XXIII Domenica del Tempo Ordinario (B) – In disparte con Lui

 

 PER ESSERE GUARITI

Is 35, 4-7a; Sal 145; Gc 2, 1-5; Mc 7, 31-37

 

La guarigione del sordomuto nell’Evangelo di Marco non è un miracolo come tutti gli altri in quanto nella sua collocazione apre ad una più ampia riflessione: il miracolo del sordomuto – o così come Marco definisce i miracoli: “diunamis” cioè “potenze” – si colloca, infatti, in una sezione del Secondo Evangelo che va dal versetto 30 del sesto capitolo al versetto 26 dell’ottavo, in cui c’è un tema ricorrente: i discepoli non capiscono.
Dopo la prima moltiplicazione dei pani Marco, infatti, deve annotare che essi «non avevano capito il fatto dei pani perché il loro cuore era indurito» (cfr Mc 6, 41). Dopo il lungo dibattito sulla Legge, Gesù rimprovera i suoi dicendo loro: «Siete anche voi senza intelligenza? Non capite?» (cfr Mc 7, 18) e, dopo la seconda moltiplicazione dei pani, il rimprovero è ancor più severo: «Non intendete, non capite ancora? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite?» (cfr Mc 8, 17-18). Dunque, sembra chiaro: i suoi sono sordi e ciechi, ed a loro si possono dire le stesse parole dure che Gesù aveva detto per “quelli di fuori” durante il discorso in parabole (cfr Mc 4, 11-12).

I discepoli hanno bisogno di guarigione; i discepoli di Cristo hanno bisogno costantemente di guarigione per poter leggere la presenza di Gesù nella loro storia, nella storia della Chiesa. I discepoli di allora, e quelli di sempre, hanno bisogno di guarigione per potersi aprire alla Parola che li salva. Il racconto del sordomuto ci dice che c’è una sola via per tale guarigione: chiedere a Cristo Gesù che compia il miracolo.
L’episodio inizia infatti con la domanda umile di quelli che, potendo parlare, chiedono a nome di colui che non ha parole, una domanda che il povero sordomuto avrà implorato, sia con gli occhi che con i gesti, di pronunciare per lui verso quel Rabbi che passava facendo del bene; e Gesù fa subito un gesto: lo trae in disparte dalla folla… vuole restare solo con lui.
Perché? Certo per via di quel modo di fare di Gesù, caratteristico nell’ Evangelo di Marco, che ai primi del ‘900 fu definito dagli studiosi come “segreto messianico”; Gesù, cioè, di continuo fa dei miracoli, ma poi impone di non parlarne…la stessa cosa Gesù farà con Pietro, Giovanni e Giacomo dopo la Trasfigurazione (cfr Mc 9, 9) ma lì abbiamo la chiave del segreto messianico…Gesù dice ai tre che potranno parlare solo “dopo la sua risurrezione”. In tal modo Marco ci ha voluto dire che Gesù si può conoscere a pieno solo nel mistero pasquale: i miracoli sono solo segni che affermano che i tempi messianici sono venuti. “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti”, così esclama la folla dopo questo miracolo, citando quasi alla lettera il passo di Isaia che oggi abbiamo ascoltato quale prima lettura. Per capire, però, chi davvero sia questo Messia bisognerà saper leggere e “ascoltare” la sua Pasqua di croce e risurrezione; non a caso mentre tutto si è consumato sulla croce, il più lontano di tutti, un nemico, uno straniero, il centurione romano dirà: “Davvero quest’uomo era  Figlio di Dio!” (cfr Mc 15, 39).

Sì, allora certamente Gesù porta in disparte il sordomuto per tutto questo motivo che Marco sviluppa teologicamente nel suo Evangelo; ma c’è anche un’altra cosa che traspare sottilmente: se è vero che solo Gesù può far sentire i sordi e parlare i muti, è vero anche che questo presuppone un legame particolare, intimo, profondo tra Lui e chi accetta di lasciarsi guarire.
Solo nel rapporto personale con Gesù si può avere quella guarigione che apre all’ascolto vero della Parola; solo nel contatto intimo con Lui si può diventare capaci di dire la sua Parola, di raccontare le sue meraviglie lasciando che la Parola sia davvero solo sua e non nostra, che le meraviglie siano davvero solo sue e non nostre millanterie…

Se allora è vero che il discepolo ha bisogno continuo di essere guarito per poter ascoltare e per poter parlare con Parole di Dio, tutto questo si fonderà su un vero stare con Lui (cfr Mc 3, 14), su un rapporto “in disparte” con Lui Signore e fonte dell’ascolto.

Tutto questo è così essenziale alla vita del credente e alla vita della Chiesa, che nel rito del Battesimo, fin dall’antichità, la comunità cristiana ha sentito il bisogno di inserire il rito dell’Effatà…ogni discepolo è condotto così, fin dal suo Battesimo, dinanzi al Cristo che gli dice Effatà, e lo apre alla Parola da ascoltare e alla Parola da ridire profeticamente. Il tutto in una relazione personale, che va custodita e cercata giorno per giorno.

Come ci porta lontano dall’autentico cuore dell’Evangelo un certo attivismo ecclesiastico, che tende a porre sempre più marginale la relazione personale con il Cristo, la preghiera, l’ascolto, il tempo dato alla “lectio divina” … cose tutte guardate quasi come dei “lussi da monaci” (sic!)…ed il tutto sempre per privilegiare quel fare che soffoca radicalmente la vera identità cristiana, perché soffoca la relazione personale con il Cristo Signore!

Ogni giorno il discepolo dovrebbe porsi umilmente dinanzi al Suo Signore, ed implorarlo di imporgli le mani, sussurrandogli dolce e forte l’Effatà che, aprendolo all’ascolto, lo renderà capace di parlare e con le parole e con le opere di quel Regno che Egli è venuto a portare per rinnovare la faccia della terra. Per questo nella liturgia monastica ogni giorno iniziamo cantando: «Signore, apri le mie labbra e la mia bocca canterà la tua lode, Dio fa’ attento il mio orecchio perché ascolti la tua parola»!
Gli diciamo cioè: “Signore, dici su noi: Effatà!”.

Solo così il credente deve iniziare ogni giorno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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V Domenica di Quaresima – Il segno di Lazzaro

 

UN BALZO VERSO IL FUTURO DI DIO

  –  Ez 37, 12-14; Sal 129; Rm 8, 8-11; Gv 11, 1-45  –

 

La resurrezione di Lazzaro, Caravaggio

La resurrezione di Lazzaro (Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1609-Museo Nazionale di Messina)

La morte è la comune eredità di tutti gli uomini, dice la liturgia della Chiesa: è l’eredità che ci accomuna e che si profila all’orizzonte di ogni uomo, e con cui tutti devono fare i conti. Tra tutti i viventi l’uomo è l’unico che sa di dover morire e questo è tremendo, ma può essere anche fecondo.

E’ tremendo perchè la morte fa paura, e non lo si deve negare: anche Gesù ebbe paura nell’orto di Getsemani! E’ tremendo perchè la paura della morte ci fa cattivi, come scive l’autore della Lettera agli Ebrei (Eb 2, 15); il sapere della morte può essere però fecondo perchè, alla luce di questa coscienza, la vita dell’uomo può diventare ricerca di senso e di ulteriore; perchè può diventare lotta per sconfiggere la morte, e tutto ciò che le somiglia.

Il problema è però spesso la rimozione della morte dall’orizzonte dell’uomo, una rimozione stolta che tende a fare dell’uomo un essere che vive solo per quello che riesce a godere nella vita. Questo, per lo meno, fino a quando non si scontra con il dolore e con il morire.

Nell’Evangelo di Giovanni l’ultimo segno che Gesù compie è la risurrezione dell’amico Lazzaro. Questo segno apre il racconto del Quarto Evangelo alla sua ultima fase: la passione, morte e risurrezione di Gesù. Il segno di Lazzaro è dato da Giovanni, anzi, come la causa ultima e scatenante dell’ ira-paura dei nemici di Gesù, che porterà alla decisione di ucciderlo. E’ un segno che riguarda questa nostra comune, terribile eredità che è la morte. L’Evangelo è buona notizia  solo se raggiunge questo orizzonte buio che è la morte, illuminandolo di vita.

Questo è quello che accade nel racconto giovanneo che la liturgia di quest’ultima domenica di Quaresima ci propone; ancora un racconto del Quarto Evangelo lungo e profondo, in cui Giovanni ci conduce a contemplare Gesù come risposta alla nostra umanità in cerca di senso.

Nelle due precedenti domeniche Giovanni ci ha indicato in Gesù Colui che con la sua parola potente è capace di liberarci dai legami e dalle catene della morte: “Scioglietelo!” ordina Gesù, quando Lazzaro esce dalla tomba ancora legato con i bendaggi funebri! Gesù è capace di liberarci dalla morte, ma a prezzo della sua morte. “Con la morte calpesta la morte”, canta un tropario pasquale della Chiesa d’oriente: Gesù ha “le chiavi della morte e degli inferi” (cfr Ap 1, 18) ma a prezzo del suo sangue … Giovanni ci terrà a precisare, infatti, che a causa di questa risurrezione Gesù sarà ucciso (cfr Gv 11, 46-54).

Il racconto è costruito dall’evangelista su quattro incontri di Gesù: il primo è quello che Gesù fa, in compagnia dei suoi discepoli, con la notizia della malattia di colui che egli ama; ne segue un dialogo con i discepoli che, come sempre, non capiscono le profondità di quello che Gesù dice, ed anche di ciò che Gesù fa, e qui volutamente ritarda ad andare a Betania. Gesù alla fine parte deciso per andare in aiuto di Lazzaro, un aiuto che vuole dare in quell’estremo momento in cui tutto pare impossibile all’uomo. Gesù vuole aiutare Lazzaro raggiungendolo nelle profondità dell’abisso in cui è caduto; non a caso il nome Lazzaro (in ebraico “Eleàzar”) significa “Dio aiuta”!

Il secondo incontro-dialogo è quello con Marta. In questo incontro c’è un vertice di tutto il racconto e di tutto il Quarto Evangelo: nell’Evangelo di Giovanni ci sono, infatti, molte autorivelazioni di Gesù, e tutte iniziano con “Io sono” (il nome salvifico di Dio così come è rivelato nella Prima Alleanza a Mosè al Sinai). Qui però si giunge ad una dichiarazione vertiginosa, una dichiarazione che coinvolge tutto il “destino” umano: “Io sono la risurrezione e la vita”; Gesù dichiara con certezza potente che chi aderisce a Lui anche se muore, vivrà! E’ una promessa infinita! E’ una promessa che può abbattere quella paura della morte che ci fa cattivi; è una promessa di cui il segno di Lazzaro sarà solo, appunto, un segno … Lazzaro verrà raggiunto nella sua morte e nel suo disfacimento (“già manda cattivo odore”), ma poi morirà di nuovo come tutti gli uomini. A Lazzaro Gesù farà fare un salto all’indietro, verso la sua vita di prima; ma poi a Lazzaro, e a tutti quelli che muoiono, Gesù farà il dono più grande: con la sua Pasqua – risorgendo – consegnerà ad ogni carne la possibilità di fare un balzo non verso il passato, ma verso l’eterno di Dio, verso il futuro di Dio.

Il terzo incontro che Gesù fa in questa narrazione è con Maria che non gli è andata incontro con la sorella Marta, ma che è rimasta seduta nel suo dolore … anche a Maria – come tra poco farà con Lazzaro nella tomba! – giunge la voce di Gesù che chiama (“Il Maestro è qui e ti chiama”) per farla uscire dalla tenebra della disperazione e del vuoto. E Maria gli corre incontro, con un immediato rimprovero nel cuore e sulle labbra: “Se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto!”. Gesù accetta la sua parola dolente, ed anzi si fa prendere il cuore da quel pianto di Maria che fa affiorare il suo stesso pianto: Giovanni, infatti, dice che fu sconvolto nello spirito, e che scoppiò in pianto! E’ il pianto dell’amico per l’amico (Vedete come lo amava, dicono i presenti), è il pianto dell’uomo dinanzi all’ingiustizia della morte e al suo orrore; è il pianto di Dio che è la vita e che non sopporta il tanfo della morte! E Gesù, piangendo, prega, comunica con il Padre riaffermando la sua fede: Gesù è certo, nella fede, che il Padre lo ascolta. Questo è il fondamento di ogni preghiera; se non c’è questa certezza, non si prega, se non si vive di questa certezza è impossibile vivere di preghiera e nella preghiera. E’ una certezza che si raggiunge nella fede e per la fede, è una certezza che ci permette di attraversare la storia andando oltre la storia; è una certezza che ci permette di attraversare la storia non restando prigionieri della storia, vivendo la storia ma portando nella storia il sapore dell’eterno. E’ quanto fa Gesù che, in questa certezza, fa irrompere nella storia, ed in una storia di morte, la libertà della vita.

Da questa preghiera Gesù fa scaturire un grido verso l’abisso della tomba del suo amico: è un ordine secco, un ordine che, contrariamente a quanto si sente dalle traduzioni correnti di questa pagina, non ha verbo: “Lazzaro, qui fuori!”. Gesù ha fatto rimuovere la pietra che rende prigioniero l’uomo del tanfo della morte e grida quel “qui”! Ci chiedamo: “qui” dove? Presso di Lui! A Lazzaro giunge l’ordine di recarsi presso di Lui; deve passare dall’ombra di morte alla luce della sua presenza, deve passare dalla prigionia alla libertà! Gesù, con il suo grido potente, squarcia il silenzio della morte. Agostino scriverà nelle sue “Confessioni”: “Hai gridato e hai infranto la mia sordità”. E’ vero, quando abitiamo le regioni di morte non solo siamo nelle tenebre, ma siamo anche nell’incapacità di ascoltare, siamo nella sordità.

Il grido di Gesù, in quest’ultima domenica di Quaresima, squarci la nostra sordità e faccia irrompere la luce nei nostri cuori perchè nei giorni santi della Pasqua possiamo ascoltare la Parola di salvezza, e possiamo camminare, alla luce di Cristo, verso la pienezza della vita che la Croce e la Risurrezione ci hanno donato.

Usciamo fuori dalle tombe, dai nostri lezzi di morte, dai silenzi mortiferi in cui la mondanità ci conduce. Cristo Gesù pronunzia il nostro nome con forza e con tenerezza: Lui è la risurrezione e la vita per le morti quotidiane nelle quali cadiamo e che qui ci imprigionano … Lui è la risurrezione e la vita per la morte finale a cui possiamo giungere consolati dalla  sua compagnia e dalla sua promessa: Chi crede in me anche se muore vivrà!

Una promessa che, come Chiesa, dobbiamo far giungere al cuore del mondo … una promessa che è cuore dell’Evangelo che può rinnovare la faccia della terra!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXIII Domenica del Tempo Ordinario – “Sh’mà, Israel!”….

SORDI ALLE PROVOCAZIONI DI DIO

   –   Is 35, 4-7; Sal 145; Gc 2, 1-5; Mc 7, 31-37   –  

 

Viene portato a Gesù un uomo che è sordo e che parla con difficoltà, tanto balbuziente da non riuscire ad esprimersi; non è proprio muto, è uno che emette suoni inarticolati; e che sia così lo comprendiamo alla fine del racconto ove si dice che, guarito, parlava correttamente.

Siamo in territorio pagano e Gesù, dopo il miracolo per la figlia della donna siro-fenicia, ha aperto il suo messianismo a tutte le genti e Marco si sta compiacendo di mostrarci come Gesù percorra in lungo e in largo il territorio che è fuori dalla terra di Israele…il racconto di Marco è contemporaneamente pieno di particolari geografici, di particolari realistici ma anche di significati ulteriori…insomma in quel gesto storicamente concreto c’è qualcosa da cogliere: i pagani non hanno la capacità di ascolto, non hanno lo “Sh’mà” e dunque non ascoltano. Devono ricevere anche loro il comandamento primo che Israele ricevette: “Sh’mà, Israel!”, “Ascolta, Israele!” (cfr Dt 6,5 e Mc 12,29): ne devono diventare capaci; poichè non hanno l’ascolto mancano anche della capacità di parlare correttamente, il loro parlare è confuso!

Questa condizione dei pagani è però tante volte anche la nostra condizione di credenti divenuti sordi dinanzi alle provocazioni di Dio e chiusi in certi perbenismi “religiosi” che non hanno più sapore di Evangelo. La scena dunque ci riguarda a più livelli.

Gesù conduce in disparte l’uomo sordo e balbuziente perchè è necessario un rapporto personale con Lui per essere sanati da quell’ “avere orecchie e non ascoltare” (cfr Mc 4,9), è necessario, per un vero ascolto di Dio, restare in disparte con Gesù, è necessario far tacere il resto; le folle devono rimanere sullo sfondo e c’è bisogno di un silenzio fato di un guardarsi negli occhi, di un lasciarsi guardare dagli occhi di misericordia di Gesù che è capace di sentire nel cuore il dolore per la nostra sordità e per la nostra incapacità di dire parole di senso.

Per altri miracoli Gesù non ha avuto bisogno di compiere gesti, di usare cose…qui è diverso! Qui Gesù tocca, usa la saliva…farà lo stesso per il cieco (cfr Mc 8, 22-26); la sua parola, in questi casi, si accompagna ad un gesto che tocca gli organi coinvolti, un gesto che designa il “luogo” in cui è necessario ristabilire la “funzione”! Ascoltare e parlare, come poi il vedere la luce, sono atti essenziali all’essere uomo ed il miracolo di Gesù vuole e deve toccare lì dove c’è quella povertà e quel vuoto…Marco però non si ferma qui, il miracolo è infatti accompagnato da un gesto, da un gemito e da una parola

Il gesto è il levare gli occhi al cielo perchè Gesù sa che l’ascolto è il grande dono del Padre; non è l’uomo che si dà l’ascolto ma è Dio che concede quello Sh’mà che è la radice di ogni Alleanza. Inoltre qui Gesù levando gli occhi al cielo indica da dove vienela sua “diùnamis”, la sua potenza: viene dal Padre. Solo Lui, per ora, può levare gli occhi al cielo (nell’Evangelo di Luca il pubblicano della parabola è lodato perchè non osa alzare gli occhi al cielo cfr Lc 18,13), dopo la Pasqua anche la Chiesa potrà farlo (come Stefano in At 7,55) ma perchè Cristo avrà aperto i cieli all’umanità riconciliandola con Dio. Qui, però, per ora, solo Gesù può farlo davvero e con questo gesto rivela anche la sua origine: viene da Dio e da Dio riceve la potenza per sanare tutta l’umanità (ricordiamo che la scena si svolge in territorio pagano!).

Segue però ancora una cosa: il gemito; e questo rivela la sua umanità.

Il verbo che Marco usa è il verbo “stenázo” (“gemere”) che è lo stesso verbo che Paolo userà nella sua Lettera ai cristiani di Roma (Rom 8,22-27) quando parlerà del gemito della creazione che attende la redenzione; Gesù geme di fronte al dolore, al male che abita l’uomo, di fronte alla finitudine ed alla fragilità…è come se Gesù, primogenito della creazione (cfr Col 1,15), emettesse per primo questo gemito che fino a quel momento nessuno osava emettere perchè era assente ogni speranza. Ora però la creazione può sperare nell’adempimento di quella promessa che il Libro di Isaia aveva preannunziato, come abbiamo ascoltato nella Prima lettura di oggi: Coraggio, non temete! … Dio viene a salvarvi! Ed ora Dio è presente ed in Gesù di Nazaret ridona speranza ai viventi.

Il gemito di Gesù qui è, in qualche modo, il partecipare di Cristo, Figlio eterno di Dio, al dolore della creazione, alla sua incapacità: in un certo senso Gesù emette qui un suono inarticolato, come il sordo balbuziente! Lo farà anche dalla croce dove morirà con un grido inarticolato (cfr Mc 15,37) che pure Marco ci racconta.

Il Figlio di Dio è venuto a condividere il nostro dolore, la nostra condizione, i nostri inferni ma per tirarcene fuori.

La parola che Gesù aggiunge al gemito è “Effatà!”. “Apriti!”

E’ l’uomo stesso che deve aprirsi, è lui che deve aprirsi all’ascolto e al parlare. E’ all’uomo che Gesù dice quella parola di liberazione, è all’uomo chiuso nel profondo silenzio della solitudine che è il non-ascolto, è all’uomo incapace di dirsi, di dire il mondo, di dire Dio: Effatà!

E’ tanto essenziale questo aprirsi che il rito del Battesimo custodisce il rito appunto dell’Effatà in cui il presbitero tocca bocca ed orecchie del battezzato e lo invia così nel mondo con il comandamento dell’ascolto di Dio e con la missione dell’annunzio della salvezza che in Cristo gli è stata donata.

Il racconto di Marco ha poi una conclusione strana, incongrua – sembrerebbe – con il racconto stesso. Gesù ha aperto orecchie e bocca all’uomo e poi comanda di non dire niente a nessuno. Perchè? La prima cosa che osserviamo è che il comando di non parlare non è rivolto tanto all’uomo guarito ma a coloro che l’hanno condotto a Gesù (infatti Marco usa un plurale: Comandò loro di non dirlo a nessuno). Essi non obbediscono a Gesù, e dalle loro parole comprendiamo che quegli uomini non hanno capito bene ciò che Gesù ha fatto: si fermano al meraviglioso e poi parlano di sordi e di muti (Fa udire i sordi e parlare i muti) e non comprendono che le due cose sono collegate: infatti è la sordità che produce la parola inceppata. Non hanno allora compreso che questo miracolo è un segno, e non solo una dimostrazione, di potenza e di compassione…ecco che dunque parlano a sproposito, era meglio il tacere. Il comado di Gesù mira a che si parli solo dopo aver fatto vera esperienza di Lui, dopo che ci si è lasciati personalmente liberare da sordità e parlare inceppato; per quegli “accompagnatori” sarà meglio tacere finchè Gesù non avrà compiuto la definitiva apertura del loro ascolto con la sua croce e risurrezione; allora contemplando quel segno supremo sapranno comprendere pienamente gli altri segni che conducono tutti lì, alla formazione dell’uomo nuovo completo e capace di ascolto e di parola libera. Non basta, dice Marco, acclamare Gesù come si acclama il Dio creatore che “fa bene tutte le cose”; si deve anche comprendere il senso profondo di questo “bene” che egli offre.

Quelli che avevano condotto l’uomo sordo e balbuziente a Gesù avevano essi stessi bisogno di andare da Lui per essere sanati.




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