Epifania del Signore (Anno C) – La sapienza dei Magi

 

SAPER CREDERE AI SOGNI

 

Is 60, 1-6; Sal 71; Ef 3, 2-3.5-6; Mt 2, 1-12

 

Il primo giorno dell’anno, nell’Ottava del Natale, abbiamo celebrato la circoncisione di Gesù, segno nella sua carne dell’appartenenza ad Israele, al popolo santo di Dio, scelto tra tutti i popoli per essere luogo della Rivelazione, per essere destinatario della Parola che salva e racconta Dio, per essere terreno dell’avvento nella carne di quella stessa Parola.

Il Messia di Israele però è luce per tutti i popoli, la Parola ha piantato in Israele la sua tenda ma per essere capace, da lì, di raggiungere tutti gli uomini. L’Epifania rivela, potremmo dire, la vocazione più autentica di Israele: essere luogo dell’irradiazione di Dio per tutte le genti; nessuna vocazione è per se stessi, ogni vocazione è certamente un’elezione, ma destinata agli altri, al mondo che è oggetto dell’amore di Dio e che provvede a tutti chiamando uno o alcuni.

L’oracolo del Terzo Isaia che oggi si proclama lo dice ben chiaro: «Cammineranno i popoli alla tua luce»; c’è una luce di cui Israele è rivestito e che sarà guida per tutti i popoli che, giunti all’incontro, proclamano la gloria del Signore, proclamano cioè la sua presenza concreta e salvifica nella loro vita, nella loro storia. Certamente Matteo ha tenuto sullo sfondo della sua riflessione questo oracolo per poter scrivere il racconto della vicenda dei Magi. Un racconto che dilata la luce del Natale e ci mostra che quella luce non vuole avere confini. Guai a chi presume di poter possedere Dio ed il suo Messia, guai ad una Chiesa chiusa nei suoi possessi e nella sua presunzione di unica “padrona” della salvezza! Dio è più grande di ogni confine, sia pure ecclesiale!

I Magi sono i grandi protagonisti di questa splendente “macrotymìa” di Dio, cioè del suo guardare e sentire in grande! Il Signore “scomoda” i cieli a causa di questo suo sguardo che va lontano … “chiama” una stella perché vada a “chiamare” i Magi … scomoda i cieli perché sa che quegli uomini lontani scrutano i cieli; i cieli sono cioè il solo libro su cui essi possono leggere la novità della salvezza. E questi sapienti, scrutando i cieli, trovano lì il segno che Dio aveva inviato loro.
Sant’Alfonso nella sua nenia natalizia “Quanno nascette ninno” scrive:
«Maje le stelle lustre e belle se vedettero accusì
e ‘a cchiù lucente
iette a chiammà li Magge all’Uriente»

(“Mai si videro le stelle così splendenti e belle e la più lucente andò a chiamare i Magi dall’Oriente”)
… bellissima questa immagine della stella che “va a chiamare”: il Signore fa diventare il creato luogo della vocazione di questi uomini!
E i Magi partono per seguire una stella … un’immagine anche questa potente, provocatoria per le nostre prudenze mondane … i Magi ci insegnano la via dell’“oltre”, la via di una “alterità” vertiginosa: la loro sapienza non li ha imprigionati nelle reti del raziocinio, dei calcoli e del buon-senso; la loro è vera sapienza, quella contagiata da Dio e non dal mondo. I Magi ci mostrano come questa sapienza di Dio, questa sapienza che è saper leggere la vita e la storia fino in fondo, senza catene, in piena libertà, appartiene a tutti gli uomini.
Sì, perché l’uomo, fatto ad immagine di Dio, sente l’appello in sé di questa sapienza altra; il problema è che troppo spesso si fa imprigionare da altre sapienze che si travestono di sensatezza e di equilibrio, di prudenza e di verità mentre, in realtà, esse sono insensate, squilibrate, incatenate e menzognere.

I Magi no! Per tutto il racconto di Matteo appaiono sovranamente liberi e capaci di credere alla luce di una stella, ed ai sogni … così raggiungono Dio e la sua gioia; scrive infatti Matteo che quando rivedono la stella sopra il luogo in cui trovano Gesù, «gioirono di gioia grande».

In questi giorni per ben due volte ho dovuto sentire sulle labbra di uomini di Chiesa risuonare la parola “sognatore” con disprezzo e sufficienza! Che tristezza! Che lontananza dall’Evangelo! Pensiamoci: ma Gesù, che pure chiamiamo Signore, non è stato il più grande “sognatore” della storia? Lui ha sognato un umanità libera e amante, tanto amante da essere libera, e tanto libera da amare senza confini! Ha sognato che noi uomini potessimo dare la vita con Lui per questo sogno di un uomo nuovo!

I Magi sono meravigliosi perché credono ad un sogno più che alle parole melliflue di un re potente ed arrogante; credono più alla luce della stella che agli sfolgorii della corte di Erode; e credono infine più ad una stella che alla loro fatica.
I Magi sono straordinari perché credono alla Parola che a Gerusalemme viene detta loro e senza la quale non potrebbero giungere all’incontro vero con Dio; sono straordinari perché credono a degli “evangelizzatori” (mi si perdoni l’ardire) molto poco credibili in quanto dicono che è a Betlemme che bisogna andare ma loro stessi non si muovono dalla loro comoda “poltrona” in città! I Magi no! Non sono così! Sono partiti, hanno faticato, hanno sperato finché sono giunti in quella terra di Israele che aveva la sua vocazione ad essere terreno dell’avvento di Dio per tutti gli uomini; con la loro “sapienza” permettono ad Israele di realizzare la sua vocazione; anche se gli scribi di Erode non lo sanno, grazie ai Magi, essi adempiono alla loro vocazione: indicare alle genti il luogo di Dio!

L’Epifania, allora, mentre dilata all’estremo i confini della salvezza ricordandoci che la carne di Dio è la carne di tutti gli uomini, di ogni uomo, ci insegna una via di sapienza e di libertà: nessuna bellezza che sogniamo deve essere schiacciata e coperta da calcoli o buon-senso, nessun sogno di “oltre” può essere deriso o disprezzato perché così facendo si deride e disprezza Dio.

Per i sogni si lotta, e grazie ad i sogni si vola alto!
Solo i veri sognatori sanno poi aprire a Dio e agli uomini i loro tesori, quello che hanno di più prezioso, perché sia usato da Dio, dato a tutti gli uomini.

La manifestazione di Dio rende gli uomini capaci di donarsi, di sognare ancora e più radicalmente, di adorare; rende capaci di imboccare altre vie, cioè vie altrePer un’altra via fecero ritorno al loro paese»!)

E’ l’esito del Natale!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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XXVIII Domenica del tempo Ordinario (B) – Le nostre cose

 

UNA DIGA TRA NOI E LA GIOIA VERA

 

Sap 7, 7-11; Sal 89; Eb 4, 12-13; Mc 10, 17-30

 

Che cosa è seguire Gesù? Cosa è seguirlo in modo radicale, in fondo l’unico vero modo di seguirlo, dando a Lui un primato che rende capaci di “vendere” il resto?

Il passo di Marco di questa domenica, il celebre – e a volte “abusato” – racconto del cosiddetto giovane ricco, ci pone dinanzi ad una richiesta di sequela che ha un esito drammatico, un esito fallimentare. Un esito che è tale perché tra il chiamato e Gesù che chiama si frappone un ostacolo grande, che diviene insormontabile: il possesso!

Se la “libido amandi trova la sua via di sequela nella fedeltà che canta il Dio fedele (lo sentivamo la scorsa domenica circa la via coniugale!), la “libido possidendi” può trovare la sua via di sequela nella condivisione («Vendi […] e dallo ai poveri») e nel volgere le spalle a ciò che, nel possesso, chiede all’uomo sempre di più. Sì, è così: le cose possedute chiedono sempre di più, e non chiedono cose ma chiedono all’uomo se stesso!
Domenica prossima potremo vedere che esito ha nella sequela la “libido dominandi”.

Il giovane protagonista del racconto di Marco si accosta a Gesù per essere rassicurato e per avere un “da fare”, con lo scopo di ottenere la vita eterna, il premio di Dio…
La sua domanda, per quanto “religiosa”, mostra a Gesù un cuore che sarebbe bello plasmare verso la verità dell’uomo e verso la verità di Dio. Gesù vede in lui una possibilità di vita piena, vede in lui la possibilità di costruire, certo non senza fatiche, un uomo nuovo! Gesù ama le sfide, soprattutto quando oggetto di queste sfide è il credere alle meravigliose possibilità di bello che abitano l’uomo! Il problema è che tra il “sogno” di Cristo ed il profondo di questo ragazzo si frappone qualcosa di terribile, una “diga” che il giovane non vuole abbattere, e che Gesù non può abbattere. E’ la “diga” delle “proprie cose”…lo sguardo d’amore di Gesù si posa su di lui, ma non lo smuove, anzi, forse, lo indurisce ed inasprisce.

Ci pare quasi di sentire il silenzio profondo su cui si posa quello sguardo amoroso, e quelle parole di proposta di Gesù: «Va’, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». A questo punto, quel silenzio amoroso diviene silenzio mortale in cui risuonano non più parole, domande, ricerche ma solo i passi all’indietro, certo imbarazzati, ma purtroppo sicuri di quel “bravo ragazzo”…
Gesù ha chiesto troppo…e poi quel tesoro in cielo! I tesori devono stare nei forzieri dei ricchi, e non in un imprecisato e impalpabile cielo…

Il dramma di questa scena evangelica sta in quella tristezza che invade tutta la vita di quel giovane.
Aveva chiesto delle cose “da fare”, ed in fondo Gesù gliele ha dette; ma quelle cose “da fare” non sono quelle che si aspettava; non sono adempimenti passeggeri e precetti che, una volta compiuti, poi lasciano tutto come prima…no! Sono cose che mettono radici, che trasformano, che vogliono coraggi “per sempre”…
Lui non può accettarle perché presuppongono un perdere quello che ha, quello che possiede, quello che incredibilmente ora è la sua identità e la sua sicurezza! Gesù gli offre un’altra identità ed un’altra sicurezza: ma l’amore di Gesù non è stato sufficiente a staccarlo dal suo amore per le sue certezze; il giovane preferisce la tristezza di una vita comoda alla gioia di una vita libera, sensata, alla sequela di Gesù!
In fondo preferisce la sabbia e il fango di cui parla la prima lettura nel Libro della Sapienza opponendoli alla Sapienza…

Questo “bravo ragazzo” è perfettamente il contrario di quei bambini che appaiono nel passo precedente che chiudeva l’Evangelo della scorsa domenica; Gesù li abbracciava e loro si lasciavano abbracciare, e di loro Gesù aveva detto che il Regno appartiene a chi è come quei bambini: chi accoglie il Regno come quei bambini è accolto nel Regno…

Questo giovane non è così: non accoglie il Regno perché non si lascia abbracciare dall’amore di Gesù. Resta solo, è triste…magari il mondo lo crederà felice perché ha molte ricchezze, ma queste faranno sempre diga tra lui e la gioia vera. Certamente quella tristezza si riverbera anche su Gesù; il testo non lo dice in modo esplicito ma ce lo fa intuire: Gesù volge lo sguardo attorno sui suoi discepoli, forse per trovare conforto per l’amore rifiutato, forse per contemplare quelli che l’amore lo stavano accettando. A loro leva un lamento che è constatazione di una verità: Quanto difficilmente entreranno nel Regno dei cieli quelli che hanno ricchezze…

Credo, come scrive Enzo Bianchi nel suo commento a questa pagina di Marco, che bisogna fermarsi qui perché ogni commento a questa parola di Gesù rischia di diventare casistica o addolcimento permissivo…Resti così questa parola, cruda nella sua forza, e sferzi i nostri cuori ricchi, le nostre vite ancora e sempre troppo opulente. Dinanzi a questa parola rimaniamo come i discepoli: sbigottiti, imbarazzati…tutti!… Anche quelli che hanno fatto scelte radicali; il pensiero corre ai mille attaccamenti, alle mille sicurezze che ciascuno si è edificate; la domanda allora è forte: Chi mai potrà salvarsi?

La risposta di Gesù è certo consolante, ma non deresponsabilizzante: E’ impossibile presso gli uomini ma non presso Dio. Perché nulla è impossibile presso Dio… Il testo greco dice “parà theô” e “parà” significa accanto, “vicino”; insomma si tratta di dove si vuole condurre la propria vita, vicino a chi: se la voglio vivere accanto alle mie “ricchezze” e “sicurezze” è un conto; se la voglio vivere accanto al Dio che è il Padre di Gesù Cristo, le cose cambiano, e tutto diviene possibile perchè «Tutto posso in colui che mi dà forza» (cfr Fil 4, 13).

La domanda di Pietro («Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, cosa avremo in cambio?») può sembrare presuntuosa ma, in realtà, è una domanda umanissima a cui però, come sempre, Gesù corregge il tiro: non si tratta di ricevere una ricompensa per qualcosa che si è lasciato, ma si tratta di accogliere una fecondità piena della sequela; il centuplo che Gesù promette non è tanto una ricompensa, un ricevere indietro quel che si è dato con abbondanti interessi…no! E’, invece, un constatare che ogni dono è fecondo e moltiplica l’Evangelo, e moltiplica la fraternità, la paternità, la maternità, la gioia. Pietro e gli altri lo constateranno: prima pescavano pesci in un lago, poi pescheranno uomini dall’oceano del mondo; prima avevano solo dei fratelli secondo la carne (non è un caso che i primi chiamati sono due coppie di fratelli!) ma l’Evangelo moltiplicherà quella fraternità, e più sarà moltiplicata e più la gioia ed il senso cresceranno; certo, assieme cresceranno anche le fatiche e anche le incomprensioni e perfino le persecuzioni. Gesù non dissimula il male, mai.

Seguirlo non è una gloriosa ascesa, è lotta gioiosa ma piena di inciampi che provengono da dentro di noi e da fuori; quelli di fuori sono le persecuzioni che si scatenano dinanzi all’alterità degli uomini dell’Evangelo, dinanzi a chi contraddice il mondo che vuole ricchezze e le mette in cima al “desiderabile” e che per esse è disposto a tutto.

Il discepolo povero e disarmato è osteggiato perché mostra disprezzo per ciò che il mondo sommamente apprezza e persegue, è osteggiato e perseguitato perché partecipa alla via del suo Signore osteggiato e perseguitato dal mondo ingiusto.

Per il giovane ricco la fecondità della sequela ha questo prezzo troppo alto, e per non pagarlo preferisce “affogare” nella tristezza!
Seguire Gesù è costoso, ma è via di gioia e di libertà! Sì, libertà!
Chi è più libero di chi liberamente dona, di chi sceglie di essere lì dove Gesù lo chiama?

Il Regno è fecondo e rende fecondi…ma non come il mondo pensa…
E noi come pensiamo?
A Pietro Gesù, un po’ prima, aveva detto: «Tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini!» (cfr Mc 8, 33).

La sequela è questione di pensare secondo Dio!




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XVII Domenica del Tempo Ordinario – Entrare in possesso del tesoro


….E PERDERE TUTTO IL RESTO!

1Re 3, 5.7-12; Sal 118 Rm 8, 28-30; Mt 13, 44-52

 

tesoro_nel_campoAncora parabole… se il Regno è venuto a noi in Gesù Cristo, se noi abbiamo riconosciuto che questo Regno di Dio è davvero venuto a noi in Lui, se abbiamo coscienza che nulla di più grande e di più bello ci poteva capitare, cosa facciamo dinanzi a questo Regno?
Come lo accogliamo?
Che “prezzo” siamo disposti a pagare perché questo Regno sia davvero nostro, sia davvero l’orizzonte su cui si dipana la nostra intera esistenza?

Le parabole di oggi sono parole che hanno uno scopo “duro”: non lasciarci tranquilli! Ci soffermiamo sulle prime due parabole, perché la terza – quella della rete – ripropone un po’ i temi della parabola della zizzania: se la rete è la Chiesa, essa raccoglie pesci buoni e cattivi e si deve aspettare la fine della storia perché avvenga la cernita! Le prime due parabole, quella del tesoro nascosto e quella della perla preziosa, risuonano per farci sentire parole che ci inquietino, che ci pongano le grandi domande sull’oggi della nostra vita credente. Sono domande “pericolose” per l’uomo vecchio!

Siamo forse gente che si accontenta di un Regno “per sentito dire”, ma che non è disposta a pagare un “prezzo” per conquistarlo, per farlo suo definitivamente e radicalmente?
E’ una domanda che ci scomoda perché troppe volte siamo tentati di mediocrità; troppo spesso siamo tentati di pensare che ci basta sapere che c’è un campo con un tesoro prezioso, che quel tesoro esista…ci accontentiamo di sapere che la perla preziosa esiste, e che qualcuno pure ce l’ha…e noi?
Ci può capitare – e Dio ce ne liberi! – di smettere di lottare per conquistare il terreno, per acquistare la perla.

Il Cristiano, si badi bene, non è un illuso, un avventuriero che ha sentito che c’è un tesoro o che esiste una perla preziosissima, e perde tutto per una chimera…
Il cristiano è uno che il tesoro l’ha trovato, ha faticato e ha scavato finché ha trovato un campo in cui quel tesoro c’è…
E’ uno che ha girato, ha viaggiato e la perla di grande valore l’ha trovata.
Il suo problema ora è acquistare il campo in cui il tesoro è stato trovato; il problema è, cioè, entrare davvero in possesso del tesoro…avere ciò che occorre per acquistare la perla. Chi non lotta per acquistare il terreno, chi non fatica per poter acquistare la perla, mi sa che è uno che il tesoro e la perla non li ha trovati!

Se osserviamo gli uomini nostri fratelli (se osserviamo noi stessi) ci accorgiamo che si è disposti ad enormi sacrifici per le cose che piacciono, per le cose che appagano, per le cose ritenute necessarie, “irrinunciabili”!
Riguardo alle cose di Dio, invece, si perde tanto tempo, si pensa che si possano rimandare all’infinito… se il tesoro è tesoro, se la perla è perla ed è preziosissima, basta perdere tempo e giocare con la vita…basta mettere il superfluo ed il passeggero prima di ciò che conta, di ciò che dà senso, di ciò che dona bellezza alle nostre vite!

Per il Regno, tesoro prezioso, perla rarissima, vale la pena perdere tutto il resto!

Le parabole ci inquietano perché ci mettono dinanzi ad una scelta radicale: rinunziare a tutto il resto per acquistare ciò che ora sappiamo che davvero conta.

Gesù ha già detto che per il Regno vale la pena perdere, e non delle cose, ma la propria vita: “Chi perde la sua vita per il Regno dei cieli la troverà, mentre chi la vuole salvare la perderà (cfr Mt 10, 39)…
Ha già detto nel Discorso sul monte che per il Regno vale la pena perdere perfino la propria integrità fisica: meglio cavarsi un occhio o perdere un braccio o un piede se queste membra nobili ed utili del nostro corpo si oppongono al Regno (cfr Mt 5, 29).

Il Regno dei cieli non è una realtà solo escatologica; il Regno dei cieli è realtà che già inizia qui, nella nostra storia…
Il Regno cambia il volto delle relazioni tra gli uomini, e cambia il volto delle relazioni tra gli uomini ed il creato…il Regno di Dio è dare un vero primato a Dio e alla sua Parola, alle sue vie e ai suoi sogni, primato sulle nostre parole, sulle nostre vie e sui nostri sogni…
Il Regno di Dio trasforma la faccia della terra, ed è quanto Gesù è venuto a compiere con la sua vita, le sue Parole e la sua offerta totale…
Il Regno di Dio offre pace e senso alla vita dell’umanità… ha bisogno, però, di uomini e donne capaci di pagarne il prezzo per poterlo vivere e costruire…

Chi vive il Regno di Dio spalanca davanti agli altri uomini una possibilità tangibile di bellezza e carità…
Il Regno dei cieli è Gesù che prende ancora carne in noi e nella nostra concretissima vita quotidiana…per questa “incarnazione” vale la pena vendere il resto.
E’ quanto le parabole di oggi ci “gridano” con forza e con sicurezza.

Noi ne siamo convinti?

C’è poi un’altra faccia delle due parabole che ci presenta un rischio ancora maggiore!
Sapete quale? Il rischio di essere, come credenti, non come il contadino che trova il tesoro o il mercante che trova la perla – e poi fanno di tutto per far propri tesoro e perla –, ma come il proprietario di quel terreno che non sa, o ha dimenticato, che c’è un tesoro nel suo campo, o come il proprietario stolto e assuefatto di quella perla che non si rende conto di ciò che possiede!
Il rischio è di svendere il terreno col tesoro, di svendere la perla…il rischio cioè di essere gente tanto sicura dei propri possessi da perdere, da svendere quel che davvero conta.

Il Signore ce ne guardi!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XIX Domenica del Tempo Ordinario – Nell’ora che non pensate

COGLIERE NELL’OGGI IL TEMPO DI GRAZIA

 Sap 18,3.6-9; Sal 32; Eb 11, 1-2.8-19; Lc 12, 32-48

 

L’Evangelo di questa domenica è il seguito di quello della scorsa settimana, ed il tema rimane sempre quello dell’atteggiamento del discepolo circa le priorità.

Fare la scelta di fidarsi davvero di Dio e delle logiche del Regno produce certamente un effetto “setaccio”, e c’è il “rischio” di restare piccolo gregge; la proposta radicale, compromettente dell’Evangelo di Gesù genera di certo una riduzione … c’è poco da fare: si resta in pochi. Il piccolo gregge non è però una “casta” chiusa … al piccolo gregge appartengono uomini e donne di ogni ambiente ecclesiale, il piccolo gregge è trasversale: si tratta della categoria del “resto di Israele” reinterpretata dall’Evangelo. Questo “resto” si troverà in tutti gli ambiti della vita ecclesiale: ci sarà un “resto” tra il clero, un “resto” tra i monaci, un resto tra i religiosi, ci sarà un “resto” tra quelli che sono impegnati per l’Evangelo, ci sarà un “resto” perfino tra quelli che lottano per la giustizia e per l’umanità e che sono fuori dalla Chiesa … ci sarà certo un “resto” fatto di quelli che, nella Chiesa, decidono davvero non per un’appartenenza “da religione”, ma per un’ appartenenza esistenziale e compromettente, senza mezze misure e disposti a pagare un “alto prezzo”!    Questo “resto” non deve temere, dice Gesù, perché il Regno è nelle loro mani … il mondo certo riderà di questo “resto”, lo prenderà per uno sparuto drappello di illusi, di sconfitti, di perdenti, magari di deboli … in realtà questo “resto”, questo piccolo gregge, sarà via di una nuova umanità.

 Appartiene a questo piccolo gregge colui il quale sa dove sono le priorità, e non si isola … resta tra gli uomini, lì dove gli uomini dibattono, lottano e si scontrano quotidianamente … lì, nella polis il piccolo gregge custodisce le vie del Regno che, apparentemente perdenti, torneranno poi a vantaggio di tutti.

Il piccolo gregge non deve aver paura di essere minoranza: non ne deve aver paura perché quando si ha paura di essere minoranza si inizia a puntare sui “numeri” per diventare maggioranza, per diventare folla … e Gesù non ci ha promesso le folle! Quando si vogliono le folle grande è il rischio (ed è reale!) che si svenda l’Evangelo … e non bisogna fare uno sforzo per immaginare uno scenario del genere, perché questo già è avvenuto troppe volte nella vita della Chiesa … Se sappiamo invece leggere la storia della Chiesa ci accorgiamo che sono sempre stati i piccoli greggi a custodire il soffio dello Spirito, i sogni di ulteriore, la novità graffiante e scomoda dell’Evangelo … Sono stati sempre i piccoli greggi a lottare per le vere riforme della Chiesa …

Vendere, dare in elemosina, svuotare le borse sono azioni che non convincono … per farle bisogna che ci si fidi, bisogna mettersi sulle orme di chi davvero si è fidato di Dio, e la Lettera agli Ebrei nel suo celebre undicesimo capitolo ci elenca dei modelli di fede: uomini e donne che si sono fidati, e per questo hanno vissuto e fatto l’”impossibile”. Per fare quelle azioni di spoliazione e di decentramento è necessario fidarsi di un altro tesoro … sì, un tesoro … l’uomo ha bisogno sempre di un tesoro per poter dare la vita! Il problema è trovare tesori che non invecchiano, che non si consumano e che non consumano chi li possiede. L’unico “tesoro” che ha queste caratteristiche è il “tesoro” del Regno, è il “tesoro” che ha il volto di Cristo … per Lui vale la pena “vendere”, “perdere”, fare della propria vita un’attesa ed un luogo di speranza.

Come si dà la vita?

Alimentando il “dono” con la speranza che è una virtù per il futuro … ed ecco che Gesù racconta le due parabole sulla vigilanza, e poi ne aggiunge una terza, quella del padrone che ritarda, per far comprendere bene che la speranza vigilante non esime dal vivere il presente con piena responsabilità.

Nelle prime due Gesù dichiara che c’è un futuro di Dio che è imprevedibile, e per il quale bisogna essere pronti, e soprattutto bisogna avere lo sguardo puntato all’“oltre” … se ci si ferma a quel che banalmente appare si resta intrappolati in letture miopi e limitate della storia.

Questa venuta del Figlio dell’uomo nell’ora che non pensate non è un invito a pensare alla morte (che certo, pure, è un accadimento imprevedibile!), ma un invito a saper leggere la venuta del Figlio dell’uomo nel quotidiano del vivere, a saper leggere quelle occasioni in cui il Regno va colto con le sue domande, con le sue urgenze vere, le sue esigenze senza sconti … E’ invito, cioè, a cogliere nell’oggi il “kairós”, il “tempo opportuno”, il “tempo di grazia” che può attraversare il “krónos” che scorre … quel “krónos”, quel tempo materiale nel quale si può vivere con le lucerne spente e il cuore assopito o ubriaco … quel “krónos” che può essere vissuto solo per se stessi (come il servo della terza parabola che è capace solo di angariare i suoi con-servi), o può essere vissuto per il Signore che viene e che verrà!

C’è una condizione che conduce alla vera vigilanza (e che poi sarà anche il “metro” del giudizio di Dio!): la conoscenza di Lui. Come sempre: chi conosce si è sentito amato, chi ha provato su di sè l’amore ama, e chi ama dona senso alla propria vita ed alla storia.

Conoscere” Dio e la sua volontà è, alla fine, “conoscere” Gesù! E’ aver sperimentato che Lui è vivente e operante nelle nostre vite! Da questa “conoscenza” scaturisce la capacità di vigilare, di cogliere cioè i suoi passaggi tra di noi; anzi di desiderare quei suoi passaggi che compromettono.

Chi è “ubriaco” di sé, chi è “ubriaco” di possesso, non guarderà mai verso l’orizzonte e non si accorgerà che il “kairós” di Dio non solo viene, ma anche lo cerca proponendo vie di giustizia e di vera umanità. E non solo queste vie le mostra, ma dona anche la capacità e la forza per percorrerle!

Il piccolo gregge è allora fatto di uomini e donne capaci di futuro, uomini e donne compromessi e quindi con le “mani sporche” per la storia e nella storia; il piccolo gregge non è asettico ed impermeabile! No! Nessuna evasione per vigilare, ma piuttosto sguardo fisso all’oltre e mani impastate con la storia!

Gesù di Nazareth, nostro Signore, visse così!

Lui crede davvero che noi possiamo fare lo stesso!   

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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