Epifania del Signore (Anno C) – La sapienza dei Magi

 

SAPER CREDERE AI SOGNI

 

Is 60, 1-6; Sal 71; Ef 3, 2-3.5-6; Mt 2, 1-12

 

Il primo giorno dell’anno, nell’Ottava del Natale, abbiamo celebrato la circoncisione di Gesù, segno nella sua carne dell’appartenenza ad Israele, al popolo santo di Dio, scelto tra tutti i popoli per essere luogo della Rivelazione, per essere destinatario della Parola che salva e racconta Dio, per essere terreno dell’avvento nella carne di quella stessa Parola.

Il Messia di Israele però è luce per tutti i popoli, la Parola ha piantato in Israele la sua tenda ma per essere capace, da lì, di raggiungere tutti gli uomini. L’Epifania rivela, potremmo dire, la vocazione più autentica di Israele: essere luogo dell’irradiazione di Dio per tutte le genti; nessuna vocazione è per se stessi, ogni vocazione è certamente un’elezione, ma destinata agli altri, al mondo che è oggetto dell’amore di Dio e che provvede a tutti chiamando uno o alcuni.

L’oracolo del Terzo Isaia che oggi si proclama lo dice ben chiaro: «Cammineranno i popoli alla tua luce»; c’è una luce di cui Israele è rivestito e che sarà guida per tutti i popoli che, giunti all’incontro, proclamano la gloria del Signore, proclamano cioè la sua presenza concreta e salvifica nella loro vita, nella loro storia. Certamente Matteo ha tenuto sullo sfondo della sua riflessione questo oracolo per poter scrivere il racconto della vicenda dei Magi. Un racconto che dilata la luce del Natale e ci mostra che quella luce non vuole avere confini. Guai a chi presume di poter possedere Dio ed il suo Messia, guai ad una Chiesa chiusa nei suoi possessi e nella sua presunzione di unica “padrona” della salvezza! Dio è più grande di ogni confine, sia pure ecclesiale!

I Magi sono i grandi protagonisti di questa splendente “macrotymìa” di Dio, cioè del suo guardare e sentire in grande! Il Signore “scomoda” i cieli a causa di questo suo sguardo che va lontano … “chiama” una stella perché vada a “chiamare” i Magi … scomoda i cieli perché sa che quegli uomini lontani scrutano i cieli; i cieli sono cioè il solo libro su cui essi possono leggere la novità della salvezza. E questi sapienti, scrutando i cieli, trovano lì il segno che Dio aveva inviato loro.
Sant’Alfonso nella sua nenia natalizia “Quanno nascette ninno” scrive:
«Maje le stelle lustre e belle se vedettero accusì
e ‘a cchiù lucente
iette a chiammà li Magge all’Uriente»

(“Mai si videro le stelle così splendenti e belle e la più lucente andò a chiamare i Magi dall’Oriente”)
… bellissima questa immagine della stella che “va a chiamare”: il Signore fa diventare il creato luogo della vocazione di questi uomini!
E i Magi partono per seguire una stella … un’immagine anche questa potente, provocatoria per le nostre prudenze mondane … i Magi ci insegnano la via dell’“oltre”, la via di una “alterità” vertiginosa: la loro sapienza non li ha imprigionati nelle reti del raziocinio, dei calcoli e del buon-senso; la loro è vera sapienza, quella contagiata da Dio e non dal mondo. I Magi ci mostrano come questa sapienza di Dio, questa sapienza che è saper leggere la vita e la storia fino in fondo, senza catene, in piena libertà, appartiene a tutti gli uomini.
Sì, perché l’uomo, fatto ad immagine di Dio, sente l’appello in sé di questa sapienza altra; il problema è che troppo spesso si fa imprigionare da altre sapienze che si travestono di sensatezza e di equilibrio, di prudenza e di verità mentre, in realtà, esse sono insensate, squilibrate, incatenate e menzognere.

I Magi no! Per tutto il racconto di Matteo appaiono sovranamente liberi e capaci di credere alla luce di una stella, ed ai sogni … così raggiungono Dio e la sua gioia; scrive infatti Matteo che quando rivedono la stella sopra il luogo in cui trovano Gesù, «gioirono di gioia grande».

In questi giorni per ben due volte ho dovuto sentire sulle labbra di uomini di Chiesa risuonare la parola “sognatore” con disprezzo e sufficienza! Che tristezza! Che lontananza dall’Evangelo! Pensiamoci: ma Gesù, che pure chiamiamo Signore, non è stato il più grande “sognatore” della storia? Lui ha sognato un umanità libera e amante, tanto amante da essere libera, e tanto libera da amare senza confini! Ha sognato che noi uomini potessimo dare la vita con Lui per questo sogno di un uomo nuovo!

I Magi sono meravigliosi perché credono ad un sogno più che alle parole melliflue di un re potente ed arrogante; credono più alla luce della stella che agli sfolgorii della corte di Erode; e credono infine più ad una stella che alla loro fatica.
I Magi sono straordinari perché credono alla Parola che a Gerusalemme viene detta loro e senza la quale non potrebbero giungere all’incontro vero con Dio; sono straordinari perché credono a degli “evangelizzatori” (mi si perdoni l’ardire) molto poco credibili in quanto dicono che è a Betlemme che bisogna andare ma loro stessi non si muovono dalla loro comoda “poltrona” in città! I Magi no! Non sono così! Sono partiti, hanno faticato, hanno sperato finché sono giunti in quella terra di Israele che aveva la sua vocazione ad essere terreno dell’avvento di Dio per tutti gli uomini; con la loro “sapienza” permettono ad Israele di realizzare la sua vocazione; anche se gli scribi di Erode non lo sanno, grazie ai Magi, essi adempiono alla loro vocazione: indicare alle genti il luogo di Dio!

L’Epifania, allora, mentre dilata all’estremo i confini della salvezza ricordandoci che la carne di Dio è la carne di tutti gli uomini, di ogni uomo, ci insegna una via di sapienza e di libertà: nessuna bellezza che sogniamo deve essere schiacciata e coperta da calcoli o buon-senso, nessun sogno di “oltre” può essere deriso o disprezzato perché così facendo si deride e disprezza Dio.

Per i sogni si lotta, e grazie ad i sogni si vola alto!
Solo i veri sognatori sanno poi aprire a Dio e agli uomini i loro tesori, quello che hanno di più prezioso, perché sia usato da Dio, dato a tutti gli uomini.

La manifestazione di Dio rende gli uomini capaci di donarsi, di sognare ancora e più radicalmente, di adorare; rende capaci di imboccare altre vie, cioè vie altrePer un’altra via fecero ritorno al loro paese»!)

E’ l’esito del Natale!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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Natale del Signore (Anno C) – Dalle labbra di Gesù

 

PAROLE PER LA NOSTRA VITA

 

Notte Is 9, 1-3.5-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2, 1-14

Aurora Is 62, 11-12; Sal 96; Tt 3, 4-7; Lc 2, 15-20

Giorno Is 52, 7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1, 1-18

 

Oggi è facile fare retorica teologica o retorica di buoni sentimenti, di propositi di rinnovamento… Non vorrei tuttavia parlare in “pretese”, con un linguaggio, cioè da prete scontato!

Vorrei allora tentare altro; vorrei che il Mistero dell’Incarnazione, mistero duro ed esigente, impregnato di un sudore che a Dio non avrebbe dovuto appartenere, di lacrime e sangue che a Dio non avrebbero dovuto appartenere, ci desse uno sguardo duro ed esigente sulla nostra vita, sulla nostra esistenza credente, sulla nostra coscienza ecclesiale …
“La gioia di Dio è passata attraverso la povertà della mangiatoia e la pena della croce, perciò essa è invincibile e inconfutabile” così ha scritto Bonhoeffer; e allora vorrei che oggi ascoltassimo queste esigenze evangeliche dalle “labbra” di Gesù …
Mi sono chiesto: “Cosa ci direbbe Lui per farci celebrare nella verità il suo Natale? Cosa ci direbbe per non farci essere insensati in questi giorni?”
Ed ecco cosa mi viene in cuore … certo è una “simulazione”, ma forse non tanto; mettendosi in ascolto della Parola, che abbondante la Chiesa ci offre in questo giorno santo, le esigenze dell’Evangelo mi paiono lampanti!
E’ bello sentirsele ripetere da Gesù:

«Tra poco canterete con esultanza il “Gloria” … ma prima desidero parlarvi … Vi pare strano? Forse vi pare strano, perché in questo giorno siete abituati a vedermi neonato, e i neonati non hanno parole … Certo, mi rappresentate come uno strano neonato: già con la manina che benedice … ma sono stato un neonato come tutti voi e la mia manina non benediva … Oggi voglio però parlarvi al di là di tutto questo; non vengo a rompere l’incanto del vostro Natale, voglio invece accrescere il vostro incanto di questa notte, incanto pieno di tenerezza; vi parlo perché sono il Vivente, il Veniente … nella notte di Betlemme ero un bimbo come tutti, ma ora vivo per sempre con i segni della Passione, io sono il Risorto, l’Alfa e l’Omega!
Nell’eterno del Padre vi amo con un cuore di uomo perché in questa notte presi la vostra carne tenerissima e tremenda; ho provato il freddo, ma anche il calore del seno di mia Madre; ho provato le gioie di sere liete con amici che si amano, ma ho provato anche la delusione e il tradimento, ho provato le risate di gioia e le lacrime insopprimibili; ho vissuto la vostra vita e la vostra morte … ed è meraviglioso! Vedete? Non so dire: era meraviglioso … dico è meraviglioso!
Tra poco canterete il “Gloria”, come gli angeli nella notte di Betlemme, e le vostre voci giungeranno in cielo: è bella la voce dei figli, è bella la voce dei fratelli, è bella la voce della casa …
Cantate uniti! E’ Natale, <bambini> di ogni età!
Cantate e state uniti! Unitevi davvero, non per conquistare il potere, ma per lasciarlo agli altri; non per dominare il mondo, ma per regalare il dominio a quelli che – senza questo terribile giocattolo – si arrabbiano troppo!
Vi sembro strano? Vi sembro arrendevole? Se è così, sono proprio io! Solo io posso essere così <pazzo> da dire queste cose!
Se cantate il “Gloria” fatelo pure, ma come gente che vuole vivere il Natale a modo mio … d’altro canto io ho <inventato> il Natale …
Come cantarlo? Siate pronti a perdere tutto ciò che agli altri interessa tanto: soldi, potere, successo! Purchè vi lascino le cose sante, e non ne facciano mercato!
Dite ai potenti piccoli e grandi: TENETEVI TUTTO, MA LASCIATECI SOGNARE! Sentirsi più buoni non basta…il mondo attorno a voi ha il ruggito del leone e il sibilo del serpente! C’è bisogno di risposte concrete! Ma non <concrete> come pensa il mondo!
Le risposte concrete sono risposte che vogliono rischio e vita … pensate a come ho rischiato io, e a come è stato il mio vivere … è tutto lì … non barate!
Non vi accontentate della breve pausa natalizia e poi via… peggio di prima: è un’insopportabile contraffazione della PACE che gli angeli cantano stanotte! E’ un’insopportabile contraffazione dei miei sogni che rendono non credibile l’Evangelo!
Per fare questo SOGNATE! Sognare è importante, non come rifugio illusorio nella penombra del vostro privato, ma come forza creativa di chi vuole essere davvero la mia Sposa, mia Chiesa!
Voglio una Sposa che sogna! Se tutti sognate la stessa cosa, il desiderio si avvera! I sogni che muoiono all’alba sono quelli concepiti in solitudine e dimenticati durante il giorno per mancanza di riscontri … siate l’uno il riscontro dell’altro!
Niente ingenuità e vuoto spiritualismo, beninteso! Ma neanche cecità, cinismo e sconforto … e niente BUON SENSO! Oh, quello! … Può uccidere l’Evangelo! Io non sono il buon senso! Siate acrobati dell’incredibile! Io lo sono stato … lo sono … E c’è una regola che gli acrobati sanno a memoria: GUARDARE IN ALTO! Guai ad abbassare gli occhi alle cose sottostanti … si precipita e precipitano anche i sogni!
Con il sogno dell’Evangelo cambieremo il mondo!
Ve la sentite di venire con me a cambiare il mondo con il sogno dell’Amore? Se ve la sentite, allora cantate! A me o tutto o niente!
Se la vostra risposta è TUTTO, se avete il coraggio di chiedere la grazia del TUTTO e del no netto al buon senso, allora cantate, cantate fratelli miei in questa notte di Evangelo, in questa notte di gioia, in questa notte di Natale…»

Forse tutto questo non aiuterà per preparare l’omelia di Natale … perdonate … vuole essere, però, un abbraccio e un augurio a tutti da parte di questa nostra comunità monastica! Santo Natale!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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IV Domenica di Avvento (B) – Offrirsi interamente a Dio

NON UN POCO DI MENO

 

2Sam 7, 1-5.8-12.14.16; Sal 88; Rm 16, 25-27; Lc 1, 26-38 

 

Annunciazione (Andrej Rublev)

Annunciazione (particolare), di Andrej Rublev

In quest’ultima domenica di Avvento leggiamo nuovamente la pagina ricchissima e bellissima dell’Annuncio a Maria.
Gli studiosi si sono chiesti spesso che genere di pagina sia; se un annunzio di nascita, come ce ne sono altre nella Prima Alleanza: si pensi a Isacco (cfr Gen 18), a Sansone (cfr Gdc 13), a Samuele (1Sam 1). O se piuttosto possa essere un racconto di vocazione per una missione, si pensi a Mosè al roveto ardente (cfr Es 3), a Gedeone (cfr Gdc 6), o a Geremia (cfr Ger 1); pare infatti che ce ne siano i tratti: iniziativa di Dio; timore del chiamato; l’offerta di una prova che convinca, seguita dalla promessa della presenza del Signore.
O piuttosto ci troviamo dinanzi ad una pagina di rinnovo dell’alleanza come in Gs 24? Anche questo pare convincente…
Tutte queste somiglianze, che farebbero collocare l’Annunzio a Maria tra gli annunzi di nascita, o tra le vocazioni ad una missione o anche tra i racconti di rinnovo di alleanza, si trovano tuttavia accanto a molte dissomiglianze: l’Annuncio a Maria pare infatti un annunzio di nascita, ma senza essere preceduto da una preghiera perché questa nascita avvenga; ha i tratti di una vocazione, ma senza che si dicano meriti o qualità del chiamato! Compare inoltre un evento mai contemplato prima: in nessuna pagina della Prima Alleanza si ritrova un concepimento senza concorso d’uomo.
Insomma ci accorgiamo che questa pagina di Luca è sì simile ad altre ma non coincide con nessuna! Certo è un racconto di vocazione, ma che contiene l’annunzio di una nascita che stipula una Nuova Alleanza. Capiamo allora – come scrive Bruno Maggioni – che la novità letteraria è indicativa di una novità teologica.

Oggi l’Avvento, con questa pagina lucana, ci presenta la Venuta del Signore nel quadro di una gratuità assoluta. Come già dicevamo, la venuta nella carne del Figlio dell’Altissimo non è preceduta nè da una domanda di Maria, nè da una sua particolare preghiera, nè tanto meno da alcun merito di Maria.

Questo tema centrale della gratuità viene ancor più in risalto se confrontiamo questo Annunzio a Maria con l’annunzio a Zaccaria, con cui Luca ha iniziato il suo evangelo (cfr Lc 1, 5-25). Incontriamo in quel racconto due sposi, Zaccaria ed Elisabetta, descritti come «giusti davanti a Dio»; due che osservano con fedeltà la Legge del Signore: pregano nel loro bisogno – la loro sterilità – e vengono esauditi. Nel racconto che riguarda Maria tutto questo non c’è: non si fa cenno alle virtù di Maria o alla sua giustizia; non si dice che attendesse qualcosa di particolare (e tanto meno una nascita, vista la sua condizione di “promessa sposa” non ancora convivente con Giuseppe!); non si dice che pregasse per avere un particolare ruolo o posto nella storia del suo popolo. Tutto qui è pura grazia!
Già S. Agostino lo sottolineava: «In Maria cerca il merito e non lo troverai, cerca la giustizia e non la troverai». In Lei tutto è pura gratuità.
Inoltre Luca dice di Zaccaria che «entrò nel Santuario del Signore», mentre di Maria che «l’angelo Gabriele fu mandato da Dio ad una vergine di nome Maria» e questi «entrò da Lei»: da un lato c’è l’uomo che entra nella casa di Dio, dall’altro c’è Dio che entra nella casa dell’uomo!

Zaccaria chiede un segno, Maria no…ed il segno le viene offerto gratuitamente (è proprio la gravidanza prodigiosa di Elisabetta!); Zaccaria fa una domanda con cui si rivela un incredulo, Maria fa anch’essa una domanda, ma solo per chiedere un come”…
La ragazza di Nazareth ci dice dunque che anche dinanzi a Dio c’è spazio per le domande… guai a chi non fa domande a Dio! Le prime parole di Maria, infatti, (delle pochissime che dice nell’Evangelo!) sono una domanda che chiede delle spiegazioni, delle luci sulla strada che Lei è già disposta ad intraprendere.

Proprio qui c’è l’annunzio della nascita verginale, un dato che ha una verità grande da consegnarci: un uomo come Gesù non ce lo potevamo dare da soli, un uomo come Gesù può essere solo un dono dall’alto; Lui è uno di noi ma è un dono dall’alto. Il Messia può essere solo dono della grazia e della potenza di Dio; e qui emerge ancora il tema della gratuità! Insomma per capire il santo che nascerà non basta guardare alla discendenza di David, ma bisogna sapere che Lui viene dallo Spirito. L’essere Figlio di David adempie alla promessa, fatta dal Signore tramite il profeta Natan al re David, che vorrebbe costruire il Tempio al Signore: non sarà David a costruire una casa al Signore – dice Natan – ma il Signore farà una casa a David, dandogli una discendenza…
E quest’ultima è solo la linea orizzontale con cui leggere Gesù; c’è poi l’altra linea che occorre cogliere per comprendere l’identità di Gesù: quella verticale, che viene dallo Spirito.

Le parole dell’angelo Gabriele sono un compendio delle Promesse della Prima Alleanza: c’è la profezia dell’Emmanuele (cfr Is 7, 14); c’è – come si diceva prima- la profezia di Natan a Davide (che è oggi la Prima lettura tratta dal Primo Libro di Samuele); c’è poi l’eco della promessa della nascita di Isacco (cfr Gen 18) ma soprattutto c’è l’allusione all’Arca dell’Alleanza: «Allora la nube coprì la tenda del convegno e la gloria del Signore riempì la Dimora» (cfr Es 40, 34) con cui si fa chiaro che il titolo di Figlio di Dio per Gesù non è solo un modo di dire, una metafora, ma è la sua realtà più profonda: Dio stesso riempirà la Dimora che Maria sta per diventare!
Le parole di Gabriele affermano che tutte le promesse di Dio ora sono compiute in quell’umile casa di Nazareth, dove Dio è entrato in modo assolutamente gratuito ed imprevedibile. E l’Avvento di Dio è così: gratuito ed imprevedibile!

Il nostro Avvento di quest’anno si chiude così, con questa dichiarazione assoluta di gratuità dinanzi a cui possiamo abbandonare ogni timore.
Alle prime parole dell’angelo, Maria è stata turbata e si faceva domande: si noti che il suo turbamento è riportato da Luca col tempo aoristo (dietaráchthe), ed il farsi domande è riportato all’imperfetto (dieloghίzeto) in quanto l’uno – il timore – è di un momento, l’altro – il farsi domande – dura nel tempo…
Tuttavia Maria riceve da Gabriele l’invito ad andare oltre la paura, perchè il divino, che sempre di primo acchito si teme, ha il volto della gratuità («Hai trovato grazia presso Dio») e la gratuità dà sicurezza, toglie ogni inquietudine perché ci dichiara che l’amore non è condizionato, non si conquista…
L’Evangelo allora è proprio e solo questo: l’amore di Dio è gratuito! Non occorrono meriti, si deve solo accogliere e lasciarlo operare in noi!

L’Avvento approda a questo, e approda ad una parola semplice e grande di Maria: «Avvenga di me secondo la tua Parola»! Il fiat di Maria, che in greco è riportato al tempo ottativo (ghénoito), contiene il senso di gioioso desiderio, e non è dunque un “sì” supino e rassegnato; è un “sì” non solo ad una missione da compiere, ma un fiat che riguarda tutta la sua persona: «Avvenga di me», dice Maria!
Ecco allora l’ultima esigenza dell’Avvento: non si tratta di fare delle cose per la venuta del Signore, per accelerare il suo ritorno, per rendere forte il nostro Maranathà… si tratta di offrirsi tutti interi a quella venuta; si tratta di dare la vita!

Siamo alle solite! Ci dobbiamo davvero convincere che il cristianesimo è questo: dare la vita…e non un poco di meno!
Appena si scende dal livello di questo tutto, l’Evangelo si trasforma in “religione” e si entra in multiformi perversioni che nulla hanno più a che vedere con la Lieta Notizia di Gesù, e con l’Attesa gioiosa del suo Ritorno, che sarà gratuito, liberante ed apportatore di senso pieno all’uomo ed alla sua storia.

Al Veniente che tutto si è dato, tutto si dà e tutto si darà, non si può rispondere se non con un dono totale, con l’offerta di tutto quel che siamo. Non un po’ di meno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

 

 




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XXXI Domenica del Tempo Ordinario – L’unum necessarium!

ASCOLTARE, CONOSCERE, AMARE

Dt 6, 2-6; Sal 17; Eb 7, 23-28; Mc 12, 28-34

Cosa è essenziale nella relazione con Dio? Cosa è primario? La ricerca di questo primato spinge lo Scriba che incontriamo nel passo dell’Evangelo di oggi a porre a Gesù la domanda sul primo comandamento … come districarsi nella selva dei seicentotredici precetti che i rabbini riconoscono presenti nella Torah? Sono trecentossessantacinque divieti (tanti quanti i giorni di un anno) e duecentoquarantotto precetti positivi (quante le membra del corpo umano secondo le concezioni del tempo).

La ricerca dell’unum necessarium fu l’impegno di tanta riflessione rabbinica e, se Davide – dicono – ridusse ad undici il numero di precetti (cfr Sal 15), Isaia li ridusse a sei (cfr Is 33,15), Michea a tre (cfr Mi 6,8), Amos a due (cfr Am 5,4) ed infine Abacuc ad uno (cfr Ab 2,4)! Gesù qui, anche Lui, li riduce ad uno ma lo fa citando lo “Shemà”, che abbiamo ascoltato nel passo del Libro del Deuteronomio che oggi è la prima lettura, ed unificando ad esso il comandamento dell’amore per il prossimo contenuto nel Libro del Levitico (19,18). E’ fondamentale capire che Gesù unifica i precetti dell’amore per Dio e dell’amore per il prossimo definendoli uno e proclamando che quest’unico comandamento ha primato su tutto!

Questo comando di amore, per Dio e per il prossimo, parte dalla fede; guai a dimenticarlo! E’ amore per un Dio che si sperimenta nella fede, in quella fede che è adesione esistenziale e che nasce dall’ascolto, come chiede lo Shemà; è fede in quel Dio ascoltato e quindi conosciuto come “unico Signore” e quindi amato. Ecco l’itinerario: ascoltare, conoscere, amare.

Giunto all’amore il credente è chiamato a verificare che il suo amore non sia mai disincarnato, che sia un amore che coinvolge tutto l’uomo e a tal proposito il testo insiste con quel “tutto”: tutto il suo cuore (il suo profondo), tutta la sua mente e tutte le sue capacità…Inoltre è bene sottolineatre ancora una cosa: nel testo di Deuteronomio che Gesù cita, “con tutte le tue forze”, la parola ebraica originale che Marco traduce in greco con “dianoías” (“forze”) può significare anche “sostanze”, dunque: “con tutto ciò che tu possiedi”.

Insomma un amore concretissimo e non fatto di belle parole o bei sentimenti un amore invece che prende e “travolge” la vita con quel che si è e con quel che si ha; un amore connesso strettamente all’amore per il prossimo il quale, dunque, deve avere le medesime caratteristiche di totalità e di concretezza.

La fede che chiede Gesù, insomma, è una fede che genera un amore per Dio senza “fughe” dall’umano e un amore per gli uomini nostri fratelli senza “fughe” da Dio. Poichè i due sono un solo comandamento è necessario comprenderli bene ed insieme: non è discepolo di Cristo chi pretende di amare Dio senza l’orizzonte compromettente degli altri uomini e non è discepolo di Cristo chi pretende di esaurire nell’amore e nell’impegno per gli altri (siano anche i poveri più poveri) l’amore per Dio! Non è discepolo di Cristo l’uomo “religioso” disincarnato ma non è neanche discepolo di Cristo chi vive una filantropia tutta dedita al fare e dimentica di Dio! Troppe volte abbiamo udito, in tal senso, espressioni come “amore per gli altri è amore per Diose faccio opere caritative le altre cose non servono, nè preghiere, nè liturgie, nè vita ecclesiale perchè sono più cristiano di tanti cristiani!” Una specie di cristiani “moderni” e “fattuali” questi, che hanno fatto dell’Evangelo un manuale di filantropia e hanno tolto alla rivelazione cristiana quell’ “oltre”, quel “di più” che fa sconfinare l’uomo dagli asfittici spazi del misurabile, del pesabile, del toccabile, del materiale!

Di contro non è possibile neanche nessuna “fuga” in intimismi dimentichi della carne propria e di quella degli altri uomini!

Gesù dichiara che c’è un primo (l’amore per Dio) ed un secondo comandamento (l’amore per il prossimo) ma “primo” e “secondo” non intendono dire un’importanza maggiore o minore ma un primato cronologico e direi ontologico (che rigurda, cioe, l’essere stesso dell’amore)! Insomma Gesù insegna con autorità che se non si ama Dio l’amore per il prossimo avrà per forza dei limiti, delle barriere invalicabili! Senza un’autentica conoscenza-amore per Dio come sarebbe pensabile amare il non-amabile o addirittura il nemico?

Il Quarto Evangelo porterà alle estreme ragioni questo amore fraterno con l’amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Il modello è ancora e sempre Gesù ed il suo amore fino all’estremo per il Padre e per gli uomini.

In fondo, il testo di Marco non lo dice in modo esplicito, ma chi è che ha amato fino in fondo Dio con tutto il cuore, tutta l’anima e tutte le forze se non Gesù? Chi ha amato l’uomo fino all’estremo condividendo la sua vita e la sua morte se non Gesù? Allora mi pare di dover dire che alla fin fine il primo comandamento non è una legge scritta, un precetto codificato, il primo comandamento è l’uomo Gesù! Gesù è lo Shemà attuato perchè Lui è la Parola detta dal Padre e ascoltata, Lui è l’innamorato del Padre con tutto se stesso, Lui è l’obbediente; ma Lui è anche l’amore del prossimo senza riserve perchè Lui si è fatto prossimo di ogni uomo umiliato, sofferente e peccatore, prossimo di ogni “perduto”…

Sciogliamo questo testo dell’Evangelo da ogni tentazione moralistica e conduciamolo al suo vero alveo: ci si appressa al Regno quando si imbocca questa strada di Gesù! Lo Scriba “non è lontano dal Regno” ma si potrà rendere conto che il Regno lo è andato a cercare nella ricerca di Gesù che gli si è fatto prossimo…Se saprà capire questo lo Scriba potrà entrare davvero nel Regno! Comprendiamo allora perchè i due comandamenti sono un solo comandamento: il principio di unificazione tra l’amore per Dio e l’amore per il prossimo è proprio in Gesù in cui Dio si è fatto prossimo!

Quando lo Scriba riconoscerà tutto questo sarà giunto a lui ed in lui il Regno di Dio; in Gesù i due comandamenti si sono fatti uno e accogliere Gesù è accedere alla possibilità vera di vivere il comandamento dell’amore per Dio e per il prossimo.Poveri quei cristiani che postulano di scindere i due comandamenti!

Poveri quei cristiani che sono diventati uomini del “fare” incapaci di “perdere tempo” con Dio e per Dio, e che sono diventati dei filantropi senza memoria di Dio. Poveri quei cristiani che si vergognano di farsi vedere in preghiera a “perdere del tempo”, tempo che potrebbe essere impiegato a “fare” cose “utili”… Poveri quei cristiani che pretendono d’essere tutto fervore per Dio e si chiudono in verticalismi disincarnati; poveri i cristiani che pretendono di magnificare l’amore per Dio e di obliare contemporaneamente l’amore per la Chiesa, per l’uomo; poveri i cristiani che dimenticano di essere discepoli di un Dio che si è fatto prossimo e che solo così e proprio così ci ha salvati!

Poveri i “cristiani” così … e le “virgolette” dicono la realtà: non sono più cristiani! E’ così! E’ inutile fare giri di parole!

Padre Fabrizio Cristarella Orestano




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