.

Il Signore passa per gridare questo “” all’uomo ed oggi è il giorno santissimo di questo “sì”; giorno di luce per questo suo passare ; è passato per le nostre vite e ora ci chiede se vogliamo andare con Lui oltre; le donne che, nel mattino di Pasqua, vanno al sepolcro ci vanno con il carico del loro passato e del loro dolore; quante lacrime sono mescolate a quei preziosi profumi che portano per quel cadavere da ungere per un “sempre” ineluttabile perchè è il “sempre” della morte…sono ancora legate al passato e ad un passato gonfio ormai solo di lacrime e nostalgie senza risposta…ma il futuro irrompe dove esse non lo attendevano: Non è qui! E’ risorto! Vi precede! Sì, ci precede …ci precede in un esodo dal morire, in un esodo dal nulla…ci precede perchè l’amore ha forza per correre avanti…il discepolo amato, ci racconta l’Evangelo, corse più veloce di Pietro …ma, prima ancora, aveva corso più veloce il Figlio amato, aveva corso avanti spinto dall’amore, aveva corso la sua vita meravigliosa amando ed era salito sulla croce per proclamare che quella vita così era la vera vita dell’uomo! Era salito sulla croce per fare di quel suo amore un atto concreto, un atto costoso, capace di generare un modo nuovo, un modo “altro” di essere uomo, di essere davvero vivi !

C’è un segreto profondo nella Pasqua di Gesù, ed è un segreto che si consuma tutto nell’intimità tra Gesù ed il Padre suo; è questo segreto la cosa più importante della Pasqua; più importante del sepolcro vuoto ed anche più importante degli incontri che il Risorto avrà con i suoi. Gesù è il Figlio che è andato a cercare i figli prodighi e perduti e, per loro, si è fatto prodigo e perduto anch’egli (cfr Lc 15, 11-32)! Prodigo, perchè ha speso tutta la vita che il Padre gli aveva dato, fino all’ultima goccia di sangue, di volontà, di se stesso…si è fatto perduto perchè è stato annoverato tra gli empi (cfr Is 53,9), nella morte vergognosa degli schiavi, si è fatto maledizione per i maledetti (cfr Gal 3,13), si è fatto peccato per i peccatori (cfr 2Cor 5,21)…il segreto stupefacente è che il Padre lo è andato a cercare lì nel silenzio tremendo del sepolcro…lì dove la vita tace, dove il buio non ha spiragli, lì dove la speranza è morta, lì dove la morte regna incontrastata e comincia a distruggere ciò che è ogni uomo è stato!

Lì il Padre gli ha spalancato le braccia e l’ha stretto a sè dando vita e risurrezione al Figlio morto per amore…l’abbraccio dello Spirito ha fatto fiorire la vita dal sepolcro di Gerusalemme…e allora tutto è stato diverso…Tutto è diverso!…

Sì, qui sulla nostra terra tutto pare andare come sempre, si soffre, si dispera, si piange e si muore…ma tutto non è più come prima!! Ora nelle zolle di questa nostra terra è seminato un seme di vita che riguarda tutti! In quell’abbraccio ritrovato tra il Padre e il Figlio nel buio di quel sepolcro di Gerusalemme, il Padre ha ricevuto dal Figlio, tra le braccia, la moltitudine degli uomini !

In quest’alba di Pasqua siamo stretti in quell’abbraccio assieme al corpo di Gesù martoriato per amore!

Per Cristo, con Cristo ed in Cristo!”…diciamo in ogni Eucaristia, ed è così: per Cristo , attraverso di Lui, con Cristo, insieme a Lui perchè senza di Lui non possiamo far nulla (cfr Gv 15,5), in Cristo, intimamente legati a Lui; siamo sua carne, suo corpo, innestati vitalmente in Lui che ha preso la nostra carne senza vergognarsene ma assumendola e amandola!

Gesù, il Figlio, era venuto a cercarci e ci aveva trovato nel fondo dell’inferno del dolore colmo di “perchè?” senza risposta; lì ci aveva caricati sulle sue spalle di Pastore buono e bello (cfr Gv 10,14), e ora ci porta nell’abbraccio di tenerezza infinita del Padre che lo ama eternamente, ed eternamente ama, in Lui, anche noi…

E’ l’Evangelo! E’ la buona notizia: siamo amati, abbiamo speranza; la morte non sarà l’ultima parola nè su di noi, nè sulla storia! L’Evangelo è Gesù…l’Evangelo è la Risurrezione, Gesù è la buona notizia; con tutto ciò che ha detto e fatto non poteva restare nella morte! La buona notizia è la sua Risurrezione !

Risurrezione: parola insensata ed estranea alle conoscenze dell’uomo! Parola incomprensibile per il mondo che crede solo nella morte e serve la morte e si serve della morte! Risurrezione: parola che noi credenti in Cristo abbiamo la vocazione di proclamare al mondo mostrandone i segni nella nostra carne!

Portiamo i segni della Risurrezione? Porta i segni della Risurrezione solo chi porta prima i segni della croce: segni di un amore che costa e che si sceglie nella libertà più piena…porta i segni della Risurrezione chi ama con Lui e come Lui (cfr Gv 13, 34) ed è perciò afferrato in un vortice di senso che fa rifiorire i giorni, le fatiche dei giorni, le lotte dei giorni, perfino il dolore dei giorni!

Vivere da risorti è la grande possibilità che quest’esodo nuovo ci offre…Ricordiamo le Dieci Parole : “Io sono il Signore tuo Dio che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù …perciò tu sarai capace di …” (cfr Es 20, 2). Nell’ora della Risurrezione, nell’ora del compimento dell’esodo, il Signore ci dice: “Io sono il Signore che ti ho condotto alla libertà dell’amore fino all’estremo, l’ho fatto scendendo sulla strada costosa della croce fino ai tuoi inferni di schiavitù! Per questo sarai capace di… vivere da risorto, da uomo nuovo, da figlio e non più da schiavo. Sarai capace di camminare nella storia seminando amore e sapendo che la meta è lì dove sono io, assiso alla destra di Dio…sarai capace di camminare nella storia pensando alle cose di lassù !”

Cantiamo l’alleluia allora non come un canto rituale, ma come un grido di giubilo che erompe da cuori davvero liberati!

E’ la Pasqua del Signore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano