XII Domenica del Tempo Ordinario (B) – In un mare in tempesta

 

NON PRENDE SONNO IL CUSTODE DI ISRAELE

Gb 38, 1.8-11; Sal 106; 2Cor 5, 14-17; Mc 4, 35-41

 

Dopo il discorso in parabole, Marco mette nel suo Evangelo una sezione di miracoli per dirci che l’Evangelo è portato agli uomini in parole ed in opere: le opere confermano le parole, e le parole rendono chiare le opere, i miracoli. Anche nell’Evangelo di Marco, in fondo, i miracoli sono dei gesti al servizio della fede, e non dei gesti meravigliosi tesi a suscitare lo stupore; la fede è suscitata dalla parola, ed i miracoli la rendono più forte e più chiara.
Certamente, poi, Marco racconta i miracoli non solo per mostrare la potenza di Gesù, che è tale sulla natura (la tempesta), sul demonio (l’indemoniato di Gerasa) ed in favore dell’uomo prigioniero dell’impurità e della morte (l’emorroissa e la figlia di Giairo), ma anche per narrare la sua misericordia, che ci mostra il vero volto di Dio.

Questo primo miracolo sul mare in tempesta vuole condurre il lettore, in primo luogo, a porsi quella domanda essenziale nella relazione con Gesù: «Chi è costui?». Una domanda che il Signore stesso, anche nel racconto della “tempesta sedata”, suscita con il miracolo stesso, e a cui lui solo può dare risposta vera e definitiva; risposta che poi si deve accogliere con fede, per entrare in un vero discepolato.

La domanda…la prima lettura, tratta dal Libro di Giobbe, ci conduce quasi alla fine di questo straordinario e profondissimo libro. E’ una scena di grande potenza drammatica: il Signore si presenta con tutta la sua potenza perché interpellato da Giobbe; dinanzi alle tragedie cadute sulla sua vita, il “poco paziente” Giobbe ha avuto il coraggio di fare domande a Dio, il coraggio di interpellarlo e, tra le risposte che il Signore gli dà, c’è questo breve tratto che riguarda il mare che, pure potente, è sotto la potenza di Dio!
I versetti che sono stati scelti per questo tema del mare ci permettono, a mio avviso, di sottolineare come il Signore sia al tempo stesso suscitatore di domande e sia l’unico capace di risposte…risposte che, però, bisogna cogliere nella fede e per la fede.
Il racconto della tempesta sedata è abilissimo a spostare il tema dalla potenza di Gesù sul mare al tema della fede dei discepoli il quale, ad un certo punto, diviene il centro di tutta la narrazione; anzi ne diviene la sua meta.

Già l’immagine di Gesù che dorme in mezzo alla tempesta, per quanto assolutamente illogica narrativamente, è molto forte.
La fede del discepolo, se nella difficoltà e nelle tempeste inevitabili della storia non resta salda, mostra tutta la sua immaturità ed il suo carattere “religioso”; una fede matura, invece, è capace di restare salda nella tempesta anche quando il Signore pare che dorma.

Quel dormire di Gesù – Marco specifica «su un cuscino», particolare che ha sempre intrigato i commentatori – è potente metafora dei silenzi tragici di Dio nelle spire della storia; quei silenzi di cui lo stesso Giobbe ha dovuto portare il peso, e nei quali ha avuto il coraggio di gridare…
Ed è lo stesso silenzio che il Signore Gesù dovrà portare alla fine dell’Evangelo quando il Padre, che pure aveva parlato all’inizio («Tu sei il Figlio mio, l’amato» cfr Mc 1, 11) ed al cuore dell’Evangelo («Questi è il Figlio mio, l’amato. Ascoltatelo!» cfr Mc 9, 7), nel Getsemani tace, pure se invocato con il nome della tenerezza filiale («Abba, Padre, tutto è possibile a te; allontana da me questo calice» cfr Mc 14, 36). Ugualmente tace sulla croce, tanto da provocare in Gesù la più terribile delle domande: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (cfr Mc 15, 34).

Contemplare allora quel Gesù che dorme sul cuscino, a poppa della barca di Pietro, è grande lezione spirituale per noi credenti, chiamati a credere ad una parola che tante volte pare smentita dalla storia e dalle sue vie tortuose, in cui il Signore sembra assente o addormentato. Già il Salterio aveva assicurato i credenti che «non si addormenta, non prende sonno il custode di Israele» (cfr Sal 121, 4).

Forse l’Evangelista qui si rivolge ad una comunità che è sballottata nelle tempeste, ed in tempeste che appaiono tanto più grandi e forti di lei: siamo ai tempi di una Chiesa perseguitata, ed all’indomani del martirio delle colonne della Chiesa (Pietro e Paolo). Una Chiesa così non deve dubitare della custodia del Signore e, anche se il Signore pare che dorma, non deve cessare di credere, e quindi di affidarsi.

Tra «le cose vecchie che sono passate» di cui scrive Paolo ai Cristiani di Corinto nella seconda lettura di questa domenica, bisogna annoverare in primo luogo anche la paura che è madre di ogni peccato, perché ci fa rifugiare spesso presso le sicurezze del mondo ed i suoi idoli o, peggio ancora, nelle nostre stesse mani.
Contro la paura, scrive Paolo, un pensiero ci spinge: c’è stato Uno che è morto per noi… e come credere che Questi resti addormentato dinanzi alle nostre miserie e paure?
Questo amore del Crocefisso, morto per noi, ci spinge dal di dentro a fare quel passo di consegna che è tanto più necessario nelle ore di tempesta.
La Vulgata traduceva questo versetto in modo molto profondo ed acuto: «Charitas Christi urget nos»! Sì, «l’amore di Cristo ci urge dentro»: ci brucia, e perciò ci spinge a gettarci nella mani di un Signore che a volte può tacere, può sembrare addormentato, può sembrare distante, ma che invece abita la sua Chiesa: è nella barca di Pietro, nella tempesta, e ne condivide le tempeste! Egli solo può rendere i nostri cuori alla pace, facendoli uscire dalle onde che paiono sommergere la nostra vita, le nostre storie, le nostre vocazioni, le nostre vite ecclesiali.

Il pensiero di Cristo e del suo amore ci deve spingere, scriveva Teresa di Lisieux, ad andare al profondo di noi, dove c’è la calma della sua presenza. andare oltre le superfici agitate e tempestose…
Ci vuole coraggio a tuffarsi per raggiungere quelle profondità, ma è proprio questo l’atto di fede necessario ad uscire dalla paura, per vincere la paura.

p. Fabrizio Cristarella Orestano