XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (B) – Coraggiosi nella Speranza

 

TIMORE E CONSOLAZIONE

Dn 12, 1-3 ; Sal 15; Eb 10, 11-14.18; Mc 13, 24-32

 

Siamo alle ultime due domeniche di questo anno liturgico, e oggi ascoltiamo per l’ultima volta, in quest’anno, la voce dell’Evangelo di Marco poichè a partire da domenica prossima la Chiesa ci propone, a conclusione dell’anno, una pagina giovannea. Oggi l’evangelista ci conduce davvero alla fine o, per meglio dire, al fine della storia.

Siamo nel capitolo che precede la narrazione della Passione, e tutto questo capitolo è occupato da un lungo discorso che Gesù fa solo a quattro degli apostoli: a Pietro, a Giacomo, a Giovanni e ad Andrea (cfr Mc 13, 3 ). E’ dunque come un discorso riservato, segreto; è una rivelazione per pochi, ma che poi dovrà essere comunicata a tutti (cfr Mc 13, 37 ). Tutta la folla, ma neanche tutti i discepoli, non ne potrebbero portare il peso, né potrebbero comprenderla … bisogna avere pazienza. Dopo gli avvenimenti pasquali potrà essere divulgata per essere forza di consolazione e forza per la lotta.

Lo sguardo di Gesù allora si slancia oltre gli avvenimenti che sono alle porte, quelli della sua Pasqua che per ben tre volte ha preannunziato ai suoi, e apre loro questa conoscenza di ciò che deriverà dal mistero della Pasqua ormai imminente. Il linguaggio che Gesù usa è di tipo apocalittico, quindi carico di immagini, di segni e che abbisogna di una decodificazione per non esser letto come minaccia o come terroristico: quegli astri che cadono, quel sole che non splende più e quelle potenze dei cieli sconvolte vogliono dire che ci sarà un nuovo ordine del cosmo, che “le cose vecchie sono passate” (cfr 2Cor, 5,17; Ap, 21,4), il mondo che conosciamo passa perché scocca l’ora di un mondo nuovo in cui il Figlio dell’uomo verrà con la sua gloria a dire una parola definitiva sulla storia.

La pagina comunica un senso di timore perché certamente quell’ora sarà anche ora di giudizio; comunica però anche un grande senso di consolazione perché quell’ora sarà ora in cui sarà palese la vittoria dell’amore, la vittoria di Dio ma soprattutto sarà ora di presenza di Colui che i discepoli di tutti secoli hanno amato e desiderato, fin dai tempi della Prima Alleanza … Sarà ora in cui la sua presenza ci permetterà di vedere quel volto tanto atteso (cfr Es 33, 23; Sal 11,7; Sal 27,8) … la sua presenza … non a caso la Chiesa cominciò a chiamare quel giorno del ritorno del Figlio dell’uomo con la sola parola parusia che significa proprio “presenza”.

Anche la prima lettura, tratta dal Libro apocalittico di Daniele, ci mostra questo duplice aspetto: timore e consolazione. In un tempo di grave pressura e persecuzione, tempo in cui i credenti possono cadere nel cinismo e nello scoraggiamento se non nel tradimento, c’è salvezza perché Dio non solo si fa presente, ma dichiara di essere stato sempre vigilante sul suo popolo: “Sorgerà il gran principe Michele che vigila sui figli del tuo popolo”.

Il testo di Marco, all’annunzio di fede, fa seguire dei moniti da parte di Gesù: sottolinea l’imminenza della Parusia ma, contemporaneamente – e ciò pare contraddittorio – precisa subito che nessuno conosce il tempo e l’ora di quella venuta, paradossalmente neanche il Figlio dell’uomo che ne sarà protagonista.
In realtà Marco qui non si contraddice; desidera tuttavia comunicare che l’attesa cristiana è complessa in quanto due possono essere gli atteggiamenti, entrambi errati e portatori di vuoto e morte: ci può essere chi, vedendo tardare la Parusia e vedendo che la storia è sempre la stessa e che continuano ad imperare guerre, morte, ingiustizie, dolori, iniqui che trionfano e giusti che patiscono, può allentare l’attesa e divenire cinico fino a farsi mondanizzare, fino ad adeguarsi a quel mondo che è sempre uguale che non è per nulla cambiato. Dall’altro lato ci può essere chi, presumendo l’imminenza immediata della Parusia, perde ogni interesse alla storia ed alla lotta da fare, nel quotidiano, per essere segno di un’alterità che racconti Dio.
I due atteggiamenti sono entrambi mortiferi poichè davvero lasciano la storia così com’è: i primi vi si adeguano, i secondi se ne disinteressano! Così l’Evangelo viene spento, reso innocuo ed inoffensivo.

Marco ci vuole dire che l’imminenza della Parusia non è un’imminenza cronologica, è un’imminenza, vorrei dire, di certezza, è l’imminenza di un compimento già avvenuto ma che deve ulteriormente compiersi; è l’imminenza del “già e non ancora”! Una simile imminenza vuole che il credente vigili come se l’ora fosse oggi, ma senza affannarsi in impazienze e previsioni. Si deve vigilare cioè come se tutto avesse il suo fine oggi ma si lotta contemporaneamente come se questo fine fosse lontano!

Solo così si può avere vera incidenza nella storia. E’ il solito pericolo che la Chiesa ha corso per secoli e che ancora rischia di correre: quello cioè di installarsi nella storia, adeguandosi alla storia e diventandone addirittura un ingranaggio “religioso” e giustificativo; questo mi pare il pericolo più grande e da temere, anche perché è il più facile da correre in quanto questo atteggiamento di adeguamento alla storia sorge dall’evidenza dei meccanismi mondani a cui è più facile assentire che opporvisi. L’altro atteggiamento è tipico non solo di certi gruppi millenaristici (che spuntano in ogni secolo!) e che sono sempre pronti a mostrare i calcoli del giorno della fine del mondo, ma è soprattutto l’atteggiamento spiritualoide di chi pensa che, per essere pio, il cristiano debba fuggire dal mondo, disprezzarlo e disinteressarsene per pensare solo allo “spirito” … è l’atteggiamento di chi storce il muso davanti alla concretezza della storia con cui si è chiamati a compromettersi e fa questo per un preteso distacco ammantato da Evangelo.

La parola di oggi, invece, ci porta nella storia ma con lo sguardo rivolto all’oltre e vivificato dalla speranza. La parola di oggi ci vuole nella storia come dei coraggiosi che lottano ma con una certezza nel cuore: la vittoria di Cristo è sicura. Attenderlo significa portare frutti di amore, di giustizia e di novità nella storia perché Lui, al suo ritorno, come cantiamo nella notte di Pasqua, trovi accesa la fiamma dell’Evangelo e da lì possa iniziare ad accendere di vita tutto il cosmo portando a compimento ciò che noi, pur lottando, non abbiamo saputo portare a compimento!

Che grande consolazione!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

III Domenica del Tempo Ordinario – Il tempo è compiuto



CAMBIARE LA NOSTRA MENTE

 

Gn 3, 1-5.10; Sal 24; 1Cor 7, 29-31; Mc 1, 14-20

 

Ravenna, S. Apollinare Nuovo (particolare)

Ravenna, S. Apollinare Nuovo (particolare)

L’Evangelo di questa domenica inizia con il buio: Giovanni Battista è stato arrestato; il mondo cerca di far tacere la voce del profeta; pare che la speranza sia zittita e invece ecco che, sul Mare di Galilea, irrompe l’assoluta novità di Dio e la voce della speranza diventa Parola che svela un compimento, che chiede conversione e diventa parola di chiamata concreta che chiede di coinvolgere la vita nel progetto di Dio: “Il tempo è compiuto, il Regno di Dio si è avvicinato, convertitevi e credete all’Evangelo!”

Poche parole, ma di una dirompente novità e di vastissimi orizzonti; parole alle quali questi secoli cristiani ci hanno malamente abituati, assuefatti (come è accaduto per tante altre parole e misteri della rivelazione cristiana!); parole che irrompono nuove nella storia e portano luce lì dove sembrava che il buio avesse vinto (con l’arresto del Battista); parole nuove ma con radici nel passato (Gesù ripete, in qualche modo, l’invito alla conversione che Giovanni, suo Maestro, gridava dal Giordano!); con la forza di un compimento e con la certezza che è scoccata un’ora da cui non si può più tornare indietro.
Insomma, la storia ha avuto una svolta… Il tempo è compiuto, cioè “l’attesa è finita”; c’è dunque un oggi in cui Dio, superando quello che si  poteva immaginare, compie tutte le sue promesse.
Scriverà Paolo che “tutte le promesse di Dio in Cristo sono divenute sì” (cfr 2Cor 1, 20) e, nella sua Lettera ai cristiani della Galazia, affermerà ancora lo stesso compimento in una pienezza del tempo che corrisponde alla venuta nella carne del Figlio di Dio (cfr Gal 4, 4).

Questa pienezza è ora visibile nel Regno che si è avvicinato; il Regno è il farsi storia di Dio, è la sua venuta nella storia perchè la storia divenga luogo del suo primato; in Gesù questo è davvero avvenuto perché in Lui, sulla faccia della nostra terra, ha camminato un uomo in cui Dio regna pienamente, e che ha un solo desiderio: contagiare all’umanità dei suoi fratelli quello stesso regnare di Dio. E perchè questo “contagio” accada è necessario convertirsi, è necessario lottare; è necessario ingaggiare un vero combattimento come ha fatto il Figlio nel deserto per quaranta giorni, per dare spazio pieno a Dio (il suo digiuno prolungato è proprio segno di voler dare spazio solo a Dio! cfr Mc 1, 12-13).

La conversione è volgere tutta la propria vita a Dio (in ebraico conversione si dice “teshuvà” che significa “inversione di direzione”); significa cambiare la propria mente con la mente di Dio… Quello che deve avvenire è un vero “rovesciamento”, come annunzia Giona nel testo che oggi si legge quale prima lettura: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà capovolta” (così alla lettera, che è parola volutamente ambigua: sarà “capovolta” perchè distrutta o “capovolta” perchè convertita?)…
Certo, cambiare la nostra mente con la mente di Dio è una meta immensa, ma per il Nuovo Testamento la “metànoia” è il rovesciare (“metà”) la mente (“nous”), ma in un mutamento che non è da pensieri peggiori a pensieri migliori; il mutamento è cambiare i nostri pensieri con i pensieri di Dio…e quando questo avviene il Regno si compie in colui che ha messo fiducia in questa possibilità di novità che è l’Evangelo di Gesù (ecco il credere all’Evangelo!).

A questo irrompere della Parola di Gesù che viene a ridare speranza al mondo, e viene a fare domande grandi al cuore dell’uomo, Marco fa seguire la scena della vocazione dei primi quattro discepoli.

Gesù, che ha proclamato la prossimità del Regno e del tempo ormai compiuto; si avvicina ad alcuni uomini e li chiamali ha trovati nel loro quotidiano e da lì li chiama ad un quotidiano diverso, un quotidiano fatto di assoluta assiduità con Lui… Non si tratta di fare una cosa tra le altre, ma di impostare la propria vita in modo altro, mettendo al centro la sua persona e ciò che Lui è venuto a fare: trarre gli uomini dagli abissi del male e della morte. Infatti chiama i quattro a diventare pescatori di uomini, a lavorare in quest’opera di trarre gli uomini dal mare, luogo simbolo del male e del caos.

L’invito a “seguirlo” (“deûte opίso mou” cioè “venite dietro di me”) è di capitale importanza nella sua formulazione (dietro di me): si tratta di seguire Lui, e di seguire Lui facendo le sue scelte. Chi legge l’evangelo sa che le scelte di Gesù andarono tutte verso un solo punto: offrire se stesso, “servire e dare la vita in riscatto” (cfr Mc 10, 45). Seguirlo significherà questo per quei quattro, e per tutti quelli per i quali nei secoli risuonerà l’invito alla sequela. Non si tratta di seguire una dottrina, dei bei pensieri, una “filosofia di vita”…si tratta di seguire Lui, Gesù di Nazareth e tutta la sua vicenda, il suo stile, le sue scelte…

Come diverso è ciò che chiede il Rabbi Gesù di Nazareth da quello che chiedevano gli altri rabbi di Israele…nel discepolato dei rabbini, in primo luogo, era il discepolo che sceglieva il rabbi, cosa che Gesù non tollera per sè…sarà infatti sempre Lui a scegliere i discepoli, ed il Quarto Evangelo glielo farà dire in modo esplicito: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (cfr Gv 15, 16); in secondo luogo era la dottrina ad avere il primo posto; i discepoli facevano vita con il rabbi, per lo meno in alcune ore del giorno, e certo per questo facevano molte rinunzie, ma per impossessarsi della dottrina e per diventare poi, a loro volta, dei rabbi, dei maestri.

Il discepolo di Gesù entra invece in una condizione permanente di discepolato, non diventerà mai maestro ma rimarrà sempre discepolo, un discepolo chiamato a fare vita con Gesù fino in fondo. E più farà vita con Lui, fino a dare la vita, e più sarà solo e sempre discepolo.
Ricordiamo a questo proposito le parole del grande martire Ignazio di Antiochia che, nella sua Lettera ai cristiani di Roma, scriverà, alla vigilia del martirio, che quando per la sequela di Cristo sarà dato in pasto alle belve, “sarà veramente discepolo” (Lettera ai Romani IV, 2).

Il discorso che la liturgia di oggi ci fa fare è di una radicalità assoluta…e la radicalità è la via dell’Evangelo. Per l’Evangelo non c’è altra via che quella radicale! Vie mediane Gesù non ne tollera perchè le vie mediane diventano subito mediocri. Il Nuovo Testamento sa che il tempo si è fatto breve e dunque non si può perdere tempo; se il tempo è compiuto questo è vero fino in fondo e non sopporta nessun procrastinare; Marco sottolinea che le chiamate presso il lago hanno una risposta immediata; rimandare significherebbe solo dire “no”!

Se questo fosse chiaro in tante storie di vocazione o presunte tali!
Paolo, nel tratto della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto, che oggi si legge come seconda lettura, mostra la vita cristiana come un guardare all’orizzonte ultimo; si deve sapere che passa la figura di questo mondo, cioè il mondo passa come passa una “scena”, come qualcosa di provvisorio e, se è così, bisogna volgersi a ciò che è assoluto e definitivo, e definitivo e assoluto è Cristo con il suo Regno veniente.

Allora nessuna via mediana; dobbiamo purtroppo constatare che anche nello spazio cristiano c’è gente che crede in Dio e in una dottrina religiosa ma, se si scava profondo (e neanche tanto profondo!), ci si accorge che non si tratta del Dio che si è rivelato in Gesù Cristo; a volte si può trattare di un Dio “tappa-buchi”, di un Dio che serve a risolvere conflitti e ansie psicologiche, ma non è quello dell’Evangelo, non è Colui che chiede cioè di misurarsi su un progetto che è quello di Gesù Cristo, che chiede di entrare in un discepolato che porta su vie imprevedibili, la cui sostanza sarà sempre e solo dare la vita con Gesù e come Gesù.

Memoria dei Morti in Cristo – Giorno di Pietà e di Speranza

 


SPERARE PER TUTTI! 


Gb 19, 1.23-27a; Sal 26; Rm 5, 5-11; Gv 6, 37-40

 

La Resurrezione dei corpi di Michelangelo Buonarroti. Giudizio Universale, Cappella Sistina - Roma

La Resurrezione dei corpi, di Michelangelo Buonarroti. Giudizio Universale, Cappella Sistina – Roma


Quest’anno il 2 di novembre cade di domenica, il che ci permette di celebrare con maggior forza questa memoria non come giorno di tristezza, ma come giorno di risurrezione.
Un giorno certamente segnato da nostalgia per tutti coloro che abbiamo amato e ci hanno amato, e che ora sono sottratti ai nostri sguardi e alla nostra prossimità tangibile, ma anche giorno in cui si deve dilatare il nostro affetto e la nostra speranza verso tutti quelli che sono morti.
Certo, ci sono i fratelli cristiani, quelli cioè che chiamiamo fedeli defunti o meglio morti in Cristo (cfr Ap 14, 13), ma lo sguardo del cuore oggi dovrebbe dilatarsi ancor più a tutti gli uomini, nostri fratelli, che sono passati per questa storia e che ora sono oltre la storia; anch’essi, infatti, sono stati accolti da quel Dio che in Gesù si è rivelato a noi, senza alcun nostro merito, e che non hanno avuto la gioia di conoscere…

Quanti uomini sono passati per questa nostra terra! Quanti hanno amato, sofferto, gioito, peccato, generato, sperato, pianto lacrime nascoste; quanti hanno gridato al cielo, quanti hanno odiato, disperato; quanti sono stati schiacciati dall’ingiustizia, dai poteri perversi; quanti hanno languito nella povertà, nella fame, nella nudità; quanti sono stati privati della libertà e della gioia di costruirsi una vita degnamente umana…quanti!
Giusti, ingiusti, vittime e assassini, stolti e sapienti… giustiziati da altri uomini che si credevano padrini della vita, stolti e sapienti… Quanti non sono neanche riusciti a nascere… quanti sono morti disperati…e quanti gettati in battaglia come carne da macello, quanti affogati nei mari o perduti nei deserti…quanti!!

Oggi dobbiamo portarli tutti davanti a Dio, nella memoria di quelli che abbiamo amato e nella preghiera e solidarietà con tutti quelli che con noi hanno condiviso la nostra umanità! Siamo tutti uomini, tutti solidali nel bene e nel male, tutti parte di una stirpe creata dall’Amore e per l’amore, e troppe volte infelice ed infelicitante perché sedotta da cose che con l’amore non hanno nulla a che vedere…

Oggi deve essere giorno di una grande pietà e giorno di una grande speranza: d’una grande pietà, perché noi credenti dobbiamo oggi, con pietà infinita, raccogliere la lacrime di tutti gli uomini che sono morti, raccogliere i loro rifiuti, i loro orrori e le loro bellezze, e deporli tutti davanti a Dio ed al suo amore; e giorno poi d’una grande speranza, perché noi e solo noi, discepoli di Cristo, sappiamo che Gesù, il Figlio amato del Padre è venuto per essere anch’egli un frammento di questa infinita umanità. Lui l’Uno divenne frammento per essere accanto ad ogni frammento, per essere “primogenito tra molti fratelli” (cfr Rm 8, 29).

Noi, discepoli di Cristo, abbiamo un compito nella storia: quello di essere testimoni della speranza e, proprio dinanzi alla morte che è per tanti una diga alla speranza, noi abbiamo il compito di testimoniare una speranza nell’insperabile; una speranza che ha radici non in noi, ma in Cristo che è il “più forte”, che ha legato il “forte” che è il potere della morte (cfr Lc 11, 21-22).
La cosa sorprendente e paradossale è che questo “uomo più forte” è tale perché si è fatto debole fino alla croce, per raggiungerci nella nostra debolezza estrema che è la morte. E così ha abitato la morte.
Scriveva anni fa P. Ernesto Balducci: “Il non-senso che è la morte è stato abitato dall’Amore” e questo ha tolto potere alla morte, che è suprema espressione dell’odio e del peccato.

Ricordiamo sempre che la Scrittura fa entrare in scena la morte quando Caino uccide Abele (cfr Gen 4, 8), racconto potente dell’origine della morte: essa deriva dall’odio e dal peccato. La morte è creata dall’uomo che si è andato a gettare negli abissi della lontanza da Dio…
Dio è la vita, come ha scritto l’autore del Libro di Giobbe; Egli è il Redentore, riscatta perché è vivo ed ha l’ultima parola sull’orrore della morte. La certezza di fede di Giobbe è diventata reale e storica in Gesù, che “ha fatto la pace” ed ha vinto la morte “grazie al sangue della sua croce” (cfr Col 1, 20).

Il nostro compito è quello di “sperare per tutti”, come scriveva von Balthasar: sperare per quelli che sono morti senza speranza, per quelli che sono morti nel male, nel non-senso e nell’odio…

Sperare per quelli che non hanno conosciuto motivi di speranza; per quelli che hanno conosciuto solo il male, e per quelli che – non amati – non hanno saputo amare…

Gesù, nel passo del Quarto Evangelo che leggiamo oggi, ci rivela ancora il cuore del Padre: il Padre vuole che io non perda nulla di quanto mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno…e il Padre gli ha dato tutta l’umanità, ogni uomo, di ogni tempo; e per ognuno di noi il Padre ha un solo sogno: la vita!
Non una vaga immortalità, ma la risurrezione! Questa è l’autentica fede cristiana: la certezza che tutto ci verrà ridato, anche questo nostro corpo con cui abbiamo attraversato la storia, quel corpo segnato dalle nostre vicende, dai nostri peccati ma anche dai nostri slanci e speranze; tutto cio che la morte ci strappa ci verrà restituito dall’amore di Dio in Cristo Gesù!

A Cristo eleviamo oggi l’inno di lode per la sua Croce e la sua Risurrezione; a Lui, con amore solidale, presentiamo tutti gli uomini nostri fratelli che hanno calpestato questa terra stupenda e terribile, e che sono giunti a quell’oltre che Lui abita… Da parte nostra, gridiamo quella grande speranza che Paolo proclama ai cristiani di Tessalonica: “Saremo sempre con il Signore!” (cfr 1Ts 4, 17).

Oggi, allora, non è giorno di tetra mestizia, ma giorno di lieta speranza; certamente, è giorno pure di nostalgia, ma di una nostalgia che sa che ogni lontananza sarà colmata da Cristo, e che ogni iniquità troverà le sue braccia spalancate in una misericordia che noi non riusciamo neanche a immaginare o a sognare!

A quella misericordia consegniamo tutti…tutti…tutti!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

XVI Domenica del Tempo Ordinario – La zizzania non deve essere strappata

Grano e zizzania

 

LA PAZIENZA DI DIO, LA SPERANZA DELLA CHIESA 

Sap 12, 13.16-19; Sal 85; Rm 8, 26-27; Mt 13, 24-43

 

Grano e zizzania

Grano e zizzania

Ancora una parabola, anzi tre parabole, anche se pare che quella della zizzania prenda tutto il campo! Tre parabole certamente collegate, e con una spiegazione “a scoppio ritardato” della prima parabola. Come per la spiegazione della parabola del seminatore, anche questa spiegazione non risale a Gesù, ma alla comunità di Matteo e alle sue esigenze storiche; e anche questa spiegazione – dobbiamo dire la verità, come nel caso della parabola del seminatore – sposta l’attenzione dal vero centro della parabola.

Il problema della parabola della zizzania è un problema serio che agitava le comunità degli inizi come agita, in qualche modo, anche le comunità cristiane di oggi, anche se – dobbiamo dire con rammarico – noi sembriamo meno agitati rispetto a quelle prime generazioni cristiane. Forse siamo, drammaticamente, più abituati alla presenza del male tra di noi. Il problema, infatti, è lo scandalo dei peccati dopo il battesimo, lo scandalo del male che può abitare anche la Chiesa.

In primo luogo la parabola mette in guardia sul fatto che la Chiesa non è la comunità dei puri, degli eletti, degli uomini già salvati…no! La Chiesa è la comunità dove ci si può salvare. La presenza della zizzania non può essere nè deve essere una sorpresa, e neanche deve essere letta come un segno di impotenza della Parola dell’Evangelo di salvare gli uomini. Anche qui, come nella parabola del seminatore, Matteo affronta il rischio, che tanti corrono, di pensare che la Parola sia “inefficace”: se c’è la zizzania, incarnata in alcuni che hanno ricevuto la Parola e che si sono impiantati nel terreno della Chiesa, vuol dire per caso che la Parola non abbia forza sufficiente a cambiare il volto della terra?
Questa è una domanda drammatica, e la parabola vuole dare una risposta.

Così il primo problema che la parabola affronta è la presenza di servi zelanti ed impazienti che vorrebbero anticipare il giudizio di Dio con il loro giudizio; la parabola rimanda il giudizio alla fine, ma ha un altro centro: il cuore della parabola, mi pare, non è la presenza della zizzania (è un fatto facilmente constatabile!), e neanche il fatto che nel futuro giudizio il buon grano sarà separato dalla zizzania! Il centro della parabola sta nel fatto che oggi la zizzania non deve essere strappata.

Come sempre anche questa parabola è scioccante: lo scandalo è la pazienza di Dio che si colloca al di là di ogni intolleranza.
Forte era il problema dell’intolleranza ai tempi di Gesù: i farisei e gli esseni, infatti, propendevano ad una rigida separazione tra puri ed impuri: essi pensavano che l’instaurazione del Regno di Dio sarebbe avvenuta attraverso questa rigida separazione.
In fondo la stessa predicazione del Battista si spingeva su queste rive quando gridava: “La scure è posta alla radice…”, e che il Messia sarebbe venuto impugnando “il ventilabro per separare il grano dalla pula” (cfr Mt 3, 10.12).
La Chiesa dei primi secoli fu anch’essa tentata da questa logica che – diciamoci la verità – è una logica facile, anche se altamente illusoria perché i puri non esistono…addirittura nella Chiesa antica ci fu un tempo in cui si discusse circa la possibilità di ottenere il perdono per i peccati commessi dopo il Battesimo.

La pratica di Gesù va in tutt’altra direzione, tanto da scandalizzare i farisei e da far sorgere dubbi persino nel Battista che manda a chiedere a Gesù se è proprio lui il veniente (cfr Mt 11,3): Gesù infatti frequenta i peccatori e i pubblicani, e siede a mensa con loro (cfr Mt 9, 10-13); Gesù ha tra i suoi discepoli un traditore; Gesù frequenta donne di dubbia fama (cfr Lc 8, 1-3) e si fa toccare da una pubblica peccatrice (cfr Lc 7, 36-50).
Gesù chiede conversione, ma non segue nessuna logica di separazione e di contrapposizione tra puro e impuro: la parabola della zizzania altro non è che l’adozione di quella “politica” e logica di Gesù nella vita della Chiesa e nella vita della comunità dei discepoli. Una logica – quella che la parabola ci trasmette – tanto “altra”, tanto difficile a portarsi, che la Chiesa non è stata capace di realizzare neanche in epoca apostolica.
Si pensi a Paolo che, nella sua Prima lettera ai cristiani di Corinto, comanda alla Chiesa di “sradicare” da sé uno colpevole di incesto, di espellerlo dalla comunità (cfr 1Cor 5,5): l’Evangelo di oggi giudica dunque questa pagina di Paolo, e dichiara che l’Apostolo non seguì la via di Gesù che chiede di lasciare il giudizio ultimo a Dio, e di lasciare nel campo della Chiesa il buon grano assieme alla zizzania.

Nell’oggi della Chiesa è così: il grano sta assieme alla zizzania, non può essere diversamente… la Chiesa è così, e così diventa luogo di pazienza e di fraterna carità, poiché l’attesa ed il rinvio del giudizio custodiscono, forse, una speranza incredibile: la zizzania potrebbe trasformarsi.
Certo, biologicamente, la zizzania mai diventerà buon grano, ma nel “paese” della grazia, sul terreno della Chiesa di Cristo, questo potrebbe anche avvenire…
Allora l’attesa è il tempo della Chiesa, in cui non bisogna essere impazienti, ma è anche il tempo della speranza e dell’intercessione. L’attesa che Dio chiede ci suggerisce che il Regno è presente, ma è anche realtà in divenire, realtà dinamica…
La Pasqua del Figlio ha vinto il male in radice, ma non ha eliminato le sue conseguenze: vi è un “contagio” del male che infetta il terreno santo della Chiesa, perché in esso ci sono gli uomini feriti e avvelenati da quel contagio.

Le due brevi parabole che Matteo narra tra la parabole della zizzania e la sua spiegazione, le parabole cioè del granello di senape e del lievito, ci vogliono rendere convinti dell’incredibile potenza dell’Evangelo…
D’altro canto, proprio la storia di Gesù, finita così male, sembra piccola cosa, insignificante per la grande storia che neanche se n’è accorta; eppure ha in sé una “potenza” tale da trasformare la storia, proprio come il pizzico di lievito o il piccolo granello di senape: guai a chi si fa accecare dalla grandezza, guai a chi disprezza la piccolezza…
Nella storia c’è il seme del Regno che è la Chiesa, piccola e povera perché peccatrice e colma di zizzania; ma quel seme del Regno porterà al Regno!
Di questo i cristiani devono essere certi, senza però perdere la tensione verso la purificazione della Chiesa; questa però non si ottiene sradicando gli altri dalla Chiesa, ma sradicando il male dal proprio cuore, e lottando, anche dolorosamente, per giungere a questo sradicamento.

p. Fabrizio Cristarella Orestano