XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Invitati al banchetto

RIVESTIRSI DI CRISTO

 

Is 25, 6-10; Sal 22; Fil 4, 12-14.19-20; Mt 22, 1-14

 

Parabola del banchetto di nozze - Jan Luyken

Parabola del banchetto di nozze – Jan Luyken

La parabola del banchetto nuziale chiude il trittico di parabole con cui Gesù dice le parole dure e salutari dell’Evangelo a chi, chiuso nelle proprie sicurezze, non riesce a fidarsi dell’assoluta alterità della sua autorità e delle vie di Dio così diverse dalle nostre, e a chi non riesce a guardare in faccia il proprio peccato, come invece hanno saputo fare i pubblicani e le prostitute (cfr Mt 21, 32).

La terza parabola è un racconto ben strano; come la precedente parabola dei vignaioli omicidi ha un vasto retroterra biblico che è echeggiato anche nell’oracolo di Isaia che costituisce la prima lettura di questa domenica. All’interno delle Scritture infatti, il banchetto rappresenta un’immagine frequente ed allettante della promessa di comunione che Dio fa al suo popolo, una comunione verticale con Lui ed orizzontale nella fraternità; un’immagine, inoltre, di carattere escatologico, che fa puntare lo sguardo alla promessa di Dio che va ben oltre la storia…
Il racconto è strano perchè presenta un fatto inusitato: chi mai rifiuterebbe l’invito di un re per un banchetto nuziale? Era questa un’aspirazione di ogni israelita (di qualunque suddito!): essere ammesso all’intimità del re…

Chi son dunque questi invitati che rifiutano?
Per alcuni ci sono cose più importanti o più impellenti; per altri, addirittura, la proposta del re è talmente irritante che maltrattano i servi latori dell’invito e alcuni addirittura li uccidono.
Ancora fallimenti sì, come dicevamo già domenica scorsa, fallimenti di Dio: la storia della salvezza è ancora letta da Gesù (come aveva fatto già nella precedente parabola) come una storia di amore ostinato che non si arrende dinanzi agli evidenti fallimenti.

In questa parabola è più chiara la polemica con i Giudei: lampanti, infatti, sono le allusioni che Matteo fa ad Israele che perde la vigna, la quale passa ai pagani, ed alla distruzione di Gerusalemme vista come conseguenza del rifiuto del Messia Gesù; in Matteo Gesù leverà, infatti, un lamento su Gerusalemme, e profeterà la sua distruzione come conseguenza del no a Lui come Messia.
Non si tratta di un castigo nel senso stretto del termine, ma di una conseguenza: se Israele avesse accolto Gesù non avrebbe dato credito ai falsi Messia che la condurranno a scendere sul piano di una guerra disastrosa, e a dover subire un assedio mortale.
Se il rifiuto di Gesù conduce Israele a quest’ora di morte, coloro a cui passa la vigna non si sentano assicurati di nulla; il rifiuto di Israele, che poi Paolo leggerà come luogo provvidenziale per l’evangelizzazione delle genti, non deve corrispondere ad una cieca sicumera della Chiesa. (cfr Rm 11, 25-32).

I servi, per l’amore ostinato del re, sono inviati cioè a chiamare tutti quelli che incontreranno ai crocicchi delle strade, lì dove sono possibili le deviazioni ed i traviamenti, sono inviati cioè a far entrare tutti. Matteo ci tiene a sottolineare che devono far entrare buoni e cattivi… così la sala finalmente è riempita.

Qui inizia la seconda parte della parabola che riguarda la realtà dei discepoli di Cristo, quelli cioè che l’hanno accolto o, per lo meno, dicono d’averlo fatto.
Il re, infatti, è felice, e passando tra questi nuovi invitati alle nozze del Figlio ne scorge uno senza veste nuziale. Come si diceva, il monito di Matteo va qui alla Chiesa, alla comunità che può d’aver ereditato la salvezza “tout-court”.
No, dice l’Evangelo; l’essere entrati al banchetto del Figlio, l’essere invitati alle nozze dell’Agnello (cfr Ap 19, 7) non assicura alcuno, non pone alcuno in uno stato di possesso e di pretesa.

L’uomo senza abito nuziale è icona di chi pretende di stare nella Chiesa senza ricevere la vita nuova in Cristo, la vita fraterna ed ecclesiale, semplicemente come un dono
Alcune fonti archeologiche (una lettera dell’archivio di Mari) ci danno una notizia: era usanza che agli invitati alle nozze regali il re facesse dono di una veste del suo guardaroba; in questo caso il tizio, che così duramente è trattato in questo racconto, è uno che pretende di sedere al banchetto, ma senza essersi rivestito del dono del re; non ha accolto, cioè, la gratuità del re.
La dimensione della veste donata è solo una sfumatura ulteriore al senso primo del racconto; la veste indica qualcosa di nuovo, di altro da ciò che si indossava in precedenza.
Si tratta dunque di rivestirsi davvero di novità, di vita nuova; si tratta di rivestirsi di Cristo.
É l’appartenenza alla comunità messianica e la permanenza in questa comunità di Gesù; un’appartenenza ed una permanenza che non possono essere “di facciata”, esteriori; un’appartenenza che non si può semplicemente ereditare, e di cui sentirsi possessori.

Lo stare alla mensa de re deve essere una scelta che riveste tutto l’uomo, tutta la sua esistenza; deve essere un volgere le spalle totalmente a quello che prima ci rivestiva, a quello che era prima, all’uomo vecchio.
Non si può, dunque, essere uomini del Regno custodendo l’uomo vecchio, o difendendolo dalla radicalità che chiede l’Evangelo della Croce del Figlio. Non si può essere uomini del Regno in una mescolanza voluta di atteggiamenti esteriori da discepolo del Figlio ed atteggiamenti interiori secondo il mondo.

La parabola di oggi si chiude con quest’uomo che, giunto al banchetto del re da uomo vecchio, è gettato fuori nelle tenebre esteriori (così il testo greco: “eis tò scotós to exóteron” = “nelle tenebre, quelle di fuori”) … Se non è, infatti, rivestito dalla luce di dentro (cioè della casa del re e del suo banchetto di comunione) il suo posto è fuori, il mondo, ove c’è la tenebra che lui stesso ha scelto.
Una parabola severa questa del banchetto, in cui è chiaro che, come Israele si è escluso rifiutando la conversione a cui prima il Battista e poi il Figlio invitano, così il discepolo di Cristo può trovarsi anch’egli fuori, nonostante sembri che stia seduto al banchetto del Regno.

Il detto finale, che era un detto del Signore noto al di là della collocazione in questo punto del racconto, mette in risalto una riflessione teologica sul resto fedele … un resto che attraversa tanto Israele che la Chiesa, un resto che proviene dall’uno e dall’altra.

La domanda che bisogna farsi, e molto seriamente, è se siamo disposti a far parte di questo resto che è certo minoranza incompresa, che è minoranza perdente per il mondo.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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V Domenica di Quaresima – Il segno di Lazzaro

 

UN BALZO VERSO IL FUTURO DI DIO

  –  Ez 37, 12-14; Sal 129; Rm 8, 8-11; Gv 11, 1-45  –

 

La resurrezione di Lazzaro, Caravaggio

La resurrezione di Lazzaro (Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1609-Museo Nazionale di Messina)

La morte è la comune eredità di tutti gli uomini, dice la liturgia della Chiesa: è l’eredità che ci accomuna e che si profila all’orizzonte di ogni uomo, e con cui tutti devono fare i conti. Tra tutti i viventi l’uomo è l’unico che sa di dover morire e questo è tremendo, ma può essere anche fecondo.

E’ tremendo perchè la morte fa paura, e non lo si deve negare: anche Gesù ebbe paura nell’orto di Getsemani! E’ tremendo perchè la paura della morte ci fa cattivi, come scive l’autore della Lettera agli Ebrei (Eb 2, 15); il sapere della morte può essere però fecondo perchè, alla luce di questa coscienza, la vita dell’uomo può diventare ricerca di senso e di ulteriore; perchè può diventare lotta per sconfiggere la morte, e tutto ciò che le somiglia.

Il problema è però spesso la rimozione della morte dall’orizzonte dell’uomo, una rimozione stolta che tende a fare dell’uomo un essere che vive solo per quello che riesce a godere nella vita. Questo, per lo meno, fino a quando non si scontra con il dolore e con il morire.

Nell’Evangelo di Giovanni l’ultimo segno che Gesù compie è la risurrezione dell’amico Lazzaro. Questo segno apre il racconto del Quarto Evangelo alla sua ultima fase: la passione, morte e risurrezione di Gesù. Il segno di Lazzaro è dato da Giovanni, anzi, come la causa ultima e scatenante dell’ ira-paura dei nemici di Gesù, che porterà alla decisione di ucciderlo. E’ un segno che riguarda questa nostra comune, terribile eredità che è la morte. L’Evangelo è buona notizia  solo se raggiunge questo orizzonte buio che è la morte, illuminandolo di vita.

Questo è quello che accade nel racconto giovanneo che la liturgia di quest’ultima domenica di Quaresima ci propone; ancora un racconto del Quarto Evangelo lungo e profondo, in cui Giovanni ci conduce a contemplare Gesù come risposta alla nostra umanità in cerca di senso.

Nelle due precedenti domeniche Giovanni ci ha indicato in Gesù Colui che con la sua parola potente è capace di liberarci dai legami e dalle catene della morte: “Scioglietelo!” ordina Gesù, quando Lazzaro esce dalla tomba ancora legato con i bendaggi funebri! Gesù è capace di liberarci dalla morte, ma a prezzo della sua morte. “Con la morte calpesta la morte”, canta un tropario pasquale della Chiesa d’oriente: Gesù ha “le chiavi della morte e degli inferi” (cfr Ap 1, 18) ma a prezzo del suo sangue … Giovanni ci terrà a precisare, infatti, che a causa di questa risurrezione Gesù sarà ucciso (cfr Gv 11, 46-54).

Il racconto è costruito dall’evangelista su quattro incontri di Gesù: il primo è quello che Gesù fa, in compagnia dei suoi discepoli, con la notizia della malattia di colui che egli ama; ne segue un dialogo con i discepoli che, come sempre, non capiscono le profondità di quello che Gesù dice, ed anche di ciò che Gesù fa, e qui volutamente ritarda ad andare a Betania. Gesù alla fine parte deciso per andare in aiuto di Lazzaro, un aiuto che vuole dare in quell’estremo momento in cui tutto pare impossibile all’uomo. Gesù vuole aiutare Lazzaro raggiungendolo nelle profondità dell’abisso in cui è caduto; non a caso il nome Lazzaro (in ebraico “Eleàzar”) significa “Dio aiuta”!

Il secondo incontro-dialogo è quello con Marta. In questo incontro c’è un vertice di tutto il racconto e di tutto il Quarto Evangelo: nell’Evangelo di Giovanni ci sono, infatti, molte autorivelazioni di Gesù, e tutte iniziano con “Io sono” (il nome salvifico di Dio così come è rivelato nella Prima Alleanza a Mosè al Sinai). Qui però si giunge ad una dichiarazione vertiginosa, una dichiarazione che coinvolge tutto il “destino” umano: “Io sono la risurrezione e la vita”; Gesù dichiara con certezza potente che chi aderisce a Lui anche se muore, vivrà! E’ una promessa infinita! E’ una promessa che può abbattere quella paura della morte che ci fa cattivi; è una promessa di cui il segno di Lazzaro sarà solo, appunto, un segno … Lazzaro verrà raggiunto nella sua morte e nel suo disfacimento (“già manda cattivo odore”), ma poi morirà di nuovo come tutti gli uomini. A Lazzaro Gesù farà fare un salto all’indietro, verso la sua vita di prima; ma poi a Lazzaro, e a tutti quelli che muoiono, Gesù farà il dono più grande: con la sua Pasqua – risorgendo – consegnerà ad ogni carne la possibilità di fare un balzo non verso il passato, ma verso l’eterno di Dio, verso il futuro di Dio.

Il terzo incontro che Gesù fa in questa narrazione è con Maria che non gli è andata incontro con la sorella Marta, ma che è rimasta seduta nel suo dolore … anche a Maria – come tra poco farà con Lazzaro nella tomba! – giunge la voce di Gesù che chiama (“Il Maestro è qui e ti chiama”) per farla uscire dalla tenebra della disperazione e del vuoto. E Maria gli corre incontro, con un immediato rimprovero nel cuore e sulle labbra: “Se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto!”. Gesù accetta la sua parola dolente, ed anzi si fa prendere il cuore da quel pianto di Maria che fa affiorare il suo stesso pianto: Giovanni, infatti, dice che fu sconvolto nello spirito, e che scoppiò in pianto! E’ il pianto dell’amico per l’amico (Vedete come lo amava, dicono i presenti), è il pianto dell’uomo dinanzi all’ingiustizia della morte e al suo orrore; è il pianto di Dio che è la vita e che non sopporta il tanfo della morte! E Gesù, piangendo, prega, comunica con il Padre riaffermando la sua fede: Gesù è certo, nella fede, che il Padre lo ascolta. Questo è il fondamento di ogni preghiera; se non c’è questa certezza, non si prega, se non si vive di questa certezza è impossibile vivere di preghiera e nella preghiera. E’ una certezza che si raggiunge nella fede e per la fede, è una certezza che ci permette di attraversare la storia andando oltre la storia; è una certezza che ci permette di attraversare la storia non restando prigionieri della storia, vivendo la storia ma portando nella storia il sapore dell’eterno. E’ quanto fa Gesù che, in questa certezza, fa irrompere nella storia, ed in una storia di morte, la libertà della vita.

Da questa preghiera Gesù fa scaturire un grido verso l’abisso della tomba del suo amico: è un ordine secco, un ordine che, contrariamente a quanto si sente dalle traduzioni correnti di questa pagina, non ha verbo: “Lazzaro, qui fuori!”. Gesù ha fatto rimuovere la pietra che rende prigioniero l’uomo del tanfo della morte e grida quel “qui”! Ci chiedamo: “qui” dove? Presso di Lui! A Lazzaro giunge l’ordine di recarsi presso di Lui; deve passare dall’ombra di morte alla luce della sua presenza, deve passare dalla prigionia alla libertà! Gesù, con il suo grido potente, squarcia il silenzio della morte. Agostino scriverà nelle sue “Confessioni”: “Hai gridato e hai infranto la mia sordità”. E’ vero, quando abitiamo le regioni di morte non solo siamo nelle tenebre, ma siamo anche nell’incapacità di ascoltare, siamo nella sordità.

Il grido di Gesù, in quest’ultima domenica di Quaresima, squarci la nostra sordità e faccia irrompere la luce nei nostri cuori perchè nei giorni santi della Pasqua possiamo ascoltare la Parola di salvezza, e possiamo camminare, alla luce di Cristo, verso la pienezza della vita che la Croce e la Risurrezione ci hanno donato.

Usciamo fuori dalle tombe, dai nostri lezzi di morte, dai silenzi mortiferi in cui la mondanità ci conduce. Cristo Gesù pronunzia il nostro nome con forza e con tenerezza: Lui è la risurrezione e la vita per le morti quotidiane nelle quali cadiamo e che qui ci imprigionano … Lui è la risurrezione e la vita per la morte finale a cui possiamo giungere consolati dalla  sua compagnia e dalla sua promessa: Chi crede in me anche se muore vivrà!

Una promessa che, come Chiesa, dobbiamo far giungere al cuore del mondo … una promessa che è cuore dell’Evangelo che può rinnovare la faccia della terra!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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V Domenica del Tempo Ordinario – Perdersi per dare frutto

PRESENZA E NASCONDIMENTO

 

  –   Is 58, 7-10; Sal 111; 1Cor 2, 1-15; Mt 5, 13-16   – 

Maria, donna del silenzioC’è un particolare, in questo celebre evangelo di oggi, che ci fa riflettere profondamente sulla nostra vocazione cristiana. Gesù, per dire cosa devono essere i suoi discepoli nella storia, nel mondo, usa due paragoni, la luce ed il sale:Voi siete il sale della terra … voi siete la luce del mondo”. Si badi, che non dice: “Voi siete sale della terra, voi siete luce del mondo” … Matteo usa l’articolo determinativo: il sale, la luce … allora, non uno degli elementi che può dare sapore alla terra, nè una luce che splende nel mondo … E’ come se dicesse che il sapore lo possono dare solo i cristiani, che la luce la possono dare solo loro. Non è un’affermazione arrogante o che deve generare arroganza; è invece un’affermazione piena di consapevolezza che non può non divenire responsabilità!

Insomma, senza la presenza dei cristiani in seno al mondo, ed alla storia degli uomini, il mondo non avrebbe sapore, il mondo sarebbe immerso nelle tenebre; questo perchè i cristiani hanno una vocazione precisa, quella di essere il prolungamento e l’attualizzazione di Cristo in ogni luogo ed in ogni epoca della storia. Se i discepoli di Cristo vivono le Beatitudini, lottano per viverle, e le scelgono come orizzonte vitale della loro esistenza (il testo dell’evangelo di questa domenica segue immediatamente quello delle Beatitudini, con cui inizia il discorso della montagna), essi non potranno che essere il sale e la luce per il mondo.      

Questo è ciò di cui il mondo ha davvero bisogno. Gesù è l’unico salvatore e l’unico senso della storia, e questo noi cristiani non dobbiamo mai “svenderlo” o dimenticarlo – al di là di ogni pur bellissimo desiderio di dialogo con altre vie religiose; perciò, l’unico modo per dare salvezza alle tenebre del mondo e per dare sapore di Dio al mondo insipido – o tante volte infestato dal sapore disgustoso del non-senso – è portare al mondo la presenza di Cristo sale e luce. Solo i suoi discepoli possono fare questo; se non lo faranno, mai nessuno lo farà, nessuno lo può fare… e il mondo restera insipido o, peggio, disgustoso e immerso nella tenebra.

Le immagini che Gesù usa sembrano, in un certo senso, contraddittorie: il sale, per essere ciò che deve essere, deve scomparire, deve perdersi all’interno del cibo; invece la luce, per essere luce, deve essere visibile, posta su di un candelabro, deve essere città sul monte; la contraddizione ci dice la complessità e la varietà della presenza cristiana nel mondo; una complessità che racconta il “di più” dell’Evangelo, che sempre deve cercare vie di presenza non arrogante, che si perde e diluisce nella massa, ma che al contempo deve dare luce essendo luce, perchè senza quella luce evangelica (che è sempre la luce di Cristo, perchè Lui solo è la “vera luce” – cfr Gv 1,9) tanti volti perversi del mondo rimarrebbero nascosti, occulti, e perciò capaci ancor più di generare morte! La duplice dinamica del nascondimento e della visibilità non vuole creare schizofrenia, ma equilibrio e verità per una presenza che deve essere umile e non arrogante, significativa e luminosa della verità di Cristo, senza però umiliare e schiacciare.

E’ una grande sfida…è la sfida di una presenza su cui Gesù ha “scommesso” tutta la sua missione di salvezza; tutto ciò che Lui ha detto e ha fatto, l’ha consegnato alla Chiesa perchè lo ridica e lo ricompia in ogni tempo ed in ogni luogo della storia. La sfida consiste nel saper compiere le opere dell’Evangelo e proclamarne la Parola, in modo che l’uomo di tutte le latitudini e di ogni tempo possa coglierne la vitalità e la proposta radicalmente umanizzante; la sfida è quella di proseguire il mistero dell’incarnazione senza mai “svendere” l’Evangelo adeguandolo ed adattandolo, ma solo e sempre rendendolo parlante per l’uomo di ogni tempo e cultura; la sfida è l’equilibrio, davvero essenziale, tra il perdersi nascosti come il sale ed il mostrare la luce; la sfida è dover accettare che, per essere sale e luce, il discepolo deve saper immergersi tutto, con coraggio, nel mistero pasquale del Signore che, non ci stancheremo mai di ripetercelo, è costoso! E’ costoso il perdersi del sale: quello sciogliersi del sale è un morire, ma un morire che produce sapore; ed è solo attraverso quel morire che il sale dà sapore; se il sale rimanesse in bei cristalli impenetrabili non compirebbe la sua “missione”! La luce è ugualmente costosa: se, infatti, ci si lascia “incendiare” dalla luce primordiale che è Cristo si comincia a bruciare, e solo allora si produce luce: la luce infatti è frutto di combustione, di un ardere che consuma, che strugge …

Dunque, “sale” e “luce” da un lato dicono due cose che si oppongono (nascondimento e splendore), da un altro lato dicono una uguale necessità, tutta cristologica, di perdersi per dare frutto… proprio come il chicco di grano di cui Gesù parlerà nell’Evangelo di Giovanni “se non muore non produce frutto” (cfr Gv 12, 24); sì, se il sale non si perde non può dare sapore … e se non si brucia non si può illuminare.

Lo Spirito ci suggerirà come custodire il nascondimento per irradiare luce; Lui ci farà cogliere le vie per realizzare questo paradosso…. i santi ci sono riusciti! In loro, a volte, i due tempi sono stati distinti (si pensi a Teresa di Lisieux, per esempio: prima nascosta nel Carmelo di Lisieux, monaca oscura e ignota come tante, poi luminosa per tutta la Chiesa attraverso vie che solo la sapienza di Dio poteva disporre). Altre volte le due dimensioni sono mirabimente intrecciate (si pensi a Francesco d’Assisi, in cui il paradosso dell’umiltà nascosta e della narrazione di luce di un “alter Christus” si manifestò continuamente). Se loro ci sono riusciti ora tocca a noi trovare la nostra via come singoli credenti, come comunità, come Chiesa…

Sale e luce … assieme … è necessario!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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III Domenica di Avvento – La piccolezza che salva

CHE QUESTO EVANGELO CI INQUIETI! 

  –  Is 35, 1-6.8.10; Sal 145; Gc 5, 7-10; Mt 11, 2-11  –

 

Icona di S. Giovanni Battista, Monastero di Visovi Decani -  Serbia (XIV sec.)

Icona di S. Giovanni Battista, Monastero di Visovi Decani – Serbia (XIV sec.)

In questa terza domenica del nostro cammino d’Avvento, domenica “Gaudete”, della gioia per la promessa di Dio che certamente si compirà come già si è compiuta, la figura di riferimento è Giovanni il Battista; il profeta del Giordano oggi però ci appare debole nella sua crisi, ma poi forte nelle parole di Gesù che lo descrivono.

L’uomo del deserto è prigioniero, sta vivendo la sua notte; si è fatto buio su di lui perché è stata “fermata” la sua missione profetica, si vuol far tacere la sua voce … Lui che si era definito “voce che grida nel deserto” (cfr Mt 3,3; Gv 1,23)…ora la sua voce è stata precipitata in un carcere buio! Da lì, da quella notte che sta vivendo, il profeta Giovanni mostra la sua crisi, si lascia anche lui attraversare da domande e da dubbi: Sei tu il veniente o è un altro che aspettiamo? Domanda tragica sulle labbra di Giovanni, domanda che mette in dubbio tutta la sua azione di profeta e quindi tutta la sua vita, una vita che per altro sta per essere spenta; se Giovanni aveva indicato Gesù ad Israele, come mai ora è trafitto dal dubbio? Qualche esegeta (antico e anche moderno) cerca di scolorire il dramma del Battista ricorrendo alla solita tesi pedagogica: Giovanni fingerebbe dubbio perché i suoi discepoli vadano da Gesù … pare davvero banale! Contemporaneamente però bisogna dire che Matteo, nello scrivere questa pagina, non è tanto interessato al buio di Giovanni (tanto è vero che nulla scriverà della conclusione di quell’ambasceria!) quanto alla rivelazione che Gesù stesso farà della sua identità.

Alla domanda dei discepoli di Giovanni Gesù non dà una risposta diretta, ma rinvia a due cose che bisogna saper leggere: la Santa Scrittura e le sue opere. Gesù, infatti, cita alcuni passi di Isaia che annunziano i tempi dell’intervento di Dio; tempi che si potranno riconoscere dalla lotta vittoriosa che il Signore farà contro il male della storia. Ora Gesù indica ai discepoli del Battista che tale lotta vittoriosa si può già contemplare nelle sue opere: Gesù infatti sta lottando contro le tenebre del mondo (i ciechi recuperano la vista), contro le immobilità che fermano il cammino degli uomini verso la pienezza (gli storpi camminano), contro il male che sfigura l’uomo (i lebbrosi sono guariti), contro l’incapacità di ascolto tanto essenziale ad ogni vita nella fede (i sordi riacquistano l’udito); è venuto a lottare contro la nemica per eccellenza, la più temibile e la più devastante, la più “anti-Dio”….la morte (i morti risuscitano)! E tutto questo è annunzio di buona notizia che muta la sorte dei poveri, di quelli cioè che, segnati dalle miserie della storia perché fragili, perché oppressi, perché peccatori, perché “nullificati” dagli altri, riconoscono di poter essere salvati solo da Dio ed a Lui si affidano.

Ai discepoli di Giovanni, Gesù fa capire che è nel saper mettere in relazione le parole della Scrittura e le sue opere, che si comprende chi Lui è davvero. Gesù con la sua parola e con le sue opere è l’annunzio di questo evangelo che irrompe nella storia. La verità è però che questo evangelo irrompe attraverso vie e modalità nuove ed imprevedibili, attraverso l’uomo Gesù che o si coglie nella fede ed in una fede che sia capace di spogliarsi di precomprensioni e di “religione” o diviene davvero incomprensibile ed inaccettabile; fin quando cioè si pensa come il mondo non si può “leggere” la verità su Gesù…quando si accoglie una logica altra, quella di Dio, allora si comprende che proprio Lui è il Veniente e non si deve aspettare altri. Lui è il Veniente che, proprio perché è veniente dal mondo di Dio e non dal nostro mondo, è un Veniente che è davvero altro! Gesù chiede chiaro, di fronte a questa alterità, la capacità di non scandalizzarsi, cioè di non inciampare … anzi su questo Gesù pronunzia una “beatitudine”: E beato chi non si scandalizza di me.

Nell’elogio del Battista, che Gesù pronunzia subito dopo la partenza dei messaggeri, viene fuori questa alterità: mentre dice parole grandissime su Giovanni (Tra i nati di donna nessuno è più grande di Giovanni il Battista), aggiunge anche che il più piccolo del Regno è più grande di lui … parole enigmatiche che non devono essere lette in modo irrispettoso nei confronti di Giovanni, il grande profeta, e neppure nei confronti dello stesso Israele; come se l’ultimo (!!) cristiano potesse vantare una grandezza maggiore del profeta Giovanni e quindi di ogni profeta d’Israele … se si legge così diviene incomprensibile l’elogio straordinario che Gesù ha fatto del Battista, perchè poi lo metterebbe addirittura fuori del Regno … e questo non è! Non è possibile!

Clemente Alessandrino (e dopo di lui altri Padri ed esegeti) hanno colto qui una parola che riguarda Gesù stesso: il più piccolo è Gesù stesso che è più grande di Giovanni perchè è il Messia, è il Figlio amato su cui il Padre  stende ogni suo compiacimento (cfr Mt 3, 17); la storia però ha letto Gesù  come più piccolo del Battista, in realtà è Lui il più grande … intanto vive la storia da più piccolo perchè con i più piccoli  si identifica (cfr Mt 25, 40.45 Ogni qual volta avete fatto queste cose al più piccolo, l’avete fatto a me), perchè sarà il più piccolo fino allo scandalo della croce … è questa piccolezza che bisogna riconoscere ed assumere, è lì l’alterità del Messia Gesù che anche Giovanni, nel suo carcere, deve riconoscer,e e nella quale deve e può trovare pace la sua profezia giunta a compimento proprio in quel più piccolo in cui, paradossalmente, si manifesta la grandezza del Regno veniente.

Il Quarto Evangelo metterà sulle labbra stesse del Battista questa dinamica per cui il più piccolo diventa il più grande; parlando di Gesù, Giovanni infatti dice: Colui che mi veniva dietro (cioè “era mio discepolo” e dunque più piccolo) mi è passato avanti (cioè, ora è lui il maestro e dunque il più grande) (cfr Gv 1,30).

Il cammino di Gesù sarà tutto un cammino verso la tensione ad essere il più piccolo, e proprio attraverso questa stupefacente piccolezza lo si potrà riconoscere (come i Magi che si prostreranno al bambino a Betlemme – cfr Mt 2,11; come il centurione che riconosce nel crocefisso il Figlio di Dio – cfr Mt 27,54); la visita di Dio al suo popolo si veste di povertà, di “insignificanza”. Nell’oggi della Chiesa Lui vuole ancora essere riconosciuto nel più piccolo, e lo può riconoscere quale Dio-con-noi solo chi ha il coraggio di accoglierlo così come è, infinitamente piccolo e visibilmente piccolo agli occhi del mondo! In fondo i ciechi recuperano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi riacquistano l’udito e i morti risuscitano perchè Dio si è fatto piccolo dalla mangiatioia di Betlemme, fino all’uomo inchiodato alla croce sul Golgotha … è quella piccolezza che salva, è quel’impotenza che crea l’uomo nuovo … essere suoi discepoli non può che essere la ricerca e la ripresentazione di questa via.

Il salmo 24 cantava: “Alzate porte i vostri frontali, alzatevi porte eterne ed entri il Re della gloria e annunziava così che il Tempio sarebbe stato purificato dalla visita di Dio, la cui grandezza è tale che, in quel giorno, bisognerà alzare i frontali delle pur immense porte del Tempio … in realtà quando questo Dio, in Gesù, visiterà il Tempio vi entrerà come un bambino, piccolo, tra le braccia di Maria e Giuseppe … è davvero il più piccolocosì Gesù contraddice e capovolge tutte le immagini del divino che l’uomo si è creato …

E’ necessario, dinanzi a tutto ciò, che il cristiano assuma questa “minorità” per poter annunziare l’Evagelo ai poveri, come Gesù! Solo così la Chiesa sarà credibilmente discepola di Gesù! D’altro canto, come Gesù avrebbe potuto annunziare l’Evangelo ai poveri se non avesse scelto d’essere il più piccolo? Che questo evangelo di oggi ci inquieti!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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