III Domenica di Quaresima (Anno C) – Giustizia e Pazienza

NELLA STORIA DEGLI UOMINI

Es 3, 1-8a.13-15; Sal 102; 1Cor 10, 1-6.10-12; Lc 13, 1-9

La cronaca di un episodio sanguinoso che ha macchiato il culto a Gerusalemme e la memoria di un incidente occorso durante la costruzione del Tempio in cui morirono diciotto operai, dà a Gesù l’occasione di una riflessione sul vero volto di Dio e sull’urgenza della conversione…il tutto sfocia in una parabola che è al centro della nostra liturgia di questa domenica.

La prima cosa che Gesù deve smascherare è la ricorrente idea che una morte violenta o dolorosa sia conseguenza immediata di un peccato, di una colpa; deve negare che ci sia cioè un rapporto causa-effetto tra peccato e castigo all’interno della storia. Questione vecchia che già i profeti avevano stigmatizzato (cfr Ez 18, 1) e che il Libro di Giobbe aveva confutato con il suo affascinante percorso. Un’idea però tanto radicata da essere ancora oggi serpeggiante persino nel popolo cristiano. Gesù deve smascherare la menzogna di questa idea e sottolineare contemporaneamente che Dio non è questo punitore spietato; deve sottolineare che non c’è collegamento diretto tra “disgrazia” e un peccato del “disgraziato”. Gesù afferma che episodi come quelli citati vanno letti nella linea di un appello forte, pressante, urgente alla necessità di non sprecare la propria vita, di non svilire il proprio tempo, di non imboccare vie di morte ma di spendere la vita, che è così fragile ed esposta, volgendosi a Dio, alle sue strade; in una parola convertendosi!

 Non cogliere l’urgenza della conversione pone nel rischio di sentirsi dire da Gesù: «Perirete tutti allo stesso modo» … e, si badi bene, non è una minaccia; non si tratta di essere puniti per dei peccati; si tratta, invece, di “perdere la vita” credendo, ingannevolmente, di “guadagnare il mondo intero” (cfr Lc 9, 25; Mt 16, 26).

Gesù non può accettare che si pensi a Dio come ad un giustiziere astioso che attende solo il momento opportuno per regolare i conti senza pietà! Questo Dio non è il Padre di cui Lui è innamorato e che è venuto a narrare all’umanità.

Ed ecco così la parabola del fico sterile. Gesù usa questo racconto per dire chi è davvero il Padre suo. C’è questo albero presso cui il proprietario è venuto a cercare frutti per ben tre anni, e non ne ha mai trovati; che fare?
Bisogna stare molto attenti a leggere questa parabola e soprattutto non bisogna leggerla come un’allegoria, per cui ogni elemento deve corrispondere nel significato ad un’altra realtà. Per esempio, nel discorso di Gesù nel IV Evangelo sulla vite e i tralci (cfr Gv 15, 1ss) ci troviamo dinanzi ad un’allegoria («Io sono la vite, voi i tralci e il Padre mio è il vignaiolo»); qui no!
Se leggessimo questa parabola come allegoria rischieremmo di vedere nel padrone severo il Padre e nel servo buono il Figlio che così risulterebbe più compassionevole, più paziente e più buono del Padre! Capiamo bene che Gesù non avrebbe potuto mai raccontare così suo Padre; la chiave di lettura non può essere questa. Mi pare che i due personaggi non siano assolutamente il Padre ed il Figlio: i due personaggi sono due istanze che, potremmo dire, si agitano in Dio stesso: l’istanza della verità e della giustizia e l’istanza della pazienza compassionevole.

In effetti, il padrone non ha torto a perdere la pazienza ed a pensare di abbattere il fico inutile … in più il fico tutto verde e senza frutti è icona di quella religiosità solo apparente che è in abominio al Signore (cfr Mic 7, 1 o Ger 8, 13); il servo, rappresenta, come dicevo l’istanza del cuore di Dio che non può scatenare la sua collera ma decide di pazientare, di attendere. Dio sceglie di non assumere solo l’equità ma di attendere.

Il tempo che si prolunga è però segno di misericordia non di assenza di giudizio sull’infecondità e sui rinvii che impediscono ogni conversione. Il tempo si prolunga per permetterci di usare il tempo saggiamente, di viverlo e non sprecarlo; il tempo non si prolunga per giustificare rimandi ed indifferenze.

La vicenda di quegli uccisi per ordine di Pilato e quella degli operai morti nel cantiere della Torre di Siloe ricordino a tutti che il tempo è breve e che la vita va vissuta, e senza sprechi insensati; invece di blaterare su presunti castighi di Dio in risposta di chissà quali oscuri delitti o peccati, sarebbe saggio pensare a non gettar via la vita ed il tempo che ci sono concessi dalla Misericordia.

Dinanzi al Dio “che ha tempo per l’uomo”, come scriveva Karl Barth, all’uomo è chiesto di vivere il tempo con responsabilità. Il racconto nel Libro dell’Esodo di Mosè al Roveto ardente ci narra proprio di un Dio che si cala nella storia degli uomini (Sono sceso, dice il Signore); un Dio che è capace di vedere, ascoltare e conoscere il dolore dell’uomo e che fa del tempo un luogo di vita e non di morte.

Il Nome rivelato a Mosè è una promessa: «Io-ci-sono»!
Lui c’è, e dona la grazia di saper cogliere il dono del tempo, il kairòs che ci è dato perché la vita sia davvero vita e non sia sprecata. L’unico “spreco” che, di contro, è doveroso al discepolo di Cristo, è quello della Croce ove la vita è “gettata” per amore, “sprecata” e non conservata gelosamente. Uno “spreco” che è dunque nella logica di un tempo vissuto in pienezza, di una vita in cui si arde fino a consumarsi. Chi è capace di vivere così riesce a dare quei frutti che il Signore attende dalla nostra pianta.

La Quaresima sia tempo di grazia per imparare a “sprecare” la vita così; non perdendola ma offrendola.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Mercoledì delle Ceneri (Anno C) – Un tempo favorevole

 

COLLOCARSI TRA LE CREATURE

Gl 2, 12-18; Sal 50; 2Cor 5, 20-6, 2; Mt 6, 1-6.16-18

 

Quaresima è tempo di lotta, di battaglia, tempo in cui affinare le armi per questa vera e propria guerra; il digiuno e la penitenza che la Quaresima propone, e che non vanno trascurati, sono un modo per raccogliere le forze e proiettarsi verso un oltre che vuole sì lotta, ma anche lucidità e forza per ricostruire ciò che eventualmente il peccato ha distrutto.

Se il peccato ci è stato, se ha fatto i suoi danni e portato le sue morti, il profeta Gioele, nel suo oracolo che è oggi la prima lettura, ci annunzia che è necessario non disperare e implorare l’aiuto di Dio per ricominciare.

In Cristo noi sappiamo che quest’opera di ricostruzione e ricreazione dell’uomo è già stata compiuta nel mistero pasquale del Crocefisso-Risorto; sappiamo che la storia è divenuta tutta, grazie a Lui, un tempo favorevole, come scrive Paolo ai Cristiani di Corinto; sarebbe errato pensare che il tempo favorevole sia solo il tempo della Quaresima; la Quaresima, dobbiamo dire, è un “sacramento” di quel tempo favorevole che Cristo ha aperto per noi in ogni giorno: in Lui la storia è diventata luogo di un’immensa apertura di Dio all’uomo, alla sua miseria, al suo riscatto, al suo desiderio di senso e di pienezza di vita. La porta della vita è aperta, e Dio vi passa per incontrare l’uomo nelle sue lande di morte, lo invita a passare con Lui nel paese della vita! Cosa sarà pasqua se non questo passaggio? Un passare che è possibile ogni giorno e per cui bisogna lottare.

Bisogna lottare contro le dominanti mondane che premono contro di noi da fuori e da dentro noi stessi. Lottare fidandosi di Dio e non di noi stessi.

La cenere che oggi riceviamo sul capo ci racconta molte storie e ci offre tante piste di riflessione per spingerci nella direzione del vivere a pieno il tempo favorevole.

La cenere ci ricorda la nostra caducità ed impotenza, la nostra mortalità; e questo non per fare terrorismo psicologico e religioso o per farci disprezzare la vita, la gioia, la bellezza, o anche questo mondo creato che è stupendo, ma per collocarci nelle gioie e nelle dinamiche quotidiane al posto giusto: tra le creature, creature che hanno bisogno di un Altro per entrare nella vita, di un Altro per dimorare nella vita, di un Altro per abitare la vita con pienezza di senso, di un Altro per attraversare la morte e giungere all’eterno per cui ci sentiamo fatti. La cenere ricordandoci che «siamo polvere ed in polvere torneremo» (cfr Gen 3, 19), ricordandoci la morte ci colloca nella verità.

La cenere è anche però frutto di una distruzione: spesso abbiamo distrutto i nostri sì a Dio con dei no poderosi e pesanti; anche questa è la nostra verità! La cenere fatta con i rami d’olivo della scorsa Domenica delle Palme, ci dice che troppo spesso siamo passati dall’“osanna!” al “crucifige!”…che ne abbiamo fatto di quella proclamazione di signoria con cui accogliemmo Gesù dicendogli: «Benedetto il Veniente nel nome del Signore! Osanna al Figlio di David»? La cenere è anche il nostro peccato!

La cenere, poi, è lieve. Il nostro peccato è un macigno pesante, ma oggi Dio ci dice che la sua misericordia è capace di farlo diventare lieve e impalpabile come questa cenere che ci è porta sul capo. Oggi così Dio ci dice che è disposto a lottare con noi, perché il peccato non ci schiacci.

Mi è caro però pensare oggi anche ad un’altra cosa: quando scopriamo questo amore che perdona e rende uomo l’uomo, per questo amore ed in questo amore siamo chiamati a “bruciare fino a consumarci” … la cenere è segno della vocazione alla santità che ci chiede proprio di bruciare fino a consumarci (e il nostro san Roberto di Molesme ce lo sussurra ogni giorno!) … la cenere è allora un segno austero, ma anche capace di suggerirci grandi gioieed orizzonti sconfinati.

Con un Dio così possiamo fidarci e riprendere il cammino nel tempo favorevole che Cristo è venuto a offrirci.

L’inizio della Quaresima deve essere segnato allora da un atto di fede nella potenza di Dio che è capace di cambiarci per davvero. Sì, abbiamo bisogno oggi di dire dei nuovi e dei nuovi no per essere discepoli; abbiamo bisogno di cambiare, abbiamo bisogno di crescere, abbiamo bisogno di accogliere Cristo in questo nostro oggi in cui siamo diversi da quel che eravamo ieri …
Sono accadute cose che ci hanno cambiato, indurito, migliorati, peggiorati. Qualche mese fa mi sentii dire da un giovane a cui si proponeva l’Evangelo: «Che volete? Non ne ho bisogno! La mia vita è già perfetta!» … mi parve una prigione infinita e illusoria!
No! Abbiamo bisogno di cambiare, di convertirci!

Le varie pratiche quaresimali sono segni della nostra disponibilità alla lotta e alla potenza di Dio … non sono merce di scambio! Pe carità! Non è che Dio abbia bisogno del nostro digiuno, della nostra penitenza, della nostra mortificazione … ne abbiamo bisogno noi per aprire a Lui le porte, per piegarci a Lui, per dare alla sua potenza mano libera per agire e ricrearci!

Così giungeremo a questa nuova Pasqua della nostra vita in questo anno di grazia 2016 per portare i frutti di vita che il Crocefisso-Risorto ci chiederà di portare … dovremo scoprirli e discernerli!

Così, come scrive ancora Paolo ai suoi Cristiani di Corinto, saremo con la nostra vita personale ed ecclesiale ambasciatori della riconciliazione tra Dio e l’uomo. Non perché ne parleremo, ma perché la mostreremo nelle nostre vite sempre più plasmate dalla potenza dell’amore pasquale di Cristo Gesù.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Maria Madre di Dio (Anno C) – Custodire il tempo

 

SCORGERE LA GRAZIA DI DIO

 

Nm 6, 22-27; Sal 66; Gal 4, 4-7; Lc 2, 16-21

 

Il tempo … un grande dono … ogni inizio d’anno ci conduce inevitabilmente a fare una riflessione sul tempo … un grande dono! Qualcuno dirà che il tempo scorre e ci fa più vecchi, ci porta più vicini alla morte … Come chiamarlo “dono”? Il tempo è davvero dono perché ci permette di sperare, di avere futuro, ci permette di convertirci, di cambiare, di crescere, di creare relazioni, di vivere incontri … Il tempo è il grande contenitore della vostra vita … la nostra vita è solo tempo … assieme allo spazio, il tempo è il nostro reale, il nostro quotidiano.

Oggi giustamente si parla tanto della custodia del creato, e il creato è fatto di due cose: lo spazio in cui viviamo e ciò che rende più bello questo spazio, e dunque gli altri viventi che, in qualche modo, sono nostri compagni di esistenza …
Ma se si deve – ed è giusto – custodire lo spazio, il creato, perché non sia inquinato e imbastardito o addirittura ucciso, credo che sia altrettanto nostro dovere custodire il tempo perché non sia inquinato, imbastardito o ucciso …

Il tempo lo si custodisce se lo si riempie di senso, di vita vera, di relazioni autentiche, di umanità palpitante e capace di condivisione, compassione, capace di con-vivenza …
Il tempo è stato abitato da Colui che è al di là del tempo: l’Eterno si è fatto tempo venendo nella storia.
Così come l’Eterno, entrando nel nostro spazio e nel nostro tempo, ha santificato il creato, ha santificato la carne e la materia di questo mondo portandola nel seno di Dio – e il Quarto Evangelo si compiace di dire che «il Verbo divenne sarx», cioè “materia”, “carne peribile”! cfr Gv 1, 14 -, allo stesso modo l’Eterno ha santificato il tempo abitandolo, entrando cioè nel “divenire”.

Il Bambino che in questa ottava di Natale ancora contempliamo con la sua Madre Santissima ci dice proprio questo. Maria osserva, contempla; non comprende tutto ma conserva nel cuore.
Pensiamoci: che significa che “conservava”? Quel Bimbo venuto prima nel suo grembo, poi deposto in fasce nel presepio; quel ragazzo dodicenne che osserviamo per un breve squarcio nell’Evangelo di Luca è un mistero anche per lei … bisogna accoglierlo, c’è bisogno di attesa. Maria conserva nella memoria e nel cuore perché il futuro possa brillare; Maria custodisce gli eventi degli inizi per poter contemplare quello che Dio compirà, quello che Dio giorno per giorno le rivelerà, le farà comprendere. Maria è disposta, ricordando, a stare nel tempo lasciandosi plasmare da Dio e dalla sua parola e da quel Figlio che è davvero suo figlio, ma che è anche il Mistero di Dio che è venuto a cercare l’uomo, che è venuto a santificare il tempo e la terra. C’è bisogno di attesa, e l’attesa mentre guarda al futuro si nutre di “oggi”; ogni “oggi” porta una luce, se lo si sa vivere in modo sensato, pieno.

Il tempo si inquina e si imbastardisce se lo si riempie di non-senso, se lo si perde, se celo si fa scivolare addosso; se diventa solo quel “krònos” che tutto divora ed alla fine divora anche noi; il tempo addirittura lo si uccide quando si spreca; il tempo perduto e sprecato – si badi bene – non è quello in cui, secondo il mondo, non produciamo, non lavoriamo, non facciamo qualcosa di “utile”; il tempo sprecato non è quello della festa, del riposo, del gioco, della gioia, del “sanctum otium” come diceva Agostino… No!
Il tempo sprecato è quello che si perde quando si dimenticano gli altri, è quello che si perde vivendo per se stessi e vivendo come se non si vivesse; è quello che si perde essendo uomini e donne affannati e schiacciati dal “fare”; il tempo è ucciso quando permettiamo al mondo di trasformarci in rotelle di un meccanismo perverso di produzione in cui l’uomo è smarrito e disumanizzato.

L’inizio di un nuovo anno deve portarci una domanda: che ne farò di questo tempo nuovo che mi è dato? E questo non per fare i soliti buoni propositi che puntualmente vengono disattesi per poi essere rimpianti al prossimo 31 di dicembre! Questa domanda servirà solo se ci farà prendere vere decisioni, se ci farà fare veri tagli e vere scelte perché il nostro tempo sia tempo umano, tempo in cui Dio possa entrare a fare di noi quell’alterità a cui siamo chiamati perché Lui è altro (cfr Lv 11, 45: «Siate altro perché io sono altro»), tempo in cui entra la benedizione che è Cristo Signore, benedizione data ad Israele e versata poi su tutte le genti.

La liturgia di questo primo giorno dell’anno si apre con il testo del Libro dei Numeri della benedizione che il Signore consegna ai figli di Aronne perché la dispieghino sul popolo. Israele è dunque il popolo benedetto da Dio su cui risuona per tre volte il Santo Nome di Dio! Israele è il luogo di avvento di quella benedizione che dovrà raggiungere tutte le genti (cfr Gen 12, 3b). In Gesù questo è avvenuto perché Egli è davvero figlio di Abramo! Ecco perché è importante oggi celebrare la “circoncisione” di Gesù: Lui è davvero quella benedizione per tutte le genti perché è davvero ebreo, figlio del Popolo Santo di Dio, circonciso all’ottavo giorno! La carne che ci salva è la carne circoncisa del Figlio di Dio, Figlio di Abramo e Figlio di Davide!

Dio è fedele alla storia, Dio è entrato nel tempo con le sue promesse e le ha realizzate in Cristo, ed in Lui ancora promette compimento! Dio ha preso sul serio il nostro tempo, quello in cui siamo immersi; non ha voluto prescindere dalla storia per darci la salvezza ma l’ha fatto nel Figlio «nato da donna e nato sotto la legge» (cfr Gal 4, 4) … ci chiede di viverlo senza inquinarlo né imbastardirlo, di viverci non da “morti viventi”, fatti ingranaggi di un sistema che ci fa perdere il tempo; ci chiede di vivere attenti ad ogni “oggi”, perché ogni “oggi” è abitato dal Verbo; bisogna solo cogliere nel nostro scorrere dei giorni la Grazia di Dio, la sua presenza che è benedizione!

Così si potrà essere benedizione per la storia!
E’ questa la nostra vocazione! Essere benedizione! Pensateci!
Che altro augurio possiamo farci per questo anno di grazia 2016?

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XX Domenica del Tempo Ordinario (B) – Abbandonate la puerilità

 

PER ESSERE CRISTIANI MATURI

 

Pr 9, 1-6; Sal 33; Ef 5, 15-20; Gv 6, 51-58

Nel testo del Libro dei Proverbi che oggi costituisce la Prima lettura c’è un invito che apre la liturgia della Parola per darci accesso ad una maggiore comprensione del mistero del Pane di vita che è al centro del grande discorso del capitolo sei dell’Evangelo di Giovanni, e che in queste domeniche sta scorrendo; è la Sapienza che parla ed invita chi è inesperto a mangiare al suo banchetto, a mangiare del suo pane e  bere del suo vino. Poi aggiunge:« Abbandonate le puerilità e vivrete».

Abbandonare le puerilità, le fanciullaggini, nel senso deteriore del termine, è diventare adulti, maturi nella fede. Il Pane della vita è per la nostra pienezza! Per la nostra maturità di uomini e di credenti! Comprendiamo allora una cosa: Mangiare la carne del Figlio dell’uomo e bere il suo sangue è atto di responsabilità e di assunzione piena di una via che quella di Gesù Cristo!

Mangiare la sua carne e bere il suo sangue crea un’unità straordinaria tra Gesù ed il credente: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui».

Dimora! Il dimorare è del credente maturo! Per il Quarto Evangelo è chiaro che ogni sequela di Cristo è chiamata ad uscire dalle “fanciullaggini”, dagli entusiasmi passeggeri, dalle logiche di “stagioni della vita”, per entrare in una stabilità, in un dimorare da cui non ci può essere più ritorno, in un rimanere che è proprio del credente adulto. Un dimorare in cui si sancisce un’alleanza tra me che dimoro in Cristo e Cristo stesso che dimora in me! Il dimorare non “gioca” con i sì di Dio: se Lui dice il suo sì e rimane in me, io non posso diventare banderuola esposta ai venti del sentimentalismo, del passeggero, e dell’instabile!

Uscire dalla puerilità è assumere la responsabilità di quel pane “costoso” che è la carne del Figlio dell’uomo; “costoso” perché se c’è una carne ed un sangue, questo sangue è stato versato, quella carne immolata!

L’Eucaristia è sacramento dolcissimo di amore e di unità, ma è tale perché ci ripresenta l’amore fino all’estremo (cfr Gv 13, 1) che vuole fare dei dispersi unità in Dio per il mondo (Cfr Gv 11, 52), amore fino all’estremo, che è quello del chicco di grano che cade in terra per morire (cfr Gv 12, 24).

Sedersi alla mensa della Sapienza, e Gesù è la Sapienza di Dio (cfr 1Cor 1, 24), è sedere alla mensa in cui, condividendo il banchetto del suo Corpo e del suo Sangue, si fa comunione con il suo sacrificio d’amore per il mondo, e si dichiara di essere pronti a dare il proprio corpo ed il proprio sangue come Lui e con la sua forza.
Questa è maturità cristiana, assunzione di responsabilità, uscita da ogni atteggiamento religioso rassicurante e deresponsabilizzante. L’Eucaristia, infatti, consegnando alla Chiesa il Corpo ed il Sangue di Cristo, consegna ai cristiani la possibilità di trasformare il mondo con le sue stesse “armi”, quelle paradossali di un amore controcorrente, di una pacifica opposizione alle vie del mondo, una pacifica opposizione che crea persecuzione ed incomprensione, ma che è pure quella che annunzia la novità dell’Evangelo di Gesù che non è mai innocua!

Chi si dice cristiano ed è puerilmente allineato con il mondo, per paura del mondo, mostra la sua immaturità e la sua stolta “fanciullaggine”…così diversa da quell’essere come bambini che Gesù chiede ai suoi (cfr Mt 18, 3).
Quello che chiede Gesù è quell’essere colmi di una fiducia piena e grande, quella che fa diventare “folli” sfidando anche il mondo perché si è completamente abbandonati nelle mani di Dio di cui mi fido e di cui riconosco la gratuità, per cui non accampo “meriti”.
La “fanciullaggine” da cui bisogna guardarsi è quella puerilità che è immaturità umana e di fede per cui, come bambini capricciosi ed egocentrici, ci si cura di sé nel disinteresse per tutto quello che è fuori di sé; questa “fanciullaggine” è atteggiamento di continua delega ad altri delle proprie responsabilità.

L’atto di mangiare la carne del Figlio dell’uomo è espresso da Giovanni con un verbo brutale, molto materiale: “trógo”, cioè “masticare”; Giovanni così ci rimanda alla corposità storica di quella presenza, di quel dono che deve e vuole invadere la nostra corposità concreta.
Il masticare è distruggere per trasformare ed assimilare. Cristo così ci racconta Dio, un Dio pronto a farsi assimilare ad ogni costo dagli uomini…l’atto di masticare ci conduce irresistibilmente a quel chicco di grano macerato nella terra, a quel corpo sceso nel sepolcro esposto alla decomposizione della morte…il masticare ci richiama poi alla nostra concretissima umanità che da quell’assunzione inizia a vivere “per mezzo” (“diá”) di Gesù, come Gesù vive “per mezzo” (“diá”) del Padre. L’offerta di quella carne e di quel sangue mirano a farci essere credenti responsabili nel mondo, nella storia, senza fughe in spiritualismi disincarnati!

L’Eucaristia è critica radicale ad ogni cristianesimo disincarnato, ad ogni distanza “spiritualizzante” da Cristo presente ancora nella storia con il suo Pane!
Certo, come scrive Luciano Manicardi in un suo libro (“Per una fede matura” ed. Elledici), l’impalpabile ostia che usiamo per l’Eucaristia, invece del concreto, usuale e manducabile pane, non aiuta la Comunità credente a cogliere tutta la forza di quel segno, di quella manducazione, di quella assimilazione “costosa” con cui Cristo ci unisce a Lui.

Chi assume la corposità della storia nell’incontro compromettente con Cristo Gesù e la sua carne ed il suo sangue diventa, come scrive l’autore della Lettera ai cristiani di Efeso nella Seconda lettura di oggi, capace di approfittare del tempo presente, di cogliere il tempo propizio (il kairós”) in cui Dio passa nella storia, e fa le domande dinanzi alle quali non è concessa alcuna evasione o “ubriacatura” che rende inconsiderati, incapaci di responsabilità autenticamente umana nella compagnia degli uomini.

Il dono di Cristo è capace di innervare la nostra umanità della vita di Dio, e ci slancia nella storia come portatori di vita nuova, di “vita eterna” cioè, come già dicevamo la scorsa domenica, portatori della vita di Dio nello scorrere della vita degli uomini!

E’ la grande richiesta che ci fa la carne ed il sangue del Figlio dell’uomo!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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