II Domenica di Quaresima – La Trasfigurazione

GESU’ CI MOSTRA IL SUO VOLTO

 Gen 12, 1-4a; Sal 32; 2Tm 1, 8b-10; Mt 17, 1-9

 

E’ la domenica della Trasfigurazione! Se domenica scorsa Gesù si è mostrato come Colui che lotta nella nostra lotta, come Colui che si dona la sua vittoria nelle nostre lotte, oggi Gesù ci mostra sul suo volto l’esito della nostra storia con Lui, delle nostre lotte e soprattutto dell’opera della grazia in noi; per Matteo il volto di Gesù brillò come il sole; quel volto è promessa di luce per i nostri volti; per Matteo Gesù si mostra avvolto di vesti candide come la luce; quelle vesti sono promessa per noi: saremo rivestiti di luce (cfr Is 60,1).

Se la Quaresima, come dicevamo, è tempo di “radiosa tristezza”, oggi la liturgia della Chiesa pone l’accento sul “radiosa” …

La Trasfigurazione non è un momento di “trionfo” di Gesù, non è un momento in cui, stanco della kenosi (dell’abbassamento) mostra la sua divinità; il trionfo terreno è sempre stato aborrito da Gesù (e non lo avrebbe voluto neanche a beneficio consolatorio dei tre discepoli più intimi), la volontà di rinnegare la kenosi si era già rivelata come tentazione quando nel deserto satana gli aveva suggerito di mettere alla prova Dio con un gesto sovrumano come quello di volare dal pinnacolo del Tempio. La Trasfigurazione (o, come dice il testo greco, la metamorfosi) è mistero di rivelazione, è rivelazione della vocazione dell’uomo! Una vocazione di luce, di bellezza che l’uomo riceve definitivamente in Cristo Gesù! E’ Lui la benedizione promessa a tutte le genti; è Lui, figlio di Abramo e Figlio di Dio, l’adempimento di quell’antica promessa fatta ad Abramo nell’ora di quella primordiale chiamata: Vattene dalla tua terra … in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra.

La cosa straordinaria del mistero della Trasfigurazione è che questa luce, questa benedizione, questa bellezza sono tutte in un uomo! E’ nell’umanità di Gesù che splende Dio, è nell’umanità di Gesù che ci è narrato e consegnato Dio e la sua luce.

Scrive Paolo che Dio abita una luce inaccessibile (cfr 1Tm 6, 16) ma sul Tabor quella luce si è fatta accessibile all’umanità perché è nell’umanità di Cristo Gesù che essa splende.

La Trasfigurazione però non è neanche una bella emozione da gustare, come pensa Pietro nella narrazione dell’evangelo di oggi. Questi certo capisce una cosa: “è bello!” ma dovrà capire che quella bellezza promessa non può essere estraniamento dalla storia e neanche dal “brutto” della storia che è il dolore. La Trasfigurazione è annunzio del Regno e della sua bellezza ma che non può restare chiuso nelle tende sul Tabor come Pietro sogna; il Regno attraversa la storia e deve portare la luce di Dio al cuore del dolore del mondo. Scendere dal Tabor per andare a Gerusalemme sarà proprio questo: portare la bellezza del Regno al cuore della passione, cioè al cuore delle sofferenze dell’uomo, dei suoi “inferni”, della sua morte.

Scendendo dal monte i tre si sentono dire che non si può parlare di quella luce se non dopo che il Figlio dell’uomo sia risorto da morte, cioè non prima che abbia portato quella luce di bellezza fino al cuore del dolore e della morte … solo dopo che il Figlio dell’uomo avrà gridato il suo lacerantissimo “perché?” (cfr Mt 27, 46).

Il Padre lì sul monte della bellezza aveva detto l’ultima sua parola: Questi è il Figlio mio, l’amato, in cui mi sono compiaciuto. Ascoltatelo! Sintesi straordinaria questa di tutto il cammino dell’Alleanza, cioè di tutta la ricerca amorosa di Dio nei confronti dell’uomo: il figlio amato ci ricorda Isacco (Prendi tuo figlio, il tuo unigenito, l’amato, Isacco … e offrilo in olocausto cfr Gen 22, 2); la compiacenza di Dio ci ricorda che è il Servo sofferente (Ecco il mio servo: io lo sosterrò. Il mio eletto in cui mi compiaccio cfr Is 42, 1); il comando dell’ascolto ci conduce poi alla radice di tutta la fede biblica: una permanente richiesta di ascolto su cui si fonda l’Alleanza (Sh’mà, Israel … ascolta, Israele cfr Dt 6, 4). Quell’antico Sh’mà ha ora però una convergenza inimmaginabile, l’ascolto richiesto è un ascoltare Lui, il Figlio amato, il Servo, Colui che è la compiacenza di Dio: Gesù!

Come la luce della bellezza, così anche l’ascolto ora riposa su un uomo, sull’uomo Gesù. Ascoltare Lui compie l’antico Sh’mà come ci vien detto dal colloquiare di Gesù con Mosè ed Elia che avevano tracciata la strada dell’attesa; Mosè che aveva detto Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. Ascoltatelo (cfr Dt 18,15); Elia che la sapienza di Israele afferma che dovrà tornare per preparare la via al Messia (cfr Mal 3, 23-24).

Matteo ci dice che al termine della manifestazione luminosa tutto torna come prima e che i tre discepoli non videro più nessuno se non Gesù solo. Resta solo Gesù e neanche più ammantato di luce … resta Gesù e basta. E’ quel Gesù quotidiano, vorrei dire ordinario, che bisogna ascoltare con coraggio; è quel Gesù “e basta” che bisogna avere il coraggio di seguire per strade che devono attraversare il dolore, l’inferno e la morte. Nella passione quel Gesù racconterà incredibilmente la bellezza e porterà il Regno al cuore del dolore del mondo! Chi ha il coraggio di obbedire alla voce del Padre, ascoltando il Figlio amato, parteciperà con Lui e per Lui alla straordinaria impresa di trasformare il mondo portando la bellezza di Dio ed il suo Regno al cuore dell’uomo ma partendo dall’abisso del dolore. Il Centurione, dinanzi alla croce del Figlio dell’uomo, dinanzi al suo grido inarticolato ed alla sua morte riconoscerà paradossalmente quel bagliore del Regno … capirà che l’orrore della morte è stato abitato dalla bellezza di Dio: Davvero costui era il Figlio di Dio! (cfr Mt 27, 54).

L’Evangelo di oggi si chiude con un silenzio carico di domande, di attese … i tre discepoli scendono in silenzio … il quotidiano non è il Tabor: quando si intravede e si gusta la bellezza di Dio, bisogna subito andare alla vita per portare il Regno al cuore del mondo.

Dal Tabor si scende in silenzio, “ruminando” le parole dell’Evangelo e della promessa e puntando con coraggio, con Gesù, verso Gerusalemme. A Gerusalemme la luce del Regno, che sul Tabor sfolgora sul volto di Cristo, sarà donata ad ogni uomo! La via  sarà quella della croce ma la meta è la pace gioiosa della Pasqua! Ricordiamo sempre che la Quaresima non è un riposo, è cammino!

La Pasqua è ingresso nel riposo! Intanto, allora, buon cammino.

Ascensione del Signore – Una attesa nella storia

UNA MANIFESTAZIONE CHE AVVIENE CON IL CELARSI DI GESU’ 

At 1, 1-11; Sal 46; Ef 4, 1-13; Mc 16, 15-20

  

Il racconto che Luca fa, in Atti, dell’Ascensione del Signore, è racconto di una vera e propria “teofania”, di una manifestazione di Dio; una manifestazione che avviene con il celarsi di Gesù! Paradossale! Come sempre, nel mistero cristiano, tutto è paradossale!

Qui Dio si manifesta sottraendo la visibilità del Risorto ai discepoli, ma questa assenza subito si riempie di una parola che viene da Dio: Uomini di Galilea perchè state a fissare il cielo? Questo Gesù che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo . A parlare sono “due uomini ” non meglio definiti da Luca (anche al sepolcro le donne avevano visto “due uomini ”!) la tradizione ha voluto vedervi due angeli…per alcuni sarebbero di nuovo Mosè ed Elia (anch’essi così definiti da Luca nella scena della Trasfigurazione; cfr Lc 9,30) che sono venuti come testimoni all’appuntamento del “compimento ” dell’ Esodo …sì, perchè qui l’Esodo è davvero compiuto! Se la passione è stata il tempo del deserto ora qui, con la Risurrezione e l’Ascensione, Gesù giunge con tutta l’umanità alla Terra promessa! La scena somiglia tantissimo al racconto della Trasfigurazione: c’è la nube segno della gloria del Signore, nube che cela e rivela e, mai come in questo racconto, è così chiaro che essa celi ma poi si dipana una grande rivelazione.

I due uomini (siano angeli o Mosè ed Elia!…) invitano i discepoli disorientati (ancora un parallelismo con il racconto della Trasfigurazione!) a non rimanere fissi con gli occhi al cielo e questo perchè c’è da attendere un ritorno e questa attesa non può non essere che nella storia , nel quotidiano…i discepoli devono tornare alla storia e anzi devono essere, nella storia, via di svolta, di “esodo” per tutti! Ormai questo “esodo” è incominciato, tanto che un frammento della storia, del tempo degli uomini, della loro carne è ormai presso Dio …Gesù è questo straordinario frammento di storia che è giunto a Dio compiendo tutto l’Esodo ed essendo promessa di pienezza! La Chiesa resta nella storia per essere seme di questo compimento! Un compimento che può avvenire solo in un modo: narrando Gesù ! D’altro canto Gesù era venuto per narrare al mondo il Padre e l’aveva fatto con le sue parole e la sua vita tutta donata; la Chiesa non può e non deve fare altrimenti, non può e non deve fare altro! Riceverà lo Spirito per essere serva di questo compimento .

Nella finale dell’Evangelo di Marco che oggi si ascolta è chiaro: i discepoli, nonostante la loro fragilità (sono gli Undici e non più i Dodici perchè tra loro si era insinuato il tradimento e la morte!) sono inviati da Gesù risorto ad evengelizzare tutta la creazione ; mi pare forte che Gesù non dica semplicemente “tutti gli uomini ” o “tutte le genti” (come viene detto in Matteo ) ma dica “tutta la creazione ”… è come dire che l’Evangelo, per la parola e la testimonianza degli Apostoli, debba permeare tutto il creato per trasfigurarlo; tanto è vero che gli stessi segni che essi devono fare, toccano con evidenza le cose create liberandole (scacciano i demoni!) e trasformadole da male a bene (i serpenti, il veleno, le malattie, la separazione tra gli uomini a causa delle “lingue ” diverse…)

Con l’ Ascensione allora inizia un tempo nuovo, il tempo in cui il seme che Cristo ha piantato nella storia deve iniziare a giungere a pienezza…

Anche la finale di Marco sottolinea che inizia un tempo di assenza, ma subito quell’essenza è avvertita come presenza distesa e permanente…infatti il Signore opera con i suoi e conferma le loro parole e questo dappertutto , ovunque …

Lo straordinario di questo mistero dell’Ascensione è che l’ Evangelo, frutto “a caro prezzo ” dell’amore trinitario, frutto “a caro prezzo ” della croce del Figlio, ora è affidato a povere mani di uomini…la conferma e l’operare di Cristo sono strettamente legate all’opera dei discepoli…se essi non vanno e non si compromettono l’ Evangelo resta “congelato” perchè non annunziato, resta fermo perchè ha bisogno delle loro gambe e della loro fatica…quando nei secoli i discepoli non hanno fatto questo il mondo degli uomini ed il creato tutto ripiombano nelle loro vie di morte e di alienazione.

L’Ascensione deve accendere nei nostri cuori la “febbre” dell’evangelizzazione…non c’è cristiano che se ne possa sentir fuori…non c’è discepolo di Cristo che possa nascondersi dietro “altri ministeri” e altre urgenze!

Divenuti discepoli del Crocifisso Risorto non si può avere che un’urgenza: gridare al mondo con la vita e la parola la grande speranza, indicare al mondo quella terra promessa che già ci appartiene perchè “uno di noi”, Gesù di Nazareth, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, già ci abita e, abitandoci, è però sempre con noi!

Credere nella Risurrezione è credere a questa terra promessa e tendervi con tutte le forze! Chi crede nella Risurrezione sa che c’è un’urgenza: l’Evangelo! Sa che è un’urgenza prima per lui stesso che ogni giorno deve decidersi per Cristo per poi mostrarlo al mondo senza arroganze e senza disprezzo.

A Cristo Gesù che tornerà la Chiesa dovrà consegnare questo mondo in cui essa è stata lasciata, un mondo da amare e lo trasfigurare con la parola di salvezza e con la sua vita tutta fatta dono come quella del suo Sposo e Signore!

II Domenica di Quaresima – La Trasfigurazione, rivelazione della Pasqua

IL VEDERE E’ POSSIBILE SOLO NELL’ASCOLTO

  –  Gen 22, 1-2.9a.10-13.15-18; Sal 115; Rm 8, 31b-34; Mc 9, 2-10  –

 

La seconda tappa della Quaresima ci consegna una scena luminosa in cui pare che tutto punti alla “visione ” ed invece, poi, tutto prende altre strade.
Siamo al cuore dell’Evangelo di Marco, dopo la domanda che Gesù ha posto ai suoi: Voi chi dite che io sia? (cfr Mc 8, 29) … una domanda che non vuole risposte “di seconda mano”, una domanda che genera ancora domande … La risposta di Pietro, Tu sei il Cristo! è risposta che certo dice una verità, ma una verità che rimane ambigua; per Pietro, infatti, che significa essere il Cristo?

Altre domande … e le risposte che man mano emergono non sono quelle che Pietro si aspetta, nè quelle che si aspetta il comune senso “religioso” degli uomini. La risposta è la vicenda pasquale di Gesù, vicenda di rigetto, di umiliazione, di debolezza, di amore che non si spaventa di perdere se stesso … vicenda di un Dio che, come Abramo, porta il suo unigenito sul monte del sacrificio, in una scelta di dolore senza confini, una scelta di fedeltà all’uomo; se infatti Abramo porta Isacco sul monte in obbedienza a Dio, Dio Padre “porta” il Figlio amato sul Calvario in obbedienza all’uomo e alla sua storia, in obbedienza ad un amore per la sua creatura che, o è condivisione e compromissione o amore non è.
La Trasfigurazione è l’ora in cui il Padre ci dona una rivelazione tutta puntata sulla Pasqua; rivelazione che quella debolezza, quella morte, quell’umiliazione, che Gesù ha cominciato ad annunziare ai suoi, non saranno sconfitta ; bisognerà leggerli in una luce che spalanca gli orizzonti di Dio alla fragilità della nostra umanità; quella via di umiliazione, quell’attraversare i deserti dell’uomo (come abbiamo ascoltato domenica scorsa nell’Evangelo delle Tentazioni di Gesù ) non sono estranei alle promesse di Dio!
Non si inganni Pietro…Gesù può essere il Cristo pur scendendo nel profondo del dolore e della vergogna; anzi lo sarà proprio per questo!
Sul Tabor (monte individuato come quello della Trasfigurazione), Mosè ed Elia, con la loro presenza, dicono chiaro che Gesù non è nemico della Torah (come avevano insinuato più volte nell’Evangelo, fino a questo punto, Scribi e Farisei!), ma Gesù non è neanche Elia (come qualcuno pure diceva!) perchè lo vediamo di fronte ad Elia; Gesù è il Figlio in cui c’è tutta la bellezza di Dio. Una bellezza che sa assumere l’orrore della storia e lo farà per una via di amore e di vera compagnia con l’uomo. I tre discepoli che Gesù “assume” con sè (il verbo greco è “paralambàno”) erano già stati testimoni della potenza di Gesù dinanzi alla debolezza della morte della figlia di Giairo; lì Gesù, toccando il cadavere della bambina, assume l’impurità della morte e così dona la vita…alla fine dell’evangelo saranno ancora testimoni dello sprofondare di Gesù nella debolezza estrema del Getsemani…ora qui sul Tabor devono “vedere ” la debolezza di Gesù avvolta dalla gloria, devono capire che quella debolezza di Dio non contraddice le promesse dell’Alleanza ma le compie…E c’è una visione ma una visione che è un lampo passeggero…la vita credente non resta nello spazio della visione
Pietro, come al solito, esprime l’immediata reazione dell’uomo comune: Facciamo tre tende … pensa che la vita possa risolversi in quella condizione che, contemporaneamente lo spaventa e lo avvince…Appena Pietro dice queste parole la nube li avvolge e la visione cessa. La nube è un richiamo alla gloria del Signore; infatti la nube accompagna l’Esodo dall’Egitto, la nube riempie il Tempio quando queso viene dedicato (cfr 2Re 8, 10-13)… la nube cela e rivela; e infatti così avviene sul monte della Trasfigurazione; essa cela la visione ma da essa giunge la vera rivelazione; è la risposta del Padre circa la domanda sull’identità di Gesù: Questi è il Figlio mio, l’amato; una parola che il Padre aveva già detta al Giordano ma rivolta direttamente a Gesù: Tu sei il Figlio mio, l’amato.
Qui sul Tabor però la voce del Padre dice ancora una parola che è essenziale: Ascoltatelo! Insomma non è la visione che farà la vita dei discepoli quale vita nuova ma sarà l’ascolto. Nel Quarto Evangelo Gesù dirà: Le Scritture mi rendono testimonianza (cfr Gv 5,39); è nell’ascolto della Scrittura che il discepolo potrà trovare la via quotidiana per assumere lo splendore che Cristo può e vuole donare a chi sceglie le vie che Lui stesso ha scelto, vie di condivisione, di compromissione con gli amati, via di contraddizione delle attese del mondo.
Sul Tabor la visione ci è data, vorrei dire, per negare la visione come via di comprensione ed assunzione dell’Evgangelo di Gesù! Ci è rivelato un volto che però si può contemplare davvero solo nell’ascolto! E’ quel paradosso che i Padri, commentando la visita dei pastori alla mangiatoia di Betlemme, proclamano con un’espressione ricca di richiami: “Andarono e videro la Parola”.
Il vedere è possibile nell’ascolto. E’ paradossale ma è così.
Il pretendere altro è sviante…
I tre rimangono con questa parola nel cuore: Ascoltatelo! Una parola che desidera cuori che si aprano all domanda sempre ulteriore in cui la ricerca del Volto di Dio appaga e mette sete, in cio la bellezza del volto del “più bello tra i figli dell’uomo ” (cfr Sal 45,3) sarà visibile a pieno nella “bruttezza” del volto del Crocefisso. Non a caso l’ultimo che dirà chi è Gesù sarà il centurione che ai piedi della croce, proprio dinanzi a quel volto di morto, dirà “Davvero quest’uomo era figlio di Dio !”
Questa seconda tappa di Quaresima ci dona allora ancora una via di lotta perchè l’uomo nuovo possa sfolgorare in noi: la via dell’ascolto umile e quotidiano della Parola contenuta nelle Scritture. Per fare questo non c’è bisogno delle tre tende straordinarie che Pietro vorrebbe costruire, quella Parola ci è stata consegnata e ci è vicina. Scrive Paolo nella sua Lettera ai cristiani di Roma e citando il Deuteronomio: Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore … (cfr. Rm 10,8 e Dt 30,14). Bisogna solo frenare il flusso insensato delle mille cose che ci paiono urgenti per dimorare in questa tenda dell’ascolto. Lì obbediremo all’estremo “Sh’mà” che il Padre pronuncia, compimento dell’antico comando dato ad Israele; ora lo Sh’mà ha per oggetto Gesù, è a Lui che bisogna tendere l’orecchio dell’ascolto; a Lui che è la Parola che ci rivela Dio e rivela noi a noi a noi stessi.