IV Domenica di Avvento – La nostra arroganza verso Dio

VIE CHE SONO ALTRO E OLTRE

  –  2Sam 7, 1-5.8b-12.14a.16; Sal 88; Rm 16, 25-27; Lc 1, 26-38  –  

 

Il nostro tempo è segnato da una grande arroganza dell’uomo; un’arroganza che non solo si esercita verso l’altro uomo, specie se più debole o bisognoso, ma anche verso l’“alto”, verso Dio, verso l’ulteriore, verso il “non misurabile dalle nostre categorie, dai nostri metri, dalle nostre bilance, dal nostro sentire.
Sempre più l’umanità è tentata di guardare solo all’interno dei confini della storia, di quella che può controllare, convinta com’è che le risposte alla storia vengono solo dalla storia.
E Dio?
O lo si esclude, come fa la gran parte degli uomini “emancipati”, o lo si riduce allo spazio di poche occasioni rassicuranti (certe tappe della vita o le feste “irrinunciabili” come il Natale) oppure lo si inquadra nel prevedibile, nella “conservazione” di un esistente che sempre si ripete e nella pretesa, addirittura, di accampare “meriti ” presso di Lui. E così lo si fa andare a finire nel computo dei profitti …
E’ il rischio mortifero che oggi corre il cristianesimo; la via opposta a questa è la fede cristiana … non un cristianesimo che assomma in un gran calderone tradizioni, “religione”, buonismi di varia natura, rassicurazioni, moralismi, controllo, potere, elemosine che fanno sentire “buoni” (magari “per lo meno a Natale!”) e tante altre contraffazioni di questo genere ma fede cristiana che è aprire gli orizzonti della storia, della propria storia ad un ulteriore di Dio che non è deducibile dalla storia ma avviene nella storia, irrompe nella storia.
Davide, nel racconto del Secondo libro di Samuele che oggi ci è proposto, è tentato di “religione”, è tentato di arroganza tanto da voler erigere una casa a Dio come l’ha fatto per sé (si noti che l’ha costruita prima per sé!); a un simile atteggiamento stoltamente presuntuoso, autosufficiente e “religioso” il Signore risponde con una profezia affidata a Natan (il quale pure lui deve “convertirsi” dalla sua approvazione al progetto del re!) in cui ristabilisce gli equilibri: il primato è suo, Davide non si inganni (forse le sue vittorie lo hanno accecato!); la casa la darà il Signore a lui e non sarà né di cedro, né di pietra ma sarà di carne e sarà una casa stabile per sempre.
Parole misteriose che vanno ben oltre la storia di una dinastia (per altro disastrosamente corrotta e annientata in poco più di quattro secoli!), parole che dischiudono una via imprevedibile in cui solo Dio ha primato ed iniziativa.
L’ Avvento di Dio è in questo orizzonte e non in quello del prevedibile o del controllabile. In questa quarta domenica del nostro cammino d’Avvento la liturgia ci chiede di deporre ogni traccia in noi di arroganza e di miopia. La venuta del Signore si accoglie solo nell’umile disponibilità a vie e a logiche che sono “altro” e “oltre” e solo deponendo noi stessi e i nostri progetti.
Quest’ultima tappa di Avvento ci chiede di dare spazio a Dio, ci chiede di divenire noi stessi spazio aperto a Dio, con tutto ciò che siamo.
La scena dell’Annunciazione che oggi riascoltiamo ci presenta un quadro di gratuità da un lato (in Maria non c’è alcun merito!) ma anche, dall’altro, di una piena disponibilità a farsi spazio per Dio cosa questa che implica un rinunziare ai propri progetti riconoscendo la priorità e la grandezza di quelli di Dio.
E’ quello che fa Maria: lei, promessa a Giuseppe, deve volgere le spalle al suo umile e dolce progetto, alla sua promessa al ragazzo che ama, per permettere a Dio di realizzare il suo progetto e compiere le sue promesse. Incredibilmente è Maria, con il suo “” il compimento di quella promessa fatta da Natan ad un re tanti secoli prima.
Certo Maria è opera di Dio totale e gratuita ma l’opera di Dio non annulla l’uomo; lei deve esercitare la sua piena e totale libertà; la “porta” dell’umanità la deve aprire lei, è lei la possibilità umana di risposta.
Dio è presente in tutta la sua realtà in quell’ora di Maria: il Padre l’ha riempita di grazia e la sta interpellando, il Figlio vuole essere accolto e chiamato per nome da lei (Lo chiamerai Gesù! aveva detto Gabriele), lo Spirito è pronto a scendere su di lei per fare del suo corpo di vergine un corpo di madre … ma se questo è vero da parte di Dio, Maria non rinunzia alla sua “parte”: pone domande, cerca risposte, dice il suo “”.
L’avvento di Dio non schiaccia l’uomo ma lo rende responsabile della sua storia e di quella del mondo; l’avvento di Dio non vuole le arroganze e le presunzioni dell’uomo ma chiede all’uomo di essere pienamente e totalmente se stesso; l’avvento di Dio chiede che l’uomo prenda nelle mani coscientemente la propria libertà per poi consegnarla a Lui perché divenga terreno e spazio di una venuta che si faccia stabile dimora di pace e misericordia.

III Domenica di Avvento – Gaudete!

IL CRISTIANO PERVASO DALLA GIOIA E’ UN EVANGELO

Is 61,1-2.10-11; Cantico da Lc 1; 1Ts 5, 16-24; Gv 1, 6-8.19-28

 

Oggi la liturgia della Chiesa ci invita al gaudio, alla gioia … è la domenica detta “gaudete” (dall’“incipit” dell’antifona d’ingresso della Messa) perché è tutta pervasa da una certezza di compimento, da una certezza di vicinanza del Signore. Il rosa è il colore dell’aurora e per questo i paramenti liturgici hanno oggi questo colore; l’aurora della salvezza, del mondo nuovo, è alle porte perché il Signore bussa e desidera solo che noi gli apriamo le porte della nostra vita (cfr Ap 3, 20).
Rallegratevi” ci ripete oggi la Chiesa … e dicendoci questa parola ci fa interrogare sullo stato della nostra gioia cristiana. L’apostolo Paolo nel passo della Prima lettera ai cristiani di Tessalonica che oggi si proclama, ci indica una via quotidiana da percorrere come credenti: Sempre gioite, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie (in greco “eucaristèite”). Insomma lo spazio della vita del cristiano è pervaso da una gioia radicale e da un profondo senso di stupita gratitudine e, poiché il credente riconosce che questa gioia, questi doni, questo stupore che fanno bella la sua vita vengono da Dio, ecco che non può essere altro che un uomo eucaristico , cioè, un uomo del ringraziamento; quando poi cerca la fonte di quella gioia e di quello stupore che rendono “altro” la sua vita, il credente non può che riconoscere che quella fonte è solo e sempre una persona: Gesù, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, Messia e Salvatore. E’ così: per il cristiano la fonte della gioia è Gesù che è presente anche se, nell’oggi, la sua è una presenza celata, una presenza che non si impone nell’evidenza.
E’, infatti, sempre vero quello che il Battista, che oggi è ancora protagonista di questa terza tappa d’Avvento, dice con ferma certezza: In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete … Il Battista indica così una presenza celata ma non per questo meno vera.
La presenza di Cristo pervade la storia ma si coglie solo nella fede e per grazia; dare credito a questa presenza nascosta è aprire la vita alla causa più radicale di gioia: Dio è con noi ! E, se questo è vero, anche nella tribolazione, del dolore e perfino nella morte, possiamo dire con cuore pacificato: Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? (cfr Rm 8,31). E allora la gioia può fiorire anche tra le lacrime, anche tra le contraddizioni perché è una gioia che non dipende in alcun modo dal mondo, ma solo dal Cristo!
Nel quarto evangelo ci sono due cose che sono del Cristo e sono diverse assolutamente da quelle del mondo: la pace e la gioia. Infatti Gesù nel quarto evangelo parla della sua gioia e quella stessa sua gioia Gesù la mette nel cuore dei suoi … si badi che questa parola sulla gioia è consegnata alla Chiesa nell’imminenza della passione! Non è allora una gioia “facile”, da buontemponi, da scanzonati allegri perché tutto va bene … è la gioia che deriva da Cristo e dal suo amore e che diviene evangelo !
Il cristiano, pervaso da questa gioia, è infatti lui stesso un evangelo, una bella notizia. La bella notizia è che la gioia può mettere radici anche in questa “valle di lacrime ” perché la causa è solo Gesù e Gesù presente. L’uomo della gioia è come il servo di cui canta il Libro di Isaia; è consacrato per una sola cosa: per portare la bella notizia della libertà, della consolazione, della misericordia senza condizioni! Il servo proclama questo evangelo rivestito di gioia: Gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio … è questa gioia che rende credibile l’evangelo! Senza gioia l’evangelo è irriconoscibile, perde la sua forza rinnovatrice, la sua forza d’attrazione.
E’ la gioia di una via certamente esigente e lontana da ogni mezza misura, ma è gioia vera perché legata ad una presenza di Dio che brucia dentro e legata ad un sapore diverso e sensato che così la vita assume.
Il Battista, nelle parole dell’Evangelo di Giovanni che la Chiesa ha scelto per questa terza tappa dell’Avvento, ci è presentato come il testimone della luce, come il profeta che ha saputo leggere la volontà di Dio ed ha piena consapevolezza della sua identità; Giovanni sa chi non è ma sa anche chi è … e, sapendo chi è, sa pure cosa deve fare. L’austero profeta del Giordano è qui profeta della gioia e testimone della gioia. E’ testimone di una presenza, come dicevamo, nascosta ma reale e luminosa. Giovanni sa di non essere lui la luce ma sa anche di dover aprire varchi alla luce vera … e la luce è simbolo potente di gioia .
La profezia è questo: saper ascoltare Dio e dire, di conseguenza, parole di senso alla storia, leggere la storia e scoprirvi le tracce di Dio … il Battista è consacrato con l’unzione profetica per preparare l’irruzione gioiosa della luce, la sua profezia però ci appartiene perché anche noi siamo stati unti dallo Spirito per la profezia e per la testimonianza. Cose queste che costano, ma che non possono essere eluse da chi davvero ha conosciuto Cristo Gesù. Quando quella presenza nascosta si è rivelata alle nostre vite (a volte per attimi brevissimi ma luminosi!), quando abbiamo sentito la sua carezza nella tribolazione, la sua forza nella nostra debolezza, la sua parola nei silenzi più profondi, allora abbiamo compreso che nulla poteva più essere come prima e che quella presenza nascosta, non evidente, doveva essere testimoniata ed annunciata con forza e con coraggio, a qualunque prezzo, come il Battista che ha il coraggio e la parresia di dire dei no netti e dei altrettanto netti. Allora abbiamo capito di dover essere testimoni di una gioia e di una presenza che sempre attendiamo e che colora d’aurora anche i giorni in cui il mondo crede più al tramonto e alla notte che alla luce!
Viene nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. E’ così! Cediamo il nostro cuore alla gioia!

Immacolata Concezione – Maria, donna dell’Avvento

TERRENO LIBERO, ACCOGLIENTE E FECONDO DELLA PAROLA

Gen 3,9-15.20; Sal 97; Ef 1,3-6.11.12; Lc 1, 26-38

Secondo il racconto di Genesi che oggi si ascolta, Eva aveva peccato perché aveva creduto ad una menzogna insinuante del tentatore (il serpente striscia, si insinua … proprio come la tentazione, specie la più sottile!): “Puoi non essere più creatura e puoi diventare come Dio” e il “terreno” di Eva diventò “terreno” di morte e miseria, di dolore e maledizione (parole tutte che il testo di Genesi enumera con sgomento!) … il “terreno” di Eva però, si badi bene, non è un terreno primordiale, un’origine infausta che sta solo in un “in-principio” di cui portiamo, nostro malgrado i segni. Non è così!

Una lettura così di queste pagine forti e paradossalmente luminose del Libro della Genesi è un vero errore, un errore che in qualche modo potrebbe deresponsabilizzarci. Il “terreno” di Eva è il nostro “terreno” quotidiano, è il “terreno” infestato dai nostri “no” alla creaturalità , dai nostri “no” a Dio e alla sua signoria , “no” sottili e, a volte, inconfessati e inconfessabili. I nostri “terreni” generano morte perché è vero che noi vogliamo essere come Dio , misura noi stessi del bene e del male, del vivere e del morire, dei tempi e degli spazi che appartengono solo a Dio. Eva è figura potente che evoca il buio dell’uomo, di quell’uomo che, creato per generare vita (il nome di Eva è evocativo di vita!) finisce per generare morte.  Oggi Eva è posta dalla liturgia della Chiesa a fare da sfondo antitetico all’icona di Maria, la Vergine di Nazareth.  Al cuore dell’Avvento oggi Maria ci è posta innanzi come “terra” feconda perché accoglie il seme di Dio e così genera Dio nella carne rimanendo con fermezza creatura e creatura umile e colma di stupore . Se Eva agisce e, con le sue mani, strappa il frutto di morte e disobbedienza, Maria sceglie di “non agire” per permettere a Dio la sua azione, la sua opera. Maria, nel notissimo passo di Luca dell’Annunciazione, fa domande, chiede, ma lo fa solo per essere più obbediente , chiede per mettere tutte le sue azioni solo sotto il segno della più vera obbedienza .  Maria scopre che c’è un primato di Dio nella sua vita, che Dio ha guardato a Lei “prima” e non rispondendo a sue azioni di “giustizia”. Maria si sente chiamata da Gabriele colmata di grazia con un nome cioè che rivela un “prima” in cui lei stessa non ha parte. In fondo, dire che Maria è l’Immacolata è affermare questo “prima” gratuito di Dio.  Maria, diversamente da Eva, diversamente da noi, non ha la presunzione di avere tutto nelle sue mani, non ha la presunzione di voler controllare tutte le possibilità, non ha la presunzione del potere “assoluto”, sciolto cioè dalla coscienza di essere creatura.  La sua verginità, paradossalmente feconda, ci racconta con fermezza che nulla è impossibile a Dio; la verginità di Maria (come la sterilità di Elisabetta che genera il Battista, o prima ancora quella di Sara che genera Isacco o quella di Anna che genera Samuele) ci spalanca dinanzi l’impossibile che Dio fa possibile con la sua grazia e la sua misericordia.  Come dicevamo, Gabriele chiama Maria “riempita di grazia” (così è più esatto tradurre il testo di Luca: Rallegrati, riempita di grazia !) perché è tale non per sua virtù, per suoi meriti, per sua potenza … è “piena di grazia” perché riempita di grazia.  Il primato è sempre di Dio, e Maria lo riconosce … diversamente da Eva, Maria si dichiara serva della Parola che in lei deve solo trovare il “terreno” per piantare la sua tenda di vera carne.  Maria offre al Messia, al Figlio dell’Altissimo, all’Atteso, la sua carne di creatura e, dalla sua carne germina Dio! La sua carne di donna, fatta madre dalla grazia, diverrà in Gesù carne di Dio. E’ vertiginoso!  La solennità di oggi celebra dunque non tanto un privilegio di Maria ma soprattutto il sogno di Dio su di lei, il compimento in lei dell’evangelo della grazia. Nella sua “povera” carne di donna splende una possibilità offerta agli uomini: la possibilità di essere terra di Dio … rimanendo terra ma essendo tutta di Dio. Il mistero di oggi è la santità di Maria, è il suo essere stata “messa da parte ” dal progetto di Dio. Il Signore l’ha prescelta e salvata, l’ha separata dal terreno “infestato ” di Eva, l’ha fatta terreno santo, nuovo su cui il Figlio poteva piantare la sua tenda.  Maria è “tutta santa” (come dicono le Chiese d’oriente volgendo in forma positiva l’appellativo occidentale di Immacolata ) perché Dio così l’ha voluta per l’incarnazione del Figlio. Gesù che percorrerà le strade degli uomini facendosi carico di tutte le loro miserie, dei loro orrori, dei loro peccati, nasce da una carne come la nostra ma tutta di Dio fin dal momento del suo concepimento.  Maria è tutta di Dio (e la sua verginità ne è conferma) e lo è cosciente e consapevole, felice della sua condizione di creatura e di chiamata; Maria obbedisce e non vuole fare né un po’ di più, né un po’ di meno di quanto Dio le chiede … Maria si fa disponibile a che la Parola avvenga in lei.  Nel nostro percorso di questi giorni Maria è per noi figura straordinaria dell’Avvento per il suo essere terreno libero, disponibile, accogliente e perciò fecondo della Parola. Maria è icona dell’Avvento perché la sua attesa è rivolta tutta, da quell’ora del suo sì , a Colui che cresce dentro di lei e da lì deve portare pace e salvezza a tutte le genti.  Così deve essere anche per noi che siamo chiamati a far crescere Cristo in noi (cfr Ef 4, 13) fino alla pienezza.  La Vergine Immacolata, Madre del Signore, la Figlia di Sion in cui si compie ogni promessa ci insegni ad essere, con gioia e coraggio, terreno di un Avvento che è maturazione piena in noi di Cristo compimento di ogni verità dell’uomo.

P. FABRIZIO CRISTARELLA ORESTANO