II Domenica di Pasqua (B) – A porte chiuse

 

Apparizione a porte chiuse - Duccio di Buoninsegna (Maestà del Duomo di Siena)

Apparizione a porte chiuse – Duccio di Buoninsegna (Maestà del Duomo di Siena)

DENTRO LE NOSTRE PAURE

 

At 4, 32-35; Sal 117; 1Gv 5, 1-6; Gv 20, 19-31

 

Ciò che sconfigge il mondo è la nostra fede! Così ha detto Giovanni nel passo della sua Prima lettera che oggi si legge. Il mondo è arrogante, il mondo è autosufficiente, il mondo ha le sue regole razionali e di buon-senso, il mondo si fida di se stesso. Si comprende che, se questo è l’“identikit” del mondo, ciò che si oppone al mondo è la fede, perchè credere significa deporre ogni arroganza, se la fede è vera fede e non sistema di potere e di prevaricazione; credere significa fare il salto oltre il razionale ed il buon-senso; credere è mettere fiducia in un Altro!

La fede che vince il mondo per Giovanni non è una fede generica in un Dio generico, o peggio in un “qualcosa” di superiore; si tratta invece della fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio inviato dal Padre, che è venuto nel mondo e ha parlato al mondo con tutta la sua vicenda: dall’acqua al sangue, cioè dal Battesimo al Giordano, fino al sangue del Golgotha.
Non solo con l’acqua, che richiama la sua vicenda pre-pasquale, ma anche con il sangue che narra la sua vicenda di Pasqua fatta di morte e risurrezione; di questo mistero unitario di Cristo è testimone lo Spirito che è verità.
Non accogliere questo mistero è rimanere con le porte chiuse dinanzi alla testimonianza dello Spirito, testimonianza che ora passa necessariamente per la Chiesa radunata dal Risorto.

Nel sommario di Atti che oggi si legge nella liturgia, la Chiesa è testimone della Risurrezione con una vita fatta di condivisione vera e radicale. E’ come se Luca qui ci volesse dire che senza questa condivisione concreta di beni non si narra la fiducia in Dio, non si narra di un Dio affidabile cui consegnare la propria esistenza. Chi non condivide è ancora uno che si fida di sè, delle proprie cose, del proprio possedere…si fida di ciò che ha, perchè questo lo mette al sicuro. Insomma chi non condivide dice ancora il suo “amen” alle cose e non al Risorto, che ha vinto il mondo.

La celeberrima scena del Cenacolo che oggi si legge si colloca alla sera del giorno di Pasqua e all’ottavo giorno.
Ci sono porte chiuse
Queste porte chiuse ricevono Gesù risorto al proprio interno: il Risorto va a visitare le prigioni che gli uomini si creano con le loro paure; il Risorto va a visitare il mondo che tiene nelle sue braccia – ben stretti – coloro che appartengono al Cristo («erano tuoi e li hai dati a me» cfr Gv 17, 6): la loro arroganza, la loro razionalità, il  buon-senso, il fidarsi solo di se stessi ha impedito loro di accogliere l’Evangelo annunziato da Maria di Magdala fin dal mattino di quel “giorno uno” (cfr Gv 20, 1ss).
Ed eccoli lì, ancora dietro le porte chiuse della loro autosufficienza aggravata da una buona dose di paura. sì, la paura…è una delle armi migliori del mondo: il tentatore sa che deve far entrare in scena la paura per vincere i discepoli, per vincere gli uomini…

E Gesù? Gesù entra a porte chiuse
Entra cioè in quell’inferno chiuso delle loro angosce, delle loro paure ed autosufficienze; e quando Lui entra quello spazio chiuso si riempie di bellezza: pace, gioia, misericordia… inizio di un mondo nuovo!
Lui entra, e soffia da Creatore e ri-Creatore; va a condividere quelle porte chiuse che dopo potranno spalancarsi, perchè ormai dentro ci sono uomini trasformati, uomini testimoni di vita e non più di paura.

Tommaso, che era assente nel giorno di Pasqua, era rintanato in porte chiuse tutte e solo sue; in porte tanto chiuse da non prevedere neanche la presenza degli altri “condiscepoli” (cfr Gv 11, 16): è il primo peccato di Tommaso; è la sua prima mancanza di fede, per cui non riesce a vincere il mondo. Tommaso non crede all’umanissima forza dello stare assieme nella fraternità: in quella sera di Pasqua è solo perché si fida solo di se stesso.

Gli altri, usciti dalla loro tenebra di paura e di autosufficienza, cercano di strapparlo dalla sua tenebra: non ci riescono. Giovanni scrive infatti che essi «gli dicevano: Abbiamo visto il Signore!», e usa il verbo all’imperfetto per dire che la loro testimonianza a Tommaso non fu un momento, non fu una parola veloce e fugace: glielo ripetevano con amore, con la forza dello Spirito, glielo dicevano nella pace, con la dolcezza della misericordia: il Risorto infatti aveva dato loro il compito di perdonare

Tommaso, però, è troppo asserragliato nelle sue porte chiuse
Solo se entra Gesù in quelle porte chiuse tutto cambia…e così Gesù, che sa che nella Chiesa c’è anche Tommaso, che nella Chiesa ci sono anche quei cuori più duri degli altri, entra nelle porte chiuse di Tommaso.
Giovanni, con profondità, scrive che Gesù entra di nuovo a porte chiuse, e sono solo quelle di Tommaso; gli altri infatti sono liberi…
Solo per Tommaso Gesù rifà tutto: annunzia la pace e spalanca a lui le sue ferite perchè, come aveva chiesto, lo tocchi, e dia soddisfazione alla sua insana e folle voglia di prove tangibili…
Quando però Gesù è dentro, tutto si “scioglie”…povero Tommaso! Non tocca nulla, non asseconda più il mondo che lo abitava e lo rendeva prigioniero. Dice solo poche parole, che sono la confessione di fede in Gesù più grande dell’Evangelo: «O Kyriós mou kaì o theós mou» (Signore mio e Dio mio).

Gesù non va a prendersi una rivincita. Gesù, paradossalmente, “gli obbedisce” affinché in lui possa sorgere l’obbedienza. Fiorisce lì l’estrema beatitudine dell’Evangelo: «Beati quelli che hanno creduto senza vedere».

Il Risorto chiede la fede, la fede e basta! Solo così i suoi discepoli potranno vincere il mondo.

Tommaso poteva essere il primo di noi, che abbiamo creduto e crediamo senza vedere (cfr 1Pt 1, 8), ed invece ha voluto essere l’ultimo di quelli che hanno visto e danno testimonianza a noi…
Poteva essere la primizia della Chiesa della pura fede, senza nulla aver visto; è stato invece l’ultimo frutto della fede che scaturisce dall’incontro con il Risorto…

Cristo ha accolto questa via di Tommaso, e vi ha acconsentito. Noi oggi fondiamo la nostra fede anche sulla sua testimonianza a cui l’Evangelo attribuisce quel vertice di consapevolezza: Gesù è Signore e Dio!
La sua testimonianza, che è colma della tenerezza di un incontro personale (Signore mio e Dio mio): le piaghe del Crocefisso sono andate a cercarlo nella sua incredulità; il Signore conosceva il suo cuore, le sue domande, le sue fragilità, il suo peccato e gli ha aperto ancora le piaghe della Passione perchè Tommaso potesse trovarvi rifugio, e da lì, rifiorire e ridivenire Apostolo con gli altri Apostoli.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

III Domenica di Avvento (B) – Mai credibili senza gioia!

 

TESTIMONI DI UNA PRESENZA

 Is 61, 1-2.10-11; Cant. Lc 1, 46-50.53-54; 1Ts 5, 16-24; Gv 1, 6-8.19-28

 

Icona di S. Giovanni Battista, Monastero di Visovi Decani -  Serbia (XIV sec.)

Icona di S. Giovanni Battista, Monastero di Visovi Decani – Serbia (XIV sec.)

L’Avvento certo è tempo di attesa ma di un’attesa nella gioiasiamo alla domenica “Gaudete”, detta così dall’incipit dell’Antifona di ingresso tratta dalla Lettera ai cristiani di Filippi di Paolo: “Rallegratevi sempre nel Signore, ve lo ripeto, rallegratevi” (cfr Fil 4, 4-5), e tutto è pervaso da questo senso di gioia: il rosaceo dei paramenti che oggi si indossano per la liturgia ci mostra il colore dell’aurora di quel giorno nuovo e pieno di luce verso cui la storia è incamminata, il giorno del Signore che viene.

La Chiesa è chiamata sempre a mostrare questa gioia, una gioia che ha radici salde nell’evento Gesù, e che ha le ali forti della speranza che la conducono verso quella meta luminosa che è il ritorno del Signore che tutto porterà a pienezza e compimento.

Il canto del Libro di Isaia, che è oggi la prima lettura, deve diventare canto della Chiesa: è lei che deve sapere con gioia che lo Spirito del Signore è sopra di lei e che è consacrata con l’unzione; è lei che solo così può portare l’evangelo agli uomini, soprattutto a quelli curvati e senza speranza; è lei che è rivestita di vesti di salvezza, che è salvata dalla misericordia di Colui che l’ha visitata e la visita, di Colui che verrà a dare volto di senso definitivo a tutta la storia.
La Chiesa può essere allora davvero sempre lieta, come scrive Paolo ai cristiani di Tessalonica e, in quella letizia, annunzierà la speranza, porterà la gioia alla terra ed indicherà Colui che è presente misteriosamente nell’oggi e che tornerà al momento stabilito.

La Chiesa oggi riceve un modello del suo stato di Avvento nella figura straordinaria del Battista: lo incontriamo nella pagina di Giovanni che costituisce l’Evangelo di questa domenica. Per il Quarto Evangelista il Battista non è tanto il Precursore (come nei sinottici) ma è il Testimone. Testimone di cosa? In primo luogo della fedeltà di Dio che mantiene le sue promesse; è dunque testimone della luce che è più forte delle tenebre che  in tanti giorni sembra che vincano; è testimone quindi di una presenza nascosta ma vera.

Dobbiamo dircelo nella verità: se noi, Chiesa di Cristo, non mostriamo al mondo il volto della gioia per aver incontrato Gesù il Messia, della gioia per aver sentito su di noi l’amore gratuito e preveniente di Dio che ci perdona, ci sana e ci dona, in Gesù, grazia e verità (cfr Gv 1, 17), non potremo annunziare la Lieta Notizia, l’Evangelo…non saremo mai credibili senza gioia!

La letizia a cui oggi la liturgia ci invita non è quell’allegria spensierata di chi non vede il male (o non gli interessa in quanto non lo tocca direttamente!), e gode di un passeggero benessere perché tutto al momento gli va bene. No! La letizia di cui si parla è qualcosa di profondo, che ha radici nella certezza di una presenza di Dio che ci accompagna e che ci sostiene sempre; che ci rafforza per attraversare il buio ed anche il dolore e perfino la morte; è la letizia di sapere che tutto ha un senso, e che la nostra stessa vita è incanalata nella verità e che quindi ha senso; è la letizia di sapere perché si vive, e di sapere perché morire; è la letizia di sapere la direzione del cammino da percorrere e per cui lottare.

Il Battista è un uomo certo austero, ma è un uomo di letizia perché è uno che sa tutte queste cose, le sperimenta e le proclama. Mi pare proprio che la pagina di Giovanni che abbiamo letto ci mostri proprio un uomo così: lieto nella certezza di essere nell’obbedienza alla sua vocazione, e lieto di gridare una presenza che va oltre ogni speranza.
Le sue parole oggi ci raggiungono e ci interpellano: In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete! 

Quante volte questo è drammaticamente vero e perfino nella vita della Chiesa!
Quanta povertà nelle nostre vite ecclesiali proprio per questo sonno della coscienza!
Noi cristiani viviamo – possiamo dirlo – “gomito a gomito” con Dio e non ce ne accorgiamo: Lui è presente, sta nel cuore dell’uomo (nel mio cuore!), sta negli eventi della storia, sta nell’esistenza quotidiana, sta negli incontri che facciamo, sta nella sua presenza eucaristica, sta nell’amore di tanti uomini e donne che lo cercano e lo mostrano con il loro amore che sa sporcarsi le mani… Se ce ne accorgessimo esploderebbe subito la gioia, quella vera…quella che è solo di Cristo (cfr Gv 15, 11); quella gioia che il Battista aveva nel cuore e che l’ha reso testimone dell’Avvento di Dio nel mondo!

Oggi la Chiesa deve ritrovare questo ruolo di annunziatrice della gioia con la gioia, di speranza con la speranza, di presenza di Dio, lasciandosi afferrare giorno per giorno da quella presenza che oggi salva, e che è promessa per il futuro.

Una Chiesa in continuo stato di Avvento è una Chiesa nella gioia!

             

 p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




Leggi anche:

SS. Apostoli Pietro e Paolo – Testimonianza e Profezia

  
SEGNO DELLA CHIESA

 

At 12, 1-11; Sal 35; 2Tm 4, 6-8.17-18; Mt 16, 13- 19

S. Pietro e S. Paolo

S. Pietro e S. Paolo

Ancora una liturgia “speciale” quest’anno, per la coincidenza della Solennità dei Santi Pietro e Paolo con il giorno di domenica. La memoria dei Santi Apostoli, colonne e fondamento della Chiesa, ci ricorda l’universalità e l’unità della Chiesa. Tutti e due hanno lottato e custodito questo volto della Chiesa.

Sia Pietro che Paolo hanno fatto della loro vita un annunzio “costoso” dell’Evangelo, hanno percorso migliaia di chilometri per far correre l’Evangelo per le strade del mondo.

Sia Pietro che Paolo hanno lottato contro le divisioni; ricordiamo come Paolo scrisse accorato ai cristiani di Corinto, stigmatizzando quelli che proclamavano: “Io sono di Paolo, io sono di Apollo, io di Cefa ed io di Cristo” (cfr 1Cor 1, 11-13)… E ricordiamo come Pietro sia stato chiamato da Cristo, proprio nel passo di Matteo che oggi si ascolta, ad essere roccia, pietra per la Chiesa. La comunità di Cristo, se smarrisce l’essere una, smarrisce ogni possibilità di solidità, dal momento che smarrendo l’unità smarrisce l’adesione vera al Dio Trino, che è unità nell’amore.

La memoria degli Apostoli e del loro martirio è allora non tanto occasione per fare un panegirico ai due santi e alle loro virtù, come si faceva una volta, ma occasione preziosa per riflettere ancora sulla Chiesa e sulla missione che essa ha nel mondo. Una missione che deve custodire, se vuole essere davvero Chiesa di Cristo.

I due Santi Apostoli, con le loro vite e le loro lotte, ci raccontano il “proprium” della vita della Chiesa, ci mostrano le vie che bisogna percorrere con loro per seguire quel Gesù che un giorno afferrò la loro vita (cfr Fil 3, 12) sulle rive del lago di Genesareth, sulla via di Damasco… Da quegli incontri iniziò la loro lotta per appartenergli per sempre, e per gridare al mondo la potenza salvifica della Croce e della Risurrezione di Gesù. I due Apostoli, nelle loro indubitabili diversità, sono fondamento della Chiesa di Cristo, colonne ed ulivi verdeggianti (cfr Ap 11,4), testimoni e profeti sulla cui parola e sulla cui testimonianza, data nel sangue, la Chiesa può camminare nei secoli, custodendo il deposito prezioso dell’Evangelo di Cristo.

I Santi Apostoli sono per noi un potente appello alla testimonianza e alla profezia.
Essere testimone significa per la Chiesa vivere una vita che significhi ciò che proclama, una vita conformata all’Evangelo, una vita che, dunque, scelga sempre di stare dalla parte  delle vittime e mai dalla parte dei carnefici.

Essere profeti significa rischiare di persona per dire “altro” al mondo, alla mondanità che sempre cerca di risucchiare i discepoli di Cristo; essere profeti significa ridire, in mondo credibile, la Parola di Dio agli uomini. In fondo essere testimoni ed essere profeti è lo stesso movimento di un’unica realtà: il primato di Cristo nella vita del credente. Si è testimoni e profeti solo se si è dato il primato assoluto al Cristo nella propria vita.

Paolo proclama con forza questa realtà della sua vita quando ai cristiani di Filippi scrive: “tutto io reputo una perdita difronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore; per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le ho giudicate spazzatura per guadagnare Cristo” (cfr Fil 3,8); nella vicenda di Pietro, invece, Gesù stesso dice una parola chiara e luminosa riguardo alla necessità assoluta di questo primato: “Mi ami tu più di tutto?” (cfr Gv 21, 15). Solo se Pietro darà un vero primato a Cristo potrà essere pastore e segno di unità per la Chiesa; solo se darà questo vero primato a Cristo potrà fare autentica unità accogliendo le diversità; solo se darà questo primato a Cristo potrà salire sulla croce assieme a Lui e per Lui.

Pietro e Paolo sono colonne nella Chiesa per questo primato che genera profezia e testimonianza per il mondo. Pietro e Paolo chiedono ai cristiani singolarmente di entrare in quel “resto” di uomini e donne che, dando (per davvero, e non con belle parole o belle proclamazioni di intenti!) il primato a Gesù, il Crocefisso Risorto nella loro vita, sanno essere parola di profezia, perchè testimoni non solo per il mondo ma anche per la Chiesa stessa!

Paolo ebbe questo coraggio e questa autorevolezza quando si fece profeta presso lo stesso Pietro, tentato di omologazione e di acquiescenza verso la parte più “forte”… Ad Antiochia Paolo, infatti, ebbe la forza di opporsi alle vie mondane che tentarono Pietro che stava “tergiversando l’Evangelo” (cfr Gal 2, 11-13). E’ la parresìa che occorre nella vita della Chiesa…una parresìa che non si nutre nè di timori nè di servilismi. Pietro si lascerà convertire dalla parola schietta di Paolo e, come nel cortile di Caifa seppe discernere il canto del gallo (cfr Lc 22, 60-62), qui ad Antiochia ascolterà la voce di Paolo che gli indica le vie schiette dell’Evangelo.
Pietro e Paolo sono qui segno di una Chiesa che fatica per il dialogo e per la comune ricerca della verità.

Solo uomini così possono sostenere la Chiesa nel suo cammino, e donare ad essa la capacità di essere significativa nella storia; non significativa perché si imponga alla storia, perché voglia contare con arroganza e desideri di potere, ma significativa perché capace di dire e di incarnare parole di senso e di vita per la storia degli uomini.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

II Domenica di Pasqua – L’incredulo che ha sfidato Dio

CREDERE SENZA VEDERE

At 2, 42-47; Sal 117; 1Pt 1, 3-9; Gv 20, 19-31

 

Il Risorto è presente nella sua Chiesa!

Incredulità di San Tommaso (Caravaggio)

Incredulità di San Tommaso (Caravaggio)

La Pasqua non è conclusione di una storia…non è il “lieto fine” di una vicenda dolorosa…la Pasqua è nuovo inizio di una presenza che fonda una comunità di uomini e donne rinnovati dalla misericordia e colmati del bene supremo cui ogni uomo anela: la pace.

La Pasqua è dono di pace, ma è un dono di cui Gesù, entrando nel cenacolo in quella sera del primo giorno dopo sabato e dicendo “Pace a voi”, mostra il prezzo: le sue mani e i suoi piedi feriti, il suo cuore trafitto! Questo è il prezzo della pace e dell’uomo nuovo: un prezzo che Gesù mostra senza rinfacciare il dolore, senza rinfacciare l’abbandono, senza rinfacciare i tradimenti.

Le piaghe del Crocefisso sono al cuore della Chiesa perché al cuore di essa c’è l’amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1) di Lui che l’ha creata e santificata.

Il Quarto Evangelo non ci dice che Gesù “apparve” (e neanche “venne”!), ma che Gesù “stette in mezzo [a loro]” (“éste eis tò méson”): Pasqua è, dunque, apertura di un tempo nuovo ed ulteriore, un tempo in cui si può sperimentare una presenza stabile, sicura, estesa; una presenza che la Chiesa può gustare senza più limiti di spazio e di tempo. Una presenza che c’è, e che si rinnova di continuo aprendo il tempo all’eterno… e questo in ogni giorno della storia.

L’evangelo di questa domenica ci dice che il Risorto stette in mezzo ai suoi la sera del giorno della Risurrezione e otto giorni dopo… Il giorno dell’incontro rinnovato con il Risorto è così l’ottavo giorno: se ci riflettiamo, però, l’ottavo giorno in sé e per sé non esiste (i giorni sono 7!); l’ottavo giorno è allora dizione che ci rivela che il tempo del Risorto, il tempo in cui Lui ormai sta nella sua Chiesa, è un tempo oltre il tempo: nel tempo c’è uno sprazzo di eterno che è la sua presenza, che viene a donare pace e viene a cercarci con le sue piaghe; la sua presenza trascina la storia verso l’oltre della storia, verso l’eterno.

I discepoli presenti in quella sera di Pasqua accolgono quella presenza e la riconoscono. Colgono anche la richiesta del Risorto alla loro vita di Chiesa: annunziare l’evento pasquale come luogo di misericordia e di perdono, mostrando il volto di una comunità di uomini riconciliati dall’amore fino all’estremo di Gesù.

I Dieci (Tommaso è assente) accolgono quell’invito ad essere testimoni della Risurrezione e della speranza; questo è possibile solo annunziando la remissione dei peccati con la propria vita. Annunziare la remissione dei peccati è compito ecclesiale cui adempiere con tutta la vita della Chiesa, che il Risorto ha posto nel mondo come comunità riconciliata e riconciliante.

La pace del Risorto, che raggiunge il cuore dei discepoli chiusi in quel cenacolo che è diventato la loro “tomba”, li fa partecipi della Risurrezione di Gesù: erano “morti” per la paura e per la disperazione, ma l’ingresso di Gesù apre loro nuovi orizzonti di vita e dà loro un compito preciso: testimoniare la novità! Essi lo fanno subito con Tommaso, e lo fanno anche con insistenza. Giovanni, infatti, usa qui un imperfetto per parlare della loro testimonianza: “gli dicevano” (“élegon oûn autõ”)! Il loro è annunzio reiterato ed insistente, ma Tommaso è un fallimento! In verità, anche loro non dovevano aver accolto la testimonianza di Maria di Magdala se Gesù li ha trovati “seppelliti” a porte chiuse: questa volta, però, non è la testimonianza di un singolo ma è la testimonianza della Chiesa, di tutta una comunità credente…

Dalle labbra di Tommaso rimbalza una sfida: vuole vedere anche lui, vuole toccare; vuole, in fondo, più degli altri! Tommaso poteva essere il primo dei nostri fratelli, condividendo la nostra fede al buio, una fede senza vedere; e invece no! Ha voluto aver bisogno del vedere; ha voluto essere più fratello di Pietro, di Giovanni, di Giacomo e degli altri che fratello nostro! Certo, è nostro fratello nel dubbio e nella fatica di credere!

Il dubbio… nel nostro mondo pare che avere dubbi sia molto meritorio; in realtà – spesso – risulta molto comodo, e così si fa passare il dubbio per espressione di maturità, di non creduloneria, di indipendenza. Molti sono onestamente dubbiosi e tormentati dal dubbio; per tanti, invece, il dubbio diventa un paese di disimpegno! Se Cristo è risorto, nulla può essere più come prima… ma se mi rifugio nei meandri del dubbio, allora tutto può rimanere sospeso nel mediocre, rendendo possibile rimandare decisioni e definitive prese di posizione.

Tommaso, dunque, è uno che sta imboccando questa via mortifera, una via che è anche via di peccato poiché lui è lontano dalla Chiesa proprio la sera di Pasqua, ma soprattutto perché non crede alla testimonianza della Chiesa: il suo è un peccato prima contro la Chiesa e poi contro Dio… Tommaso però viene cercato nel suo peccato da Colui che ormai sta nella Chiesa, e che egli ha rifiutato rifiutando la Chiesa.

E Gesù stette di nuovo in mezzo a loro! Tommaso ora – cercato – si arrende… ma si arrende al vedere? Tommaso si arrende in primo luogo dinanzi all’essere stato cercato e amato sul terreno della sua incredulità, del suo peccato. Tommaso si arrende a Colui che è tornato all’ottavo giorno solo per cercare lui, l’incredulo che ha sfidato Dio.

“Signore mio, Dio mio” grida Tommaso, facendo esplodere nel Nuovo Testamento la più grande confessione di fede cristologica! E da quelle labbra arrese all’amore, questa parola grande e semplice rimbalzerà sulle labbra di tutte le generazioni cristiane: generazioni più beate di Tommaso perché credono senza vedere, ma beate con Tommaso perché – come lui – amate e perdonate da Colui che ormai sta nella Chiesa, e spinge la Chiesa ad essere dimora di misericordia, dimora di fratelli tutti peccatori perdonati, tutti chiamati a perdonare e perdonarsi.

Così, e solo così, il mondo crederà senza vedere, senza vedere le piaghe del Risorto ma vedendo il frutto meraviglioso di quelle piaghe: una comunità di uomini e donne che, perdonati, si perdonano. Ecco l’unica cosa che la Chiesa deve mostrare!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche: