II Domenica di Pasqua (Anno C) – Shalom!

 

 PERDONATI, PERDONIAMO

At 5, 12-16; Sal 117; Ap 1, 9-11a.12-13.17-19; Gv 20, 19-31

 

Scriveva il Beato Paolo VI: “Non pochi che si dicono cristiani hanno della fede un’idea imprecisa; pensano della fede ciò che essa davvero non è: offesa al pensiero, catena per il progresso, umiliazione per l’uomo, tristezza per la vita …”

Il racconto evangelico di oggi, in questa seconda domenica di Pasqua, ci mostra invece gli infiniti spazi di gioia che l’adesione all’“incredibile” fede pasquale nel Crocifisso-Risorto può spalancare all’uomo.

L’Evangelo di oggi, tratto da quello che doveva essere l’ultimo capitolo del IV Evangelo (il capitolo seguente, il ventunesimo, come è noto fu aggiunto dalla Chiesa giovannea in un secondo momento della redazione) ci narra l’incontro con il Risorto come capace di vera liberazione dalle paure, dalla tristezza, dall’isolamento, dalle ristrette pastoie dei nostri pensieri imprigionanti … un incontro che apre ai discepoli un oltre che non sapevano neanche immaginare.

La fede non è offesa al pensiero ma dà capacità al pensiero di espandersi e di comprendere quel che prima, senza di essa, non era neanche pensabile; la fede non è catena al progresso, anzi ci apre a vie di ulteriore che portano l’uomo alle sue estreme possibilità di presenza e di azione nella storia; la fede non umilia l’uomo ma lo rende libero e gioioso; la fede gli chiede di scegliere, di credere, gli apre una possibilità di “grandezza” straordinaria; la fede produce gioia lì dove sembrerebbe non poterci essere.

L’ingresso di Gesù nelle porte chiuse ed attraverso le pareti impenetrabili della debolezza e della paura di quei discepoli in lutto avviene con una parola straordinaria: Pace a voi!
Per Giovanni è il vero saluto pasquale. Shalom!
E’ il saluto ordinario della tradizione ebraica, eppure Giovanni è stato attento a non farlo mai apparire sulle labbra di Gesù prima di questo momento …la pace l’aveva promessa durante i discorsi di addio dicendo ai discepoli che dava loro la sua pace che è ben altra cosa dalle paci che può dare il mondo (cfr Gv 14, 27;16,33).
Ora qui, nella sera della Risurrezione, la proclama perché nella sua Pasqua la pace è, per l’uomo, una vera, possibile realtà. Ne mostra subito la fonte: le sue ferite d’amore. Il testo qui è straordinario: «I discepoli gioirono al vedere il Signore». Anche questa gioia aveva promessa nei discorsi d’addio: «Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore gioirà» (cfr Gv 16, 22) ma la cosa straordinaria è che i discepoli si rallegrano dinanzi a quelle piaghe, piaghe che non vengono mostrate per divenire un rimprovero o un rinfacciare fughe e tradimenti, ma perché siano proclamazione d’un amore sconfinato; e quei poveri dieci uomini colgono tutto questo fuoco d’amore, di novità, di futuro che scaturisce dal corpo del Crocefisso Risorto. Li è andati a cercare nei territori tremendi delle loro paure, dei loro sepolcri (sono chiusi dentro, ha detto l’Evangelista!), della loro mancanza di speranza e di futuro. Gesù è passato attraverso quei muri terribili ed è lì ad annunziare pace e a donare gioia. Una gioia ed una pace che non possono restare loro possesso, ma che li proiettano nel mondo ad essere, a loro volta, liberatori e portatori di gioia.

Cosa dovranno essere per la forza di quel soffio ricreatore che Gesù dona loro?
Dovranno essere segno incarnato della remissione dei peccati, di un’era nuova in cui i peccati degli uomini sono rimessi definitivamente; chi li vedrà – trasformati dalla libertà che è data loro, e inondati dalla gioia che, paradossalmente, viene da quelle piaghe di croce – dovrà poter vedere uomini riconciliati e perciò riconcilianti. La prima icona di Chiesa che il Risorto disegna ha il volto di una comunità che perdonata, si perdona reciprocamente al suo interno e, per questo, diviene capace di annunziare la misericordia pasquale agli uomini, divenendo così capace di essere porta per la misericordia che libera e colma di gioia. La Chiesa può essere solo questo!

Il primo compito della Chiesa non è elencare i peccati degli uomini ma è raccontare la misericordia che libera da tutti i peccati, e questo non a parole ma mostrandola nella propria carne, personale e comunitaria! Sarà la misericordia narrata così a rivelare il peccato che ne è l’esatto contrario. Chi riceve l’annunzio di misericordia attraverso una siffatta Chiesa non potrà fare a meno di vedere in faccia la verità dei propri peccati. La riconciliazione non è un chiudere gli occhi al male; la misericordia non è una “depenalizzazione” dei peccati; al contrario è una dichiarazione di perdono su qualcosa che è estremamente grave e pesante! Non ci può essere vera misericordia se non c’è verità sul peccato e sulla sua tragicità. La misericordia libera da qualcosa che è realissimo: quelle porte chiuse e quella tristezza sono realissime … e su quelle opera la misericordia, che fa germogliare la libertà e la gioia.

L’esperienza di amore e di liberazione che quei dieci discepoli hanno fatto in quella sera del primo giorno dopo il sabato è narrata a Tommaso, l’assente, il fuggiasco, colui che non solo si era nascosto (come gli altri dieci!) ma si era nascosto da solo. Giovanni usa l’imperfetto per parlarci di quel racconto fatto a Tommaso: «Gli dicevano: abbiamo visto il Signore!», e con insistenza cercano di farlo uscire dal suo buio autosufficiente ed incapace di vedere il proprio peccato; Tommaso è convinto di avere tutte le buone ragioni per non credere e non si accorge che il suo peccato è grande: è peccato di incredulità verso la Chiesa ormai radunata dal Risorto e chiamata all’annunzio, è peccato di fuga dalla famiglia ecclesiale.
E Gesù lo va a cercare proprio lì, nella sua pretesa di toccare e vedere, nella sua durezza di cuore; vince quella pretesa e quella durezza di cuore con la sua condiscendenza: «Metti pure qui il tuo dito … stendi la mano e mettila nel mio costato» …
Lo prega di non essere più senza fede ma di entrare nella fede; gli chiede di cedere a Lui le sue buone ragioni, e di lasciarsi avvolgere da quell’amore che lo è andato a cercare, da quell’amore che ha vinto la morte anche per lui, da quell’amore che lo prega e che raduna i suoi dalle terre di morte, di prigionia e di dispersione.
Tommaso è vinto, si lascia vincere e proclama la fede generata da quel Gesù che lui aveva abbandonato e che invece non ha abbandonato lui: «Mio Signore e mio Dio!»

L’Evangelo si conclude con la proclamazione da parte di Gesù che c’è però una fede ancor più perfetta di quella di Tommaso, quella di chi crederà senza vedere … quella fede che si farà generare dall’ascolto…
Straordinaria a questo proposito, è la finale del capitolo (che doveva essere la finale di tutto l’Evangelo): «Molti altri segni fece Gesù sotto gli occhi dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo» … insomma, chi leggerà quel che è scritto, chi ascolterà le parole dell’Evangelo, potrà entrare in quella fede che non vede.

La fede pasquale è frutto della vittoria di Cristo sulla morte e si radica nel cuore degli uomini grazie ad un’altra vittoria: accoglie la fede che si lascia vincere dall’amore, che viene a cercarlo condiscendente per donare la pace, la gioia, la libertà!

Di questo noi siamo testimoni!
Vinciamo se ci lasciamo vincere!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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II Domenica di Pasqua (B) – A porte chiuse

 

Apparizione a porte chiuse - Duccio di Buoninsegna (Maestà del Duomo di Siena)

Apparizione a porte chiuse – Duccio di Buoninsegna (Maestà del Duomo di Siena)

DENTRO LE NOSTRE PAURE

 

At 4, 32-35; Sal 117; 1Gv 5, 1-6; Gv 20, 19-31

 

Ciò che sconfigge il mondo è la nostra fede! Così ha detto Giovanni nel passo della sua Prima lettera che oggi si legge. Il mondo è arrogante, il mondo è autosufficiente, il mondo ha le sue regole razionali e di buon-senso, il mondo si fida di se stesso. Si comprende che, se questo è l’“identikit” del mondo, ciò che si oppone al mondo è la fede, perchè credere significa deporre ogni arroganza, se la fede è vera fede e non sistema di potere e di prevaricazione; credere significa fare il salto oltre il razionale ed il buon-senso; credere è mettere fiducia in un Altro!

La fede che vince il mondo per Giovanni non è una fede generica in un Dio generico, o peggio in un “qualcosa” di superiore; si tratta invece della fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio inviato dal Padre, che è venuto nel mondo e ha parlato al mondo con tutta la sua vicenda: dall’acqua al sangue, cioè dal Battesimo al Giordano, fino al sangue del Golgotha.
Non solo con l’acqua, che richiama la sua vicenda pre-pasquale, ma anche con il sangue che narra la sua vicenda di Pasqua fatta di morte e risurrezione; di questo mistero unitario di Cristo è testimone lo Spirito che è verità.
Non accogliere questo mistero è rimanere con le porte chiuse dinanzi alla testimonianza dello Spirito, testimonianza che ora passa necessariamente per la Chiesa radunata dal Risorto.

Nel sommario di Atti che oggi si legge nella liturgia, la Chiesa è testimone della Risurrezione con una vita fatta di condivisione vera e radicale. E’ come se Luca qui ci volesse dire che senza questa condivisione concreta di beni non si narra la fiducia in Dio, non si narra di un Dio affidabile cui consegnare la propria esistenza. Chi non condivide è ancora uno che si fida di sè, delle proprie cose, del proprio possedere…si fida di ciò che ha, perchè questo lo mette al sicuro. Insomma chi non condivide dice ancora il suo “amen” alle cose e non al Risorto, che ha vinto il mondo.

La celeberrima scena del Cenacolo che oggi si legge si colloca alla sera del giorno di Pasqua e all’ottavo giorno.
Ci sono porte chiuse
Queste porte chiuse ricevono Gesù risorto al proprio interno: il Risorto va a visitare le prigioni che gli uomini si creano con le loro paure; il Risorto va a visitare il mondo che tiene nelle sue braccia – ben stretti – coloro che appartengono al Cristo («erano tuoi e li hai dati a me» cfr Gv 17, 6): la loro arroganza, la loro razionalità, il  buon-senso, il fidarsi solo di se stessi ha impedito loro di accogliere l’Evangelo annunziato da Maria di Magdala fin dal mattino di quel “giorno uno” (cfr Gv 20, 1ss).
Ed eccoli lì, ancora dietro le porte chiuse della loro autosufficienza aggravata da una buona dose di paura. sì, la paura…è una delle armi migliori del mondo: il tentatore sa che deve far entrare in scena la paura per vincere i discepoli, per vincere gli uomini…

E Gesù? Gesù entra a porte chiuse
Entra cioè in quell’inferno chiuso delle loro angosce, delle loro paure ed autosufficienze; e quando Lui entra quello spazio chiuso si riempie di bellezza: pace, gioia, misericordia… inizio di un mondo nuovo!
Lui entra, e soffia da Creatore e ri-Creatore; va a condividere quelle porte chiuse che dopo potranno spalancarsi, perchè ormai dentro ci sono uomini trasformati, uomini testimoni di vita e non più di paura.

Tommaso, che era assente nel giorno di Pasqua, era rintanato in porte chiuse tutte e solo sue; in porte tanto chiuse da non prevedere neanche la presenza degli altri “condiscepoli” (cfr Gv 11, 16): è il primo peccato di Tommaso; è la sua prima mancanza di fede, per cui non riesce a vincere il mondo. Tommaso non crede all’umanissima forza dello stare assieme nella fraternità: in quella sera di Pasqua è solo perché si fida solo di se stesso.

Gli altri, usciti dalla loro tenebra di paura e di autosufficienza, cercano di strapparlo dalla sua tenebra: non ci riescono. Giovanni scrive infatti che essi «gli dicevano: Abbiamo visto il Signore!», e usa il verbo all’imperfetto per dire che la loro testimonianza a Tommaso non fu un momento, non fu una parola veloce e fugace: glielo ripetevano con amore, con la forza dello Spirito, glielo dicevano nella pace, con la dolcezza della misericordia: il Risorto infatti aveva dato loro il compito di perdonare

Tommaso, però, è troppo asserragliato nelle sue porte chiuse
Solo se entra Gesù in quelle porte chiuse tutto cambia…e così Gesù, che sa che nella Chiesa c’è anche Tommaso, che nella Chiesa ci sono anche quei cuori più duri degli altri, entra nelle porte chiuse di Tommaso.
Giovanni, con profondità, scrive che Gesù entra di nuovo a porte chiuse, e sono solo quelle di Tommaso; gli altri infatti sono liberi…
Solo per Tommaso Gesù rifà tutto: annunzia la pace e spalanca a lui le sue ferite perchè, come aveva chiesto, lo tocchi, e dia soddisfazione alla sua insana e folle voglia di prove tangibili…
Quando però Gesù è dentro, tutto si “scioglie”…povero Tommaso! Non tocca nulla, non asseconda più il mondo che lo abitava e lo rendeva prigioniero. Dice solo poche parole, che sono la confessione di fede in Gesù più grande dell’Evangelo: «O Kyriós mou kaì o theós mou» (Signore mio e Dio mio).

Gesù non va a prendersi una rivincita. Gesù, paradossalmente, “gli obbedisce” affinché in lui possa sorgere l’obbedienza. Fiorisce lì l’estrema beatitudine dell’Evangelo: «Beati quelli che hanno creduto senza vedere».

Il Risorto chiede la fede, la fede e basta! Solo così i suoi discepoli potranno vincere il mondo.

Tommaso poteva essere il primo di noi, che abbiamo creduto e crediamo senza vedere (cfr 1Pt 1, 8), ed invece ha voluto essere l’ultimo di quelli che hanno visto e danno testimonianza a noi…
Poteva essere la primizia della Chiesa della pura fede, senza nulla aver visto; è stato invece l’ultimo frutto della fede che scaturisce dall’incontro con il Risorto…

Cristo ha accolto questa via di Tommaso, e vi ha acconsentito. Noi oggi fondiamo la nostra fede anche sulla sua testimonianza a cui l’Evangelo attribuisce quel vertice di consapevolezza: Gesù è Signore e Dio!
La sua testimonianza, che è colma della tenerezza di un incontro personale (Signore mio e Dio mio): le piaghe del Crocefisso sono andate a cercarlo nella sua incredulità; il Signore conosceva il suo cuore, le sue domande, le sue fragilità, il suo peccato e gli ha aperto ancora le piaghe della Passione perchè Tommaso potesse trovarvi rifugio, e da lì, rifiorire e ridivenire Apostolo con gli altri Apostoli.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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CREDERE SENZA VEDERE

At 2, 42-47; Sal 117; 1Pt 1, 3-9; Gv 20, 19-31

 

Il Risorto è presente nella sua Chiesa!

Incredulità di San Tommaso (Caravaggio)

Incredulità di San Tommaso (Caravaggio)

La Pasqua non è conclusione di una storia…non è il “lieto fine” di una vicenda dolorosa…la Pasqua è nuovo inizio di una presenza che fonda una comunità di uomini e donne rinnovati dalla misericordia e colmati del bene supremo cui ogni uomo anela: la pace.

La Pasqua è dono di pace, ma è un dono di cui Gesù, entrando nel cenacolo in quella sera del primo giorno dopo sabato e dicendo “Pace a voi”, mostra il prezzo: le sue mani e i suoi piedi feriti, il suo cuore trafitto! Questo è il prezzo della pace e dell’uomo nuovo: un prezzo che Gesù mostra senza rinfacciare il dolore, senza rinfacciare l’abbandono, senza rinfacciare i tradimenti.

Le piaghe del Crocefisso sono al cuore della Chiesa perché al cuore di essa c’è l’amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1) di Lui che l’ha creata e santificata.

Il Quarto Evangelo non ci dice che Gesù “apparve” (e neanche “venne”!), ma che Gesù “stette in mezzo [a loro]” (“éste eis tò méson”): Pasqua è, dunque, apertura di un tempo nuovo ed ulteriore, un tempo in cui si può sperimentare una presenza stabile, sicura, estesa; una presenza che la Chiesa può gustare senza più limiti di spazio e di tempo. Una presenza che c’è, e che si rinnova di continuo aprendo il tempo all’eterno… e questo in ogni giorno della storia.

L’evangelo di questa domenica ci dice che il Risorto stette in mezzo ai suoi la sera del giorno della Risurrezione e otto giorni dopo… Il giorno dell’incontro rinnovato con il Risorto è così l’ottavo giorno: se ci riflettiamo, però, l’ottavo giorno in sé e per sé non esiste (i giorni sono 7!); l’ottavo giorno è allora dizione che ci rivela che il tempo del Risorto, il tempo in cui Lui ormai sta nella sua Chiesa, è un tempo oltre il tempo: nel tempo c’è uno sprazzo di eterno che è la sua presenza, che viene a donare pace e viene a cercarci con le sue piaghe; la sua presenza trascina la storia verso l’oltre della storia, verso l’eterno.

I discepoli presenti in quella sera di Pasqua accolgono quella presenza e la riconoscono. Colgono anche la richiesta del Risorto alla loro vita di Chiesa: annunziare l’evento pasquale come luogo di misericordia e di perdono, mostrando il volto di una comunità di uomini riconciliati dall’amore fino all’estremo di Gesù.

I Dieci (Tommaso è assente) accolgono quell’invito ad essere testimoni della Risurrezione e della speranza; questo è possibile solo annunziando la remissione dei peccati con la propria vita. Annunziare la remissione dei peccati è compito ecclesiale cui adempiere con tutta la vita della Chiesa, che il Risorto ha posto nel mondo come comunità riconciliata e riconciliante.

La pace del Risorto, che raggiunge il cuore dei discepoli chiusi in quel cenacolo che è diventato la loro “tomba”, li fa partecipi della Risurrezione di Gesù: erano “morti” per la paura e per la disperazione, ma l’ingresso di Gesù apre loro nuovi orizzonti di vita e dà loro un compito preciso: testimoniare la novità! Essi lo fanno subito con Tommaso, e lo fanno anche con insistenza. Giovanni, infatti, usa qui un imperfetto per parlare della loro testimonianza: “gli dicevano” (“élegon oûn autõ”)! Il loro è annunzio reiterato ed insistente, ma Tommaso è un fallimento! In verità, anche loro non dovevano aver accolto la testimonianza di Maria di Magdala se Gesù li ha trovati “seppelliti” a porte chiuse: questa volta, però, non è la testimonianza di un singolo ma è la testimonianza della Chiesa, di tutta una comunità credente…

Dalle labbra di Tommaso rimbalza una sfida: vuole vedere anche lui, vuole toccare; vuole, in fondo, più degli altri! Tommaso poteva essere il primo dei nostri fratelli, condividendo la nostra fede al buio, una fede senza vedere; e invece no! Ha voluto aver bisogno del vedere; ha voluto essere più fratello di Pietro, di Giovanni, di Giacomo e degli altri che fratello nostro! Certo, è nostro fratello nel dubbio e nella fatica di credere!

Il dubbio… nel nostro mondo pare che avere dubbi sia molto meritorio; in realtà – spesso – risulta molto comodo, e così si fa passare il dubbio per espressione di maturità, di non creduloneria, di indipendenza. Molti sono onestamente dubbiosi e tormentati dal dubbio; per tanti, invece, il dubbio diventa un paese di disimpegno! Se Cristo è risorto, nulla può essere più come prima… ma se mi rifugio nei meandri del dubbio, allora tutto può rimanere sospeso nel mediocre, rendendo possibile rimandare decisioni e definitive prese di posizione.

Tommaso, dunque, è uno che sta imboccando questa via mortifera, una via che è anche via di peccato poiché lui è lontano dalla Chiesa proprio la sera di Pasqua, ma soprattutto perché non crede alla testimonianza della Chiesa: il suo è un peccato prima contro la Chiesa e poi contro Dio… Tommaso però viene cercato nel suo peccato da Colui che ormai sta nella Chiesa, e che egli ha rifiutato rifiutando la Chiesa.

E Gesù stette di nuovo in mezzo a loro! Tommaso ora – cercato – si arrende… ma si arrende al vedere? Tommaso si arrende in primo luogo dinanzi all’essere stato cercato e amato sul terreno della sua incredulità, del suo peccato. Tommaso si arrende a Colui che è tornato all’ottavo giorno solo per cercare lui, l’incredulo che ha sfidato Dio.

“Signore mio, Dio mio” grida Tommaso, facendo esplodere nel Nuovo Testamento la più grande confessione di fede cristologica! E da quelle labbra arrese all’amore, questa parola grande e semplice rimbalzerà sulle labbra di tutte le generazioni cristiane: generazioni più beate di Tommaso perché credono senza vedere, ma beate con Tommaso perché – come lui – amate e perdonate da Colui che ormai sta nella Chiesa, e spinge la Chiesa ad essere dimora di misericordia, dimora di fratelli tutti peccatori perdonati, tutti chiamati a perdonare e perdonarsi.

Così, e solo così, il mondo crederà senza vedere, senza vedere le piaghe del Risorto ma vedendo il frutto meraviglioso di quelle piaghe: una comunità di uomini e donne che, perdonati, si perdonano. Ecco l’unica cosa che la Chiesa deve mostrare!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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II Domenica di Pasqua – La Chiesa

LA SOLA POSSIBILITA’ DI MOSTRARSI

 At 2, 42-47; Sal 117; 1Pt 1, 3-9; Gv 20, 19-31

 

La liturgia della Parola di questa Seconda domenica di Pasqua inizia in un modo che ci può apparire “strano”: inizia con la Chiesa. Inizia con la Chiesa che Luca contempla nel più celebre ed amato dei cosiddetti “sommari” del suo secondo libro gli Atti degli Apostoli. Poche parole che, più che una cronaca o una memoria strettamente storica, bisognerebbe definire un “sogno” … o meglio, Luca ci sta parlando di una comunità concreta, la prima comunità cristiana, quella di Gerusalemme, quella che dobbiamo definire Chiesa madre, ma ce ne sta parlando dicendoci più che la sua piena realtà la sua vocazione, la sua tensione, una vocazione e tensione che diventano normative per tutte le comunità che vogliono essere Chiesa del Cristo crocefisso e risorto!

Nella pagina di Atti quattro “luoghi” identificano una simile comunità: l’ascolto dell’insegnamento apostolico, la koinonìa (la comunione fraterna), la frazione del pane e la preghiera. Luca prima elenca questi quattro “pilastri” e poi ce li mostra in una descrizione di una semplicità e di una forza straordinarie … tanto straordinarie che, in due millenni di storia della Chiesa, queste parole hanno acceso i cuori di tutti quelli che hanno preso sul serio l’Evangelo; chiunque voglia davvero seguire Gesù, infatti, comprende che la via è questo “sogno” di Luca … un “sogno” che mette in cuore una sete infinita di autenticità e umanità. Non una “chimera” ma una vera “utopia”, un luogo cioè che non c’è ancora, ma che si può e deve raggiungere, una Terra Promessa a chi si lascia davvero visitare dal Risorto e dalla sua vittoria “costosa”.

La liturgia di oggi, in fondo, canta ancora il Risorto cantando il suo Corpo ancora possibile nella storia: la Chiesa. Il Corpo del Risorto oggi ha una sola possibilità di mostrarsi all’umanità: la Chiesa! Il Nuovo Testamento parla della Chiesa come Corpo di Cristo perché la Chiesa ha l’ unica vocazione di visibilizzare la presenza di Cristo e di compiere i suoi atti nella storia. Questo potrà farlo solo se sarà ciò che Cristo ha “sognato”. L’Evangelo di oggi pone sulle labbra di Gesù una parola chiave chiarissima e ad alti costi: Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi. E’ posto un chiaro parallelo tra la missione di Cristo, Verbo eterno, venuto a narrare la gloria del Padre fino all’innalzamento sulla croce e la missione della Chiesa che deve narrare la gloria del Verbo nell’amore fino all’estremo. Quelle piaghe mostrate dal Risorto sono una provocazione e non solo un modo per farsi riconoscere, una provocazione che dovremmo saper collegare strettamente a quel “come” … “Come” Gesù ha compiuto la sua missione? Fino a quelle piaghe! I discepoli gioiscono di quei segni che mostrano la gloria dell’amore, ma poi dovranno imparare a portarne il “costo” come scriverà Giovanni nella sua Apocalisse (10, 8-11) quando ci mostrerà un libro da divorare (l’Evangelo) che nella bocca è dolce come il miele ma che diviene amarezza nelle viscere … la gioia pasquale sarà la forza per portare quel “come” in una sequela che o è tensione verso l’ amore fino all’estremo o diventa “via religiosa” rassicurante se non addirittura, per alcuni, via di potere e dominio sugli altri. Il Risorto consegna ai suoi il ministero della riconciliazione, della proclamazione della remissione dei peccati non come potere arbitrario, ma come una assoluta priorità e necessità ineludibile. Se la Chiesa non rimetterà i peccati questi resteranno non rimessi: non è un potere ma una responsabilità!

L’annunzio della misericordia pasquale va fatto da una comunità riconciliata ed incamminata su quella via luminosa che Luca ci ha tracciato in Atti. La remissione dei peccati non è solo un atto sacramentale in senso stretto ma uno stile quotidiano che è segnato dalla reciproca misericordia e dalla vita riconciliata dei fratelli. In tutto questo il sacramento della riconciliazione è l’apice potente di uno stile di vita e di relazioni; sempre più noi credenti dobbiamo lottare a che il nostro stile ecclesiale sia quello in cui lo stesso sacramento della riconciliazione non suoni come un atto staccato dalla vita tutta, come un atto “giudiziale” che rimette a posto le cose ma senza legami con un clima e uno stile che siano il quotidiano della vita fraterna nella Chiesa.

Questo stile ecclesiale fraterno è il grande frutto della Pasqua di Cristo; una comunità di fratelli radunata dall’Innalzato sulla croce e Vivente per sempre non può non essere che una comunità che, già vivendo il quotidiano e le relazioni, sia annunzio di misericordia, di remissione dei peccati, di un modo “altro” di essere uomini: Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi.

Lo Spirito che il Cristo soffia su quell’“embrione” di Chiesa, chiuso nel cenacolo e attanagliato dalla paura, gli darà la vita vera rendendolo capace di essere prolungamento del Corpo del Risorto nella storia e questo, “in primis” nella remissione dei peccati.

Lo stesso incontro con Tommaso che chiude l’ Evangelo di oggi (e che nel progetto originale del IV Evangelo chiudeva tutto l’Evangelo: il capitolo ventunesimo fu aggiunta successiva) è lì a ribadire lo stile di una comunità riconciliata. Tommaso è icona di un fratello perduto, di un fratello che “non era con loro quando venne Gesù”, Tommaso non è con i fratelli e poi non crede alla loro testimonianza pasquale insistente e reiterata (gli dicevano gli altri discepoli: è importante quell’imperfetto in quanto ci indica un’azione continuata, ripetuta), Tommaso mette tra lui e la fede pasquale il buon senso della ragione che vuole le verifiche. Lo stile di Cristo è andarlo a cercare nella sua incredulità, lo stile di Cristo è andare a recuperare il “lontano” nella sua lontananza, è avere nel cuore la certezza che senza Tommaso si è più poveri, manca un pezzo! A Tommaso Gesù consegna, senza addolcimenti, la verità del suo peccato ( è un “apistòs”, un senza-fede!) ma gli si offre anche con le sue ferite aperte per lui!

Tommaso così si lascia riconciliare; certo, Tommaso poteva essere il primo di noi che crediamo senza aver visto ma non ne ha avuto la forza e la beatitudine di Gesù scende sul nostro povero capo e non sul suo di Apostolo; Tommaso sarà Apostolo come gli altri che hanno visto ma forse la sua vera vocazione sarebbe stata quella di essere il primo dei credenti che non hanno visto. La vicenda di Tommaso però diventa per noi Evangelo, diventa apertura alla Chiesa che verrà, la Chiesa di quelli che lo amano senza averlo visto, come scrive Pietro nella sua Prima lettera … Apertura a quella Chiesa che avrà un solo modo di “vedere”: attraverso l’ Evangelo che è scritto perché nasca la fede. Su quell’Evangelo la Chiesa pone le sue fondamenta, su quell’Evangelo la Chiesa si mette in cammino verso quell’utopia attraverso cui avrà la vera possibilità di narrare al mondo il Risorto.




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