III Domenica di Quaresima (B) – Le Dieci Parole

 

PROMESSA DI UN DIO GELOSO

 Es 20, 1-17; Sal 18; 1Cor 1, 22-25; Gv 2, 13-25

 

Ten Commandments di Peter Lipman-Wulf, Leo Baeck Institute at the Center for Jewish History

Ten Commandments di Peter Lipman-Wulf, Leo Baeck Institute at the Center for Jewish History

Dopo le tentazioni nel deserto, dopo la Metamorfosi che mostra la bellezza del Padre sul volto del Figlio, il nostro cammino quaresimale ci chiede di andare ancora più in profondità. Se le prime due domeniche sono state di contemplazione cristologica, ora ci è posta una domanda: “E’ efficace l’Alleanza di Dio nella tua vita? Che spazio reale ha?

Le tre letture di questa domenica sono in questa linea interpellante: il testo del libro di Esodo è parola di benedizione e promessa di fedeltà, e chiede subito un giudizio su di noi, se siamo cioè in cammino con il Signore, e lo fa rimettendoci sulle tracce di Israele nel deserto… La domanda che ci pone il celebre passo che leggiamo è se i nostri tratti si avvicinano a quelli del Signore; le Dieci Parole, infatti, ci disegnano i tratti di un volto umano che sono quelli di Dio! Incredibile, ma è così!

Il testo dell’Evangelo di Giovanni (la cacciata dei mercanti dal Tempio), superando tutte le letture moralistiche che si son fatte di questa pagina, mostra il Figlio che rivela il volto geloso del Padre: Gesù si presenta come divorato dallo zelo per il Padre… E’ ancora, dunque,  una parola che chiede giudizio su di noi.

Il passo della Prima lettera ai Cristiani di Corinto ci fa ascoltare Paolo che chiede, senza mezze misure, se la nostra fede è frutto di miracoli o di sapienza umana, o se ci basta la parola della croce. Si è discepoli di Cristo solo se si riconosce – e non a parole – che la «parola quella della croce» (così alla lettera il testo paolino) è l’unica fonte di vita. Per caso abbiamo altre fonti di vita?
In fondo il tutto è domanda forte sulla reale Signoria di Cristo nelle nostre vite, e al centro della Quaresima non c’è domanda più opportuna. La Scrittura oggi ci chiede una coraggiosa verifica della nostra sequela e della nostra gelosia per il Signore!

Il testo di Esodo bisogna saperlo leggere, altrimenti il suo senso più profondo ci sfugge. Non è un elenco di “comandamenti” come li abbiamo sempre chiamati, ma siamo dinanzi a Dieci Parole (in ebraico d’varim)! Non parole che limitano, ma parole che plasmano, creano l’esistenza del credente! Parole non da “osservare” ma da custodire (così il verbo ebraico!). Parole rivolte ad un “tu”, e non parole generiche…
Non sono comandi, e dunque grammaticalmente non sono all’imperativo ma nell’ebraico “incompiuto”, che è una specie di futuro che andrebbe tradotto con “tu sarai capace di…”. E’ chiaro così che si tratta di una promessa di Dio, una promessa che ha una premessa: “Poiché ti ho fatto uscire dall’Egitto e sono il Signore tuo Dio, se tu rimarrai con me in alleanza sarai capace di…”

Se si vive nella libertà che Dio ha donato, allora si diviene capaci di vivere in modo altro. Se si rimane nello spazio della salvezza e della libertà si è capaci di custodire le Parole che Dio ha pronunziato su di noi, si riesce a fare spazio al dono di Dio.
Custodia delle Parole è risposta all’Alleanza, anche se deve essere chiaro che non è la nostra risposta che sostiene l’Alleanza: dinanzi al Vitello d’oro, infatti, Dio rinnovò l’Alleanza…Dunque, è sempre la fedeltà di Dio che sostiene l’Alleanza.

Le Dieci Parole chiedono di custodire la memoria di Dio, il senso della sua presenza; chiedono di dargli spazio nella nostra vita. Le Dieci Parole mostrano il volto di Dio, sono rivelazione di chi Lui sia. Ne consegue che custodire le Dieci Parole è via di assunzione del suo volto…
Dio chiede di vivere secondo le Dieci Parole perchè è geloso ed esigente, e la sua è una gelosia che non tende, come le nostre gelosie, a difendere se stesso ma a difendere noi affinché non ricadiamo sotto il potere di nessun Egitto. E’ una gelosia liberante, una gelosia che fa crescere. Le Dieci Parole sono allora il risultato dell’azione liberatrice di Dio, ma sono contemporaneamente via di liberazione e di custodia della libertà. Parole che ci rendono capaci di custodire in noi il volto di Dio.

Nel passo di Giovanni Gesù ancora ci narra la gelosia di Dio: per Giovanni Gesù compie questo gesto scandaloso non alla fine della sua vita, alla vigilia della Passione (per gli altri Evangeli quest’episodio fu una delle accuse nel processo), ma all’inizio della sua vita pubblica. E’ la prima Pasqua che l’Evangelo narra; è un’azione profetica in cui però l’Evangelo riconosce un segno: il vero Tempio è il suo corpo! Entrando nel Tempio Gesù proclama un giudizio: non vuole una riforma della liturgia del Tempio, non vuole una moralizzazione del Tempio (!) ma vuole gridare che bisogna dare spazio a Dio! Il Tempio era un segno di questo spazio per Dio nel mondo, nella storia, nella vita…ora questo spazio è ingombro da altro…
Gesù vuole ristabilire lo spazio di Dio in mezzo al suo popolo! Gesù proclama che il Padre vuole dimorare in mezzo agli uomini (e il Quarto Evangelo arriverà a proclamre che vuole dimorare dentro gli uomini! – cfr Gv 14, 23). La scena della Purificazione del Tempio ci mostra che il Figlio è venuto a rimuovere ciò che impedisce il dimorare di Dio nell’uomo…

Il gesto di Gesù è simbolico, e rinvia al vero segno: questo sarà la distruzione del Tempio del suo corpo…il vero zelo di Gesù sarà il dono di sè “fino all’estremo” (cfr Gv 13, 1).
Il vero segno che cambierà e purificherà i cuori sarà la sua Pasqua; d’altro canto il Gesù di Giovanni compie in quella Pasqua (e la datazione non è casuale!) un gesto preciso: scaccia i mercanti di animali e i cambiavalute (che servivano a cambiare le monete “impure” con monete lecite perchè senza immagini, con cui acquistare gli animali per i sacrifici) perchè vuole dire che d’ora in poi non ci sarà più bisogno di quei sacrifici di animali perchè è venuto il vero agnello.

La Parola ci chiede, dunque, un cuore unificato in cui Dio possa dimorare, e di questo ci rende capaci solo una cosa: l’accoglienza della libertà pasquale che Gesù ci dona. Una libertà che ha una sua espressione straordinariamente paradossale: è libero chi si fa dono; è libero chi si consegna totalmente, come Gesù.

Nel testo della Prima Lettera ai Corinzi che si legge oggi, Paolo lo riafferma con forza: solo la Croce di Cristo dà a Dio il giusto spazio nelle nostre esistenze. Paolo afferma che la Croce è l’unica sua sapienzami proposi di non sapere altro in mezzo a voi che Gesù Cristo, e questi crocefisso»), proponendo se stesso quale immagine di Cristo (venni a voi in debolezza). La Chiesa che ne deve risultare è una Chiesa che può essere immagine di Cristo solo se mostra la sua debolezza («non ci sono in mezzo a voi sapienti, nobili…»). L’unica via è la «Parola, quella della croce» che è la logica della sconvolgente debolezza di Dio che si rivela nel Figlio: via di novità e via per verificare a chi si appartiene, chi si segue, che alleanza ci segna…

La gelosia di Dio che Esodo ci ha mostrato, lo zelo di Gesù che vuole che l’uomo sia spazio di Dio, trovano nello scandalo della Croce l’immagine più eloquente…lì è il segno dell’Alleanza, lì è il luogo dell’unificazione e della manifestazione di quest’unità. Lì, dove il Figlio si è fatto pienamente obbediente al Padre facendosi spazio per Dio e spazio per tutti gli uomini.

Questa Quaresima ci conduca alla nudità della Croce…con lo sguardo fisso alla Croce, sapremo rispondere alle domande che verificano la nostra autenticità nel discepolato.

Via dura? Via necessaria!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Presentazione al Tempio – Incontro tra attesa e adempimento

ACCENDIAMO LE FIACCOLE DELLA LUCE DI CRISTO 

  –  Ml 3, 1-4; Sal 23; Eb 2, 14-18; Lc 2, 22-40   –

 

Presentazione di Gesù, di A. Mantegna

Presentazione di Gesù al Tempio, di Andrea Mantegna

E’ il quarantesimo giorno dal Natale e la Chiesa celebra una festa di luce, che in questo anno cade di domenica. Una festa di luce suggerita dalle parole del santo vecchio Simeone, che si rivolge al Bambino Gesù chiamandolo “luce per illuminare le genti e gloria di Israele”. Possiamo dire che questa celebrazione chiude i misteri dell’infanzia, e ci apre alla celebrazione della Pasqua.

Il Figlio di Dio entra nelle strutture umane: entra nel Tempio, si affaccia al nostro spazio e nel nostro tempo; come scrive l’autore della Lettera agli Ebrei, nel passo che oggi è la seconda lettura, Egli è diventato partecipe della carne e del sangue degli uomini suoi fratelli, rendendosi in tutto simile a loro … Dio, in Gesù, non solo entra nel nostro spazio, ma entra nella nostra carne, nella nostra miseria, nel nostro limite e questo fino alla morte … percorre tutte le strade dell’uomo, per purificare ed illuminare tutta la storia degli uomini!

Scriverà, con poetico acume S. Kirkegaard, che Gesù “è la punta di fuoco dell’infinito nel finito” … e viene a purificare come il fuoco purifica; viene in una famiglia ebraica e nelle strutture legali e rituali degli uomini; e viene nella piccolezza della carne di un bambino nelle braccia dei suoi genitori.

Il passo di Luca, che è l’unico evangelista che narra di questo evento al quarantesimo giorno dalla nascita, inizia con un’espressione strana: “Quando venne il tempo della loro purificazione”. Di chi parla? Per molto tempo si è pensato esclusivamente alla purificazione di Maria (tanto che questa festa addirittura si chiamava così!) secondo un rito previsto dal Libro del Levitico…ma questa ipotesi non ha fondamento per quel plurale (la loro purificazione!). A cosa si allude? Allude alla purificazione dei figli di Levi, alla purificazione del culto, del Tempio, e del popolo di Israele, così come è presentata e sperata da Malachia nel testo del suo libro che pure la liturgia di oggi intelligentemente propone: “Entrerà il Signore nel suo Tempio, purificherà i figli di Levi perché possano offrire un’oblazione secondo giustizia. E così l’offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore”.

Il Tempio attendeva dunque una visita del Signore, tanto che il Salmo 23, che oggi si canta, chiede che siano tolti i frontali dei pur immensi portoni del Tempio … si devono togliere perché si deve lasciar passare l’Immenso: “Sollevate porte i vostri frontali ed entri il Re della gloria”…in quel giorno, però, in cui Maria e Giuseppe portarono il Bambino Gesù al Tempio per la purificazione del Tempio e di tutto Israele, l’Immenso si presentò come un qualunque bambino tra le braccia dei suoi genitori, si attendeva l’immensamente grande e venne l’immensamente piccolo: il Signore entra nel suo Tempio, ma nella logica del nascondimento e di povertà che sottende alla scelta dell’Incarnazione.

Dunque una presenza povera e umile, che solo i poveri possono riconoscere; ed ecco Simeone ed Anna, due vecchi in cui si riassume tutta la speranza di Israele: le vecchie braccia di Simeone che accolgono Gesù sono infatti le braccia della Prima Alleanza, che ha custodito la Promessa e che, finalmente, incontra il Promesso che compie la Promessa. Simeone è icona della custodia della promessa di fedeltà di Dio che ascolta la voce dei suoi poveri. Il nome “Simeone” significa infatti “Dio ha ascoltato”: l’invocazione di Israele è stata ascoltata, e Gesù è risposta alle attese ed è “rilancio” della Promessa che ora, in Lui, si estende a tutte le genti!

Alla fine del suo Evangelo, Luca – creando una inclusione – ci presenterà un altro giusto di Israele, Giuseppe d’Arimatea che, proprio come Simeone, “attendeva”: Simeone attende – scrive Luca – il conforto di Israele, e Giuseppe d’Arimatea attende il Regno di Dio). Egli poi, come Simeone, accoglie Gesù nelle sue braccia deponendolo dalla croce e accogliendolo nel suo sepolcro nuovo. Sono ambedue immagini dell’Israele fedele, che ha ricevuto la Promessa e che accoglie l’adempimento. Nell’oriente cristiano questa festa è chiamata infatti “ipapante”, cioè “incontro”: è l’incontro tra l’attesa (generata dalla Promessa) e l’adempimento (generato dalla fedeltà di Dio).

Lo Spirito – che trova in Simeone un cuore gonfio di attesa e di speranza – gli permette di riconoscere in quel bambino qualunque la luce che illumina tutte le genti, e che è gloria di Israele… Che bella questa vecchiaia di Simeone (come quella di Anna): bella perché non è diventata cinica rassegnazione, ma è luminosa di una speranza che riposa su una precisa promessa di Dio, che il suo cuore ha saputo ascoltare e custodire senza stancarsi, avrebbe visto il Messia del Signore prima di vedere la morte! Lo Spirito ora permette a Simeone di accogliere Gesù, di cantare la sua lode, e di profetare! Infatti, appena Simeone ha il Bambino tra le braccia canta il brevissimo ed intenso cantico del “Nunc dimittis”: è un canto di dolce abbandono, un canto colmo di fiducia profonda, è canto di un uomo che vede giunto per sè il tramonto, ma un tramonto pieno di luce, e quindi un tramonto senza paura … per questo, fin dal quinto secolo, il cantico di Simeone è diventato il canto della Chiesa ad ogni sopraggiungere della notte!

Simeone è come una sentinella che ha vegliato a lungo, e che finalmente vede spuntare la luce e – quindi – può andare a dormire: non ha nulla di malinconico, il suo canto è invece un saluto gioioso alla Parola di Dio che si compie, e di cui riesce a percepire l’ampiezza e la forza … Ed ecco che Simeone è anche profeta perché vede il senso che quella venuta di Dio nella debolezza ha per l’umanità: il Messia, che appare fragile tra le sue braccia, è segno di contraddizione ed è svelamento dei segreti dei cuori. Insomma, dinanzi a Lui si dovrà prendere posizione, dinanzi a Lui gli uomini saranno divisi tra un “no” ed un “”: tra l’accoglienza di questo incredibile venire di Dio, ed il rifiuto di questo Dio fragile e debole fino alla croce! Simeone riesce a vedere anche l’ombra della croce: tutto il suo breve discorso sottende a questa consapevolezza della croce, e non solo le parole circa la spada che trapasserà il cuore della Madre; il riferimento alla spada è certamente carico di significato ulteriore, in quanto nella Scrittura la spada è una delle metafore della Parola di Dio (cfr Is 49,2; Eb 4, 12; Ef 6, 17); la Parola è infatti contraddizione delle vie mondane, ed è richiesta di presa di posizione per il Regno o per il mondo. La spada che trafigge il cuore di Maria, allora, non è solo il dolore per il Figlio rifiutato e crocefisso, ma è anche la lacerazione che la Figlia di Sion, il popolo di Israele, dovrà subire dinanzi alla pietra di inciampo, dinanzi al segno di contraddizione che quel Bambino è. Si tratta allora della spada della Parola, che dovrà sempre trafiggere il cuore della Chiesa perché essa sia fedele alla novità dell’Evangelo; è la spada della Parola che, anche nella Chiesa, sarà giudizio ed inciampo per chi vuole percorrere vie mondane- La Chiesa dovrà fare esperienza della trafittura e della lacerazione a causa della Parola che Cristo le ha consegnato; la Parola svela i segreti del cuore umano ed abbatte i muri delle difese dell’ipocrisia.

Il grande segno di contraddizione che quel Bambino eleverà (e Luca quando scrive l’Evangelo, naturalmente, lo sa!) sarà la croce sulla quale bisognerà riconoscere Dio nella debolezza, e bisognerà riconoscere la sua potenza nella misericordia. Allora, sulla croce, avverrà in modo definitivo quella purificazione, che ora è solo prefigurata in questo ingresso del Bambino nel Tempio di Gerusalemme.

Nel racconto di Luca c’è però ancora una figura: Anna (il cui nome che significa “favore di Dio”), figlia di Fanuel (che significa “volto di Dio”), della tribù di Aser (che significa “sorte felice”) … di lei non si dice che attendeva, Anna proclama la presenza del Messia a quelli che attendono. Anna ha ricevuto grazia da Dio (e il suo nome ce lo ricorda!) perché ha visto il volto di Dio (il nome del padre) ed ha la felice ventura (il nome della sua tribù) di essere evangelizzatrice, annunziatrice della presenza che salva! Anna è icona del compito evangelizzatore del discepolo di Cristo che, al mondo che attende, annunzia la redenzione, la liberazione dalle catene del male, la possibilità che la sorte cattiva, che il peccato ha creato nel mondo, sia capovolta dall’amore del Dio presente!

Accogliamo, dunque, la sua luce, accendiamo le fiaccole della luce di Cristo nella notte della storia: siamo anche noi, come Simeone ed Anna, annunziatori di un’attesa e di una presenza. Siamo testimoni di profezia per questo nostro mondo, testimoni di un incontro tra Dio e l’uomo di tutti i tempi … questo incontro non può che avvenire attraverso la nostra mediazione e la nostra testimonianza profetica. Se la Chiesa non opera in tal senso, non ha più ragione di essere e rischia di essere un’istituzione che fatica solo per mantenere in vita se stessa, per auto-alimentarsi … No! Il sogno di Dio sulla Chiesa è altro …essa è seme del Regno, esposta al rischio della storia, immersa nelle trame della storia, ma per rinnovare la storia e pagandone il prezzo. Come il suo Signore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Il fine della storia

 

LA STORIA E IL SUO SENSO

Mal 3, 3-19-20a; Sal 97; 2Ts 3, 7-12; Lc 21, 5-19

 

Mentre ci avviciniamo alla conclusione di quest’anno liturgico, la riflessione che la Chiesa propone oggi è una lettura della storia e del suo senso. Guardando al fluire della storia la riflessione di Luca è attenta alla vita della Comunità dei credenti in Cristo nella storia. Quando Luca scrive il suo Evangelo ha chiaro il corso degli eventi: il Tempio di Gerusalemme è stato distrutto e la vita della Chiesa è sì fiorente, ma minacciata; già il sangue dei primi testimoni è stato versato (lo stesso Luca in Atti narrerà delle morti violente di Stefano e di Giacomo)…
La fine del Tempio per Luca (come per tutto il Nuovo Testamento) è segno potente della novità che è Cristo, e della fine della precedente economia; è segno apocalittico (cioè segno rivelativo) di una presenza di Dio nel nuovo Tempio, che è il Cristo crocefisso e risorto vivente nella Chiesa.

Il discorso di Gesù del passo odierno dell’Evangelo è sollecitato dall’ammirazione di alcuni per la grandiosità del Tempio e per le sue bellezze, ed è detto “grande apocalisse lucana”; al capitolo 17 avevamo incontrata invece la cosiddetta “piccola apocalisse”. “Grande” perché riguarda il corso di tutta la storia, mentre la “piccola” riguardava il “destino” personale, la storia personale di ogni uomo, quella che si conclude cioè con la morte.

E’ una rivelazione (“apocalisse”) che riguarda le ultime cose, e cioè non tanto “la fine” della storia ma “il suo fine”. Infatti qui Gesù smaschera le nostre paure, le nostre derive, i nostri possibili inganni, quelli che possiamo creare e quelli in cui possiamo cadere. Qui Gesù narra come sarà la storia e come in essa, coloro che si fidano di Lui e del suo Evangelo, potranno e dovranno camminare.

La storia certo ha un senso, cioè una direzione e le parole che Luca pone qui sulle labbra di Gesù non sono né terroristiche, né trionfalistiche; non sono parole che annunciano, promettono e minacciano sventure ma non sono neppure parole che assicurano un trionfo a basso prezzo. Di certo, però, sono parole di promessa di una vicinanza provvidente, che alla fine avrà la forza della salvezza, mentre intanto dona la capacità di pronunciare parole di verità anche dinanzi alle accuse e persecuzioni del mondo. Una tale salvezza ha però il costo della fedeltà e della perseveranza, il costo di saper attraversare la storia fidandosi della promessa stessa di Dio.

Il percorso della Chiesa nella storia sarà certo un cammino difficile, segnato da contraddizioni interne ed esterne, e tutto questo bisogna assumerlo per non vivere in un’illusione che anestetizza i credenti e li trasforma in uomini delusi.

Il cammino del credente, in questo passo di Luca, è mostrato come esposto al rischio di trappole che il mondo tende e in cui si può cadere. Gesù ne individua tre attraverso cui il male cercherà di aggredire chi crede; la prima trappola è terribile e diabolica: è la menzogna, l’inganno…menzogna ed inganno che pretendono perfino di indossare le maschere del volto di Dio. Pensiamoci… il testo di Luca riporta due espressioni sante che il mondo può osare di utilizzare per ingannare il credente, presentandosi come un idolo che chiede adesione: «Molti verranno nel mio nome dicendo IO SONO…NON SEGUITELIIo sono”: è il santo nome di Dio, ma pronunciato dagli idoli che pretendono di sostituirsi a Lui, è il nome di Dio che solo Cristo può pronunciare nella storia e che invece i menzogneri pronunciano per ingannare e traviare.
Gli idoli chiedono sequela, e lo fanno con seduzione potente che noi tutti sperimentiamo ogni giorno, ma Gesù ammonisce: «Non seguiteli!».
Gesù che ha detto, fin dal principio dell’Evangelo, Seguitemi! (cfr Lc 5, 11.27; Lc 9, 59; Lc 14, 27), qui mette in guardia dalle sequele sbagliate, dalle sequele che portano morte e menzogna. Tremendo, a tale proposito, è l’uso del suo nome: il credente cioè può essere intrappolato anche da chi si serve del santo nome di Cristo, invece di farsi servo di quel santo nome.
Più avanti, sempre in questa grande apocalisse, Gesù presenta invece la sua Chiesa come fatta da coloro che saranno perseguitati «a causa del mio nome». E’ così: si può usare il nome di Gesù per avere gloria e potere dal mondo, o si può rischiare e pagare di persona per quel nome santo in cui solo c’è salvezza (cfr At 4, 12).

La seconda trappola che il mondo tende nella storia alla Comunità dei credenti, è la persecuzione, quella stessa cui è stato sottoposto il Maestro. Se la Chiesa proclama parole secondo il mondo non patirà persecuzione; se la Chiesa pronunzierà parole di triste “buon senso” avrà l’applauso dei sapienti secondo il mondo. Ma se la Chiesa dirà con forza e senza sconti la parola scomoda dell’Evangelo, la parola quella della croce (cfr 1Cor 1, 18), allora patirà persecuzione e accanimento. Nella persecuzione però paradossalmente sperimenterà la potenza della presenza del Signore, che è fedele compagno di viaggio nel cammino della Chiesa nella storia.

La terza trappola che il mondo tende alla Chiesa è ancora una trappola appestata da una puzza diabolica, quella della divisione. Una divisione che penetra nelle relazioni più sante che l’uomo può vivere: Sarete consegnati dai genitori, dai fratelli…dagli amici.
E’ terribile, ma a tal segno arriva l’odio del mondo per le vie che lo contraddicono! Il mondo non sopporta, non tollera chi gli si oppone e lo ferisce lì dove può dargli più dolore, più disperazione, più tentazione.

La guerra che il mondo ingaggerà con i credenti all’interno della storia userà l’arma tremenda della morte, l’arma tremenda dell’odio (Luca lo sa: quando scrive l’Evangelo è già stato versato il sangue di Stefano, di Giacomo e di altri fratelli); e questo solo perché i credenti custodiscono il nome di Gesù, sono cioè viva memoria di Lui tra gli uomini.

Per Luca allora è chiaro: la storia si attraversa nelle sue contraddizioni, ma custodendo il nome di Cristo, la sua Parola, il suo Evangelo, la memoria viva di quell’alterità che Lui ha consegnato alla sua Chiesa.

In tutto questo è necessario perseverare, essere pazienti; l’“iupomonè” di cui Gesù oggi parla è infatti proprio la pazienza perseverante, il saper soffrire a causa dell’Evangelo senza venir meno.
Insomma, è necessario portare lo scandalo del paradosso evangelico: ci si salva solo donando la vita!

Questa fu la via di Gesù, e la “grande apocalisse lucana” rivela che la storia sarà salvata e custodita da un piccolo resto che resiste agli inganni, alle divisioni, alle persecuzioni, un piccolo resto capace di pagare di persona.

Questa è parola di speranza, è parola di consolazione che dà ai nostri passi di credenti la forza ed il coraggio di attraversare la storia senza fuggirla, ma vivendola portandovi la bellezza dell’Evangelo.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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III Domenica di Quaresima – Cristo, alleanza definitiva e gratuita

ALLEANZA TRA L’AMORE DI DIO E L’UOMO

Es 20, 1-17; Sal 18; 1Cor 1, 22-25; Gv 2, 13-25

La terza domenica di Quaresima, e le altre che seguiranno fino alla Domenica delle Palme, in questo ciclo liturgico, si discostano dall’evangelo di Marco che quest’anno stiamo seguendo, e ci fanno entrare nel “mondo” del Quarto evangelo.

Un mondo straordinario e profondo che ci richiede una lettura a più livelli e che ci interpella con una narrazione che, mentre è fortemente attaccata alla storia (è il Quarto evangelo che ci permette per esempio, di datare la Pasqua di Gesù con l’indicazione – proprio nel brano di oggi – dei “quarantesei anni” che ci son voluti per costruire il Tempio; Erode iniziò la costruzione del Tempio nel 19 a.C. e quindi ci troviamo nel 28 d.C. e due anni prima della crocifissione di Gesù che così si deve collocare nella Pasqua del 30!), contemporaneamente ci chiede di leggere oltre la storia e di scendere ne profondo delle nostre stesse storie.
Dopo la domenica delle Tentazioni e quella della Trasfigurazione, nelle quali abbiamo visto la debolezza dell’uomo assunta dal Figlio amato in una promessa di luce e di gloria, oggi il cammino quaresimale ci chiede di scendere nelle nostre profondità. Se in Cristo c’è stata alleanza definitiva e gratuita tra l’amore di Dio e ciascun uomo, oggi, a noi battezzati, viene domandato che efficacia ha l’alleanza nelle nostre vite. Che spazio reale, concreto essa ha nei nostri passi, nei nostri giorni, nelle nostre scelte, nello scorrere del tempo che è la nostra vita.
La prima lettura, dal Libro dell’Esodo, ci ha fatto riascoltare i cosiddetti Dieci comandamenti … in realtà non si tratta di un elenco di comandi ma, come giustamente dicono gli ebrei, sono Dieci Parole (in ebraico “D’varim”). Non sono parole che limitano ordinando o vietando ma sono parole che plasmano, che creano, che rivelano la qualità dell’esistenza credente.
Non sono parole che bisogna “osservare”, ma parole da “custodire” (così dice in realtà in ebraico il vesetto 6) perchè palsmino la vita.
Nelle lingue occidentali abbiamo tradotto con l’imperativo dando a queste Dieci Parole il sapore di comandamenti ma l’ ebraico ha, grammaticalmente, l’incompiuto che è una specie di futuro che andrebbe tradotto: “Tu sarai capace di non avere altri dei difronte a me”; “Tu sarai capace di non pronunziare il nome del Signore tuo Dio” … e così via …
Insomma più che un comando è una promessa che ha una premessa importantissima, essenziale al senso delle Dieci Parole: “Io sono il Signore Dio tuo (e noi, quando insegniamo i cosiddetti “Dieci comandamenti” ci fermiamo qui!) che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto!” E’ un’affermazione di liberazione. La libertà è il dono che il Signore ha fatto al suo popolo, una libertà che è la condizione per cui si è capaci di La custodia delle Dieci Parole è allora segno dell’ingresso nell’alleanza; l’alleanza con Dio che è liberazione che rende capaci di essere uomini nuovi.
Solo chi è nello spazio di salvezza può custodire i comandamenti, può fare spazio al dono che Dio gli fa. All’alleanza si risponde con la custodia dell’alleanza e delle parole dell’alleanza, ma non è questa risposta che fa l’alleanza; quando infatti Israele si fece il vitello d’oro , Dio rinnovò l’alleanza senza nulla chiedere. L’alleanza è infatti sostenuta dall’amore di Dio che di continuo vuole risposte che sono per noi verifica di libertà e di amore.
Quelle parole custodite custodiranno l’opera di liberazione in noi e ci permettono di dare spazio a Dio nella nostra vita.
Le Dieci Parole custodiscono sul volto dell’uomo i tratti di Dio.
Il Dio che “grida” queste Dieci Parole ad Israele si rivelerà in tutta la storia della salvezza come un “Dio geloso” e, secondo un celebre Midrash, la parola sul “non avere altri dei difronte all’unico Dio” contiene in sè tutte le altre parole: infatti chi si fa idoli non riconosce il volto di Dio nel volto dell’uomo e chi si fa idoli non riconosce i diritti di Dio sulla sua vita. L’adulterio della sesta parola, in quest’ottica, è icona di ogni idolatria che ruba spazio a Dio nella vita degli uomini.
La gelosia di Dio, diversamente dalle nostre gelosie, che sono paura per noi stessi, paura di perdere chi si ama, è una gelosia che ”teme” per noi; è gelosia che vuole proteggere gli amati dal cadere nelle trappole degli idoli. E’ allora una gelosia liberante e che fa crescere.
Anche nel passo di oggi dell’Evangelo di Giovanni c’è la proclamazione profetica, da parte di Gesù, di questa gelosia liberante di Dio.
Togliamo, in primo luogo, da questo testo tutte le terribili letture moralistiche che pure hanno ammorbato le letture dell’Evangelo, quasi che questo fosse prima un libro di morale; l’evangelo è invece rivelazione di Dio, è annunzio gioioso di chi è Dio e di chi è l’uomo difronte a Dio.
Gesù scacciando i mercanti dal Tempio non fa polemica contro il “commercio sacro”, contro il lucro attorno al “sacro” (questa condanna è tutt’al più una conseguenza dell’annunzio del vero Evangelo!) ma “grida” i diritti di Dio … proclama che c’è uno spazio di Dio che non può essere ingombrato di “altre cose” … Gesù non va al Tempio per riformare la liturgia ed i costumi, va al Tempio, compiendovi questo gesto forte e provocatorio, per dare spazio a Dio in mezzo agli uomini. Il Tempio di Gerusalemme era solo un segno di questo spazio che spetta a Dio nello spazio degli uomini. Questo spazio di Dio è spesso occupato da “altro”…Gesù entrando nel Tempio vede un’ immagine di questa triste realtà; il profeta Zaccaria aveva terminato il suo libro proprio annunziando la “scomparsa dei mercanti dal Tempio” ma non per una “moralizzazione” del culto ma per affermare che finalmente Israele tutto sarebbe divenuto interamente spazio santo di Dio (cfr Zc 14,21). Gesù, compiendo questa parola, afferma che Dio è geloso del suo luogo di dimora; Gesù è venuto a rimuovere ciò che impedisce il dimorare di Dio nell’uomo.
Questo a costo di se stesso.
Lo “zelo ” per la dimora del Signore divorerà Gesù fino allo scandalo della croce di cui Paolo ci ha straordinariamente parlato nel testo della Prima lettera ai cristiani di Corinto . Perchè lo spazio di Dio in ogni uomo sia aperto e sgombero Gesù si fa vittima pasquale per una definitiva liberazione che renderà gli uomini capaci di dare spazio a Dio. Il Quarto Evangelo pone, infatti, questa scena della “purificazione” del Tempio nei giorni che precedono la Pasqua e, bisogna notarlo, Giovanni sottolinea che Gesù scaccia le bestie che venivano usate per i sacrifici con i loro venditori e con i cambiavalute che permettevano ai pellegrini di avere il denaro del Tempio con cui comprare le vittime sacrificali. Ormai non ci sarà più bisogno di quelle vittime, perchè Gesù sarà il vero agnello che prendendo su di sè il peccato del mondo (cfr Gv 1,29) toglierà ogni ingombro dello spazio di Dio.
La polemica che scaturisce da questo gesto violento di Gesù nel Tempio non a caso conduce subito alla croce, al mistero pasquale di morte e risurrezione per cui ci sarà un nuovo “naòs” (“santuario”; al v. 19 non c’è il termine “ierón”, “tempio”), il corpo del Crocefisso, che sarà riedificato in tre giorni ed in cui ogni uomo potrà trovare Dio, in cui ogni uomo potrà avere la grazia di aprire il proprio spazio a Dio, in cui ogni uomo sarà finalmente e definitivamente reso capace di lottare contro ogni ingombro di quello stesso spazio , contro ogni idolatria imprigionante.
Al cuore di questa Quaresima entri Gesù con il suo zelo ardente dentro di noi, entri a scacciare con la sua grazia tutto ciò che impedisce in noi la sua signoria liberante.
Venga a piantare la sua croce nelle nostre vite.
La croce, via costosa di amore, che a Pasqua il Padre dichiarerà di essere vita senza fine , è il vero segno che purificherà i cuori e li cambierà. La stoltezza della croce ci farà capaci di essere immagine del Figlio, l’uomo nuovo, l’uomo vero.
Celebrare Pasqua è immettersi in questa dinamica di libertà.




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