XIX Domenica del Tempo Ordinario – Vieni!


UNA PAROLA ASCOLTATA CON FIDUCIA
 

1Re 19, 9a.11-13a; Sal 84; Rm 9, 1-5; Mt 14, 22-33

 

Passaggio del Mar Rosso Michelangelo (particolare) - Cappella Sistina

Passaggio del Mar Rosso, Michelangelo – Cappella Sistina (particolare)

Il passo dell’evangelo di questa domenica si apre con la fede di Gesù e si conclude con la fede che la Chiesa deve avere e nutrire.

Dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù si ritira in preghiera. Non ci è dato di sapere molto di questa preghiera segreta di Gesù al Padre. Certo Gesù sa pienamente di essere il Figlio, ed entrare in quell’intimità esprime questa completa consapevolezza: in quest’ora di intimo colloquio la piena e vera umanità di Gesù vive però di fede e non di visione; Gesù crede nel Padre e nella sua presenza, crede che il Padre lo ascolta (cfr Gv 11, 42); in quell’ora di intimità Gesù sente il Padre, proprio come Elia sull’Oreb, nel silenzio trattenuto in cui Lui si manifesta, e in quel silenzio Gesù si confronta con la volontà del Padre per verificare le vie che sta percorrendo nella sua missione. Tutto questo, però, sempre nella fede; questo ci deve essere ben chiaro: nessuna “visio beatifica” per Gesù, nessuna esenzione dalle vie impervie e faticose della fede.

Il racconto di Matteo passa poi da questo silenzio trattenuto, in cui Gesù prega, al fragore di una tempesta che vede i discepoli a lottare con la paura che è la vera antitesi della fede. Il racconto però si chiuderà con una solenne professione di fede da parte dei discepoli: Tu sei veramente il Figlio di Dio!

E’ chiaro: per l’Antico Testamento comandare alla potenza impressionante del mare è solo di Dio. Fu già questa l’esperienza fondante della fede di Israele; il popolo uscito dall’Egitto ebbe a che fare con l’invalicabile ostacolo del Mar Rosso e lì vide la potenza del Signore sulle acque; ora sul lago di Genezareth i discepoli sono impressionati dal dominio di Gesù su quelle acque tempestose, che non solo saranno placate da Lui ma sulle quali lo vedono camminare. E’ la potenza della Pasqua di Cristo che qui Matteo già ci fa intravedere.
La quarta veglia della notte di cui Matteo parla non può non richiamare “la veglia del mattino”  in cui il Signore travolse i carri degli egiziani (cfr Es 14,24): è dunque il Cristo pasquale che qui si mostra vittorioso sugli abissi del male, ed il suo «Io sono!» richiama con potenza il nome divino rivelato proprio nell’Esodo.

Questa scena sul mare è una chiara metafora della situazione della Chiesa all’indomani della Pasqua: la barca della Chiesa sarà avvolta tante volte dai flutti impetuosi della persecuzione, dell’incomprensione, della morte, del peccato, del suo stesso peccato, della terribile possibilità che la Comunità dei discepoli si faccia travolgere da dinamiche mondane,che seducono e che le stravolgono il volto…
Come dominare questo mare di male? Come salvare la fragile barca della Chiesa di Cristo? L’evangelo di questa domenica risponde che c’è solo una via: la fede.

Matteo, riprendendo il racconto parallelo di Marco (6, 42-52), aggiunge l’episodio di Pietro che cammina anch’egli sulle acque. Credo che il centro del racconto di Matteo sia proprio qui. Pietro cammina sulle acque, ma non per propria virtù; tutto dipende dalla parola di Gesù: Vieni! E’ quella parola che sostiene i piedi di Pietro sul tumulto delle acque, è quella parola ascoltata con fiducia.
Quando la fede viene meno, o sopravanza la presunzione, le acque impetuose tentano di sommergere Pietro; Matteo consegna alla Chiesa il grido di Pietro, lo consegna  alle nostre vite credenti: Signore, salvami! E’ un grido che ha la sua forza nella duplice coscienza della propria impotenza e della potenza di Cristo, che rende possibile l’impossibile.

E’ la fede del discepolo, è la fede della Chiesa che permette che si cammini nelle contraddizioni e nelle tempeste della storia; non solo nelle tempeste che sono le opposizioni e le persecuzioni, ma anche e soprattutto – come già dicevo – nelle tempeste che sorgono dentro, nelle tempeste che sono le tentazioni lusinghiere di mondanità, di potere, di indifferenza… cose tutte che sfigurano il volto della Chiesa, sommergendo la sua barca in flutti violenti e impietosi.

La scena di Pietro che cammina sulle acque per Matteo ha ancora un senso, ed è un monito che è importante che la Chiesa colga: ciò che conta non è tanto imitare Gesù, ma seguirlo; se Pietro pretende di imitare Gesù fallisce, basta un colpo di vento… Se invece vuole seguirlo tutto diviene possibile. Quando è che Pietro comincia  a seguirlo e smette di fidarsi di sè? Solo quando grida Signore, salvami!

Dov’è la differenza tra imitare e seguire? Non è tanto in ciò che si fa, ma è nello spirito di ciò che si fa: quando crediamo di poter fare senza di Lui, o quando ci mettiamo nelle sue mani e gli gridiamo di salvarci. In pratica il problema è quando ci fidiamo di noi o quando ci fidiamo di Cristo Gesù.

Solo la sua voce e la sua mano sono forza e pace per la Chiesa. Quando lasciamo poco spazio alla speranza perché avviliti dalle forze contrarie, esterne ed interne, è necessario immergersi nella fede, ed in essa volgere l’orecchio alla sua parola e tendere la mano alla sua mano! E allora la tempesta si placa e si può riposare in Lui e con Lui.

E si può ricominciare la lotta!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

Domenica delle Palme – Nessuna neutralità di fronte alla Passione

 

IL CORAGGIO DI ESSERE PERDUTI PER CRISTO

  –  Is 50, 4-7; Sal 21; Fil 2, 6-11; Mt 26, 1-27, 66  –

 

Dal Film "The Passion" di Mel Gibson

Dal Film “The Passion” di Mel Gibson

La Passione… spero che non ci lasci indifferenti questo lungo racconto che la Chiesa oggi fa risuonare in tutta la sua drammatica forza all’inizio della Settimana Santa.

Stiamo entrando nel Santo dei Santi del tempo liturgico della Chiesa, stiamo varcando la soglia di una settimana in cui è scritto il senso di tutta la nostra vita, in cui è scritta la possibilità di vivere la nostra vita sperando e non disperando, amando e non odiando, facendo dei nostri giorni luoghi di bellezza piuttosto che luoghi di “inferno”. Tutto dipende da come si varca questa soglia santissima della Pasqua di Cristo: chi vi entra con stupore e con amore; chi vi entra lasciandosi ferire ed interrogare; chi vi entra lottando con le proprie miserie e sentendo come quella Croce è piantata proprio al cuore della nostra iniquità, questi potrà vivere la sua vita da uomo vero, come il Padre l’aveva pensato fin dall’“in-principio”.

Seguendo Gesù – l’uomo vero – fino all’esito dei suoi giorni, potremo avere il contagio santo con la sua alterità che salva.

Il racconto di Matteo, che quest’anno la Chiesa ci fa leggere, è tutto intessuto di citazioni dell’Antico Testamento, esplicite e implicite… perchè? Solo per mostrare che in Gesù si inverano le attese di Israele? Non solo! La trama di Matteo si intreccia con le parole della Prima Alleanza perché noi cogliamo i fatti di quelle ore entro il quadro di un progetto di Dio; un progetto che chiede a ciascuno di schierarsiNessuna neutralità di fronte alla Passione!

Bisogna aver paura di ascoltare questo racconto senza emozioni, come un copione già noto; come una nenia ascoltata fin dall’infanzia… e dobbiamo aver paura di sentire solo un’emozione superficiale e “carnale” dinanzi al soffrire di Gesù di Nazareth. Bisogna invece schierarsi e rispondere con verità bruciante alla grande domanda che è al cuore degli Evangeli Sinottici: “Tu chi dici che io sia? Chi sono per te? Tu da che parte stai? Hai scelto Dio e le sue strade così contraddicenti il mondo? Hai coraggio di voltare le spalle alla mondanità per accogliere il paradossale cammino della Croce?

Questo cammino è “via amoris”, e non nel senso sentimentale, ma nel senso costoso di una vita da deporre (cfr Gv 10,17).

Una domanda ci deve “tormentare” in questi giorni santi, e soprattutto oggi, ascoltando questo santo racconto: “Me la sento di essere “perduto” per Gesù, per il Regno?” Se non abbiamo il coraggio di essere “perduti” rischiamo di annunziare un Regno che somigli troppo ai regni di questo mondo. La Passione è capovolgimento di tutti i regni mondani…di questo noi cristiani dobbiamo farcene davvero convinti!

Matteo ci fa mettere in viaggio dal Cenacolo al Getsemani; ci fa passare per i palazzi dei poteri umani e ci conduce al Golgotha dove, nelle tenebre più profonde e fino al grido scandaloso dell’abbandono, si staglia la Croce di Cristo, luogo paradossale di rivelazione di Dio. Dall’ora del Golgotha, Dio si può e si deve raccontare solo così! Guai a raccontare il Dio dello splendore abbacinante! Guai a raccontare il Dio delle vittorie potenti… Dio si è raccontato, in Gesù, nell’orrore senza nome della croce, nel buio della notte. Lì e solo lì ha rivelato la luce che dona al mondo speranza e senso.

Il paradosso della Croce di Cristo è deposto lì; la storia è segnata e divisa: da un lato il mondo, con le sue logiche di morte ed il suo rifiuto (i capi, Pilato, il popolo che sbeffeggia), dall’altro una nuova umanità capace di riconoscere nel Crocefisso la luce di Dio; questa nuova umanità è rappresentata, incredibilmente, dai più lontani: il Centurione e i suoi commilitoni, i quali sanno dire: “Davvero costui era il Figlio di Dio”! Il tutto in una fede nuda, essenziale, decisiva.

Ora bisogna fare silenzio e dare spazio alla nostra presa di posizione; senza indifferenza e senza superficiali commozioni… si tratta della vita: della vita di Cristo Gesù data per noi, della nostra vita e del suo senso! Con queste “cose” non si gioca!

Bisogna fare silenzio! D’altro canto il grande racconto di Matteo si chiude così, nel silenzio davanti a un sepolcro chiuso con una gran pietra…Bisogna fare silenzio!

Silenzio dalle parole vuote, silenzio dalle parole gonfie di mondo, silenzio dalle parole che ingombrano il cuore. In questo silenzio potrà risuonare la parola decisiva, “la parola quella della croce” (cfr 1Cor 1,18).

p. Fabrizio Cristarella Orestano

II Domenica di Quaresima – la Luce del Tabor

La Trasfigurazione di Beato Angelico (affresco) – Museo nazionale di San Marco, Firenze

L’ALTROVE DI DIO

Gen 15, 5-12; 17-18; Sal 26; Fil 3, 17-4,1; Lc 9, 28-36

 

La scena del Tabor è al centro della seconda tappa della Quaresima. Luca non la chiama “Trasfigurazione” (“metamorphosis” in greco) perché probabilmente, per il suo uditorio di provenienza pagana, poteva risultare una parola ambigua, che rimandava alle “metamorfosi” mitologiche cantate dai grandi poeti greci e latini (pensiamo ad Omero, a Esiodo o a Ovidio). Luca ci tiene a dire che non si tratta di un “mito”, ma di una rivelazione di Dio che avviene nella storia degli uomini amati da Dio (cfr Lc 2,14).

Nei versetti che precedono questo racconto, Gesù ha annunziato la sua passione e ha proclamato che alcuni, viventi in quel momento, avrebbero visto la gloria del Figlio di Dio (cfr Lc 9, 21-27). Per Luca ciò che accade sul Tabor (il nome del monte non è mai citato dagli evangelisti, ma la tradizione antichissima della Chiesa ha localizzato sul Tabor questo episodio, e non c’è motivo per situarlo altrove!) è conferma di quella parola: qualcuno, i tre discepoli scelti da Gesù, inizia a vedere la gloria, a rendersi conto, cioè, della presenza di Dio che salva. In più, Luca ci dice che il volto di Gesù divenne altro! Ora, se decodifichiamo questa parola, comprendiamo cosa accadde lì, durante la preghiera di Gesù sul monte: i tre discepoli ricevono in dono la capacità di scorgere uno svelamento della santità, dell’alterità di Gesù! Gesù è altro! Gesù non è solo quello che loro avevano potuto vedere o capire… Guai a chi riduce Gesù ai soliti schemi delle nostre comprensioni e delle nostre dinamiche…Gesù è altro! Gesù è quell’alterità che vuole afferrare la nostra umanità, per darle quello stesso sapore altro che è il “sapore di Dio”! Sul monte, il Padre proclama che in quel Figlio amato è offerta a tutti una vera possibilità di alterità, di santità! Un’alterità che tocca e fa brillare di bellezza la nostra carne, il nostro volto quotidiano, le nostre vesti di ogni giorno… è, infatti, il Gesù di tutti i giorni che sul monte diventa “altro”!

Dio viene sempre a spezzare i soliti schemi: a rendere fecondo chi è infecondo, a rendere glorioso ciò che è misero. Le letture di questa domenica presentano proprio il Dio che spezza gli schemi scontati degli uomini: Abramo, vecchio e infecondo, è condotto da Dio a guardare il cielo stellato ed a credere più allo sfavillare di quelle infinite fiammelle nel buio che alla sua vecchiaia sterile…Dio è altro e rende altro! Nella sua Lettera ai cristiani di Filippi, Paolo confida a quei credenti la sua certa speranza che la nostra miseria non resta miseria, la nostra fragilità non resta fragilità…ciò che è misero è chiamato alla gloria di Dio.

La scena del Tabor però ci dice anche che tutto questo non è “a basso prezzo”, e che Gesù è il Figlio amato disposto ad incamminarsi sulla via di un esodo “costoso”, un esodo che “compie le promesse di Dio”!

I tre discepoli, saliti sul monte del “volto altro”, accanto a Gesù vedono Mosè ed Elia, i profeti per eccellenza della Prima Alleanza.

Anch’essi sono saliti sul “monte” per incontrare la gloria di Dio: Mosè, che aveva guidato l’esodo dall’Egitto sperimentando al Sinai la presenza di Dio, chiese di vedere un volto che tuttavia non poté vedere (cfr Es 33, 17-23). Elia, che su quello stesso monte era salito stanco e perseguitato, aveva percepito la presenza di Dio non nei turbini, nel fuoco o nella tempesta, ma in un silenzio trattenuto che gli chiedeva di iniziare ad intraprendere gli ultimi passi della sua vita, nell’umiltà di chi sa che qui non ha una stabile dimora (cfr 1Re 19,12). Elia, infatti, di lì a poco verrà rapito da Dio in un turbine di fuoco per un esodo definitivo da questo mondo, lasciando ad Eliseo il suo ministero (2Re 2,11-12). Ora sul Tabor, tra Mosè ed Elia, c’è Gesù, il quale – nel mostrare a Mosè quel volto che tanto aveva desiderato vedere – è pronto ad entrare nel silenzio trattenuto della morte, in cui Dio paradossalmente parlerà all’uomo, raccontandogli la sua tenerezza e la sua misericordia. L’Esodo di Mosè si compirà in Gesù, ed il Dio silenzioso di Elia scenderà davvero nel silenzio del sepolcro di Gerusalemme…

Luca sottolinea che Mosè ed Elia parlano con Gesù dell’esodo che avrebbe compiuto a Gerusalemme (e Luca, sapientemente, usa il verbo del raggiungimento della pienezza, “pleròo”). L’antico esodo di Isrele dall’Egitto finalmente sarà compiuto.

Ciò che Mosè aveva iniziato, ora verrà donato a tutte le genti che, in Gesù, potranno uscire da una terra di schiavitù disumanizzante per una terra di vera umanità e di libertà! Anche l’esodo di Elia sarà compiuto in Gesù: Elia, infatti, dovette uscire da sé per giungere ad “altro”; Elia, uomo di fuoco, nell’incontro con il “silenzio trattenuto” sul monte, dovette divenire uomo di silenzio; fu fatto uomo nuovo, tutto proiettato ad una patria nell’“altrove” di Dio, ad una patria altra, come scrive Paolo nel passo di oggi della sua Lettera ai cristiani di Filippi. L’esodo di Elia sarà compiuto in Gesù poichè questi creerà l’uomo nuovo, capace di dimorare nel silenzio di Dio, e vivendo la storia con lo sguardo fisso nell’altrove di Dio.

Dinanzi a tutto ciò resta il rischio del sonno: Pietro e gli altri vivono quest’ora del Tabor in un sonno opprimente, e anche Abramo, nella prima lettura, precipita nel sonno mentre Dio passa per l’Alleanza. Questo sonno ci parla dell’impotenza dell’uomo davanti all’iniziativa di alleanza che Dio vuole stipulare con la storia; questo sonno ci dice che la nostra condizione è spesso quella di chi entra in un ottundimento, che è incapacità a cogliere l’alterità che Dio ci propone, incapacità a cogliere quell’ora di esodo dinanzi a cui bisogna prendere una decisione: entrarci e basta! In quel sonno si può avere la stolta pretesa di voler imprigionare Dio in tende costruite da noi, come ingenuamente vorrebbe Pietro: “Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè ed una per Elia”… sì, ingenuamente perché vorrebbe abitare nella luce di Pasqua senza passare per la passione, senza nessun esodo costoso. Luca dice che questo è essere insipienti: Non sapeva quel che diceva

Vivere questo tempo di Quaresima ci impone di entrare nel silenzio e scoprire lì i desideri di Dio a nostro riguardo. Vivere la Quaresima significa essere disposti a quella croce su cui l’uomo vecchio deve essere crocefisso…e questo fa male! Non si arriva alla tenda della gioia senza i “no” dolorosi da dire all’uomo vecchio; è la dinamica pasquale per la quale la Quarsima è ascesi, esercizio, allenamento.

La luce del Tabor ci conforta, e ci mostra la meta in quel volto altro; un volto altro che desidera dare anche a noi alterità…ma ne pagheremo il prezzo?

La voce del Padre sul monte ci consegna l’estremo “Shemà” che compie il primo dato ad Israele: Ascoltate Lui! Solo questo ascolto ci rende capaci di intraprendere con Gesù l’esodo pasquale!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

XVI Domenica del Tempo Ordinario – Attorno a Gesù

LA VITA ECCLESIALE

 Ger 23, 1-6; Sal 22; Ef 2, 13-18; Mc 6, 30-34

 

 

I Dodici inviati tornano…

Ecco così che, se domenica scorsa avevamo contemplato l’inizio della corsa dell’Evangelo per le strade del mondo, oggi contempliamo l’inizio di una vera vita comunitaria capace di mettere assieme gioie, fatiche, stupori, dolori, fallimenti, preoccupazioni, stanchezze; una vita comunitaria che ha al centro Gesù (Si riunirono attorno a Gesù) e che solo lì trova conforto, riposa, forza.

Una vitta ecclesiale, apostolica, colma di attività al servizio del Regno se non trova il suo centro reale (e dunque non ideale o intenzionale!) in Gesù, diventa altro, smarrisce la forza libera dell’Evangelo, si perde nei rivoli delle contese e delle rivalità o nelle pastoie delle recriminazioni e lamenti o nelle autoesaltazioni.

Attorno a Gesù! E Lui è lì per accogliere e difendere, per offrire riparo e riposo, è lì per dichiarare con dolce fermezza la necessità di un “altrove” solitario per un riposo con Lui!

È vero che dopo, nel racconto di Marco di oggi, questo non accade fino in fondo in quanto le folle ancora premono e sono spaesate ed abbandonate, ma ciò non destituisce di importanza la dichiarazione della necessità di questo tempo con Lui, del tempo del riposo, del tempo dell’”altrove”!

Le folle premono e generano in Gesù quel moto che è all’origine di tutto l’Evangelo: la commozione-compassione; questa è all’origine dell’Evangelo perché è proprio la commozione-compassione la causa dell’Incarnazione; è la commozione-compassione la causa della Croce. Unisco i due termini (commozione e compassione) per designare meglio cosa sia questo moto che avviene in Gesù: è un dolore profondo, un dolore viscerale, direi “irragionevole”; è come il dolore materno. Questo è suggerito dal verbo greco “splanchnίzomai” che deriva dalla parola “splánchna” (“viscere”) che significa “sentire dolore nelle viscere”; è allora un dolore materno, profondo perché proveniente dalle “viscere” in cui in figlio si è formato. E’ questa commozione profonda il cuore dell’Evangelo, una commozione che rivela l’amore ed è ragione di ogni moto di donazione da parte di Dio. Andare in disparte con Lui per riposare è allora, per il credente, andare alla fonte di questo amore che quando si incontra con la miseria, povertà e smarrimento dell’uomo, si concretizza in commozione, in dolore nelle viscere. Lo stare con Lui abilita i discepoli a questo sentire con Cristo; stare con Lui significa imparare a sentire quella sua commozione-compassione, è imaprare a far scaturire dall’amore la concretezza della compassione che, alla fine, si deve tradurre necessariamente in desiderio di portare gli stessi pesi, gli stessi dolori.

Infatti la commozione di Gesù si tradusse nella sua piena condivisione e della nostra umanità e della nostra morte e del nostro dolore; chi prova quella commozione profonda non può rimanere fuori dal dolore dell’amato, al contrario, lo vuole abitare e portare! Così fece Gesù, e così è necessario che faccia la sua Chiesa. Questo, però, sarà possibile solo se i suoi discepoli avranno sempre il “coraggio” di dare spazio al silenzio pieno di Lui, alla solitudine abitata da Lui, al riposo in Lui. Guai a chi ritiene non necessario quel salire sulla barca dell’ “anachòresis” (cioè del prendere le distanze dal quotidiano) e del riposo in Lui; il rischio è, come sempre, quello di smarrire l’identità del discepolato di Cristo e di vestire i panni di una delle tante (e, per carità, anche benemerite!) associazioni filantropiche!

Bisogna farsi convinti che è il vero rapporto con Cristo che rende veri e profondi, e scevri da ogni egoismo i nostri rapporti intra-umani.

La commozione-compassione di Gesù sorge dal vedere che quelle folle sono sole, nessuno se ne fa carico, nessuno le guida…dove vanno? Che speranze hanno in cuore? Hanno ancora speranze? Di cosa si “nutrono”? Gesù le guarda con amore e si fa loro pastore; si fa per loro nuovo Mosè che le deve e può guidare ad una vera terra di libertà, ad una terra promessa di pace  e di riconciliazione. Darà loro il pane, come Mosè diede il pane della manna, e poi, nel suo Esodo (cfr Lc 9,31) aprirà per quelle folle e “per moltitudini” (cfr Mt 26,28), una via di salvezza, una via di autentica umanità. Nuovo Davide, come ha scritto Geremia nell’oracolo che abbiamo ascoltato come Prima lettura, li pascerà nella giustizia facendo misericordia e regnando dalla Croce.

Salire sulla barca di questo Messia è sì riposare con Lui, è sì presa di distanza dal quotidiano ma per tornare agli uomini con lo stesso amore costoso del Messia Gesù; un amore che si fa con-passione e quindi dono. Salire su quella barca è condividere con Lui le sue due “passioni” quella per il Padre, da ricercare incessantemente nel silenzio, e quella per l’uomo da servire umanizzandolo ed indicandogli vie di vita e questo portandone i pesi e le ferite, senza darsi sconti. Le due “passioni” devono sempre stare assieme e mai, né l’una, né l’altra in modo implicito! Le vere “passioni” non tollerano l’implicito!