Immacolata Concezione (Anno C) – Maria, terra di Dio

 

L’IMPOSSIBILE CHE SI FA POSSIBILE

 

Gen 3,9-15.20; Sal 97; Ef 1,3-6.11.12; Lc 1, 26-38

 

Secondo il racconto di Genesi, che oggi si ascolta, Eva aveva peccato perché aveva creduto ad una menzogna insinuante del tentatore: il serpente striscia e si insinua, proprio come la tentazione, specie la più sottile!
«Puoi non essere più creatura e puoi diventare come Dio …» e il “terreno” di Eva diventa “terreno” di morte e di miseria, di dolore e di maledizione, parole queste che il testo di Genesi enumera con sgomento!
Tuttavia il “terreno” di Eva non è un terreno primordiale, un’origine infausta che sta solo in un “in-principio” di cui portiamo nostro malgrado i segni. Non è così! Una tale lettura di queste pagine forti e paradossalmente luminose del Libro della Genesi è un vero errore, un errore che in qualche modo potrebbe deresponsabilizzarci. Il “terreno” di Eva è il nostro “terreno” quotidiano, è il “terreno” infestato dai nostri “no” alla creaturalità, dai nostri “no” a Dio e alla sua signoria, “no” sottili e, a volte, inconfessati e inconfessabili. I nostri “terreni” generano morte perché è vero che noi vogliamo essere come Dio, noi stessi misura del bene e del male, del vivere e del morire, dei tempi e degli spazi che appartengono solo a Dio. Eva è figura potente che evoca il buio dell’uomo, di quell’uomo che, creato per generare vita (il nome di Eva è evocativo di vita!) finisce per generare morte.

Oggi Eva è posta dalla liturgia della Chiesa a fare da sfondo antitetico all’icona di Maria, la Vergine di Nazareth.

Al cuore dell’Avvento, oggi Maria ci è posta innanzi come “terra” feconda perché accoglie il seme di Dio e così genera Dio nella carne, rimanendo con fermezza creatura e creatura umile e colma di stupore. Se Eva agisce e, con le sue mani, strappa il frutto di morte e disobbedienza, Maria sceglie di “non agire” per permettere a Dio la sua azione, la sua opera. Maria, nel notissimo passo di Luca dell’Annunciazione, fa domande, chiede, ma lo fa solo per essere più obbediente, chiede per mettere tutte le sue azioni solo sotto il segno della più vera obbedienza.
Maria scopre che c’è un primato di Dio nella sua vita, che Dio ha guardato a Lei “prima”, e non rispondendo a sue azioni di “giustizia”. Maria si sente chiamata da Gabriele colmata di grazia con un nome cioè che rivela un “prima” in cui lei stessa non ha parte. In fondo, dire che Maria è l’Immacolata è affermare questo “prima” gratuito di Dio.

Maria, diversamente da Eva, diversamente da noi, non ha la presunzione di avere tutto nelle sue mani, non ha la presunzione di voler controllare tutte le possibilità, non ha la presunzione del potere “assoluto”, sciolto cioè dalla coscienza di essere creatura.

La sua verginità, paradossalmente feconda, ci racconta con fermezza che nulla è impossibile a Dio. La verginità di Maria, così come la sterilità di Elisabetta che genera il Battista, o – prima ancora – quella di Sara che genera Isacco, e quella di Anna che genera Samuele, ci spalanca dinanzi l’impossibile che Dio fa possibile con la sua grazia e la sua misericordia.

Come dicevamo, Gabriele chiama Maria “riempita di grazia”: è più esatto infatti tradurre il testo di Luca con «Rallegrati, riempita di grazia!» perché Maria è tale non per sua virtù, per suoi meriti, per sua potenza … è “piena di grazia” perché riempita di grazia.
Il primato è sempre di Dio, e Maria lo riconosce; diversamente da Eva, Maria si dichiara serva della Parola che in lei deve solo trovare il “terreno” per piantare la sua tenda di vera carne.
Maria offre al Messia, al Figlio dell’Altissimo, all’Atteso, la sua carne di creatura e, dalla sua carne, germina Dio! La sua carne di donna, fatta madre dalla grazia, diverrà in Gesù carne di Dio. E’ vertiginoso!

La solennità di oggi celebra dunque non tanto un privilegio di Maria ma soprattutto il sogno di Dio su di lei, il compimento in lei dell’evangelo della grazia. Nella sua “povera” carne di donna splende una possibilità offerta agli uomini: la possibilità di essere terra di Dio … rimanendo terra ma essendo tutta di Dio. Il mistero di oggi è la santità di Maria, è il suo essere stata “messa da parte” dal progetto di Dio. Il Signore l’ha prescelta e salvata, l’ha separata dal terreno “infestato” di Eva, l’ha fatta terreno santo, nuovo su cui il Figlio poteva piantare la sua tenda.

Maria è “tutta santa”, così come dicono le Chiese d’Oriente volgendo in forma positiva l’appellativo occidentale di Immacolata, perché Dio così l’ha voluta per l’incarnazione del Figlio. Gesù, che percorrerà le strade degli uomini facendosi carico di tutte le loro miserie, dei loro orrori, dei loro peccati, nasce da una carne come la nostra, ma tutta di Dio fin dal momento del suo concepimento.

Maria è tutta di Dio, e la sua verginità ne è conferma; e lo è cosciente e consapevole, felice della sua condizione di creatura e di chiamata: Maria obbedisce e non vuole fare né un po’ di più, né un po’ di meno di quanto Dio le chiede … Maria si fa disponibile a che la Parola avvenga in lei.

Nel nostro percorso di questi giorni Maria è per noi figura straordinaria dell’Avvento per il suo essere terreno libero, disponibile, accogliente e perciò fecondo della Parola. Maria è icona dell’Avvento perché la sua attesa è rivolta tutta, da quell’ora del suo , a Colui che cresce dentro di lei e da lì deve portare pace e salvezza a tutte le genti.

Così deve essere anche per noi che siamo chiamati a far crescere Cristo in noi (cfr Ef 4, 13) fino alla pienezza.

La Vergine Immacolata, Madre del Signore, la Figlia di Sion in cui si compie ogni promessa, ci insegni ad essere, con gioia e coraggio, terreno di un Avvento che è maturazione piena in noi di Cristo, compimento di ogni verità dell’uomo.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XIV Domenica del Tempo Ordinario (B) – Lasciarsi interpellare

 

E’ QUANDO SONO DEBOLE CHE SONO FORTE

Ez 2, 2-5; Sal 122; 2Cor 12, 7-10; Mc 6, 1-6

 

Certamente Dio è grande, ma spetta solo a Lui decidere come mostrare questa sua grandezza: i modi che Dio sceglie non sono mai coincidenti con le nostre visioni ristrette, scontate e “religiose”…

La pagina evangelica di oggi continua a farci riflettere sull’unico accesso possibile a Dio, la “porta” della  fede. La narrazione di Gesù, rifiutato dai suoi a Nazareth, è una pagina che non ci vuole solo raccontare delle difficoltà di Gesù nel suo paese (sarebbe banale!); essa è soprattutto conferma di come l’uomo si comporti dinanzi a Dio!
Marco è attento a non usare per Nazareth la definizione di paese, adottando invece il termine patria, poiché più carico di impliciti richiami affettivi, storici, concreti e “carnali….in fondo Marco ci sta mostrando ciò che Giovanni dirà nel suo Evangelo: «Venne nella sua casa e i suoi non l’hanno accolto» (cfr Gv 1, 11).
Il termine patria ci aiuta ad uscire dagli stretti confini di Nazareth facendoci travalicare la piccola storia del rifiuto di Gesù da parte del suo paese, e conducendoci su un terreno rischioso anche per noi. Gesù è tra i “suoi”, e questi lo rifiutano: è la storia del rifiuto di Dio, che tutta la vicenda di Israele tragicamente testimonia, quando Dio si presenta all’uomo non come l’uomo vorrebbe…e Dio fa sempre così!

Il problema, allora, è sempre l’immagine di Dio che noi ci siamo fatti; il problema è sempre lo stesso: siamo noi a voler plasmare Dio secondo i nostri canoni comodi e le nostre visioni, e non vogliamo assolutamente lasciarci plasmare da Dio, nè da quello che Lui è nè dalle vie che Lui intraprende nella storia.

Come può Dio venire nel falegname, nel figlio di Maria? Un uomo qualunque, uno segnato anche da maldicenze e da nascita incerta…
E’ infatti molto offensivo dire di un ebreo di quel tempo che è “figlio di sua madre” e non di suo padre; di Gesù si doveva dire “ben Joseph”, “figlio di Giuseppe” e mai “figlio di Maria”: questa sottolineatura è certamente malevola ed irridente.

Nei nazaretani sono conviventi stupore e rifiuto, stupore e scandalo: lo stupore è solo l’atteggiamento iniziale con cui essi osservano ciò che esce dalla bocca e dalle mani di Gesù; le parole e i gesti di Gesù stupiscono, ma altra cosa è affidarsi a quelle parole e a quelle mani. I nazaretani non sono disposti a fidarsi…lo scandalo impedisce loro il passaggio, lo scandalo è inciampo, è ostacolo alla fede; lo scandalo è generato dai pregiudizi e dalla volontà di incasellare Dio, le sue parole e i suoi gesti in schemi precostituiti e rassicuranti!

Capiamo bene che qui si parla di noi!

Dinanzi a Gesù, l’uomo deve lasciarsi interpellare e, per lasciarsi interpellare davvero, deve deporre le sue visioni e le sue potenze.
Leggevo in questi giorni un testo di Oscar Wilde il quale, alla fine della sua vita, approdò ad una vera fede cristiana di cui, in fondo, era sempre stato impregnato: egli dice proprio del rapporto con Cristo, un rapporto inevitabile, e così scrive: «Questo è il fascino di Gesù Cristo in sintesi […] non pretende di insegnare niente a nessuno, ma basta essere portati alla sua presenza, che si diventa qualcosa. E tutti siamo destinati a comparire davanti a Lui. Almeno una volta nella vita ogni uomo cammina con Cristo verso Emmaus».
E’ vero: bisogna trovarsi davanti a Lui, e lì si prende posizione…o lo scandalo o la fede.

Una chiave per leggere questa esigenza dell’Evangelo ci è data dal passo straordinario della Seconda lettera di Paolo ai cristiani di Corinto che oggi si legge: perché dimori in me la potenza di Cristo è necessario vantarsi delle proprie debolezze
Questo è il vero terreno di confronto con il Cristo, qui è la reale possibilità di riconoscere la potenza delle Sue parole e delle Sue mani; «E’ quando sono debole che sono forte», scrive Paolo! L’Apostolo riesce a scrivere queste parole con coraggio perché le ha sperimentate nella sua carne, nella sua vita.
Paolo ha dovuto deporre le sue forze, le sue precomprensioni di Dio, i suoi “incasellamenti” di Dio; Paolo ha dovuto lasciarsi sconvolgere dal “falegname”, dal “figlio di Maria”, da Colui che è venuto nel nascondimento di una carne “qualsiasi”, da Colui che è venuto per una via scandalosa, esposto al rifiuto fin dall’inizio della sua vicenda terrena, e rifiutato fino alla fine, e «fino alla morte e alla morte di croce» (cfr Fil 2, 8).
Paolo ha dovuto girare le spalle a se stesso ed accettare lo scandalo di Cristo. Questo ha significato per lui accettare lo scandalo della sua debolezza e fragilità, lo scandalo di quella spina che permane nella sua carne.

Questa non è un’operazione teorica o meramente speculativa, questa è operazione concretissima che espone al rischio ed al rischio mortale della fede. Espone ad una fede che non ha nulla di “ragionevole” nel senso mondano del termine; sì, perché non è “ragionevole” farsi discepoli di un crocefisso, di un fallito, di uno che, per la storia degli uomini, è finito non male ma malissimo. Solo la fede in questo Dio scandaloso apre, però, all’oltre di Dio.

 Scrive Marco che Gesù a Nazareth non poté operare miracoli (in realtà subito dopo corregge il tiro, e dice che anche lì ha avuto compassione di alcuni malati!), e questo perché i miracoli sono suscitati dalla fede, non generano la fede: nessuno crede grazie ai miracoli, ma Dio può operare cose straordinarie in chi crede.
Qui dobbiamo sottolineare che i miracoli non sono tanto i prodigi che sovvertono le leggi di natura, ma sono, in massima parte, quel rendere possibile ciò che all’uomo è impossibile; sono quei sovvertimenti di vita, quelle conversioni, quei mutamenti, quel bene che pensiamo precluso a noi per i nostri limiti, debolezze e infermità del cuore che poi in Dio, in Cristo, nella forza dell’Evangelo divengono improvvisamente reali.
Miracoli sono quei sì che pare che mai il nostro cuore possa dire…eppure se ci si consegna, se ci si vanta delle proprie debolezze, quei terribili ed inamovibili no divengono dei dolcissimi e belli.
Certo costosi, ma che ci rendono spalancati al mondo perché spalancati a Dio.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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IV Domenica del Tempo Ordinario – Un profeta scomodo

 

I PROFETI NON SONO MAI NELLA MAGGIORANZA

 Ger 1, 4-5.17-19; Sal 70; 1Cor 12,31-13, 13; Lc 4, 21-30 

 

Elia e la vedova di Sarepta (G. Lanfranco, Roma)

Gesù suscita stupore negli abitanti di Nazareth, suoi concittadini: “Erano stupiti delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca“…Il loro, però, è uno stupore che “marcisce” a causa dell’interesse personale e dall’utilitarismo…lo stupore “marcisce” perchè affondato nella “religione” che cerca il proprio tornaconto, la propria “salvezza”, che cerca Dio solo per servirsi di Lui…I nazaretani, infatti, del discorso inaugurale del suo ministero che Gesù ha appena pronunziato nella loro sinagoga commentando l’evangelo di Isaia (cfr Is 61,1ss) non colgono nulla! Hanno fisso in cuore solo un pensiero: come usare Gesù?

Hanno sentito dire dei suoi “miracoli” avvenuti a Cafarnao e ora vogliono lo stesso per loro. Su Gesù e sui suoi segni reclamano diritti: sono suoi concittadini! Gesù ha sentito queste loro recriminazioni…ha udito mezze parole, ha avvertito le loro mormorazioni, ha percepito le loro attese…I suoi concittadini hanno proclamato il loro stupore dinanzi alle parole di grazia che ascoltano da Lui, e “grazia” vuol dire “dono”, “gratuità”, vuol dire un dono sovrabbondante ed inaspettato…in realtà, però, essi abbandonano la strada del dono gratuito ed imboccano la via della pretesa, dell’accampare diritti…parlano di “patria”; un’espressione questa sempre “indecente” sulle labbra di un credente! Un’espressione che crea particolarismi, divisioni; una parola pericolosa “patria”, perchè a volte, come ha scritto spesso Enzo Bianchi, diventa facilmente un concetto “contro” gli altri, un concetto che tende a creare barriere e privilegi!

E’ quello che vogliono i nazaretani i quali pretendono che Gesù sia loro…ma, si badi, non perchè hanno capito, come dicevamo domenica scorsa, che Gesù è l’evangelo, ma perchè sperano di poter ricavare da Gesù qualcosa per loro. Il loro stupore “marcisce” perchè non si apre alla fede in quel Gesù che è l’evangelo per loro, sì, ma anche per tutti gli uomini!

Gesù aveva detto, leggendo Isaia: “Lo Spirito del Signore è su di me…e mi invia ad annunziare ai poveri un evangelo”! E loro, i nazaretani, non sono poveri, perchè sono ricchi delle loro pretese; sono ricchi della presunzione che Gesù sia loro proprietà.

Gesù questo non può accettarlo e si pone subito sulla linea dei grandi profeti del passato; anche Elia ed Eliseo fecero grandi miracoli per “quelli di fuori”: la vedova di Sarepta di Sidone, e Naaman il Siro non avevano titoli di pretesa dinanzi al profeta, e neanche dinanzi al Signore…e se Naaman va ad Eliseo chiedendo la guarigione, la povera vedova addirittura non aveva chiesto nulla! Entrambi, però, vengono presentati come incapaci di accampare alcun diritto.

Il problema di fondo è sempre quello di Adam: rigettare la logica del dono per accogliere la logica perversa della pretesa, se non addirittura quella della “rapina”! (cfr Fil 2,6).

I suoi concittadini alla fine, visto che riescono ad “usare Gesù” per i loro scopi, arrivano a progettare di ucciderlo: Gesù o è loro, o è meglio che non sia di nessuno! Questa è la loro logica perversa! Meglio uccidere un “messia” che non serve! La logica di patria è diventata subito una logica “contro” gli altri: contro Gesù che non accondiscende ai loro desideri, contro gli altri che non siano nazaretani, a cui desidererebbero sottrarre sia le parole di grazia che dice Gesù, sia soprattutto i suoi miracoli!

La scena conclusiva di questo racconto di Luca è davvero tragica: lo conducono fuori dalla città e cercano di gettarlo nel vuoto. Scena tragica che ci conduce alla fine della vicenda di Gesù, quando verrà condotto fuori dalla città e gettato nel vuoto della morte.

C’è poco da fare: Gesù è un profeta scomodo da seguire; le sue vie sono vie senza esenzioni, senza “patrie” e senza particolarismi!

Oggi accade un po’ quello che accadeva a Nazareth in quel giorno di rivelazione: tanti si stupiscono di Gesù, lo ammirano, sono interessati a Lui, forse alcuni sono ammirati perfino di alcune opere della sua Chiesa; ma quanto a seguirlo ed a compromettersi per Lui, non se ne parla neanche! E quando qualcuno vuole farlo davvero, il nostro mondo cerca subito di “ricondurlo alla ragione, invitandolo a “non esagerare”, ad essere “sanamente” mediocre!

E’ quello che succede quando lo stupore non diventa fede, è quello che succede  qundo lo stupore inizia a fare i calcoli e non vuole essere strada per vite compromesse.

Gesù è profeta scomodo perchè fa uscire fuori dal banale, ed il banale, per il mondo, è tanto rassicurante! Il banale è poi molto comodo per i potenti che vogliono gestire uomini banali e pronti a vendersi tutto per i propri privilegi sia pure piccoli piccoli!

Seguire Gesù, cogliendo davvero le parole di grazia che sono sulla sua bocca, significa diventare, con Lui, profeti scomodi di un’umanità segnata da quell’amore tanto scomodo, che Paolo canta straordinariamente nel celebre inno all’amore della sua Prima Lettera ai cristiani di Corinto, e che oggi si ascolta in questa liturgia.

Essere profeti scomodi: questa è la vocazione della Chiesa!

Non bisogna però dimenticare una cosa: essere profeti scomodi significa essere sempre “minoranza”. I profeti, ricordiamolo con forza, non sono mai nella maggioranza! Dobbiamo rifletterci: la folla non è mai profetica…è rivoluzionaria  e  violenta (e infatti le grandi rivoluzioni che la storia ricorda ce lo dimostrano!). Per questo le rivoluzioni non cambiano il mondo…checchè se ne dica! Le rivoluzioni abbattono giustamente dei tiranni ma ne creano di nuovi e, a volte, più tremendi dei precedenti. La profezia, invece, lotta per cambiare il mondo attraverso un piccolo gregge minoritario che è disposto a pagare il prezzo della solitudine e dell’incomprensione; la profezia viene sempre trascinata fuori dalla città degli uomini per essere uccisa; lì però parla più autenticamente ancora!

I credenti sono profeti di un mondo nuovo aperto al futuro di Dio, ma paradossalmente il mondo li rigetta e ride di loro, accusandoli di essere superati, vecchi, incapaci di “aggiornarsi”…è una delle tante mistificazioni del mondo per soffocare l’Evangelo!

Gesù a Nazareth oppone alla violenza cieca dei suoi concittadini la ferma volontà di continuare ad essere ciò che è, senza compromessi, senza accomodamenti!

Gesù è nemico di ogni conformismo!

Noi credenti di oggi siamo “complici” di Gesù, o siamo “complici” del mondo che ci vuole innocui, allieneati e conformi al suo quietismo?

P. Fabrizio Cristarella Orestano




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IV Domenica del Tempo Ordinario – Attualizzare la Parola

COMPIERE LA PAROLA CON LA VITA

Ger 1,4-5.17-19; Sal 70; 1Cor 12,31-13,13; Lc 4, 21-30

 

Nel brano evangelico di oggi, in continuità con quello della scorsa domenica, riascoltiamo Gesù che proclama, nella Sinagoga di Nazareth, un oggi in cui si attua quella parola di Isaia che aveva letto nel rotolo: “Oggi si è compiuta questa parola che avete udita nelle vostre orecchie”. Gesù non solo spiega la Santa Scrittura ma la attualizza. Attualizzare la Parola ascolta dalla Scrittura non significa adattarla al proprio tempo, alle mentalità nuove o ai modi di sentire e vivere di un’epoca o di un luogo…rendere attuale la Parola significa compiere la Parola con la vita; significa obbedire a quella Parola e darle spazio pieno e senza addolcimenti nel proprio oggi. Per noi attualizzare la Parola è ascoltare l’Evangelo e, prestandogli vera obbedienza, divenire noi stessi attuali all’oggi di Dio, capaci di trasportare in questo nostro oggi, che così spesso ci sta stretto, gli infiniti orizzonti dell’oggi di Cristo.

Dinanzi all’affermazione di compimento di Gesù sorge lo stupore di coloro che ascoltano…lo stupore può avere due esiti: o il salto della fede o l’indurimento incredulo. Lo stupore ci può far esultare di gioia perché vediamo delle vie incredibili e impensabili di Dio che si attuano e questo stupore ci conduce alla lode e all’abbandono, all’obbedienza di quella Parola che ci ha appunto stupiti; c’è però quell’altro stpore, quello che genera incredulità, sdegno e ostilità…a Nazareth pare che i due stupori stiano assieme: alcuni si stupivano delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca, altri fremono d’ira…a Nazareth fu vincente questo secondo stupore che divenne incredulità dinanzi al figlio del falegname che dice parole grandi su se stesso e sul mondo, su un oggi che deve e può aspirare all’oltre.

I nazaretani hanno una pretesa tremenda: che Gesù sia tutto loro; hanno la pretesa di voler disporre di lui…avevano iniziato bene, tenendo gli occhi fissi su di lui ma poi li hanno distolti da lui per volgerli a loro stessi e al loro bisogno, alle loro aspirazioni grette. Invece di aprire lo stupore alla fede, invece di accogliere con stupore il dono di Dio si chiudono su se stessi. Conoscono i prodigi che Gesù ha operato a Cafarnao ed ora vogliono solo una cosa: confiscare Gesù ed i suoi segni miracolosi a loro vantaggio; i doni che Dio vuole fare al mondo intero li vogliono per loro; anzi il dono che è Gesù vogliono possederlo accampando diritti su di lui. Nessun dono può essere preteso…questa della pretesa è la via della distruzione del dono.

Come tutti i profeti Gesù subisce rifiuto dai suoi, subisce il loro odio…come Geremia, però, fa l’esperienza di una guerra che, mossa contro di lui, non lo vince perché Dio è con lui.

I nazaretani hanno la solita logica dell’Adam peccatore: stendere la mano avida per rapire e non per aprire la mano disarmata e debole perché vuota per ricevere un dono. Cristo invece è l’Adam obbediente che tutto riceve dal Padre, che attua la Parola ascoltata e la porta fino all’estremo dell’amore facendosi dono totalmente. Non può essere compreso da chi è nell’ottica della rapina, suscita sdegno.

Gesù si è presentato a Nazareth nello Spirito Santo ad annunciare che la Scrittura è ormai piena (così alla lettera), e i Nazaretani si fanno invece pieni di ira. La durezza dei cuori dei suoi concittadini diviene omicida; la più cattiva delle durezze di cuore è quella degli uomini religiosi che accampano sempre pretese presso Dio. Così Gesù è respinto.

In questo inizio dell’Evangelo Luca ci dà già un anticipo della fine: lo conducono fuori della città come avverrà a Gerusalemme, quando la croce verrà piantata fuori dalle mura della città santa…(cfr Eb 13,12), ma lo stesso Evangelo verrà rifiutato con violenza: Paolo nella Sinagoga di Corinto subirà insulti e bestemmie e dovrà rivolgersi ai pagani (cfr At 18,6).

Nei suoi di Nazareth è adombrata la realtà dei suoi di ogni tempo. Essi sono esposti sempre al rischio di proclamarsi possessori di Gesù, di indurire il cuore in una religione fatta di pretese; sono esposti di continuo al rischio di scandalizzarsi di lui e del suo Evangelo tentando  adattamenti che piacciono al mondo e non lottando per attualizzazioni costose della Parola. Quei suoi, insomma, possiamo essere noi.

Gesù però passa in mezzo a loro (ai suoi di allora, come ai suoi di oggi) e attraversa il mare della violenza e della morte…non è ancora l’ora a Nazareth, diremmo con linguaggio giovanneo, o forse è una prefigurazione della sua resurrezione, vittoria d’amore di Colui che continua il suo cammino in mezzo agli uomini facendo del bene e risanando quelli che sono sotto il potere del nemico (cfr At 10,38). Gesù è Colui che è capace di camminare sulle onde tumultuose del mare della morte e del peccato, perché Dio è con lui ed ogni suo passo è narrazione di Dio, della sua paternità, delle sue vie altre…ogni passo di Cristo è canto di quell’agàpe che Paolo canta nel celebre inno all’amore della prima lettera ai Corinti che oggi la liturgia ci ha riproposto: un amore che provoca all’amore, un amore che ci mette stupore, un amore che è Gesù stesso…ecco la via migliore per far diventare attuale ogni parola della Scrittura.




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