II Domenica dopo Natale (B) – La Santa Sapienza

 

IL SAPORE DI DIO

 

Sir 24, 1-4.8-12; Sal 147; Ef 1, 3-6.15-18; Gv 1, 1-18

 

La Santa Sapienza di Dio, di Vasili Belyaev (1890)

La Santa Sapienza di Dio, di Vasili Belyaev (1890)

Ancora una sosta questa domenica per contemplare il mistero dell’Incarnazione di Dio, mistero che il nostro cuore non dovrebbe stancarsi mai di contemplare per permettere che esso plasmi la nostra concreta carne di uomini, perché questa sia disposta a seguire Gesù fino alla croce, fino a quell’amore fino all’estremo (cfr Gv 13, 1) che è la meta dell’Evangelo di Giovanni di cui in questa liturgia leggiamo lo stupefacente inizio: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio …».

Ecco dov’è l’“archè”, il principio di tutto: è «presso Dio»: a lì tutto parte, perché lì è la fonte dell’amore, di quella Sapienza che tutto ha creato e che, come già dice il testo del Libro del Siracide che costituisce la prima lettura, ha radice nel cielo ma pone la sua tenda in Giacobbe.

Contemplare la Sapienza di Dio è contemplare Gesù: è Lui la “Santa Sophia”, la “Santa Sapienza” che è conoscenza, progettualità, sogno, sapore di “oltre” e di Dio!
Chi incontra Gesù, accoglie la Sapienza di Dio; in Lui noi possiamo conoscere le logiche di Dio, le sue vie, le sue parole che danno vita eterna; Lui ci racconta Dio, come canta Giovanni nel Prologo dell’Evangelo: «Dio nessuno l’ha visto mai, il Figlio unigenito che è rivolto verso il seno del Padre, lui l’ha raccontato» …
Cogliere questa Sapienza, questa Gloria Noi vedemmo la sua gloria», ha confessato Giovanni nelle prime righe del suo Evangelo), è però cogliere qualcosa di totalmente altro dalle sapienze mondane! Davvero!
Aderire alla Santa Sapienza che è Gesù, alla Parola che Lui è, significa mettersi su una strada in cui Dio ci chiede solo una cosa: quella che ci è detta nel testo della Lettera ai cristiani di Efeso che oggi pure si legge: «Essere santi e immacolati nell’“agàpe”»
Essere discepoli di quella Santa Sapienza è imboccare la strada controcorrente che l’“agàpe” chiede senza sconti, perché l’amore vero sconti non ne vuole e non ne sopporta. Da Betlemme al Golgotha il Verbo fatto carne sceglie la via in cui la gloria di Dio è solo e sempre “gloria crucis”: chi vuole essere discepolo di Colui che a Natale abbiamo guardato con tenerezza, questo deve saperlo; il rischio altrimenti è essere innamorati di un “surrogato” dell’Evangelo!

Paolo, nella sua Prima lettera ai cristiani di Corinto lo scriverà a chiare lettere: «Noi predichiamo Cristo crocifisso … potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (cfr 1Cor 1, 23-25). E’ così: ogni qual volta ci si “scontra” con Cristo Gesù, la via che ci è proposta è quella di una sapienza “altra”, che contraddice quelle mondane perché la gloria di Dio Gesù l’ha mostrata nell’amore fino all’estremo, che è la croce. Infatti, quando Giovanni scrive «noi abbiamo visto la sua gloria» intende solo la gloria della croce, la gloria di quell’amore che può gridare «Tutto è compiuto» (oppure potremmo tradurre: «Fino all’estremo»!) solo dalla croce!

Nel Quarto Evangelo non ci sono gli angeli del Natale che cantano il Gloria; solo Gesù lo “canta”, mostrando la gloria del Padre suo dando la vita, e narrando così il vero volto di Dio.
Accogliamo allora oggi questo “canto” del Verbo fatto carne, accogliamo questo “canto” che per narrare Dio sceglie il linguaggio non di un amore astratto e fatto di buoni sentimenti, ma un amore fatto di carne e sangue, di lotte e sudori, di rifiuti dolorosi («Venne tra la sua gente ma i suoi non lo hanno accolto») e brucianti delusioni; fatto di quotidianità che intreccia amicizie, amori, attenzioni, passioni, sogni, speranze, ricerche appassionate della volontà del Padre, memorie di persone amate e di incontri tra cuori e vicende … Insomma un amore che davvero si è fatto storia … una storia che è la nostra, che Gesù ha vissuto essendo la Sapienza di Dio, e portandovi il sapore della Sapienza di Dio. Da allora, quando ci vogliamo confrontare con Lui, ci tocca sempre confrontare la nostra sapienza con la sua, le nostre vie con le sue; il sapore che Lui ha dato alla vita e quello che gli diamo noi (i Padri della Chiesa ameranno questo parallelo tra il “sàpere” ed il “sapère” !) …
Un tale confronto, se siamo onesti, ci porterà a dover riconoscere che la Sua sapienza ha un “sapore” migliore delle nostre pur raffinate sapienze, che le sue vie sono tanto migliori delle nostre vie asfaltate, illuminate ed eleganti; se siamo onesti, riconosceremo che in quella Sapienza che è Cristo c’è il sapore di Dio e l’autentico sapore dell’umano, e che le sue vie portano alla pace, alla Grazia e alla Verità. E, se siamo onesti, anche dalle profondità della nostra povertà e delle nostre incapacità di capire tutto, diremo a Lui, che è la Santa Sapienza, a Lui, che è il Verbo fatto carne, le stesse parole che un giorno gli disse Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!». (cfr Gv 6, 68)

p. Fabrizio Cristarella Orestano

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Nel nome di Gesù

CHIAMATI AD ABITARE LA STORIA

  –  Mal 3, 19-20; Sal 97; 2Ts 3, 7-12; Lc 21, 5-19   –

 

Crocifisso di San Domenico (particolare) - Cimabue

Crocifisso di San Domenico (particolare) – Cimabue

Oggi non si parla della fine del mondo … si parla, nell’Evangelo come nelle altre letture che la Chiesa ci propone, della storia … della storia e del suo cammino faticoso, contraddittorio, a volte sanguinoso, a volte luminoso, a volte grigio e spento … si parla della storia. In questa storia ci sono i discepoli di Gesù; essi devono sapere delle cose e devono essere avvertiti su altre. E’ quello che fa Gesù in questo tratto dell’Evangelo di Luca che fa parte della cosiddetta “grande apocalisse” del terzo evangelo. “Apocalisse” significa “rivelazione” … su cosa riceviamo qui una rivelazione?

Gesù prende le mosse da espressioni colme di ammirato stupore che alcuni hanno pronunziato dinanzi al Tempio ed alla sua magnificenza. Gesù interviene con una parola davvero scioccante per ogni pio ebreo … come Geremia, Gesù non si fa affascinare dalla grandiosità del Tempio, nè crede che esso sia indistruttibile (cfr Ger 7,4); quello che conta è altro! Nulla è sottratto al giudizio divino, neanche il Tempio del Signore. Bisogna stare attenti – dice Gesù – a non lasciarsi ingannare da parole false che metterebbero il Tempio al di sopra della Parola del Signore! Da questa affermazione sul Tempio, Gesù passa a dare delle notizie ai suoi discepoli e a dare degli avvertimenti, degli ammonimenti

Quali le cose che accadranno?

Sono le notizie: la prima è la distruzione del Tempio, ma poi ci sono altri fatti che segneranno la storia in cui i discepoli vivono; ci saranno guerre, rivoluzioni, terremoti, carestie e pestilenze, e ci saranno anche fenomeni spaventosi nel cielo; ancora più impressionante sarà però il sopravanzare della menzogna e della falsità anche dentro la Chiesa, dentro la Comunità credente …ci saranno anche lì degli ingannatori che si paluderanno di maschere false, addirittura usando non solo il nome ma anche l’identità del Cristo.

Sono profezie? A parte l’annunzio che riguarda Gerusalemme (che realmente deve essere stato più un monito circa un fatto prevedibile, dato l’andamento delle relazioni con Roma, e chiaramente una profezia “ex eventu”, messa cioè sulle labbra di Gesù dopo che la distruzione del Tempio è avvenuta) non si tratta di profezie, ma di una descrizione della storia per come è, per quello che la storia riserva sempre e sempre riserverà fino alla fine … certo i “ fatti terrificanti nel cielo” sono fuori dell’ordinario male quotidiano, e vogliono richiamare sul piano cosmico la caducità delle cose come, sul piano particolare, tale caducità Gesù l’aveva già sottolineata circa il Tempio di cui non rimarrà pietra su pietra

Insomma mi pare che il discorso vada nel senso che la storia, anche dopo la venuta di Gesù, rimarrà piena di contraddizioni e piena di dolori … la novità, nella storia, sono proprio i discepoli!

La storia, così segnata da male e dolore, così capace di perseguitare e accusare i giusti, i discepoli del Regno, avrà dentro di sè un seme di salvezza e paradossalmente questo seme di salvezza sono proprio quei perseguitati, quegli accusati, quei trascinati dinanzi ai tribunali del mondo …

Il Signore affida ai suoi, assieme a queste notizie circa la storia, su cui non bisogna farsi illusioni, anche dei moniti, degli avvertimenti: dinanzi a tutto questo, il rischio è avere una paura che raggeli (non vi terrorizzate), o cadere preda di inganni (non lasciatevi ingannare), o mettersi a seguire dei “salvatori” che rispondono alle attese di ore di pressura e terrore con false promesse (non seguiteli!). Rischio è, pensando che la fine sia imminente, mettere termine alla lotta, alla testimonianza, all’annunzio di quella parola paradossale dell’Evangelo che contraddice il mondo e la sua storia di morte (non sarà subito la fine) … Rischio grande potrebbe essere, nel corso della storia, il pretendere di salvarsi da soli con le armi della propria eloquenza e delle proprie ragioni … il Signore dice con chiarezza: “Io vi darò lingua e sapienza”, cioè: “non fidatevi della vostra lingua e della vostra sapienza” …

Fuggendo questi rischi il discepolo, immerso nella storia, deve proclamare Gesù come suo unico Maestro e Signore, e non seguire altri (non seguiteli!); il discepolo è chiamato a perseverare (con la vostra perseveranza salverete le vostre anime; in greco “iupomonè” cioè “resistenza”) … Questa perseveranza-resistenza è dimostrazione che ci si fida della parola di Gesù e della sua presenza, che ci si affida alla sua forza, e con quella presenza e quella forza è possibile camminare nella storia nonostante le sue contraddizioni. Anzi Gesù, in questo testo di Luca, ci dice che è possibile trasformare contraddizioni e persecuzioni in occasioni di vita, di testimonianza, di annunzio di novità in una storia malata di vecchiaia, di decadenza, di vie sempre uguali a se stesse in cui il male la vince sempre (questo vi darà occasione di testimonianza).

Il discepolo può essere allora una “parola nuova” per annunziare tempi nuovi, per annunciare la caducità del mondo e delle cose che il mondo più apprezza; il discepolo è testimone di uno sguardo che va oltre la storia, ma che non dimentica la storia nel suo concreto fluire; il suo sguardo all’oltre non gli fa abdicare dalla responsabilità verso questa storia, in cui egli è chiamato ad essere seme di vita.

Più volte in questo Evangelo si parla di nome di Gesù: Alcuni verranno falsamente nel mio nomesarete trascinati davanti a re e governatori a causa del mio nome…sarete odiati da tutti a causa del mio nome…

E’ il nome che salva (cfr At 4,12) e che il discepolo deve custodire nel profondo di sè; è quel nome che non deve essere mistificato e che, custodito, fa somigliare il discepolo al suo Signore il quale fu odiato, interrogato da tribunali perversi, trascinato dinazi a re e governatori (proprio in Luca, Gesù è portato davanti a Erode e a Pilato!), tradito ed abbandonato dagli amici…

Il Signore si è fidato del Padre fino alla fine, trasformando quell’orrore nel luogo supremo di testimonianza di Dio e nel luogo supremo dell’amore.

L’Evangelo di oggi ci consegna una parola nella quale il Signore confida di averci compagni in quest’opera strordinaria di abitare la storia,  con i suoi dolori e contraddizioni, da testimoni di un’alternativa e di una speranza!

La caducità delle cose e del mondo non ci pongono, come Giona, sotto un ricino in attesa di un grande rogo punitivo (cfr Gion 4, 5-11), ma in una compassione attiva per gli uomini nostri fratelli che, anche se si presentano con il volto di nemici, hanno diritto di avere da noi la testimonianza di una perseveranza amorosa che affonda le sue radici nel nome di Gesù nostro fratello e Signore, “autore e perfezionatore della nostra fede” (cfr Eb 12,2).

III Domenica di Quaresima – La Domenica dell’urgenza

LA PAZIENZA DI DIO GRIDA URGENZA

 Es 3, 1-8.13-15; Sal 102; 1Cor 10, 1-6.10-12; Lc 13, 1-9

La Quercia del Monastero di Ruviano

La quercia del Monastero di Ruviano

Possiamo dire che questa domenica sia la domenica dell’urgenza! E’ urgente volgersi verso Dio…è la domenica in cui si deve contemplare contemporaneamente e l’urgenza della conversione e la pazienza di Dio! Questa pazienza, lungi dal trasformarci in attendisti che di continuo rimandano le grandi decisioni di vita come le “piccole” decisioni di conversioni nel quotidiano, vuole invece far “bruciare” ancor di più, far bruciare l’urgenza nei nostri cuori! E’ paradossale, ma la pazienza di Dio grida urgenza…tutto questo però vuole una cosa essenziale: occhi aperti sulla storia!

Leggere la storia è uno dei compiti più umani che ci siano: solo l’uomo, infatti, è capace di leggere il reale della sua storia e della storia del mondo che lo circonda, nessun altro vivente sa farlo…solo l’uomo…e Dio! Sì, Dio legge la storia, ne sente i gemiti, avverte il bruciante sapore delle lacrime, avverte l’acre odore del sangue…ne sente anche i sussulti di speranza e i trasalimenti di gioia…percepisce nella storia lo scoppiare dell’odio, ma anche lo sbocciare delle tenerezze dell’amore e della compassione. Il racconto della vocazione di Mosè, che oggi leggiamo dal Libro dell’Esodo, mette difronte Dio ed un uomo, Mosè, appunto. Dio, che conosce la storia del suo popolo; la sa leggere; ne ha ascoltato il grido di dolore…Dio, che legge quella storia e trova per essa vie di salvezza. Difronte a Lui l’uomo Mosè che, invece, è fuggito da quella storia in cui voleva intervenire a modo suo, e che si è accomodato in una situazione di tranquillità senza più nessuna voglia di leggere la storia; di contro, la lettura che Dio fa di quella storia del suo popolo in Egitto è una lettura “costosa” perché il testo fa dire a Dio: “Conosco le sue sofferenze” ed il verbo ebraico che l’autore usa (il verbo “yadà”) intende una conoscenza non intellettuale e meramente cognitiva, ma una conoscenza esperienziale, che tocca, che scotta…

Leggere la storia è leggere i segni dei tempi; Gesù, al capitolo precedente (12,56) ha chiamato ipocriti quelli che si rifiutano di leggere la storia; i segni non sono solo quelli che Lui, Gesù, dà con le sue parole e i suoi gesti, ci sono segni da leggere anche nella storia quotidiana; ci sono fatti in cui brilla incredibilmente una parola di Dio, in cui risuona un appello, in cui – come già dicevo – viene “gridata” un’urgenza!

Nel passo i Luca di questa domenica vengono riportati a Gesù due fatti di cronaca: l’uno prodotto da scelte dell’uomo (la rivolta di questo gruppo di zeloti galilei che Pilato ha sterminato senza pietà mentre offrivano sacrifici al Tempio), un altro prodotto dalla casualità o dalla natura (il crollo della Torre di Siloe che uccise degli operai che lavoravano alla costruzione del Tempio). Dinanzi a questi due fatti, Gesù rifiuta l’interpretazione popolare semplicistica e perversamente “religiosa” per cui quelle morti sono dei castighi…un’interpretazione che non è una vera lettura dei segni dei tempi perché tiene fuori gli interpreti-lettori da quella vicenda. Gesù vuole, invece, che fatti come quelli vengano letti nell’ottica dell’urgenza della conversione! Questi fatti – su cui Gesù rifiuta di dare un giudizio moralistico – devono incitare a prendere sul serio la vita, a non perdere tempo, a rispondere agli appelli di Dio e soprattutto a quell’appello che è Gesù stesso con la sua vita, le sue scelte, la sua parola.

Certamente il linguaggio che Luca pone sulle labbra di Gesù ha una sua ambiguità che va compresa e decodificata: escluso il rapporto di causa-effetto tra peccato e quegli eventi di cronaca, sembra poi che Gesù affermi che Dio punisca quelli che non si convertono. La realtà è che Gesù qui si esprime come i profeti della Prima Alleanza: parla come quei profeti che dicono che l’esilio in Babilonia fu castigo per l’infedeltà del popolo. La verità è che chi non approfitta del tempo presente per volgersi di nuovo a Dio, per cambiare vita, non si libererà dal male che può accadere (cfr Sal 7, 12-13; Sal 50, 22). Il male viene non perché Dio castiga, ma perché una mancata conversione fa precipitare l’uomo in situazioni di debolezza e di errore, e questo genera ingiustizie e dolori.

Se la lettura non fosse questa, che senso avrebbe la parabola del fico sterile che Luca collega subito a questo detto di Gesù? Quello che la parabola vuole narrare è una situazione in cui non bisogna allegorizzare…Che voglio dire? Che non è detto che ogni elemento del racconto debba corrispondere ad un significato. Qualcuno, infatti, procedendo così, vorrebbe che il Padrone del campo fosse il Padre e il Servo buono Gesù…un’allegoria che non mi pare lecita…prima cosa perché non ci troviamo dinanzi ad un’allegoria ma dinanzi ad una parabola, ma poi soprattutto perché una lettura del genere contrasta con la rivelazione che Gesù ci ha fatto del Padre! Non può essere che Gesù racconti una storia per dire di essere più buono e più paziente del Padre! La linea da seguire non è questa. Se proprio si vogliono trovare delle corrispondenze, mi pare che il Padrone, con il suo modo di ragionare e di parlare, rappresenti il sentire comune, il “buon senso” del mondo…il Servo è, invece, la logica di Dio, la logica dell’Evangelo, la rivelazione del vero volto di Dio. Per Gesù, Dio non è un Dio crudele, un padre-padrone che costringe gli uomini a seguirlo, con la paura del castigo con cui è pronto a distruggere chi non gli obbedisce! La rivelazione di Gesù ci mostra, invece, un Dio che è Padre perché – come scriveva Fra’ Roger Schutz – “può solo amare”!

Gesù ci racconta di un Dio paziente, tanto da attendere frutti anche dal fico delle “apparenze ostentate” (si evince che questo fico abbia solo belle foglie e nessun frutto: icona, dunque, di quegli “uomini religiosi” che sono uomini di sterili apparenze!). Chi conosce un Dio così comprende che c’è un urgenza che preme e dinanzi a cui, se si è davvero discepoli di Gesù, non ci si può tirare indietro. Non si butta, infatti, la vita in attese senza esiti; non ci si ferma impauriti dinanzi al Dio rivelato da Gesù, che è un Dio così amoroso da essere capace di aspettarci e di continuare a scommettere su di noi; non ci si ferma dinanzi ad un Dio che si mostra disposto a “fare la sua parte” (gli zapperò intorno e vi metterò il concime, dice il servo della parabola), perché l’infruttuoso porti frutto, perché l’uomo delle apparenze trovi vie di autenticità e di conversione.

Una certezza del genere è forza per continuare la lotta di questa nostra Quaresima!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

V Domenica del Tempo Ordinario – La barca infeconda di Pietro

PIETRO, UNO SPECCHIO NEL QUALE RIFLETTERE NOI STESSI

Is 6, 1-2.3-8; Sal 137; 1Cor 15, 1-11; Lc 5, 1-11

 

La pesca miracolosa (Raffaello, Victoria and Albert Museum, Londra)

 Nell’Evangelo di Luca, la vicenda di Pietro con Gesù è racchiusa tra questo grido di sconcerto “Allontanati da me che sono un peccatore” e quel pianto amaro dopo il canto del gallo nella notte del giovedì santo! La sua vicenda è emblematica delle nostre vicende con Gesù…è uno specchio nel quale possiamo e dobbiamo rifletterci; la chiamata che Gesù fa a Simone è molto semplice: gli chiede di mettergli a disposizione la barca del suo quotidiano…dalla barca di Pietro parlerà alle folle che fanno ressa per ascoltare la parola di Dio…proprio la gente che Gesù cerca, non è, infatti, gente che cerca miracoli, ma parola di Dio…la barca di Pietro sarà il luogo da cui Gesù farà risuonare la parola! Per parlare all’uomo, Gesù anche oggi ha bisogno delle nostre barche, ha bisogno cioè dei luoghi in cui viviamo il nostro ordinario; quando le nostre barche accolgono Lui che parla al mondo diventano anche capaci di prendere il largo, e di trovare il profondo

Simone non ha paura di offrire a Gesù la sua barca infeconda…la parola che vi viene pronunciata diventerà fecondità. Pietro getterà la rete su quella parola!

Credo che l’evangelo di questa domenica debba suggerirci una seria riflessione circa le aperture dei “luoghi” del nostro quotidiano alla Parola di Cristo. E’ necessario smettere di relegare la Parola di Dio in spazi ristretti, annuali magari…in spazi “sacri”, a tenuta stagna rispetto agli spazi “profani”. Distinzione questa tra “sacro” e “profano” che è meglio lasciare ai pagani in quanto non hanno nulla di cristiano, nulla di evangelico; in quanto la rivelazione cristiana ci racconta di un Dio che ha proclamato “santo” ogni spazio umano, ogni carne, ogni tempo. L’incarnazione ha fatto della storia un luogo di Dio: ogni carne è chiamata ad essere carne di Dio, ogni terra terra santa, ogni giorno tempo di grazia.

La presenza di Dio cerca l’uomo nella storia, senza paura della storia; Gesù non teme la barca “infeconda” di Pietro, non teme la sua carne di peccatore…è pronto a trasformare la barca infeconda in luogo del risuonare della parola; è pronto a trasformare il piccolo e rozzo pescatore in pescatore di uomini.

Gesù crea una vicinanza straordinaria perché Lui è la vicinanza di Dio! Una vicinanza che “spaventa”, una vicinanza che, paradossalmente, diventa per Pietro (ma sempre anche per noi!) un grido di paura: Allontanati da me che sono un peccatore! Come ci somiglia Pietro! Quando vede la sua infecondità diventare abbondanza, quando vede quella sua barca colmata, comprende che Gesù è il santo, è altro…e lui, invece, è come il mondo! Ed ecco che, in un moto di profonda verità chiede a Gesù l’unica cosa che Gesù proprio non può volere: Allontanati da me che sono un peccatore! Come può volere la lontananza chi è venuto per essere definitiva vicinanza di Dio proprio per l’uomo peccatore? Come può volere la lontananza chi è venuto a cercare chi era perduto (cfr Lc 19,10)?

Pietro dovrà imparare che proprio su quella strada di peccato e di miseria Gesù lo cercherà, e lo incontrerà fino a quello sguardo che gli donerà nel cortile di Caifa dopo il suo ultimo rinnegamento e dopo il canto del gallo (cfr Lc 22,61). Proprio su quella strada di miseria e viltà, proprio su quella “distanza” Gesù pone la sua parola di chiamata e chiede di non aver paura: Non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini.

Mi pare rilevante che questa non sia una parola di proposta, ma una parola di creazione:  Sarai pescatore di uomini. In quell’ora, tra Gesù e Pietro c’è stato un incontro nella più profonda verità, e per questo è iniziato per Pietro un processo inarrestabile ed irreversibile…è iniziata per lui una nuova creazione, è iniziato a nascere un uomo nuovo; sì, poi ci saranno ancora le cadute: quella celebre della sera dell’arresto, quella più sottile di Antiochia quando Paolo dovrà rimproverarlo con durezza (cfr Gal 2,11ss), ma ormai Pietro è il pescatore al servizio dell’Evangelo, ed avrà imparato ad “usare” le sue miserie come luogo tremendo e dolcissimo dell’incontro con il suo Signore. Forse fino a quella croce piantata sul colle Vaticano, Pietro dovrà lottare con il suo essere un peccatore (e non a caso la tradizione vuole che si sia fatto crocifiggere capovolto perché non degno di morire come Gesù!), ma con una certezza: quella parola di Gesù, in quel giorno lontano sul lago di Genezaret, l’aveva fatto, creato come “uomo nuovo”, quella parola aveva fatto di lui qualcun altro!

Gesù aveva potuto far questo perché Pietro gli aveva aperto uno spiraglio del cuore; non solo gli aveva dato la barca ma soprattutto gli aveva dato fiducia, aveva creduto alla parola di Gesù: aveva preso il largo dalle sue piccole sponde rassicuranti e si era spinto là dove era profondo! È la via anche per noi, è la via che la Chiesa deve intraprendere: fidarsi, andare al largo senza alcuna sicurezza se non quella “parola” che le è stata consegnata! Non ci sono altre “vie”… le altre sono vie “logiche” e piene del solito, triste “buon senso” del mondo. E si resta sulla riva, sulla riva dei comodi compromessi, sulla riva “senza rischi”, sulla riva delle complicità meschine quando non vergognose, sulla riva della mediocrità che uccide l’Evangelo…

La via della fiducia in quella parola paradossale che proviene da Cristo è l’unica via, e non è impedita neanche dal peccato…anzi, ci fa bene ripetercelo, il peccato e la miseria possono divenire luogo di un incontro fecondo tra noi (che siamo questo e non possiamo e dobbiamo fingere di non esserlo!) e il Cristo che è il Figlio venuto a cercarci proprio e solo lì!

p. Fabrizio Cristarella Orestano