III Domenica di Pasqua – Sulla strada di Emmaus

IL RISORTO CI CERCA NEI NOSTRI PASSI PERDUTI

 At 2, 14a.22-33; Sal 15; 1Pt 1, 17-21; Lc 24, 13-35

 

La Risurrezione è un evangelo, è una buona notizia non solo perché è promessa di futuro dinanzi al dramma del mostro morire, non solo perché è vittoria non arrogante dell’amore sull’odio ma anche perché ci assicura la presenza di Cristo Gesù al di là del tempo ed anche al di là delle nostre percezioni e consapevolezze.

La riflessione che ci offre la liturgia di questa domenica mi pare che vada proprio in questa direzione: Lui, il Crocefisso Risorto, è con noi, cammina per le nostre strade e non in modo generico, “ideale”, “disincarnato” ma per davvero! Si fa accanto a i nostri passi stanchi, sfiduciati e tante volte disperati ed insensati …

Il racconto dei due discepoli di Emmaus, che tanto accende i nostri cuori di nostalgia di incontro e di nostalgia di infinito, ci assicura che la Risurrezione è dono di presenza che va oltre ciò che noi possiamo anche solo immaginare o attendere. Il Risorto ci cerca nei nostri passi perduti, viene a visitarci proprio lì dove non ce lo attenderemmo,lì dove non lo attendiamo più, lì dove il nostro cuore è anche “distante” e “separato” da Lui e dagli altri. Il Risorto ci raggiunge sulle nostre strade senza speranza, nelle nostre domande senza risposta; ci raggiunge quando coniughiamo la speranza al passato (quei due dicono, se ci pensiamo bene, una cosa tremenda: Noi speravamo è tremendo perché la speranza con un tempo al passato è un assurdo: la speranza vera vuole il futuro!); il Risorto ci raggiunge quando il sole tramonta e pare che incomba una sera che non conoscerà più aurore. Proprio in sere che hanno questo sapore di promessa di buio e basta il Risorto ci raggiunge senza temere i nostri occhi incapaci di riconoscerlo: è lì e basta!

La fede pasquale è fede in una presenza che va al di là delle nostre percezioni e del nostro sentire; la fede pasquale è fede, ci dice l’Evangelo di oggi, in un Signore che, essendo passato per i nostri bui e le nostre vie dolorose (cfr Eb 4,15), continua a farsi compagno dei nostri passi di dolore e di disperazione.

Credere alla Risurrezione non è professare un articolo di fede su un evento del passato avvenuto veramente ma è sapere che Gesù è per sempre, dovunque e in ogni oggi e condizione il “Dio-con-noi”.

La via per Emmaus è allora paradigma di tutte le nostre vie senza vita che possono diventare vie di vita senza tramonto se solo ci lasciamo aprire gli occhi da Lui sulla sua presenza.

Nell’ora in cui Cristo si fa accanto ai nostri passi ci consegna ancora quelle realtà che ci fanno suoi discepoli: la Parola, il Pane spezzato, i fratelli a cui non si può rinunciare come avevano fatto stoltamente quei due fuggiaschi …

Gesù consegna ai due la Parola che apre i loro cuori e li infiamma, spezza per loro il Pane che sarà la sua presenza nonostante la sua “assenza” (Ma egli sparì dalla loro vista) e li riconduce a Gerusalemme perché ritrovino la Chiesa perche solo lì possono vivere da discepoli perché solo lì potranno ricevere la conferma della loro esperienza di incontro (Trovarono riuniti gi Undici e gli altri che erano con loro i quali dicevano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!”).

Esploda allora anche in noi la struggente preghiera di Emmaus, quella preghiera che rimbalzata sulle labbra di generazioni e generazioni di cristiani, ha reso Emmaus memoria di dolcezza e speranza, quella preghiera che ha trasformato l’amarezza di quei due discepoli disillusi in sapore di dolcezza da cui tutti gli “innamorati” di Cristo Gesù si sentono sedotti: Resta con noi, Signore perché si fa sera ed il giorno già volge al declino …

Anche al buio delle nostre incapacità ed incomprensioni di senso questa preghiera ci permette di entrare in una consolazione che si nutre di una certezza: Lui, Gesù, resta! Scrive Luca: Ed entrò per rimanere con loro. Quello che Luca scrive noi lo sperimentiamo quando quel “Resta con noi” affiora alle nostre labbra forse stanche di uomini dai passi perduti e a volte disperati.

Resta con noi” … ed il sole dorato del tramonto nostalgico di Emmaus diviene non presagio di notte ma promessa di un’aurora nuova di un eterno giorno di Pasqua.

Allora, come Pietro e gli altri, sapremo venir fuori dai nostri “cenacoli” chiusi per raccontare al mondo che Lui è vivo, presente, operante e che ne siamo testimoni; costi quel che costi!

Pasqua di Resurrezione – Ecco l’uomo

 LA LUCE DELLA PASQUA, FIAMMA DI SPERANZA

Veglia Gen 1,1-2,2; Gen 22,1-18; Es 14,15-15,1; Is 54,5-14;Is 55,1-11; Bar 3,9-15.32-4,4; Ez 36,16-28; Rm 6,3-11; Mt 28, 1-10

Messa del giorno At 10,34a.37-43; Sal 117; Col 3,1-4 (opp. 1Cor5,6b-8); Gv 20, 1-9 (sera Lc 24,13-35)

 

O Pasqua santa! O Pasqua luminosa! O Pasqua dolcissima e infuocata! O Pasqua di Cristo Crocefisso! O Pasqua della sua Chiesa nella fatica della storia!

E’ la Pasqua del Signore! Dalla cenere dell’inizio della Quaresima giungiamo oggi alla luce di un uomo trasfigurato da Dio non in un essere evanescente, incorporeo, alieno dalla carne e dal sangue ma in un essere pienamente e totalmente umano ma pienamente e totalmente del mondo di Dio! Quest’uomo nuovo è Gesù, Colui che ha affrontato la morte con l’unica arma valida a combatterla: l’amore. L’amore ha vinto la morte! La risurrezione non è causata dalla divinità di Cristo ma dal suo amore! E’ il suo amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1) che ha vinto la morte, è il suo amore fino all’estremo che ci ha proclamato che Lui è il Figlio eterno di Dio, è il Verbo eterno del Padre, cioè la Parola d’amore che il Padre pronuncia fin dagli abissi dell’eterno e che è stata consegnata alla nostra carne nella carne di Gesù di Nazareth, il figlio di Maria, l’Atteso di Israele, il Promesso a tutte le genti!

Un amore così non poteva restare prigioniero della morte. Non poteva!

Il Padre si è accostato al Figlio, dopo l’infinito dolore della croce e l’ha risuscitato mettendo il sigillo del suo a quell’umanità di Gesù.

L’Evangelo di Giovanni ci racconta di Pilato che dice, inconsapevole, la grande verità su Gesù: Ecco l’uomo! (cfr Gv 19, 5). La risurrezione è il grido del Padre che, del Figlio crocefisso, dice con tutto il suo amore: Ecco l’uomo! Ecco l’uomo che ho sognato e creato, ecco l’uomo libero dall’ orrore della morte ma che per amore non ha rifiutato di attraversarne la valle oscura e dolorosa! Al di Gesù ad amare fino all’estremo, corrisponde il pieno di gioia traboccante del Padre che risuscita il Figlio nella potenza dello Spirito! Dicendo il suo sì il Padre ha non solo una cosa inaudita e straordinaria, ma anche colma di conseguenze per tutti noi uomini! Per tutti … non solo per quelli che hanno la grazia di essere di Cristo … non solo per quelli che hanno una fede … per tutti!

Oggi noi dobbiamo cantare alleluia per tutti, anche per quelli che non conoscono Cristo, anche per quelli che lo bestemmiano e lo “odiano”, anche per quelli che si ricordano di Lui solo in certe ore … per tutti …

Dobbiamo dire a tutti che tutti siamo amati e perdonati, tutti riceviamo un’infinita promessa di vita! Tutti … E’ per tutti quella promessa, per tutti noi che corriamo come Pietro e Giovanni in cerca di un senso per quello che senso non ha, per tutti noi uomini che corriamo pieni di dubbi e domande come quei due in quell’alba triste che divenne poi giorno radioso!

E’ la Pasqua del Signore! Da oggi possiamo dire a tutti che le albe tristi diverranno giorni radiosi!…

La Pasqua non è però solo il giorno della vittoria ma anche il giorno in cui Dio proclama il suo NO alla sofferenza, alla morte, all’umiliazione dei deboli, all’insulto, alla malvagità del male (J. Moltmann). Nella risurrezione di Gesù Dio non solo ci consola della sofferenza, ma protesta contro la sofferenza … Per questo la risurrezione è seme di speranza per l’umanità … se fosse solo consolazione sarebbe tentazione di quietismo ma poiché genera speranza non ci rende tranquilli ma inquieti, non “pazienti” ma impazienti

Scrive ancora Moltmann “Chi spera in Cristo (oggi direi: chi spera per Cristo risorto!) non si adatta alla realtà così come è, ma comincia a soffrirne e a contraddirla”. E’ così; se Pasqua è pace fra cielo e terra (cfr Col 1,20), se Pasqua è pace e unità con Dio, se Pasqua è l’ora della riconciliazione con Lui nella carne del Cristo, Pasqua non può non essere che “discordia” con la mondanità! Non inimicizia con gli uomini (con nessun uomo, neanche con il più “lontano”!) ma con la mondanità assolutamente sì …

Se la Pasqua è pace con Dio non  può che essere critica severa e fattiva (non sterile lamento!) ad ogni incompiutezza storica, ad ogni pretesa di compiutezza intramondana, ad ogni presunzione di autosufficienza dell’uomo.

La Pasqua ci rivela la grandezza dell’uomo ma una grandezza  che risposa solo sul dono di Grazia, una grandezza che riposa sull’Amore di un Creatore, di un Redentore, di un Santificatore… Siamo grandi perché creati dall’Amore, siamo grandi perché redenti dall’Amore, siamo grandi perché santificati dall’Amore. La Pasqua è allora dirompente canto di alleluia al Padre che ci ha creati e che di tutto è fonte infinita, al Figlio che ci ha redenti amandoci fino alla croce, allo Spirito che ogni giorno da quell’alba di Pasqua santifica ogni carne per portarla in Dio!

Esultiamo allora di vera gioia in questo giorno, e custodiamo questa gioia nei nostri cuori per le ore di tenebra, custodiamola per i nostri fratelli che non la riconoscono, non la sanno riconoscere o non la possono riconoscere!

La luce della Pasqua sia fiamma di speranza per il mondo … e noi ne siamo i custodi!

I Domenica di Avvento – L’attesa si attualizza

SE TU SQUARCIASSI I CIELI E SCENDESSI!

Is 63, 16b-17.19b; 64, 2-7; Sal 79; 1Cor 1, 3-9; Mc 13, 33-37

Se tu squarciassi i cieli e scendessi!

Quando il profeta scrisse questa accorata invocazione, l’ascoltiamo tra gli oracoli del Libro di Isaia che aprono la liturgia di questa domenica, certamente la concepì come un’iperbole, come un’ipotesi impossibile… come qualcosa di desiderato ma lontano da ogni possibilità.
Mai l’autore di questa invocazione avrebbe potuto immaginare che il Signore Dio di Israele avrebbe scelto l’umile via dell’incarnazione per squarciare i cieli e discendere, per essere “con noi”, con la storia di uomini che vagano lontano da Dio, con il cuore indurito, senza timore di Dio .
Il nostro Avvento di quest’anno si apre con questo grido che, lo sappiamo, ha avuto risposta nella carne umanissima, ma “carne di Dio”, di Gesù di Nazareth.
Il Natale sarà celebrazione di questo mistero di vicinanza, di questo mistero di unità tra Dio e uomo! L’Avvento, celebrando l’attesa di quel compimento, attualizza l’ attesa … per cui anche noi, con il profeta, nel nostro oggi, possiamo gridare: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” Lo possiamo gridare con la certezza che non stiamo pregando con un’iperbole ma con una speranza certa!
L’Avvento ci ricorda che la nostra attesa è stata preceduta dall’attesa di Dio: Lui per primo ha atteso la “pienezza dei tempi” per incontrare al nostra carne, per diventare “uno” con la sua creatura amata. Il nostro Dio è sempre Colui che ci precede e poiché ci ama per primo (cfr 1Gv 4,10) attende per primo. Questo è il grande fondamento della nostra certa speranza .
Avvento è infatti tempo di speranza certa , tempo per fare memoria di una fedeltà di Dio che chiede fedeltà , tempo di una fiducia di Dio che è appello a fidarsi di Dio, tempo di vigilanza perché la storia è la nostra “casa” ed è una “cosa seria” che non può essere vissuta tra i fumi dell’inconsapevolezza, o nelle incoscienze del sonno.
Vigilare è scrutare la storia ma con lo sguardo fisso all’orizzonte della storia stessa, a quell’orizzonte da cui sorgerà il Sole di giustizia, Cristo Signore che tornerà, squarcerà ancora i cieli e tutto porterà a compimento. Sì, noi abbiamo sete di compimenti e tanti li sperimentiamo nei nostri oggi con le nostre lotte per essi e con la grazia sovrabbondante di Dio che lotta nelle nostre lotte per quei compimenti . Una sete di compimento che però mai si placa per cui ci riconosciamo in una perenne, beata e tormentosa condizione di assetati .
Condizione beata perché quella sete ci apre di continuo al “novum” di Dio ed ai suoi compimenti, beata sete perché è quella sete che ci fa pronunziare il “Maranathà ” nel quale riconosciamo di non essere sufficienti a noi stessi! “Maranathà” significa che abbiamo bisogno di un Altro che venga a compiere ciò che noi non sappiamo compiere e venga a portarci sulle rive del “senso ”.
Sete tormentosa perché in tanti giorni è gravata dalle nostre contraddizioni, dalle nostre lentezze, da quel sentore di “incompiuto” che sempre ci porteremo dentro, fino all’ultimo nostro giorno. Solo lo sguardo puntato a Lui che ritorna placa quel tormento perché è promessa certa di compimento .
La scorsa domenica sentimmo l’Apostolo Paolo che ci diceva che l’“estuario” di ogni compimento è uno solo: “Dio tutto in tutti ” (cfr 1Cor 1,28) … perché questo si compia è necessario fare spazio a Dio nelle nostre vite. E’ necessario, in questo tempo di Avvento lavorare per liberare il cuore da ciò che lo ingombra e, tante volte, lo soffoca. Il grido del “Maranathà ” ridesta in noi l’attesa mentre la dichiara e ci apre alla speranza .
Ecco il nostro vero, grande “compito” in questo tempo di Avvento : dare forza alla in noi alla speranza . Attendiamo Lui, solo Lui e, con Lui, ogni compimento .
Si chiedeva il santo abate cistercense Aelredo di Rievaulx (sec. XII): “Ma come può venire in cielo e in terra colui che già riempie entrambi ?” Aelredo risponde a se stesso con una frase del Quarto Evangelo: “Egli era nel mondo, eppure il mondo non lo riconobbe .” (cfr Gv 1,10). Insomma, come scrive Olivier Clément: “noi attendiamo colui che è già presente, come lo attendeva Maria alle sue ultime settimane di gravidanza!” Presente ma non ancora pienamente manifestato!
Ecco perché questo tempo è tempo di sobrietà : per non impedire ai nostri cuori di tendersi tutti nell’attesa e nella speranza . Infatti, ogni disordine e “sazietà” spegne il desiderio … e l’Avvento è tempo di desideri. Ogni ubriacatura è pienezza che distoglie l’attesa … si può essere “ubriachi” di tante e tante cose!
La certezza che anima l’Avvento è una sola: Lui tornerà!
Nel testo di Marco (che con il suo Evangelo sarà nostro compagno di viaggio e maestro in tutto questo anno!) Gesù ci consegna la certezza del suo ritorno con l’unica incognita del “quando”. L’incognita del “quando” è importante in quanto ci pone in uno stato di vigile attesa … sempre. Non ci si può dare vacanza da questa attesa.
Vigilare per attenderlo e per vivere a pieno la storia! Chi non vigila fa passare vita, se la fa scorrere addosso, vive ma non si accorge di vivere, si fa sommergere dagli eventi che vive perché li vive come un dormiveglia, come un “coma” in cui si vive ma non si vive.
L’appello alla vigilanza è allora appello alla vita!
Comprendiamo così che l’Avvento non è un tempo finalizzato alla liturgia! Non è solo “preparazione” per una “celebrazione”, è “celebrazione” che ci prepara ad un’altra “celebrazione” … celebrare , lo dicevamo già qualche tempo fa, non è un ricordare degli eventi santi ma è farli diventare vita, nostra vita. Il fine dell’Avvento, come quello di tutti i tempi liturgici, è la vita!
L’Avvento ci chiede di vivere con pienezza, con occhi attenti e cuore desto.

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