I Domenica di Quaresima (Anno C) – Lo stile di Gesù

 

UNA LOTTA COMBATTUTA E VINTA

Dt 26, 4-10; Sal 90; Rm 10, 8-13; Lc 4, 1-13

La Quaresima inizia subito mettendoci dinanzi alla necessità del combattimento spirituale e lo fa mostrandoci Gesù che inizia la sua missione di Figlio e Messia proprio combattendo, anzi iniziando a combattere.

L’incarnazione del Figlio non ha voluto assolutamente alcuna esenzione da questa lotta, proprio come tutti i figli di Adam: lotta per una vita che sia umana, lotta per un vita che abbia senso, lotta contro l’amore di sé, lotta per una vita alla presenza di Dio (cfr Gen 17, 1) e secondo la sua volontà. L’Adam esce dal suo nascondiglio ove l’aveva rintanato l’inganno del serpente, il quale gli aveva narrato Dio come rivale e nemico (cfr Gen 3, 8). In Gesù finalmente l’Adam esce pienamente allo scoperto ed affronta la lotta con il serpente antico e vince quella lotta; una lotta che tanti, anche nella Prima Alleanza, avevano combattuto ma mai con una vittoria piena. La Scrittura, infatti, non teme di mostrarci anche il peccato e le cadute dei padri: Abramo che tenta di realizzare da se stesso la promessa dandosi un figlio dalla schiava, senza attendere la promessa di Dio (cfr Gen 16, 1-4); Mosé che vacilla nella fede nel battere per due volte la roccia nel deserto a Meriba (cfr Num 20, 11-13); David che pecca con Betsabea (cfr 2Sam 11-12); Salomone che pecca di idolatria a causa delle sue mogli e concubine (cfr 1Re 11, 4) … uomini che hanno lottato ma non hanno sempre vinto.
Ora Gesù, uscito dal Giordano, è condotto dallo Spirito ad affrontare questo combattimento… gli Evangeli sono chiari su questo: è lo Spirito che lo conduce nel deserto, lì dove deve fare i conti solo con se stesso e con il tentatore; lì deve sperimentare quella parola che vuole contraddire Dio e le sue vie, quella parola che brucia la sua carne umana, carne comune a tutti gli uomini. La tentazione gli brucia dentro, ed è tentazione di assecondare le idee messianiche del suo popolo … in fondo la tentazione è una sola: essere accetto e popolare perché asseconda le attese della gente o essere obbediente alla Parola del Padre, usare la sua identità di Figlio o realizzarla nell’obbedienza povera ed amorosa.

Luca, come Matteo, drammatizza questa tentazione e la ricalca sul frutto proibito del giardino dell’in-principio: «buono da mangiare, bello da vedere, desiderabile per essere come Dio» (cfr Gen 3, 6).
Nella loro forma, le tentazioni sono pienamente accordate allo “stile” del diavolo (Luca così chiama il tentatore), di colui che vuole dividere da Dio, da se stessi, dagli altri! Dividere!
E’ sempre questo lo scopo del tentatore. Qui persegue il suo scopo cercando di far sì che Gesù si centri unicamente su se stesso, sulla sua infinita possibilità di imporsi, visto che è davvero Figlio di Dio! Le tentazioni, lo capiamo subito, sono allacciate direttamente al Battesimo al Giordano, in cui Gesù ha avuto la definitiva rivelazione di essere il Figlio (cfr Lc 3, 21-22), figliolanza che la stessa genealogia dell’Evangelo di Luca ha confermato: da Gesù la genealogia arriva fino ad Adamo, figlio di Dio (cfr Lc 3, 23-38)!
Ora il Figlio provi che è davvero il Figlio, anzi, sfrutti questa sua identità!

La prima tentazione è di ricchezza e di godimento senza fatica: quelle pietre che potrebbero diventare pane gli farebbero saltare ogni fatica umana e gli darebbero immensa ricchezza. Gesù dice no a questa logica di privilegio … c’è ben altro pane di cui si può vivere.
Gesù non disprezza il pane quotidiano (insegnerà a pregare per chiederlo!), ma indica anche altro di cui vivere, e quell’altro, la Parola del Padre, sarà anche via per dare il pane agli affamati nella strada della condivisione e dell’ascolto del bisogno dell’altro.

La seconda tentazione è di puntare al potere; è l’unica tentazione in cui il diavolo non dice “Se sei Figlio di Dio”! Il diavolo qui è audace e sfacciato, chiedendo di essere adorato; così l’Evangelista ci dice una verità cruda che dovremmo sempre ricordare: chi vuole smodatamente il potere (nelle parole del tentatore ricorre la parola “tutto”: Tutti i regni della terra; Ti darò tutta questa potenza) è uno che si prostra al diavolo; chi vuole tutto quel potere adora un altro dio. Gesù oppone anche qui un no fermo e distaccato. No! Riflettiamoci: Lui non ha voluto uno stato cristiano, un partito cristiano, un potere cristiano … “stato”, “partito”, “potere” sono tutte parole incompatibili con cristiano!
Non si può puntare al potere ed essere discepoli di Cristo! Se questo l’avessimo sempre capito, se avessimo gridato i nostri no netti ai tanti “Costantino” che si sono profilati nella storia cristiana; se non ci fossimo illusi alle lusinghe di imperi e corone; se avessimo detto quel no chiaro come lo disse Gesù nel deserto, allora non avremmo tradito l’Evangelo come troppo spesso abbiamo fatto. Gesù non puntò al potere, ma al servizio!

La terza tentazione è terribile perché è la tentazione dell’orgoglio, ed è una tentazione “religiosa”. Luca sposta l’ordine delle tentazioni di Matteo, e pone come culmine delle tentazioni questa del pinnacolo del Tempio; e questo certamente perché tutto l’Evangelo lucano punta a Gerusalemme, la Santa Città, meta di tutto l’Evangelo. Già il racconto dell’infanzia termina con l’episodio di Gesù dodicenne nel Tempio (cfr Lc 2, 41-50); dal capitolo nono Luca fa iniziare un lungo viaggio di Gesù che ha come meta Gerusalemme e dunque la sua Pasqua e, per tener fermo questo intento, Luca “taglia” ogni andata intermedia di Gesù sempre a Gerusalemme (cfr Lc 9, 51). Tutto l’evangelo termina quindi a Gerusalemme, con gli apostoli che “stavano sempre nel Tempio” (cfr Lc 24, 53). Dunque anche le tentazioni culminano a Gerusalemme, ma questo culmine ci dice anche che la tentazione più subdola e sottile è proprio la tentazione “religiosa”, quella di presumere e pretendere di avere un Dio “a disposizione”, che obbedisca e faccia miracoli per accreditarci e farci avere potere! Terribile!

Lo stile di Gesù è un altro: è l’umiltà e l’obbedienza al Padre.
La pagina di oggi ci interpella e a livello personale e a livello ecclesiale.

Anche come Chiesa, vorrei dire principalmente come Chiesa, siamo tentati di continuo di pensare che se abbiamo soldi, se abbiamo un po’ di potere politico e se (magari!) potessimo fare i miracoli (e forse per questo incoraggiamo una fede miracolistica e chiediamo alche i miracoli per poter proclamare i santi!) avremmo risolto tutti i problemi. Sì, ma ci metteremmo dalla parte del diavolo!

Gesù fece miracoli, ma sempre come “segni”, non come soluzione dei problemi in modo spiccio; e mai per favorire le attese messianiche della gente … Gesù fece i miracoli per rendere credibile la via della Croce; non li fece per eliminare la Croce o per correggere la logica della Croce.
Gesù non saltò l’umano facendo pane dalle pietre, ma volle essere uomo senza esenzioni per essere davvero con noi.
Gesù non volle dominare il mondo con il potere di questo mondo ma divenne Signore attraverso la via dell’amore che fu la via della Croce!
Gesù non si gettò dal pinnacolo del Tempio per mostrare la grandiosità della potenza di Dio, poichè questa sarebbe stata una grandiosità secondo gli uomini che nulla direbbe dell’identità del vero Dio. Buttarsi dal Tempio sarebbe spettacolo, e non rivelazione! Gesù si getterà invece nelle mani del Padre nell’ora suprema dell’amore, nell’ora della Croce (cfr Lc 23, 46).

Le tentazioni ci dicono quale fu lo stile di Gesù, la sua strada; quale fu la sua lotta.

Nel deserto Gesù vinse, ma non vinse solo per sé; nel deserto Gesù immise il principio di questa vittoria nelle fibre dell’umanità tutta. Lottando e vincendo, nel deserto ci condusse già ad una possibilità di vittoria.

Il diavolo si allontanò da Lui in quell’ora, ma già progettando di tornare al tempo fissato: la passione infatti inizierà con «Satana che entrò in Giuda che faceva parte del novero dei dodici» (cfr Lc 22,3).

Nella cena Gesù dirà ai suoi che avevano perseverato con Lui nelle sue prove, nelle sue tentazioni (la parola greca che Luca usa è proprio “perirasmós”, la stessa che viene usata nel passo di oggi!), e ciò è rivelativo del fatto che tutto il cammino di Gesù fu un cammino di lotta, di resistenza nelle tentazioni. Proprio come il nostro cammino … è così! La vita cristiana è questo; chi pensa il contrario è un illuso che rischia di cadere miseramente.
La vita cristiana è lotta, ma una lotta che Cristo ha già combattuto e vinta per noi, ed a cui ci è richiesto di associarci per rendere piena e vera la nostra libertà.

La Quaresima è tempo di esercizio per assumere questa lotta quotidiana!
Con Cristo! Mai da soli!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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TEMPO DI FRAGILITA’ E LOTTA

 

Gen 9, 8-15; Sal 24; 1Pt 3, 18-22; Mc 1, 12-15

 

Tentazioni di Cristo (particolare) - Cappella Sistina

Tentazioni di Cristo (particolare) – Cappella Sistina

La Quaresima inizia con una pagina evangelica austera e duramente interpellante: la pagina delle Tentazioni di Gesù nel deserto. Anzi sarebbe bene dire, leggendo la redazione di Marco, la Tentazione di Gesù nel deserto perché il secondo evangelista, differentemente dagli altri sinottici, non descrive tre tentazioni, ma ci parla in modo sintetico dell’essere tentato di Gesù. E’ pagina che ci riguarda, e che ci riguarda in quanto discepoli che hanno fatto la fatica dell’ascolto di una voce che li ha chiamati e che, con gioioso stupore, hanno iniziato a seguire; e che ci riguarda poi in quanto discepoli che hanno scoperto la loro vocazione e la stanno percorrendo…

La vocazione di Dio, il suo sguardo che si posa su di noi, la sua voce che ci chiama per nome e che ci chiama figli, e lo Spirito che ci è donato, non ci mettono al sicuro dalla tentazione; di questo dobbiamo sanamente farci convinti, per non cadere in illusioni pericolose e in delusioni distruttive. La tentazione ci dice che siamo fragili e vulnerabili! La tentazione cerca chi si appresta a servire il Signore (cfr Sir 2, 1), e si appoggia alle nostre fragilità; ognuno di noi, se è onesto, può raccontare questa storia di fragilità.

L’Evangelo è oggi scioccante perché ci dice che Gesù si trovò in questa condizione di fragilità vulnerabile proprio all’indomani della sua vocazione, all’indomani della sua scoperta circa la verità del suo vero volto e della sua identità: «Tu sei il mio Figlio, l’amato»; all’indomani cioè della discesa su di Lui dello Spirito che consacrò la sua umanità per la missione di salvezza.
Marco lega in modo forte ed indissolubile la vocazione di Gesù alla tentazione, e così ci apre uno squarcio grande di riflessione sulla nostra condizione di discepoli: è proprio questa condizione di discepoli chiamati dal Signore, di uomini e donne che hanno scoperto un sogno di Dio su di loro, di persone che hanno sentito bruciare sulla propria carne il tocco straordinario ed inenarrabile di Dio, che “chiama” la tentazione e la lotta.

 Lo Spirito – scrive Marco – “caccia” Gesù nel deserto, ed il verbo “ekbállein” qui utilizzato indica proprio un’azione violenta, un’azione necessaria. Lo Spirito dunque fa solo questo: non è Lui che tenta Gesù, non è lì per aiutarlo, ma lo conduce ad affrontare la Sua fragilità.
Nell’Evangelo di Marco tale fragilità viene messa alla prova per lungo tempo: differentemente da Matteo e da Luca, Marco non dice che la tentazione di Satana arriva alla fine dei quaranta giorni (Matteo scrive infatti: «dopo aver digiunato quaranta giorni ebbe fame»), ma lascia intendere che quei quaranta giorni furono tutti di tentazione. Per quaranta giorni, dunque, Gesù deve guardare in faccia la sua fragilità e affrontare i pensieri cattivi che bussano al suo profondo… pensieri cattivi che riguardano la sua relazione con Dio, e quindi con il mondo.

A differenza di Matteo e Luca, Marco non specifica la natura delle tentazioni nè il modo di Gesù di affrontarle; e non dice neppure l’esito delle tentazioni, lasciando aperto il racconto. Alla fine del testo c’è quella misteriosa annotazione: «stava con le fiere e gli angeli lo servivano», e qualcuno ha voluto vedervi – certo a ragione – un ritorno al giardino dell’in-principio in cui Gesù, come l’Adam uscito dalle mani di Dio, è pacificato con il cielo (gli angeli) e con la terra (le fiere).
Marco ci dice che Gesù affrontò la lotta con la sua fragilità, con il mondo e le sue suggestioni. E lasciando aperto il racconto – non dicendocene cioè esplicitamente l’esito – suggerisce che tutto l’Evangelo sarà luogo di questa lotta, perché la tentazione si protrae per tutta la sua vicenda. Il verbo “peirázein” (“tentare”, “provare”) tornerà in seguito incarnandosi in situazioni concretissime, in cui il Figlio dovrà misurare la sua fragilità e la sua fedeltà al Padre.
I nemici di Gesù continuamente lo proveranno, fino all’ora suprema del Golgotha! Lì la fragilità giungerà all’estremo, e lì quella stessa fragilità narrerà per sempre il volto di Dio: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» esclamerà il centurione senza mezze misure.
Quell’uomo che – fragile – ha gridato l’abbandono di Dio chiedendogliene ragione; quell’uomo che ha urlato morendo, narra Dio perché totalmente affidato a Dio, e perché ha imboccato una strada per nulla scontata: una strada che va tanto lontano da ogni mondano buon-senso, che va tanto lontano da ogni compromesso che poteva salvarlo…

La lotta inizia per Gesù nel deserto, e dura per tutta la sua vita.
La lotta inizia per chi vuole seguire Gesù e dura per tutta la sua vita…è così! Il Gesù di Marco, infatti, uscendo dal deserto, inizia a chiedere di seguirlo, e di seguirlo in questa lotta: «Convertitevi e credete all’Evangelo»… Ecco lo “statuto” del discepolo! Ecco la via di ogni giorno! E guai a noi se un solo giorno fosse scevro da questa lotta!

La Quaresima è “sacramento” di questa condizione contemporanea di fragilità e di lotta. La Quaresima è tempo di prova costosa, ma in cui siamo preceduti ed accompagnati dall’umanità del Figlio di Dio che, senza sconti, ha affrontato la lotta con noi e per noi. La sua vittoria pasquale, che celebreremo alla fine di questi quaranta giorni, sarà luce gettata nel buio di tanti giorni di lotta senza quartiere, e a volte senza vittoria; di giorni di lacrime e sangue, che sono necessari alla nostra autenticità.

Chiamati da Dio, siamo riempiti di grazia e di gioia; chiamati da Dio, siamo contemporaneamente immersi in una lotta inesorabile da cui non ci possiamo sottrarre, e in cui dobbiamo lasciar lottare Cristo in noi.
La Quaresima è tempo di esercizio per questo: ricordandoci che siamo polvere  come ci ha fatto ripetere la Chiesa al Mercoledì delle Ceneri – e ricordandoci la nostra fragilità: una fragilità che Cristo ha “impastato” con il suo stesso sangue, per fare di noi quell’uomo nuovo con cui Dio fa un’alleanza di pace. Il nostro stato di uomini in lotta non è tuttavia uno stato di assenza di pace, ma uno stato di una pace paradossale che scaturisce da quella lotta che si incontra con la salvezza operata da Cristo.

Se la nostra cenere ci rattrista, la luce dell’arcobaleno di grazia che la illumina ci riempie di speranza: Dio salva ed illumina gli uomini, tutti gli uomini, e i cercatori di Dio sono gli “apri-pista” di tutta l’umanità, perché Cristo Gesù tutto ha assunto per tutto salvare!

Quaresima, tempo di prova e tempo di “radiosa tristezza” come dice la liturgia dell’oriente cristiano: la nostra povera cenere è inondata dalla luce della vita; la nostra povera cenere non resta cenere…
E’ allora tempo di prova, è tempo di lotta e, paradossalmente, tempo di luce multicolore e di pace, perché la pace è stare “al proprio posto”…e il nostro posto è quello nella lotta!
Fu così per Gesù, ed è così per ogni discepolo!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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TOGLI LE TENTAZIONI, E NESSUNO SI SALVA

 

 –  Gn 2, 7-9; 3, 1-7; Sal 50; Rm 5, 12-19; Mt 4, 1-11  –

 

Le tentazioni di Cristo, Beato Angelico

Le tentazioni di Cristo, Beato Angelico

Voglio iniziare questo percorso quaresimale, dopo le Ceneri, con una frase del grande Padre del Monachesimo, Antonio il Grande: “Nessuno se non è tentato può entrare nel regno dei cieli; di fatto, togli le tentazioni e nessuno si salva”. E’ vero! E’ vero perchè la salvezza è un fatto costoso, ed il suo prezzo è solo la lotta … una lotta che noi possiamo ingaggiare con le idolatrie e le mondanità che ci assediano, una lotta con il male che ci sorge da dentro, e nell’ora e nel modo che non ci aspetteremmo; una lotta con la tentazione che ci assale dal profondo di quel cuore che in tanti giorni della nostra vita credevamo d’aver dato tutto al Signore ed al suo Regno.

Fare i conti con quel male che ci assedia, e ancor più con quello che ci assedia da dentro di noi, è davvero la via maestra per dire quel sì radicale, e sempre più libero e pieno, all’Evangelo di Gesù Cristo. E’ necessario dire questo sì a quell’Evangelo che è tale, una lieta notizia, per tutto quello che, in Gesù Cristo, il Padre ci ha consegnato e donato. Oggi leggiamo una lieta notizia di capitale importanza per questa dimensione di lotta che autentica i nostri cammini di libertà: le tentazioni di Gesù nel deserto.

La Chiesa sapientemente pone in capo al cammino di Quaresima questo racconto che è fondante per la nostra capacità di affrontare quella lotta che salva, e che Antonio il Grande, di cui dicevo all’inizio, sperimentò prima su di sè senza sconti, e di cui ha poi potuto parlarci sapientemente proprio perchè ne aveva sentito e patito i morsi nella sua stessa povera carne… La Chiesa sa di essere nel deserto nel frattempo tra la Pasqua e la Parusia, e sa che lì deve affrontare gli assalti del Drago, come scrive l’autore dell’Apocalisse (cfr Ap 12, 1-6). L’Evagelo di oggi ci dice che in questo deserto è possibile lottare perchè in questo siamo stati preceduti da Gesù, il Figlio Amato, venuto nella nostra carne senza cercare nessuna esenzione.

Credo che sia importante che capiamo che Gesù non fu esentato dal peccato, ma semplicemente non lo commise! La differenza è grande! L’esenzione sarebbe stata un’astratta impeccabilità fredda, algida, disumana; quella che Gesù invece ha vissuto, e così ha consegnato a tutta la carne dell’uomo, è una vittoria costosa che ha dovuto attraversare i deserti della tentazione, i morsi delle parole e dei pensieri contro Dio, che aprivano dinanzi a Lui scenari diversi e realmente possibili! Le tentazioni ci dicono che Gesù affrontò realmente, dolorosamente e sanguinando la possibilità vera di un no alle vie del Padre; le tentazioni ci dicono che la scoperta della propria identità avvenuta nel Battesimo al Giordano (“Tu sei il Figlio mio, l’amato” cfr Mc 1, 11) si è dovuta scontrare con la vertigine del potere tutto e dell’avere tutto, con la vertigine del gustare tutto senza le fatiche dell’umano. La conoscenza della propria identità di Figlio si è dovuta subito scontrare con questa possibilità disumana e “diabolica” … sì, è paradossale, ma è così! E’ infatti il diavolo che, nella drammatizzazione di Matteo, incita Gesù a pensare diversamente da Dio: sono pensieri “diabolici”, che incredibilmente si agitano nel pensiero dell’uomo Gesù, Figlio di Dio!

Il Figlio di Dio ha dovuto lottare con questi pensieri “diabolici” di vie realmente possibili; ha dovuto lottare per accogliere invece l’altra vera possibilità, quella di una fedeltà ad un progetto di Dio assurdo e “perdente”: accogliere la debolezza fino in fondo, essere il servo che salva ma in virtù della sua impotenza, e non gettandosi a capofitto nella vertigine del potere.

La vittoria di Gesù, che rimbomba in tre potenti no al diavolo, è una vittoria che spalanca la storia alla possibilità dell’Evangelo, e che apre l’uomo, ogni uomo, alla possibilità dell’uomo nuovo. Quello del diavolo, quello “logico”, “sapiente”, “possidente”, “vincente” è l’uomo vecchio: è quell’uomo che ha creato sempre lacrime, dolore, sangue, ingiustizie … è l’uomo che si è prostrato a satana sotto mille e mille forme, e con mille e mille tipi di inchini e genuflessioni, è quello che ha fatto della terra una “valle di lacrime”! L’uomo nuovo, che Gesù crea con i suoi no al diavolo, è “illogico”, “stolto”, “perdente”, “povero” ma è l’uomo nuovo, è l’uomo libero e liberante del “sogno” di Dio nel giardino dell’in-principio.

La Chiesa chi fa iniziare la Quaresima con questa pagina evangelica che è davvero una bella notizia: è un evangelo, ed è anche una promessa. Infatti è la bella notizia che possiamo intraprendere la lotta perchè siamo stati preceduti da Uno che, come scriverà Agostino, ha già lottato ed ha già vinto per noi! Questo non ci esenta dalla lotta, ma ci assicura che Lui lotta con noi, come scrive S. Atanasio nella sua “Vita Antonii”.

Iniziamo la Quaresima con questa promessa che ci viene dalla vittoria di Cristo: una vittoria di cui contempleremo a pieno lo splendore nella Notte della Risurrezione, con la promessa di quella presenza che non ci lascia soli nella lotta per il Regno, per l’Evangelo, per l’uomo nuovo che deve essere costruito in noi.

Sarà una dura lotta, ma una bella lotta.

Bella? Sì, perchè è la stessa lotta di Cristo. Lui è la bellezza che ci fa affrontare ogni bruttura, con la promessa di trasfigurare la nostra miseria in santità.

Con questa luce camminiamo in questa Quaresima!

p. fabrizio Cristarella Orestano




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E’ LO SPIRITO A CONDURCI NEL DESERTO

Dt 26, 4-10; Sal 90; Rm 10, 8-13; Lc 4, 1-13

 

 La Quaresima inizia nel deserto!

L’Evangelo con cui la Chiesa ogni anno inizia questo tempo “favorevole” (un tempo, cioè, che può “favorire” la nostra piena adesione al Signore!) è quello del racconto delle Tentazioni di Gesù nel deserto. Quest’anno è il racconto di Luca che ci prende per mano e ci conduce in questo nuovo deserto quaresimale in questo anno di grazia.

Il deserto…è il luogo in cui si rimane con se stessi, in cui è possibile fare i conti con se stessi, è il luogo in cui si scopre l’emergere dal profondo di noi delle dominanti mondane che vorrebbero fagocitarci e possederci. Il deserto è il luogo in cui è necessario riconoscere che dal profondo di noi emerge la tendenza a “salvare se stessi”, a volere per sé gli altri per usarli, a volere per sé le cose per usarne, a volere per sé il potere per essere assolutamente indipendenti da chiunque! Moti tutti che sorgono da dentro l’uomo, e che sono sua responsabilità…non dipendono dagli altri, dalle loro provocazioni o miserie…il deserto è utilissimo anche per questo: ci riconduce a noi come responsabili dei nostri moti negativi e ci impedisce di accusare gli altri (che non ci sono!); perfino Gesù, vero Dio e vero uomo, non potette non sperimentare queste dominanti mondane che gli insorgevano da dentro per la scelta di Dio di condividere “in tutto la nostra condizione umana” (cfr Eb 2, 17-18).

Il deserto è “icona” di questo tempo di Quaresima perché questo tempo è un tempo per stare difronte a noi stessi, direi, con brutalità, senza darsi sconti, senza chiudere gli occhi; è un tempo per invocare da Dio una più grande conoscenza di sé; per permettere alla Parola di essere scudo e baluardo dinanzi alle onde del mondo, che vorrebbero invadere la nostra umanità disumanizzandola.

Il racconto evangelico delle Tentazioni ci suggerisce una cosa di capitale importanza: è lo Spirito che conduce Gesù nel deserto! E anche per noi è così: non è la nostra buona volontà a spingerci nel deserto quaresimale, è lo Spirito che vuole condurci in questo deserto per un “faccia a faccia” con la nostra verità. Un “faccia a faccia” doloroso e faticoso, ma in cui la presenza dello Spirito è garanzia di un’autentica possibilità di lotta e di una lotta “non disperata”!

Il cammino di Quaresima è un cammino che vuole, in fondo, solo una cosa: la ripresa coraggiosa del primato di Dio nel cuore del credente. Un primato che si può proclamare quando si è “conosciuto” il Signore, si è fatta, cioè, vera esperienza di essere amati e salvati, quando si è fatta esperienza di figliolanza!

Il testo del Deuteronomio che si legge in questa domenica ci fa fare una lettura dell’opera di salvezza definitiva che Dio ha compiuto, ci racconta in modo sintetico l’esperienza dell’Esodo in cui Israele “conobbe” il Signore… L’esito di quell’esperienza fu una terra di libertà. In quella terra di libertà però Israele deve imparare a riconoscere il primato di Dio e la salvezza che viene solo da Lui; solo se farà questo rimarrà radicalmente libero! L’offerta delle primizie, che il Deuteronomio prescrive, va proprio in questa direzione: deporre davanti a Dio quei frutti e prostrarsi è riconoscere la sua signorìa, il suo primato, la sua paternità. Quando Israele non lo farà (o lo farà solo ritualmente!) cadrà nell’idolatria, e potrà giungere a servirsi di Dio per avere potere o farsi valere.

Nel deserto Gesù è tentato proprio su questo primato di Dio, di quel Dio che, nel Battesimo al Giordano, gli si è rivelato come Padre. (cfr Lc 3, 21-22). Una paternità che va riconosciuta e vissuta, non usata! Le tentazioni che Luca racconta (in diverso ordine rispetto a Matteo) sono quelle che può subire il credente, la Chiesa; le subì già Israele. E’ la tentazione di far coincidere il progetto messianico, il progetto dell’Evangelo, con un progetto sociale e politico, o la tentazione di una manifestazione spettacolare e risolutiva della “religione”. Per ben due volte il diavolo si rivolge a Gesù con una parola terribile: Se sei figlio di Dio…è terribile perché mette in gioco la figliolanza, ciò che Lui è…mette in gioco e in dubbio l’esito del faticoso cammino di comprensione di sé che Gesù ha compiuto fino al Battesimo al Giordano. Sulla parola paterna di Dio Gesù scommette tutta la sua vita, per quella parola farà bruciare di amore tutta la sua fedeltà…e ora, proprio su quella parola di dichiarazione di figliolanza, il tentatore insinua il suo veleno…

Il demonio, infatti, cerca di insinuare il dubbio sulla figliolanza in modo subdolamente strumentale: quello che vorrebbe è che Gesù usasse la paternità di Dio e non le fosse obbediente nell’amore “fino all’estremo”. Vorrebbe che Gesù, profittando di quella figliolanza, imboccasse una via disumana: saltare la fatica dell’umano e della storia. E’ il contenuto della prima tentazione: le pietre da far diventare pane sono l’icona terribile di una fatica da saltare…il pane, infatti, non si fa con le pietre ma con una molteplice fatica (dal contadino al fornaio) tesa a dare cibo e vita agli uomini.

Gesù, che è venuto ad umanizzare l’uomo, non può e non vuole avallare questa via miracolistica e deresponsabilizzante…Dio non è un ponte che scavalca l’umano, è invece la strada per attraversarlo e gustarlo fino in fondo…

La terza tentazione per Luca è a Gerusalemme, meta di tutto il suo Evangelo e quindi anche della via anti-evangelica che il diavolo propone a Gesù. Questa tentazione a Gerusalemme è la suprema perché è la tentazione della “religione”: buttarsi giù dal Tempio può apparire un gesto che manifesta la grandezza e la potenza di Dio, un gesto che “rivelerebbe” la sua gloria! Il problema è che la gloria di Dio non è uno spettacolo stupefacente, la gloria di Dio è lo spettacolo della croce! Solo in quello spettacolo (Luca dirà “theorìa” cfr Lc 23,48) ci sarà la vera rivelazione di Dio! Anche per questa tentazione il diavolo la gioca sul dubbio della figliolanza…un uso, lo ripeto, strumentale del dubbio; perché il dubbio porti all’uso di Dio.

Il diavolo è sottile perché sa che chi usa Dio gli toglie il primato e la signoria, chi usa Dio (o pretende di farlo) lo cosifica, e proclama se stesso signore di tutto, perfino di Dio che usa come strumento per i propri fini.

Nella seconda tentazione Dio non è neanche nominato dal diavolo perché in questa tentazione egli vorrebbe sostituirsi a Dio davanti a Gesù, tanto che osa chiedergli adorazione! Una mostruosità senza fine: Dio in adorazione della perversione e del potere! Dinanzi a questa tentazione seducente ed inebriante di un potere senza limiti ma comprato con l’unica moneta che lo ottiene, l’“adorazione” del male, è Gesù che proclama il nome liberante di Dio, e ancora citando la Scrittura (cfr Dt 6, 13)…

Gesù vinse realmente le tentazioni perché veramente ebbe fame e pensò di soddisfarla saltando le fatiche degli uomini; veramente si sentì inebriare dalla visione di un potere inimmaginabile; veramente sentì bruciargli dentro la tentazione di usare Dio per soggiogare gli uomini…veramente sudò sangue dinanzi all’orrore della croce e di una morte che il mondo gli gridava “inutile” e “insensata”…

Gesù, con la forza dell’amore per il Padre e per gli uomini suoi fratelli, con l’amore per la Parola contenuta nelle Scritture attraversò la tentazione! E fu inizio del suo esodo, inizio della sua Pasqua! Per attraversare davvero la tentazione, infatti, Gesù alla fine morì sulla croce per amore del Padre e degli uomini; lì superò l’estrema tentazione di salvare se stesso con le sue mani e lo fece consegnandosi alle mani “invisibili” del Padre: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (cfr Lc 23, 46).

Attraversare le tentazioni è principio di esodo anche per noi…questo attraversamento sarà la nostra Pasqua. Gesù ci ha preceduti e ci ha aperto una strada. Come scriverà Agostino: “Ha vinto per no”.

Su quella sua vittoria iniziamo questa Quaresima per giungere all’esodo pasquale assieme a Gesù. Con Lui sarà possibile attraversare la nostra esistenza di uomini segnati dalla tentazione dell’autosufficienza e della gloria. Con Lui sarà possibile riaffermare il nostro essere figli consegnati alle mani del Padre. Con Lui, percorrendo le strade delle Scritture, opporremo al mondo i nostri “no” in quella lotta che ci salva perché  come diceva S. Antonio il Grande: “Chi non avrà conosciuto la tentazione non potrà entrare nel Regno dei cieli, togli la tentazione e nessuno si salverà”.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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