XXXIV Domenica del Tempo Ordinario – Cristo Re

Giudizio Universale (particolare) - Michelangelo Buonarroti, Cappella Sistina (Musei Vaticani) Roma

Giudizio Universale (particolare) – Michelangelo Buonarroti, Cappella Sistina (Musei Vaticani) Roma



GIUDICE E CROCIFISSO

Ez 34, 11-12.15-17; Sal 22; 1Cor 15, 20-26.28; Mt 25, 31-46

 

Questa solennità nell’ultima domenica dell’anno liturgico fu voluta da Papa Pio XI nel 1925. Il Papa fu spinto a creare questa festa a seguito di molteplici riflessioni, non ultima quella di voler rendere relative le suggestioni dei regimi che in quel tempo pretendevano dai popoli un’adesione personale ed assoluta.

Soffermarsi sulla regalità di Cristo è meditare sulla sua signoria sulla storia e sulla vita dei credenti…una signoria che Paolo, nel passo della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto che oggi si legge, collega alla Croce e alla Risurrezione di Cristo.
Non è una signoria solo di natura (“Credo in un solo Signore Gesù Cristo”), è piuttosto una signoria che Egli ha conquistato – nella storia – a prezzo del suo sangue… Una signoria che ha lo scopo di liberare e non di schiavizzare; una signoria, infatti, che ha lo scopo di vincere i nemici dell’umanità, quei nemici che rendono l’uomo meno uomo …e l’ultimo nemico che dovrà essere annientato è quello che Gesù già ha vinto a Pasqua: la morte.
Una tale signoria, per il solo fatto di essersi rivelata a pieno sulla Croce nell’amore fino all’estremo, è una signoria che giudica il non-amore dell’uomo.

Anche Ezechiele, nel suo oracolo che ha costituito la prima lettura, ci mostra un pastore buono che ha cura amorosa per le sue pecore, le raduna, dà loro la vita e per questo la sua presenza è giudizio e discernimento tra pecore e capri…un’immagine questa che tornerà nel racconto di Matteo della parabola del Giudizio finale. In questa grande parabola la signoria di Cristo si rivela nel giudicare tutta l’umanità con il metro dell’amore.

Il veniente è il Figlio dell’uomo ed è re; sappiamo bene, però, che il Figlio dell’uomo è Gesù di Nazareth, rifiutato, perseguitato, e assassinato sulla croce come un malfattore. E’ dunque sì un re, ma un re che ha condiviso con l’uomo la fame, la nudità, la solitudine, l’abbandono; un re che allora può legittimamente identificarsi con i poveri e gli ultimi, con i più umili; un re che, pure nella sua funzione di giudice universale, non rinunzia alla logica che ha guidato tutta la sua esistenza terrena: la logica dell’Emmanuele, la logica del sedere alla mensa dei peccatori e dei piccoli, la logica di mettersi dalla parte delle vittime e dei curvati. Ed è un re che ha continuato ad essere presente nella storia anche dopo la sua “partenza”…e vi è rimasto “in incognito”, sotto le spoglie dei suoi fratelli più piccoli.

E’ chiaro, dunque, che non c’è contrasto tra questa pagina “gloriosa” e la croce!
Qualcuno ha anche detto che alla logica dell’amore (la croce) qui si sostituisse quella del trionfo e della potenza (giudizio). E’ assolutamente falso!
Questo Giudice fa perfettamente quello che fa il Crocefisso: svela il senso dell’amore, un amore che appare paradossalmente perdente mentre, in realtà, è vincente!
Il Crocefisso apparve agli occhi del mondo un essere inutile e maledetto, un fallito; invece fu salvezza e benedizione, fu rivelazione di senso; il Crocefisso apparve abbandonato persino da Dio, che così pareva dire parole di smentita su tutta la sua vita… quell’amore nascosto e disconosciuto diventò invece salvezza e benedizione, e da quell’amore grondante sangue e solitudine fiorì la risurrezione e la speranza.
Così è in questa pagina: il Giudice seduto sul trono della sua gloria svela l’uomo all’uomo, e lo fa alla luce della croce! Questo Giudice è il Crocefisso, e proclama che solo l’amore dona all’uomo umanità e consistenza; solo l’amore fa entrare nella vita («Venite, benedetti dal Padre mio!»).

In questa terza parabola, dopo il grande discorso escatologico, la vigilanza appare come capacità di sporcarsi le mani per coloro i quali sono piccoli, per gli esclusi, per quelli che non contano per nulla, per quelli che sono oppressi e curvati sotto il peso del bisogno.
Se nella parabola delle Dieci Vergini il vigilare era l’“essere equipaggiati per il tempo lungo”, e se per la parabola dei Talenti il vigilare era “assumersi responsabilmente il quotidiano rischiando di persona”, il vigilare qui è “amare fattivamente sporcandosi le mani per i più piccoli”…è mettersi dalla loro parte, come fece Gesù! L’amore si esprime concretamente, sottolinea Matteo, anche in questo racconto…
Anche nel Discorso sul monte – e proprio nella sua conclusione! – Matteo ci aveva tenuto a porre il sigillo a tutto il discorso inaugurale del ministero profetico del Figlio dell’uomo, con quel monito: «Non chiunque mi dice ‘Signore, Signore!’ entrerà nel Regno dei cieli ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (cfr Mt 7, 21).

Ora, al termine dell’Evangelo, la volontà del Padre brillerà chiara, e chi legge l’Evangelo sa che il Figlio dell’uomo seduto sul trono della sua gloria non è uno che si è solo riempito la bocca di belle e suggestive parole, ma uno che, per gridare la verità di tutte quelle parole, ha steso le sue braccia sulla croce, e si è sporcato le mani per tutti noi, piccoli e bisognosi… La volontà del Padre è che la fraternità tra gli uomini venga sanata per sempre, e la fraternità è sanata lì dove ci si fa carico veramente (non a parole!) dell’altro e del suo dolore.

Il monito va alla Chiesa che conosce l’Evangelo della Croce, e che sa che quella via è la via che anch’essa deve percorrere, senza perdere tempo e senza addolcire i precetti del Signore crocefisso…
Ma a tutti gli uomini – anche a quelli che l’Evangelo non lo hanno conosciuto – brilla, da questa pagina, una grande speranza: la benedizione del Figlio dell’uomo giunge a tutti quelli che – credenti o meno – hanno accolto ed amato…
E’ da notare che questo Giudice non chiede ragione di nessun atto di culto o di tipo “religioso”…il Giudice, glorioso perché trafitto, dice che i “lontani” che hanno accolto ed amato, anche se inconsapevolmente, hanno accolto ed amato Lui!

Martino di Tours ne fece esperienza profonda quando in sogno vide il Cristo rivestito di quel mezzo mantello che lui aveva dato al povero intirizzito dal freddo… «l’avete fatto a me»
Il Cristo è allora re perché così svela il senso di tutto l’universo.
E il senso è l’amore senza confini…

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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SAPERE A CHI SI APPARTIENE

 Is 45,1.4-6; Sal 95; 1Ts 1, 1-5b; Mt 22, 15-21

           

Conio con l’immagine dell’imperatore romano Tiberio

Conio con l’immagine dell’imperatore romano Tiberio

La domanda che è posta a Gesù in questo celeberrimo passo dell’Evangelo, usato ed abusato in mille modi, è una domanda ambigua e fatta certo in malafede: «E’ lecito pagare il tributo a Cesare?».

Una domanda trabocchetto; se infatti Gesù avesse risposto “no”, si sarebbe messo palesemente contro l’autorità romana e sarebbe entrato su un terreno politico che aveva sempre rifuggito; se invece avesse risposto “”, si sarebbe inimicato grandemente la folla del popolo che mal tollerava il tributo a Cesare, non solo per il fatto economico in sè, ma soprattutto perchè il tributo ricordava loro di essere dominati.
La risposta di Gesù è nota; bisogna però dire che la traduzione di questo notissimo detto è imprecisa, perché in realtà Gesù non dice «date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio», ma «restituite a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio».
Si tratta, per Gesù, di ridare a Cesare quel denaro sporco di sangue e di ingiustizia che Cesare stesso ha messo nelle loro borse, comprando così la loro libertà, e il loro cuore… D’altro canto, dal racconto si nota che per Gesù è stato facile farsi mostrare tutto ciò dai suoi interlocutori: quel denaro con l’immagine di Cesare è presente nelle loro tasche, e va ridato a Cesare poiché incatena al potere di Cesare, trasformando ciascuno di loro in pezzi dell’ingranaggio diabolico del potere…
A Dio va ridato quello che a Dio appartiene, perchè da Lui è venuto: noi stessi, l’uomo che è immagine di Dio.

Se la moneta porta infatti l’immagine di Cesare, e per questa ragione va ridata a lui, così l’uomo, ogni uomo, reca in sè l’immagine di Dio, e va ridato a Dio; bisogna riconsegnarsi a Lui nella libertà e nell’amore, così come Dio ha consegnato noi stessi a noi, perchè fossimo liberi ed attori reali della storia.

Gesù non cade nel tranello dei suoi avversari; non volendo trasmettere nessuna filosofia politica, ha da dirci, invece, che a Dio si deve dare un primato assoluto che non può essere conteso da nessuno, tanto meno da Cesare; Cesare dunque, gestisca pure il danaro che è sempre iniqua ricchezza (cfr Lc 16, 9) ma i discepoli di Cristo devono prenderne le distanze facendo scelte di altro profilo, e consegnandosi a quel Dio di cui portano l’immagine, nella piena fiducia in Lui e nella sua provvidenza. Una provvidenza che non è un astratto fideismo, ma un concreto consegnarsi nelle mani di Colui che dà senso ai giorni e dà vita a tutto. Un consegnarsi a Lui in tutto, senza lasciar fuori il cosiddetto “concreto”…

Il ridare a Cesare è allora da sganciarsi assolutamente da ogni etica tributaria, e non lo si usi per incitare i cristiani ad essere buoni cittadini che pagano le tasse (eventualmente questo è contenuto in altre pagine del Nuovo Testamento…cfr Rm 13, 1-7); qui il tema è totalmente diverso: si tratta, come dicevamo, dell’assoluto primato di Dio, si tratta di sapere a chi si appartiene!

Anche i re ed i poteri di questa terra sono relativi, e Dio tutto regge, come dice con chiarezza l’oracolo del Libro di Isaia riguardo a Ciro il Grande, il quale ha un compito nel piano provvidenziale di Dio e dinanzi al quale il profeta non fa altro che ripetere le parole del Signore: «Io sono il Signore e non c’è alcun altro»!
Il problema grande per ognuno di noi è proprio qui: è vero che Lui è il Signore e non c’è alcun altro?

Agli altri che si proclamano stoltamente signori, come Tiberio la cui effige era impressa sulla moneta del tributo, si restituisca ciò che a loro appartiene, si dia loro ciò che non conta o che conta nelle loro logiche e nei loro forzieri, dove allignano ruggine e tignuola (cfr  Mt 6,20) … al vero Signore, invece, ci si consegni in tutto quello che si è e che si ha.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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