VI Domenica di Pasqua – Il frattempo della Chiesa

 
DARE RAGIONE DELLA SPERANZA

 

At 8, 5-8; 14-17; Sal 65; 1Pt 3, 15-18; Gv 14, 15-21

 

Icona della tenerezza - Gesù Maestro con il discepolo Giovanni (secolo XX)

Icona della tenerezza – Gesù Maestro con il discepolo Giovanni (secolo XX)

Il tempo della Chiesa – si dice in linguaggio teologico – è un “frattempo” tra la prima venuta del Cristo ed il suo ritorno alla fine della storia. Questo “frattempo” è il tempo della nostra vita credente, del nostro oggi. E’ però un “frattempo” segnato dalla Pasqua di Cristo! Non è un “frattempo” fatto di attesa di un futuro, ma un “frattempo” che è anche un presente segnato dalla vera possibilità, per i discepoli di Cristo, di vivere ricolmi di speranza, di vivere di una presenza che, per quanto misteriosa, sarà tangibile ed operante nelle loro vite.

Questa presenza promessa è il Paraclito. Con questo termine (che il Nuovo Testamento registra solo nel Quarto Evangelo) si intende lo Spirito Santo nella sua missione di “difensore”; in greco, infatti, “parácletos” significa “avvocato”, “difensore”, “chiamato in aiuto”. E’ una presenza che consola (il termine può avere anche questo significato) perché è accanto e difende. Ma chi difende? Verrebbe subito da pensare che difenda il credente dagli assalti del mondo che lo perseguiterà; infatti più avanti Giovanni farà parlare Gesù circa le persecuzioni che i suoi subiranno (cfr Gv 16, 2-3), e già nei Sinottici Gesù aveva detto che, dinanzi ai tribunali degli uomini, lo Spirito Santo avrebbe messo sulle labbra dei discepoli perseguitati parole di verità e di difesa (cfr Mt 10,17.20; Lc 12, 11-12), ma qui siamo nel Quarto Evangelo e Giovanni, lo sappiamo, va sempre oltre!

Il Paraclito qui è il difensore di Dio e dei suoi “diritti” su di noi dinanzi alla mondanità che vuole soffocare la luce! Già la venuta del Verbo, nella carne di Gesù di Nazareth, è stata presenza di un primo Paraclito che è venuto a rivelare il volto del Padre, che è venuto a consegnare agli uomini la verità del suo volto difendendo Dio dalle maschere perverse che gli uomini pongono sul suo volto … Gesù è il Primo Paraclito venuto a difendere il diritto d’amore del Padre, riconsegnandogli a prezzo del suo sangue “i figli dispersi” (cfr Gv 11, 52); ora inizia il tempo in cui, al cuore del credenti, verrà donato un Altro Paraclito! Un’espressione questa che ci fa ben capire che è Gesù il Primo Paraclito. L’Altro Paraclito verrà, e sarà una presenza costante che difenderà i credenti in quanto difenderà Dio nei loro cuori, nelle loro vite, nella vita della comunità. Il Paraclito è il grande dono pasquale, e lo abbiamo visto al capitolo 20 di Giovanni quando il primo gesto del Risorto è mostrare il suo corpo trafitto ma vivente, e soffiare lo Spirito per la remissione dei peccati!

Il “frattempo” della Chiesa è allora il tempo di questa presenza rassicurante ma scomoda; rassicurante perché lo Spirito è la mano di Dio che guida la Chiesa a camminare nella via che è Cristo, nella verità che è Cristo, e gustando la vita vera che è ancora Lui! E’ presenza scomoda perché lo Spirito “grida” i diritti di Dio quando noi cediamo ai compromessi con il mondo, “grida” a chi apparteniamo e “grida” il caro prezzo della nostra salvezza. Lo Spirito, così, difendendo Dio, difende anche il credente…lo difende facendo scoppiare dal suo cuore una preghiera che va oltre la sua stessa capacità di pregare… Paolo scriverà che lo Spirito prega in noi con “gemiti inesprimibili” (cfr Rm 8,26); sì, è lì, ad agire nel cuore dei credenti, come Gesù promette in questa pagina giovannea: “Egli dimora presso di voi e sarà in voi”.

Il  “frattempo” della Chiesa è colmato di questa presenza che, invisibile e inconoscibile per il mondo, è invece esperibile a pieno per i credenti. Il mondo riceverà una rivelazione che è conseguenza di questa presenza invisibile: la testimonianza d’amore dei discepoli. La sola presenza dei discepoli di Gesù dovrebbe portare al mondo la potenza di difesa e di consolazione dello Spirito; è quello che accade nella pagina di Atti in cui Pietro e Giovanni donano lo Spirito ai credenti di Samaria. I discepoli sono resi capaci dallo Spirito di “rispondere a chiunque domandi ragione della speranzache li abita, come scrive Pietro nel testo che oggi pure ascoltiamo. Mi pare davvero straordinario quel mettere assieme “ragione” (“lògos”) e “speranza” (“elpís”): la speranza, infatti, è per il mondo molte volte illusoria e irragionevole, è illogica … chi invece ha conosciuto Cristo sa che c’è una “ragione della speranza”: Cristo crocefisso e risorto con il suo amore che contraddice il mondo; e la ragione sono quei gemiti inesprimibili del Paraclito che vive in lui, che gli grida Dio chiamandolo “Padre!” (cfr Rm 8,15-16) e che indica Cristo Gesù come unica via da percorrere nella storia!

Possiamo dare ragione della nostra speranza, e dobbiamo farlo, ma Pietro ci esorta a farlo senza arroganze e senza condanne inappellabili, ma mostrando la ragione della speranza con la mitezza di Cristo. Sarà questa mitezza, sarà questa misericordia, questa dolcezza che racconterà Dio al mondo! Non ci sono altre vie, perché questa è la via di Cristo, è la via che è Cristo!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

I Domenica di Avvento – Come custodire la Speranza

VIGILANDO NEL QUOTIDIANO

  –  Is 2, 1-5; Sal 121; Rm 13,11-14a; Mt 24, 37-44   

 

Candele dell'Avvento

Candele dell’Avvento

L’Avvento. Un tempo nel quale ci si deve porre nella giusta direzione: volgere lo sguardo al Veniente. A partire dalla memoria santa della sua venuta nella nostra carne, celebriamo il suo quotidiano venire a noi, celebriamo – dilatando il cuore – quel suo venire, che attendiamo “nella beata speranza”. Se dimentichiamo che Cristo non è solo Colui che è venuto, ma è il Veniente, la nostra storia resta prigioniera di se stessa, resta impigliata nella rete dei giorni e agonizza fino a morire uccisa da se stessa. Se la storia resta chiusa sotto un cielo sigillato, senza spiragli di speranza, di vera speranza, soffoca e muore! Nel passo dell’Evangelo – quest’anno ci accompagnerà l’Evangelo di Matteo – Gesù ci dice “come” custodire quella speranza, “dove” attendere il suo irrompere. “Vigilando” e nel “quotidiano”. Ci sono delle attitudini più contrarie all’Avvento: l’indifferenza, l’orgoglio, la presunzione di bastare a se stessi e di essere al riparo da ogni compromettente domanda di senso. Attitudini contrarie all’Avvento perché l’Avvento presuppone stupore, umiltà, attesa di chi solo può compiere la storia, la mia e quella del mondo. Non può vivere l’Avvento chi crede di bastare a se stesso, chi crede che l’orizzonte della vita sia solo il “fare” per un “utile”; non può essere uomo o donna d’Avvento chi reputa ridicola e superflua ogni domanda sul senso; non può essere uomo o donna d’Avvento chi si ostina a rimanere ingabbiato negli oggi senza vie d’uscita; non può essere uomo o donna d’Avvento chi non “sogna”. Uomo d’Avvento è solo chi “sogna” … e” sognare” non significa stare con la testa tra le nuvole, ma essere capace di guardare “oltre”, essere capace di credere che l’oggi non è chiuso nell’oggi, “sognare” significa credere all’utopia di una terra promessa che ci sarà data, e verso cui è bello e sensato camminare a costo di qualsiasi cosa; ”sognare” per un cristiano è avere lo sguardo puntato verso il Veniente, che è compimento definitivo di ogni “sogno” mentre dona forza al sognare. Buon Avvento!

E ricomincia un anno liturgico…

La Chiesa nella sua sapienza materna ci riporta di nuovo all’Avvento perché ancora si possa celebrare il Natale del Signore. Il Natale, come tutte le feste liturgiche, non è una commemorazione (per dirla semplicemente NON E’ il compleanno di Gesù!); il Natale, la Pasqua, gli altri misteri della salvezza non li commemoriamo, ma li celebriamo! Celebrare significa far entrare quel mistero nel nostro vivere quotidiano di credenti. Celebrare è permettere al Cristo di far germinare i frutti della sua salvezza nella nostra vita di ogni giorno. Per questo abbiamo bisogno continuamente di celebrare i santi misteri della nostra fede. Per questo, ogni anno, il ciclo liturgico pare ci faccia tornare indietro; in realtà non torniamo indietro ma andiamo avanti in quanto ognuno di noi non è quello che era lo scorso anno all’inizio dell’Avvento; oggi abbiamo bisogno del mistero del Veniente; oggi, per quel che siamo, per quel che la storia ha operato in noi, per quello che la Grazia ha fatto in noi, per quello che il peccato e le durezze di cuore hanno prodotto in noi! E’ ciò che noi siamo oggi ad aver bisogno di compiere il percorso d’Avvento…e così sarà per tutto questo nuovo anno liturgico. Oggi, a questa domenica di inizio Avvento, portiamo allora i frutti dell’anno che è appena passato, vi portiamo anche le ferite ed i fallimenti; e oggi, paziente e misericordioso, il Signore dice a ciascuno di noi: Ricominciamo il cammino!All’inizio di questo nuovo percorso, allora, facciamoci una domanda essenziale: siamo disposti a lasciarci “ferire” dalla Parola? Solo questa disponibilità potrà schiudere il nostro cuore, la nostra vita a ricevere quella stessa Parola trasformante. Si riprende il cammino perché possiamo essere plasmati ancora dalla mano tenera e forte, misericordiosa ed esigente del Signore.

L’Avvento. Ecco il primo passo del nuovo cammino di quest’anno.

L’Avvento. Un tempo nel quale ci si deve porre nella giusta direzione: volgere lo sguardo al Veniente.

A partire dalla memoria santa della sua venuta nella nostra carne, celebriamo il suo quotidiano venire a noi, celebriamo, dilatando il cuore, quel suo venire che attendiamo “nella beata speranza”. Se dimentichiamo che Cristo non è solo Colui che è venuto, ma è il Veniente, la nostra storia resta prigioniera di se stessa, resta impigliata nella rete dei giorni e agonizza fino a morire uccisa da se stessa. Se la storia resta chiusa sotto un cielo sigillato, senza spiragli di speranza, di vera speranza, soffoca e muore!

Chi crede in Cristo, chi spera in Lui, chi lotta per amare come Lui, non può non essere che un annunziatore mite e fermo di questo irrompere di Dio che dà senso a tutta la storia.

La storia, come dice Isaia nell’oracolo luminoso che oggi si proclama come prima lettura, è piena di spade, di lance, è piena di popoli che alzano la mano a colpire altri popoli, è piena di gente che non fa altro che esercitarsi nelle mille guerre che ogni giorno si combattono; e non solo quelle dei campi di battaglia ma anche quelle “pulite” ed ipocrite che si combattono nella politica corrotta, nelle famiglie che non sono più famiglie, nella spietata lotta di chi accumula ricchezze anche a scapito dei poveri, nella lotta senza esclusione di colpi di chi impone le proprie idee per prevalere e dominare…e perfino nella Chiesa in cui, troppe volte, diamo accesso al mondo con le sue derive. Isaia dinanzi a queste cose, però, proclama una speranza: un futuro non fatto dall’opera dell’uomo. Un futuro fatto da un’azione di salvezza che solo Dio compie: Perché da Sion uscirà la Legge e da Gerusalemme la Parola del Signore. Questa promessa dà ad Israele un compito preciso: camminare alla luce del Signore. Chi nutre questa speranza cammina già alla luce di quella speranza, e così già alcune spade si trasformano in vomeri, alcune lance si forgiano in falci e qualcuno cessa di fare delle guerre il suo orizzonte quotidiano. Questa speranza crea un popolo nascosto in mezzo alle genti, che custodisce una luce…

Nel passo della Lettera ai cristiani di Roma che oggi è proposto alla nostra riflessione, Paolo esorta a riconoscere questa luce ed a vivere di questa luce; la Chiesa, di fatto, può vivere di questa luce perché sa che essa è già sorta in Cristo, che in Lui le guerre sono cessate, che in lui Dio ha detto la Parola definitiva alla storia mostrandoci chi è davvero l’uomo!

Celebrare l’Incarnazione è contemplare il vero volto dell’uomo, quello di Cristo; quel volto di carne, quella vita umanissima è la grande novità di Dio nella storia, è principio di una novità che è la nostra speranza.

La venuta di Cristo nella storia, nella carne dell’uomo, ha lasciato un’umile traccia: noi credenti che, per quanto sempre in lotta con ciò che vorrebbe vincere la nostra speranza, siamo i custodi di un’attesa, di quell’attesa che è capace di trasformare ogni oggi.

Nel passo dell’Evangelo – quest’anno ci accompagna l’Evangelo di Matteo – Gesù ci dice come custodire quella speranza, dove attendere il suo irrompere. Il discorso di Gesù non vuole rispondere alla martellante domanda sul “quando” del suo ritorno; se rivelasse un “quando” tutti i giorni che precedessero quel punto fissato perderebbero consistenza e valore, e Gesù non è venuto nella storia per svuotare la storia, ma per darle concreta consistenza di amore. In ogni oggi bisogna vigilare. Ecco il “come”. Chi attende vigila, non si fa appesantire dal sonno (Paolo ha scritto nel passo di oggi: E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno!), non si stordisce con la ricerca smodata di soddisfare le proprie voglie, vive il quotidiano attento al quotidiano fuggendo la peste dell’indifferenza.

L’indifferenza è la dimenticanza del futuro, è la dimenticanza della morte che non deve essere ombra inquietante sul nostro vivere ma potrebbe proiettare su noi una grande luce ed una grande sete di incontro, un grande desiderio di “oltre”. Desiderio di un “oltre” che già può cominciare qui proprio vigilando, attendendo il ritorno di Lui, dell’Amato … Vegliare nell’attesa è esprimere concretamente quanto lo attendiamo, gustandolo nel desiderio. Questo non per dimenticare la storia ma per vivere il quotidiano riempendolo d’attesa. Nel’Evangelo di oggi gli esempi che Gesù propone riportano proprio al quotidiano: due uomini sono nel campo … due donne saranno alla mola … Sì, nelle occupazioni quotidiane … Ecco il “dove” … lì si opererà la distinzione tra quelli che “attendono” e quelli che “dormono”… apparentemente i due uomini, come le due donne, fanno la stessa cosa ma quello che è determinante non è il “cosa” si fa ma il “come” si fa. L’esempio che Gesù propone poi dei tempi di Noè sottolinea proprio questa incosciente inconsapevolezza ed indifferenza: Mangiavano, bevevano, prendevano moglie e marito (cioè facevano le cose quotidiane necessarie per la vita (mangiare e generare) ma lo facevano senza accorgersi di come la storia nella quale vivevano stesse precipitando verso un abisso. Il loro dramma fu la noncuranza di Dio, fu l’essere accecati dall’indifferenza e dall’ orgoglio presuntuoso. Queste sono proprio le attitudini più contrarie all’Avvento: l’indifferenza, l’orgoglio, la presunzione di bastare a se stessi e di essere al riparo da ogni compromettente domanda di senso. Attitudini contrarie all’Avvento perché l’Avvento presuppone stupore, umiltà, attesa di chi solo può compiere la storia, la mia e quella del mondo.

Non può vivere l’Avvento chi crede di bastare a se stesso, chi crede che l’orizzonte della vita sia solo il “fare” per un “utile”; non può essere uomo o donna d’Avvento chi reputa ridicola e superflua ogni domanda sul senso, non può essere uomo o donna d’Avvento chi si ostina a rimanere ingabbiato negli oggi senza vie d’uscita, non può essere uomo o donna d’Avvento chi non sogna. Uomo d’Avvento è solo chi sogna … e sognare non significa stare con la testa tra le nuvole ma essere capace di guardare “oltre”, essere capace di credere che l’oggi non è chiuso nell’oggi, sognare significa credere all’utopia di una terra promessa che ci sarà data e verso cui è bello e sensato camminare a costo di qualsiasi cosa, sognare per un cristiano è avere lo sguardo puntato verso il Veniente che è compimento definitivo di ogni sogno mentre dona forza al sognare quotidiano … il sogno vive nel cuore della Speranza …

Sognare è attendere la venuta del Figlio dell’uomo che sarà misericordiosa e tutto compirà, ma sarà anche giudizio sulla vicenda del mondo e sulle vicende degli uomini.

All’inizio dell’Avvento ci sembra strano questo volto di Cristo giudice … preferiremmo essere condotti davanti ad un Gesù da presepe che sembra innocuo. Sembra. Sì, proprio così: il bambino di Betlemme sembra innocuo, ma in realtà provoca il mondo a mettersi in discussione, a comprendere che Dio si presenta dove non te lo aspetti e come non te lo aspetti … e non si pensi solo all’ultimo giorno della storia in cui Lui svelerà il senso e il non-senso degli uomini, l’inattesa venuta si compie ogni giorno e lì bisogna riconoscere la visita del Figlio dell’uomo. Lui con la sua Parola vuol “ferire” il nostro cuore di pietra per entrarvi e portare contraddizione alla mondanità che lo abita.

L’Avvento allora davvero ci pone la domanda cui si accennava all’inizio: sei disposto ad essere uomo di attesa che sa che la salvezza non può darsela da solo? Sei disposto a lasciarti “ferire” dalla Parola dell’Evangelo? Sei disposto a volgere lo sguardo lontano vivendo la fatica di riconoscere in ogni giorno le visite del Verbo?

L’Avvento non è l’attesa di una data (che in fondo è convenzionale anche se così cara ai nostri cuori) ma è l’attesa di una Persona che desidera visitarci ogni giorno, è l’attesa di Cristo che svelando a noi il suo volto ci svela anche le esigenze dell’Evangelo che, c’è poco da fare, giudicano i nostri passi, le nostre scelte, il nostro profondo.

Vigilare è allora lasciarsi giudicare dall’Evangelo, dalla sua forza, dal suo irrompere al di là di ogni attesa e previsione.

Vigilare è essere disposti a lasciarsi sorprendere da Dio vivendo il presente pienamente e senza sconti.

Buon Avvento!

XI Domenica del Tempo Ordinario – Nella casa di Simone

PERCHE’ LA CASA ECCLESIALE MAI SOMIGLI ALLA CASA DI SIMONE

2Sam 12, 7-10.13; Sal31; Gal 2, 16.19-21; Lc 7, 36-8, 3

 

Che spazio e che posto diamo al Cristo ed al suo Evangelo nella nostra vita? Lo accogliamo nella nostra intimità ma, in fondo, non vogliamo che ci scomodi? Forse vorremmo che, nelle nostre “derive religiose”, Lui fosse solo conferma delle nostre strade, dei nostri modi di pensare, vedere e agire.

L’Evangelo di questa domenica ci presenta una vicenda così: quella di Simone, un fariseo che ha invitato Gesù alla sua mensa … e Gesù che – accusato di stare a mensa con pubblicani e peccatori (cfr Lc 5, 30) – questa volta siede a mensa con un “giusto”, con uno che sta “dalla parte giusta” e non dalla parte “sbagliata”. Ma ecco che la scena viene disturbata da un elemento inatteso: in quella casa “onorata” entra chi non dovrebbe entrare…”una prostituta di quella città”. I gesti che compie sono scandalosi, troppo intimi, ambigui … tocca Gesù, addirittura usa i capelli per asciugargli i piedi bagnati di lacrime, e glieli bacia, li unge di olio profumato! Il fariseo è scandalizzato, e pensa in cuor suo che Gesù non sia un profeta, altrimenti saprebbe che specie di donna è colei che lo tocca … un vero profeta non permetterebbe il protrarsi di quella scena disgustosa, un vero profeta metterebbe subito le cose al loro posto, scacciando quella “donnaccia”, rinfacciandole il suo peccato e la sua condizione. Gesù, invece, è davvero un profeta (anzi è più di un profeta, e la finale del racconto ci fa intravedere questo ulteriore: chi è costui che perdona anche i peccati?), tanto che sa cosa si agita nel cuore di Simone. Dichiara di dovergli parlare, e racconta una breve parabola nella quale traspone precisamente ciò che sta accadendo in quella casa: è chiaro chi sono i due debitori, ed è chiaro chi ama di più!

Simone comprende che il racconto può essere una trappola per lui e risponde cauto: Suppongo quello a cui ha condonato di più. Il seguito delle parole di Gesù è forte, direi “violento” per Simone: lo mette a paragone con la prostituta, un paragone da cui però lui, il giusto, esce perdente…aveva invitato Gesù per sentirsi elogiare dal famoso rabbi, per sentirlo dalla sua parte, e se lo scopre “avversario” … “avversario” delle sue presunzioni … e si ritrova quindi solo con la sua “presunta giustizia” che lo ha messo in catene, lo ha chiuso in una situazione di isolamento e di separazione da tutti … in fondo la parola “fariseo” vuol dire “separato”!

La donna invece come è libera! Poiché sa la sua triste verità, poiché conosce il suo peccato e la sua condizione non ha nulla da perdere e si getta ai piedi di Gesù proprio a partire dalla sua condizione di peccato; è quel peccato che la spinge ai piedi di Gesù, è quel peccato, riconosciuto e da lei ormai rigettato, che la conduce a quel pianto liberatorio e all’omaggio pieno di gratitudine nei confronti di Gesù.

In realtà comprendiamo fin dall’inizio della scena che i due personaggi protagonisti del racconto sono in uno stato di “inversione”: all’inizio della scena, colei che è chiamata peccatrice, prostituta è già perdonata da Dio e accolta da Gesù, mentre il puro fariseo è nel vicolo cieco del peccato di orgoglio, di autosufficienza che gli chiude l’accesso all’unica cosa di cui noi uomini abbiamo bisogno: la misericordia.

I segni di amore che la donna compie nei confronti di Gesù sono la prova che le è stato molto perdonato, e lei ormai ne è consapevole! Ella ama molto perché molto le è già stato perdonato…il fariseo ama meno perché meno ha posto ai piedi di Dio (anzi nulla perché crede di non avere peccati da farsi perdonare!), e l’assenza di gesti d’amore per Gesù lo hanno rivelato.

La verità è che lui, il fariseo, avrebbe molto da farsi perdonare: già i pensieri malevoli e di disprezzo verso quella donna e verso Gesù stesso avrebbero bisogno di misericordia, ma lui è chiuso nella sua autosufficiente cecità.

Il nerbo di questa narrazione lucana è proprio questa situazione “invertita”: un “giusto” agli occhi del mondo che in realtà è raggelato nel suo peccato, e una “peccatrice pubblica” che in realtà è resa giusta dalla fede (La tua fede ti ha salvata, le dice Gesù) che incontra la dolcezza della misericordia di Dio.

Quale è la fede che ha avuto la donna? E’ credere che nulla è perduto, è credere che la misericordia di Dio è più grande del suo grande peccato (cfr 1Gv 3,20), è credere che quella misericordia la poteva gustare ai piedi di quel rabbi seduto a mensa dal fariseo; la sua fede le da’ la forza di affrontare quella casa “pericolosa”, una casa di “giusti” in cui avrebbe facilmente potuto essere disprezzata e insultata … ma in quella casa lei sa che c’è pure, quel giorno, l’“amico di pubblicani e peccatori” (cfr Lc 7, 35). Lei crede che quel rabbi possa essere anche per lei volto di amicizia e di perdono … questa fede rischiosa la salva!

La donna ha nutrito nel cuore questa incredibile speranza, e ha preparato il suo profumo per donarlo al rabbi misericordioso che non rigetta i peccatori … quel profumo che forse le serviva per attrarre gli uomini al suo corpo ora lo usa per dire grazie alla misericordia che le è donata … e con la fede e la speranza questa povera donne è anche icona di amore; un amore grato e senza paura, un amore che sa solo ascoltare e sa rimanere in un silenzio pieno di stupore, un amore  che riempirà tutta la sua vita.

L’Evangelo non ci dice più nulla di questa donna, ma poiché nel racconto di Luca subito dopo c’è l’elenco delle donne che seguivano Gesù, è piaciuto alla pietà cristiana mettere questa donna in quell’elenco, identificandola, indebitamente, con Maria di Magdala … se l’identificazione è indebita, la ragione però di questa identificazione è chiara ed è bella: chi fa un’esperienza di questo genere non può non rimanere per sempre con Gesù, non può non giocarsi tutta la vita, quella vita perdonata e risanata, con Colui che ha generato con il suo amore questa vita nuova!

Simone che aveva accolto Gesù in casa sua, in realtà non lo aveva accolto; la donna che in quella casa era entrata da intrusa, indesiderata, ha accolto davvero Gesù lasciandosi amare e trasformare … e da Lui ha ascoltato la parola di salvezza.

Due possibili modi di incontrare Gesù … Simone avrà compreso la sua vera condizione? L’Evangelo non ce lo dice, lascia aperto il finale: la donna va in pace, e Simone?

Si sarà fatto silenzio a quel banchetto dopo le parole di Gesù … un silenzio imbarazzato o di riflessione … forse anche nelle nostre assemblee l’esito di questo Evangelo deve essere un vero silenzio per i nostri cuori “religiosi”, tentati di giustizia autosufficiente … dovremmo sentire risuonare nel silenzio del cuore le parole di Natan al re Davide che abbiamo ascoltato nella Prima lettura: Quell’uomo sei tu!

Un silenzio in cui lasciarci convincere di peccato (cfr Gv 16,9), perché la nostra “casa ecclesiale” mai somigli alla casa di Simone in cui i peccatori debbano entrare con la paura di essere disprezzati e insultati … che la nostra “casa ecclesiale” sia invece casa comune di fratelli tutti peccatori e tutti bisognosi di misericordia, tutti chini sui piedi dell’unico giusto che anche oggi siede alla mensa di noi peccatori, e che si è fatto peccato (cfr 2Cor 5,21) per stare con noi uomini, tutti peccatori ma tutti amati e cercati dal Dio delle misericordie.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

Pentecoste – Compimento della Pasqua

FARE DELLA PASQUA LA VIA DA PERCORRERE NEL QUOTIDIANO

At 2, 1-11; Sal 103; Rm 8, 8-17; Gv 14, 15-16.23-26

 

La Pasqua di Gesù giunge oggi al suo compimento con il dono dello Spirito!

Nel libro degli Atti, Luca narra gli eventi che irruppero nella Chiesa al cinquantesimo giorno dalla Risurrezione (in greco cinquantesimo si dice “pentecostòs”), eventi che la Chiesa nascente comprese come pienezza del dono dello Spirito Santo che il Risorto inviava dal Padre suo. Luca inizia il suo racconto con una annotazione: mentre il giorno di Pentecoste stava per compiersi (ed usa il verbo “pleróo”); siamo, dunque, dinanzi ad un compimento. Anzi, dinanzi al compimento che è l’ingresso dello Spirito Santo nel mondo, dinanzi all’irruzione nella storia di Colui che è l’eterno amore del Padre e del Figlio; siamo dinanzi a questa irruzione dell’Amore nel cuore stesso dell’uomo!

Lo Spirito viene a custodire i credenti nella fede per renderli capaci di vita nuova segnata solo dall’amore; viene per dilatare il respiro della speranza lì dove gli uomini non avrebbero mai osato di dilatarlo! Viene per ricordare Gesù, viene – come ha scritto Paolo ai cristiani di Roma – a gridare nel nostro cuore, che ne era incapace, il dolce nome di intimità con Dio: Abbà! Lo Spirito viene a ricordare Gesù perché Egli non sia mai scambiato per un personaggio del passato; ne rende così attuali e vivificanti la parole, ne rende vivo e presente in ogni luogo ed in ogni tempo il suo Corpo nell’Eucaristia e, facendo questo, dà vita al suo Corpo che è la Chiesa!

Lo Spirito viene a trasformare sempre più gli uomini in fratelli…è opera grandiosa che porta compimento all’opera pasquale di Gesù di Nazareth che con la sua morte e risurrezione ha abbattuto il muro del peccato che separava l’uomo da Dio e l’uomo dall’uomo (cfr Ef 2, 14) …  ora lo Spirito irrompe con i suoi doni  accendendo d’amore i credenti e consegnandoli alla speranza.

La Pentecoste (Shevuoth) era per il popolo di Israele la festa del dono della Torah, e questo dono inestimabile della Legge data a Israele si compie nel dono di Colui che è la Legge definitiva … come Gesù, anche lo Spirito non viene ad abolire la Legge (cfr Mt 5, 17-18), ma viene a compierla in una pienezza incredibile … la Legge, infatti, si compie quando si ama con l’amore di Dio (pieno compimento della Legge è l’amore cfr Rm 13,10), e lo Spirito che è l’Amore del Padre e del Figlio è versato nel cuore dei credenti perché essi vivano da figli e non più da schiavi, perché essi siano liberati dalla paura per vivere nella vera libertà dei figli!

Lo Spirito è dato ai credenti perché essi siano sempre più coeredi di Cristo, portatori, cioè, di ciò che Cristo è, e di ciò che Cristo ha fatto … Cristo Gesù è Figlio, e lo Spirito ci fa figli, Cristo Gesù ha dato se stesso, e lo Spirito ci rende capaci di essere dono d’amore “fino all’estremo”; Cristo Gesù è assiso alla destra del Padre nei cieli  e lo Spirito – possiamo dirlo senza tema di sbagliare – è Colui che, dentro di noi ci grida sempre l’ulteriore e ci “trascina” verso la meta che è anche per noi il grembo di Dio.

Lo Spirito è allora Colui che suscita in noi la fede perché – come abbiamo ascoltato nel passo dell’Evangelo di oggi – ci ricorda Gesù che ci ha raccontato l’unico Dio in cui credere, che ci ha raccontato un Dio affidabile perché amante fino all’estremo. Lo Spirito è ancora Colui che suscita in noi l’amore perché Egli è l’Amore e, versato nei nostri cuori (cfr Rm 5,5), ci spinge ad amare come Cristo ha amato (cfr 2Cor 5,14); lo Spirito, infine, è Colui che suscita e sostiene in noi la speranza perché mette nel nostro cuore quella speranza che non delude (cfr Rm 5, 4-5) perché fondata sull’evento Cristo!

La Pentecoste, dunque, è compimento perché il Dono che è lo Spirito rende il credente in Cristo compiuto (cfr Ef 4, 12-13), perfetto, incamminato cioè verso la pienezza della maturità.

Lo Spirito mette nel cuore i desideri di Dio e toglie sempre più – a chi da Lui si lascia guidare – i desideri della carne, cioè i desideri mondani, quelli che si oppongono a Dio.

Davvero la Pentecoste è la meta della Pasqua in quanto il Dono dei doni, che è lo Spirito, ci rende capaci di fare della Pasqua di Gesù davvero la via da percorrere nel quotidiano; insomma lo Spirito realizza in noi ciò che Gesù ha realizzato nella sua Pasqua: senza lo Spirito, la Pasqua di Gesù resterebbe opera sublime di amore e di vita che vince la morte ma sarebbe opera a noi inaccessibile!

In questo giorno santissimo di Pentecoste, nello Spirito, tutto questo ci è dato, e noi possiamo viverlo! Basta lasciarsi avvolgere dal fuoco dello Spirito che purifica, sana, riscalda, raddrizza, piega … è forte e dolcissimo, è riposo, è riparo, è conforto … è luce nel nostro profondo!

Se Cristo nella sua Pasqua ha creato l’uomo nuovo, è nello Spirito Santo che quell’uomo nuovo ci è donato e reso accessibile!

Dinanzi ai doni si possono fare solo due cose: rifiutarli o accoglierli! Chi accoglie il Dono che è lo Spirito e si lascia da Lui guidare è – come abbiamo ascoltato da Paolo – figlio di Dio!

Ecco: la Pasqua è compiuta! In Gesù Cristo il Padre voleva farci un solo dono, se stesso come Padre … voleva farci figli! La figliolanza è il grande compimento! Ed è il dono del Padre, attraverso il Figlio, nella potenza dello Spirito Santo!

p. Fabrizio Cristarella Orestano