II Domenica di Quaresima – L’incandescenza di Dio

 

UNA VIA DI ASCOLTO

   –  Gn 12,1-4a; Sal 32; 2 Tm 1,8b-10; Mt 17,1-9  –

 

 

La Trasfigurazione, Beato Angelico - Firenze

La Trasfigurazione, Beato Angelico – Firenze

La Scrittura che questa domenica ci è proposta dalla Chiesa inizia con la prima parola di rivelazione che il Signore dà ad Abramo: “Vattene”, “Esci”, “Va’ verso te stesso” … tutte traduzioni possibili di quel “lek lekà” ebraico che Dio dice ad Abramo.

Dopo la domenica della lotta della scorsa settimana, oggi è la domenica dell’uscita verso … Verso dove? Certo è uscita dalla nostra odierna condizione, dalla nostra condizione di prigionieri del visibile e dello sperimentabile … dalla condizione di gente che crede solo al “concreto” e all’utile

C’è un altrove promesso all’uomo ed insito nell’uomo … è necessario uscire per andare verso una terra promessa che ci appare essere prima fuori da noi e poi, più si cammina sulla via di questa ricerca dell’oltre, e più capiamo che quel confine è dentro di noi: ecco perchè è lecito tradurre quella prima parola di Dio ad Abramo con “va’ verso te stesso”! Lì, entrando nelle profondità dell’uomo, anche nelle profondità torbide e negative, per via di contrario e per via di desiderio, scopriamo le altezze della nostra vocazione.

Paolo, nel passo della sua Seconda lettera a Timoteo di cui oggi leggiamo un tratto, parla di questa vocazione, che è una parola eternamente detta su di noi, una parola a cui oggi siamo chiamati a prestar fede.

Se domenica scorsa la lotta prendeva tutta la “scena”, oggi la “scena” è presa tutta dalla luce a cui quella lotta deve, vuole e può condurci.

La Trasfigurazione di Gesù è mistero grande ed insondabile dell’Evangelo … è luogo di rivelazione dolcissima ma esigente. Con un esempio, che i Padri amavano molto, nella Trasfigurazione si vede come la nostra natura umana, a contatto, per l’Incarnazione, con il “fuoco” di Dio, è diventata “rovente” di Dio … Quell’incandescenza della natura umana di Gesù si mostra ai discepoli per quell’attimo straordinario sul Tabor. Quando il ferro è incandescente è tutto fuoco, è fatto fuoco, ma non smette di essere ferro. Ecco perchè i Padri amarono quest’immagine, per parlare sia dell’Inacaranzione e sia della divinizzazione dell’uomo; è un’immagine che fa salva l’alterità e l’unità.

La Trasfigurazione è allora icona delle icone (e ben fanno i nostri fratelli d’oriente a chiedere ai giovani iconografi di dipingere come opera prima proprio l’icona della Trasfigurazione), perchè in questo mistero è detta alla Chiesa la meta ultima di ogni sua fatica, la meta ultima della nostra umanità. A cosa è chiamata la nostra umanità? E’ chiamata a questa uscita da sè, a questa “metamorfosi”; è chiamata ad acconsentire ad essa con tutte le sue forze. E il mistero del Tabor ci dice che ci sarà incredibilmente possibile splendere di Dio!

Che meta!

Noi, creature di cenere e fango splendere di Dio!

Questa straordinaria finestra sulla luce del Verbo fatto carne, che è la Trasfigurazione, si chiude con una parola perentoria del Padre: Ascoltatelo!

Questa uscita verso lo splendore di Dio che Cristo ci ha reso possibile, si ottiene solo e sempre nell’ascolto, e nell’ascolto di Lui, di Gesù … il Padre chiede che si ascolti Gesù in cui tutto si compie: si compie la via di Mosè, che da lontano vide la terra promessa, e si compie la via di Elia, che proclamò sempre e solo il primato del Dio Unico. Ora la terra promessa è l’umanità di Gesù, ora il Dio Unico si è fatto vicinissimo nella nostra carne, nell’umanità di Gesù!

Per un attimo il Padre, sul Tabor, mostra l’incandescenza del Figlio amato e amante, e chiede ascolto. Mi pare a questo proposito di dover notare un particolare di straordinario interesse e suggestione: se il Padre ha chiesto di ascoltare Lui, qual è la prima parola che Lui ora pronunzierà? “Non abbiate paura!” e poi, subito dopo, la sua parola risuonerà ad annunziare la Passione. Bisogna ascoltare una Parola, che incredibilmente annunzia di non temere, e annunzia la Croce.

Questo rende chiaro da dove proveniva quel “fuoco” che aveva resa “incandescente” l’umanità di Gesù: certamente dalla natura divina, ma da una natura divina che non può che raccontarsi, mostrarsi nell’amore, e in un amore senza confini. La “parola quella della croce” (cfr 1Cor 1, 18) è ciò che rende “incandescente” il Figlio amato … ascoltarlo significherà lasciarsi palsmare da quella parola della croce, che è parola d’amore senza limiti. L’uscita che bisognerà compiere sarà allora uscita dalle nostre glaciali freddezze per approdare al fuoco dell’amore che trasfigura.

Questa seconta tappa di Quaresima, mostrando una meta luminosa alla Chiesa, non le dà uno “zuccherino” … no! Le mostra sì la bellezza di una meta che neanche potevamo immaginare, che neanche potevamo concepire nei nostri sogni più appassionati, ma le consegna anche una via di ascolto, in cui fare la fatica del discernimento per accogliere l’ulteriore di Dio in noi.

Sentiamo l’appello dell’ulteriore?

Se lo sentiamo, il nostro cammino di Quaresima procede secondo la volontà di Dio, ed anche in questo anno di grazia potremo portare i frutti nuovi e duraturi che il Signore si attende dai suoi discepoli.

Senza paura intraprendiamo ancora un esodo, sentendo nel cuore già lo scaldarsi della nostra umanità che ha una sublime vocazione: essere “rovente” di Dio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

II Domenica di Quaresima – la Luce del Tabor

La Trasfigurazione di Beato Angelico (affresco) – Museo nazionale di San Marco, Firenze

L’ALTROVE DI DIO

Gen 15, 5-12; 17-18; Sal 26; Fil 3, 17-4,1; Lc 9, 28-36

 

La scena del Tabor è al centro della seconda tappa della Quaresima. Luca non la chiama “Trasfigurazione” (“metamorphosis” in greco) perché probabilmente, per il suo uditorio di provenienza pagana, poteva risultare una parola ambigua, che rimandava alle “metamorfosi” mitologiche cantate dai grandi poeti greci e latini (pensiamo ad Omero, a Esiodo o a Ovidio). Luca ci tiene a dire che non si tratta di un “mito”, ma di una rivelazione di Dio che avviene nella storia degli uomini amati da Dio (cfr Lc 2,14).

Nei versetti che precedono questo racconto, Gesù ha annunziato la sua passione e ha proclamato che alcuni, viventi in quel momento, avrebbero visto la gloria del Figlio di Dio (cfr Lc 9, 21-27). Per Luca ciò che accade sul Tabor (il nome del monte non è mai citato dagli evangelisti, ma la tradizione antichissima della Chiesa ha localizzato sul Tabor questo episodio, e non c’è motivo per situarlo altrove!) è conferma di quella parola: qualcuno, i tre discepoli scelti da Gesù, inizia a vedere la gloria, a rendersi conto, cioè, della presenza di Dio che salva. In più, Luca ci dice che il volto di Gesù divenne altro! Ora, se decodifichiamo questa parola, comprendiamo cosa accadde lì, durante la preghiera di Gesù sul monte: i tre discepoli ricevono in dono la capacità di scorgere uno svelamento della santità, dell’alterità di Gesù! Gesù è altro! Gesù non è solo quello che loro avevano potuto vedere o capire… Guai a chi riduce Gesù ai soliti schemi delle nostre comprensioni e delle nostre dinamiche…Gesù è altro! Gesù è quell’alterità che vuole afferrare la nostra umanità, per darle quello stesso sapore altro che è il “sapore di Dio”! Sul monte, il Padre proclama che in quel Figlio amato è offerta a tutti una vera possibilità di alterità, di santità! Un’alterità che tocca e fa brillare di bellezza la nostra carne, il nostro volto quotidiano, le nostre vesti di ogni giorno… è, infatti, il Gesù di tutti i giorni che sul monte diventa “altro”!

Dio viene sempre a spezzare i soliti schemi: a rendere fecondo chi è infecondo, a rendere glorioso ciò che è misero. Le letture di questa domenica presentano proprio il Dio che spezza gli schemi scontati degli uomini: Abramo, vecchio e infecondo, è condotto da Dio a guardare il cielo stellato ed a credere più allo sfavillare di quelle infinite fiammelle nel buio che alla sua vecchiaia sterile…Dio è altro e rende altro! Nella sua Lettera ai cristiani di Filippi, Paolo confida a quei credenti la sua certa speranza che la nostra miseria non resta miseria, la nostra fragilità non resta fragilità…ciò che è misero è chiamato alla gloria di Dio.

La scena del Tabor però ci dice anche che tutto questo non è “a basso prezzo”, e che Gesù è il Figlio amato disposto ad incamminarsi sulla via di un esodo “costoso”, un esodo che “compie le promesse di Dio”!

I tre discepoli, saliti sul monte del “volto altro”, accanto a Gesù vedono Mosè ed Elia, i profeti per eccellenza della Prima Alleanza.

Anch’essi sono saliti sul “monte” per incontrare la gloria di Dio: Mosè, che aveva guidato l’esodo dall’Egitto sperimentando al Sinai la presenza di Dio, chiese di vedere un volto che tuttavia non poté vedere (cfr Es 33, 17-23). Elia, che su quello stesso monte era salito stanco e perseguitato, aveva percepito la presenza di Dio non nei turbini, nel fuoco o nella tempesta, ma in un silenzio trattenuto che gli chiedeva di iniziare ad intraprendere gli ultimi passi della sua vita, nell’umiltà di chi sa che qui non ha una stabile dimora (cfr 1Re 19,12). Elia, infatti, di lì a poco verrà rapito da Dio in un turbine di fuoco per un esodo definitivo da questo mondo, lasciando ad Eliseo il suo ministero (2Re 2,11-12). Ora sul Tabor, tra Mosè ed Elia, c’è Gesù, il quale – nel mostrare a Mosè quel volto che tanto aveva desiderato vedere – è pronto ad entrare nel silenzio trattenuto della morte, in cui Dio paradossalmente parlerà all’uomo, raccontandogli la sua tenerezza e la sua misericordia. L’Esodo di Mosè si compirà in Gesù, ed il Dio silenzioso di Elia scenderà davvero nel silenzio del sepolcro di Gerusalemme…

Luca sottolinea che Mosè ed Elia parlano con Gesù dell’esodo che avrebbe compiuto a Gerusalemme (e Luca, sapientemente, usa il verbo del raggiungimento della pienezza, “pleròo”). L’antico esodo di Isrele dall’Egitto finalmente sarà compiuto.

Ciò che Mosè aveva iniziato, ora verrà donato a tutte le genti che, in Gesù, potranno uscire da una terra di schiavitù disumanizzante per una terra di vera umanità e di libertà! Anche l’esodo di Elia sarà compiuto in Gesù: Elia, infatti, dovette uscire da sé per giungere ad “altro”; Elia, uomo di fuoco, nell’incontro con il “silenzio trattenuto” sul monte, dovette divenire uomo di silenzio; fu fatto uomo nuovo, tutto proiettato ad una patria nell’“altrove” di Dio, ad una patria altra, come scrive Paolo nel passo di oggi della sua Lettera ai cristiani di Filippi. L’esodo di Elia sarà compiuto in Gesù poichè questi creerà l’uomo nuovo, capace di dimorare nel silenzio di Dio, e vivendo la storia con lo sguardo fisso nell’altrove di Dio.

Dinanzi a tutto ciò resta il rischio del sonno: Pietro e gli altri vivono quest’ora del Tabor in un sonno opprimente, e anche Abramo, nella prima lettura, precipita nel sonno mentre Dio passa per l’Alleanza. Questo sonno ci parla dell’impotenza dell’uomo davanti all’iniziativa di alleanza che Dio vuole stipulare con la storia; questo sonno ci dice che la nostra condizione è spesso quella di chi entra in un ottundimento, che è incapacità a cogliere l’alterità che Dio ci propone, incapacità a cogliere quell’ora di esodo dinanzi a cui bisogna prendere una decisione: entrarci e basta! In quel sonno si può avere la stolta pretesa di voler imprigionare Dio in tende costruite da noi, come ingenuamente vorrebbe Pietro: “Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè ed una per Elia”… sì, ingenuamente perché vorrebbe abitare nella luce di Pasqua senza passare per la passione, senza nessun esodo costoso. Luca dice che questo è essere insipienti: Non sapeva quel che diceva

Vivere questo tempo di Quaresima ci impone di entrare nel silenzio e scoprire lì i desideri di Dio a nostro riguardo. Vivere la Quaresima significa essere disposti a quella croce su cui l’uomo vecchio deve essere crocefisso…e questo fa male! Non si arriva alla tenda della gioia senza i “no” dolorosi da dire all’uomo vecchio; è la dinamica pasquale per la quale la Quarsima è ascesi, esercizio, allenamento.

La luce del Tabor ci conforta, e ci mostra la meta in quel volto altro; un volto altro che desidera dare anche a noi alterità…ma ne pagheremo il prezzo?

La voce del Padre sul monte ci consegna l’estremo “Shemà” che compie il primo dato ad Israele: Ascoltate Lui! Solo questo ascolto ci rende capaci di intraprendere con Gesù l’esodo pasquale!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

Domenica delle Palme – La Passione trasfigura la storia

BENEDETTO IL VENIENTE!

Is 50, 4-7; Sal 21; Fil 2, 6-11; Lc 22, 14-23,56

 

Ognuno di noi è l’Adam fatto di no potenti a Dio e alle sue vie; la mano tesa dell’Adam dell’in-principio verso l’albero che proclamava il limite di creatura è storia di tutti i giorni; noi: una mano tesa a rapire per noi, per salvarci, per aver capacità di salvare la propria vita e di darle l’inebriante sapore della potenza senza limiti e senza barriere.

La Passione di Cristo Gesù è argine alla deriva tremenda di ogni Adam. Gesù capovolge l’Adam, lo conduce al sogno di Dio; non in un in-principio di un’età dell’oro che non è mai esistita, ma verso un futuro inimmaginabile in cui la storia, la nostra storia può essere trasfigurata. Dobbiamo essere convinti che Cristo non è venuto a riportarci al  passato perduto, ma è venuto a portarci al futuro di Dio che è futuro dell’uomo e della storia.

La storia della Passione, che quest’anno leggiamo nella redazione dell’Evangelista Luca, è storia di un radicale rifiuto, Gesù rifiuta fino in fondo di salvarsi con le proprie mani e si getta nelle mani del Padre; mani che non vede ma che nella fede sa che vi sono oltre la cortina buia e tenebrosa della morte.

La Passione trasfigura la storia! Non bisogna aspettare l’alba di Pasqua per essere avvolti in questa trasfigurazione; lì, nel sepolcro nel giardino, il Padre porrà il sigillo del suo amen sul Figlio eletto e sui suoi passi d’amore nella storia; all’alba di Pasqua coiglieremo il frutto meraviglioso ed inaudito di una vittoria che ci schiude una possibilità infinita di vita che vince davvero la morte!

La Passione è però già trasfigurazione! Letta senza Gesù questa storia che oggi la Chiesa fa risuonare in tutte le assemblee di credenti che così entreranno nella Grande Settimana, potrebbe essere una solita storia: orrore, ingiustizia, perfidia, avidità, gratuita malvagità, accanimento contro un uomo solo, assenza totale di pietà, cosificazione di un uomo, tradimenti, viltà, fughe, calcoli di potenti, folle manipolate…è tutto l’arsenale di Satana promesso a Gesù fin dalle prime pagine dell’Evangelo: il diavolo si allontanò da lui per tornare al tempo fissato (Lc 4,13); le aberrazioni del del cuore umano sono tutte contro Gesù; è il mistero del male annidato nel cuore della storia.

Questo racconto della Passione sarebbe solo orrore se non ci fosse Gesù: lui trasforma tutto, trasfigura tutto…E fa questo solo con la misericordia e l’amore. Questo orrore è abitato dall’Amore di Dio mostrato a pieno a noi uomini in Gesù. Solo così esso diviene un Evangelo, una bella notizia! Dal pane spezzato come corpo datoe dal calice come sangue versato, fino all’estremo atto d’abbandono di quel Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito, è tutto dono di misericordia che trasforma gli orrori abitandoli di perdono! Tutto questo fino a quella vertigine che mai uomo religioso ha saputo pronunciare: Perdonali!

Così la Passione è culla e origine di una storia nuova e trasfigurata…E’ una possibilità davvero offerta all’umanità, una possibilità di salvezza a caro prezzo (1Cor 6,20) data agli uomini per abitare anch’essi questa storia di amore e misericordia vicendevole.

La Passione di Cristo, via di salvezza per la storia di ogni Adam; la Passione di Cristo, via da percorrere per i suoi discepoli; la Passione di Cristo è una consegna per noi che ci diciamo suoi discepoli.

Questo Evangelo ci dice dove è la salvezza: ci si salva solo perdendo la vita: è il paradosso insostenibile dell’Evangelo, è la stoltezza e la follia (1Cor 1,25) dell’Evangelo…ma solo chi sostiene questo stolto e folle paradosso entra veramente in una sequela che lo salva e che, incredibilmente, salva il mondo.

Con la Passione il cristiano sa come deve attraversare la storia: senza scorciatoie che evitano il Golgotha. Il cristiano sa dove attingere la vera gioia di una vita bella, buona e felice: nell’amore fino all’estermo (Gv 13,1), nella misericordia di Cristo sperimentata su di sé e perciò donata ancora.

La Passione è una consegna che ci dà l’incredibile possibilità di salvare la storia; sì, lo possiamo, se abbiamo il coraggio di lasciarci immettere nell’Amore del Crocifisso. Tutto questo è dato e richiesto a noi cristiani: sanare con l’amore e la santità gli orrori della storia; le derive del mondo e quelle dolorosissime della Chiesa di Cristo possono essere sanate solo da uomini e donne che accolgono la consegna della Passione per essere altro! Per essere santi!

Accoglieremo la santità, il gran sogno di Dio per noi, se accoglieremo la misericordia che ci salva, come il ladro appeso alla croce che si abbandona ad un perdono misericordioso che si getta alle spalle quell’orrore della storia che il ladro stesso aveva contribuito a costruire col suo coltello insanguinato e con la sua sete di oro.

Entriamo così in questa Pasqua di quest’anno di grazia!

Auguriamo a noi stessi e a tutti i credenti che in questi santi giorni le parole di Gesù non vengano ridette invano nelle nostre liturgie; che quelle parole ci spremano lacrime buone e ci conducano ad una gioia che non tema oscuramenti.

Accogliamo il Signore che viene nelle nostre vite segnate dal male del mondo: Benedetto il Veniente nel nome del Signore! (Lc 19,38). Senza paura lasciamogli piantare la Croce nel nostro profondo, lasciamo che lì esploda l’Amore e la vita del Risorto!

E’ ancora l’ora della Pasqua del Signore!

II Domenica di Quaresima – La Trasfigurazione di Gesù

UNO SQUARCIO DI LUCE GLORIOSA

Gen 15,5-12.17-18; Sal 26; Fil 3,17-4,1; Lc 9, 28b-36

 

E’ la domenica della Trasfigurazione (anche se, proprio Luca che oggi leggiamo, non usa questo termine, in greco metamorphosis, che giudica ambiguo per i destinatari di origine pagana del suo scritto che conoscevano metamorfosi di dei e ninfe) e la liturgia della Quaresima ci dona oggi uno squarcio di luce gloriosa, una gloria però che è a caro prezzo (1Cor 6,20).

Al capitolo 9 di Luca, in cui è anche i racconto della Trasfigurazione, l’Evangelo del Regno comincia a correre per le strade degli uomini; il capitolo infatti si apre con Gesù che invia i discepoli a predicare l’Evangelo nei villaggi della Galilea. Questa predicazione suscita un’eco. La prima risonanza Luca ce la consegna per bocca della gente che esprime le più svariate ipotesi sull’identità di Gesù (9,7-8); l’eco pio rimbalza sulle labbra vili e stupite di Erode Tetrarca che si chiede: Chi è dunque costui? (9,9). Segue poi, in un clima di profonda pace, nella preghiera (Luca è il solo che ambienta questo episodio in un clima di preghiera) la domanda di Gesù ai suoi discepoli: La gente chi dice che io sia? e poi la domanda più compromettente: E voi chi dite che io sia? E Pietro: Il Cristo di Dio! (9,18-22).

Dunque la gente, Erode, i discepoli, Pietro…risposte possibili all’uomo circa l’identità di Gesù. Nel passo evangelico odierno è però il Padre a dare finalmente la risposta definitiva: Questi è il Figlio mio, l’Eletto. Ascoltatelo!

Iniziando la Quaresima domenica scorsa, abbiamo capito che c’è una lotta da compiere, oggi la voce stessa del Padre risuona per indicarcene la via: l’ascolto. L’antico, fondante precetto di Israele, Shemà, ora ha un indirizzo preciso: l’ascolto va teso verso di Lui, verso Gesù, verso il Figlio, l’Eletto.

Pietro, Giovanni e Giacomo sono per Gesù compagni d’una ascesa faticosa al monte della preghiera e lì vedono il volto di Gesù diventare altro e le sue vesti sfolgorare; ci sono Mosè ed Elia e Luca è il solo evangelista a precisare di cosa discorrono con Gesù: del suo esodo, quello che avrebbe compiuto a Gerusalemme…è l’esodo doloroso che Gesù affronterà passando per le acque di morte, per l’abisso della sofferenza. Poco prima (9,21-24) Gesù aveva detto ai suoi discepoli una parola scandalosa sulla necessitas passionis , una parola accompagnata da uno sconcertante invito a stare con lui in  quell’atto di amore e di offerta di sé: è necessario dimenticarsi per seguirlo e chi saprà perdere la vita la troverà e chi la vorrà preservare la perderà; ora sul Tabor il Padre chiede che si ascoltino proprio quelle sue parole scandalose, chiede ai discepoli di accettare quel Figlio Eletto che passa per lo scandalo della croce. Solo lui è il suo Figlio; solo lui è da ascoltare; nons i ingannino ascoltando altri con parole magari più allettanti.

La strada è così tracciata anche per questa nostra Quaresima: la lotta è possibile perché Cristo ha vinto, ma ha vinto a caro prezzo (1Cor 6,20), non si può ingaggiare quella lotta se non passando per quell’esodo doloroso. Altre vie non sono possibili.

Pietro, affascinato dalla luce del Tabor commette un errore gravissimo, un errore che si porterà dietro sino alla fine dell’Evangelo quando quello stesso errore lo precipiterà fino al rinnegamento del Cristo sofferente. L’errore di Pietro è di voler dimorare nella luce della Pasqua senza passare per la passione; è un gran rischio volere la gioia e la pace sfuggendo la ruvidezza della croce. Luca ironicamente commenta che Pietro non sapeva quel che diceva; sì, Pietro è un incosciente, come spesso accade anche a noi, vorrebbe delle scorciatoie e in Matteo e Marco osa suggerirle anche a Gesù che lo apostrofa con il terribile nome di  Satana. Scorciatoie a portata di mano: l’illusione che la vita sia la conquista dello star bene e basta…ad ogni costo; anche a prezzo dell’oblio di quanti sono nel dolore e nella morte: meglio dimenticarli, ci sporcano le illusioni…

Il rischio è quello che dice Paolo nel passo di della Lettera ai Filippesi che oggi si proclama: comportarsi da nemici della Croce di Cristo!

L’Evangelo invece ci indica la via di Gesù, una via che è tutt’altro; è la via della compromissione senza mezze misure per un esodo che riguarda tutti gli uomini. Gesù ci rivela il volto altro di un Dio che davvero si compromette, che all’uomo si offre tutto e senza riserve: Abramo, protagonista del racconto di Genesi che è la prima lettura di questa domenica, sperimenta un Dio che si impegna personalmente al sacrificio, che passa lui solo tra gli animali squartati impegnandosi appunto a versare il sangue. I due contraenti, in questo tipo antichissimo di alleanza,  passavano assieme tra le bestie squartate per proclamare che ogni infedeltà al patto li avrebbe condotti a quella stessa fine cruenta; ad Abramo, però, non viene chiesto di passare tra quel sangue, solo il Signore lo farà facendosi così carico di tutte le infedeltà all’alleanza.

L’ombra della Croce si allunga da quella notte di Abramo fino alla luce del Tabor; ormai è l’ora di seguire il Signore in un esodo che egli è pronto ad inaugurare con il suo sangue e che bisogna accogliere con il coraggio di perdere la propria vita per conquistarla davvero.

La via sicura? Ascoltarlo rifiutando le squallide scorciatoie che il tremendo buon senso del mondo sempre ci suggerisce.