XXIX Domenica del Tempo Ordinario (B) – Fra voi non è così

 

O SI E’ SERVI, O NON SI E’!

Is 53, 2.3. 10-11; Sal 32; Eb 4, 14-16; Mc 10, 35-45

 

Eccoci alla terza libido: il potere.
Forse, e senza forse, è un culmine … questa forza è culmine perché serve a costruirsi, in quanto esercitare una sorta di potere su se stessi, sulla storia, sul reale, è punto di equilibrio e di capacità di essere quell’“adam” uscito dalle mani del Creatore, perché domini sul creato, sul reale. Un dominio che non è un rendere schiavo il reale, ma trasfigurarlo per umanizzarlo, per renderlo casa dell’uomo; allo stesso modo il potere su se stessi è quella capacità di dire di no a quelle dimensioni di morte e di “pre-dominio” che sono perverse e pervertenti; riguardo agli altri, il potere da esercitarsi rettamente è ciò per cui si è capaci di affermare la propria identità senza paure, senza infingimenti, senza svilirsi.

La forza della libido dominandi però può essere anche il culmine delle perversioni dell’uomo. Quando questa forza diviene idolatrica, fine a se stessa, quando ha per fine noi stessi, diviene la causa principe di ogni male, ed ha spremuto lacrime e sangue alla nostra comune umanità. E’ la libido dominandi che scatena le tirannidi, è la libido dominandi che scatena le forze delle maggioranze sulle minoranze, per annientarle ed umiliarle; è la libido dominandi, in fondo, che “infetta” l’uomo facendogli pervertire l’amore, così che l’altro diviene, anche nelle relazioni coniugali ed amicali, oggetto del mio potere!
E’ sempre la libido dominandi che disumanizza la relazione con le cose, volendo possedere per avere più potere, e sempre di più per avere ancora più potere!
E’ la libido dominandi che ha sempre scatenato le guerre, gli odii razziali, le mille e mille battaglie, per creare nemici e per divenirne vincitori!

L’Evangelo di questa domenica ci dice che questa libido così pervertente abita anche la Chiesa di Cristo, e Giacomo e Giovanni sono il “luogo” in cui si mostra questa pericolosa tendenza; proprio questi due fratelli, che il Nuovo Testamento individuerà quali “discepolo amato” (cfr Gv 13, 23) e primo tra gli apostoli a versare il sangue per Cristo (cfr At 12, 1-2), non sono nati “discepolo amato” e “martire per Cristo” … sono stati uomini che, come noi, hanno dovuto affrontare e vincere, tra lotte e cadute, quelle dominanti che vogliono schiacciarci e disumanizzarci. Nel racconto di Marco i due, in fondo, sono manifestazione di un atteggiamento con cui Gesù dovrà fare i conti sino alla fine, e con cui la sua misericordia e la sua grazia devono fare i conti in ogni epoca della storia della Chiesa, sua comunità:
Chi è che è primo?
Chi comanda?
Chi ha nelle sue mani il potere spirituale sugli altri?
Il potere nella Chiesa è più perverso che altrove. Il perché è chiaro: nella Chiesa, nelle società “religiose”, esso si può ammantare di “spiritualità”, si può ammantare di Dio, può divenire più facilmente imponibile perché sacralizzato! E’ tremendo!

Giacomo e Giovanni sono quelli che, nel passo di Marco di oggi, manifestano questo desiderio perverso di potere, ma il racconto ci fa capire che gli altri dieci non sono esenti da quello stesso peccato. Scrive infatti Marco che gli altri si sdegnarono con Giacomo e Giovanni, e non certo perché stigmatizzassero il loro desiderio di potere, ma perché quel potere lo avrebbero voluto anche loro.
Gesù, paziente, si rivolge a tutti come aveva parlato ai due fratelli. Quei due li aveva sfidati a bere il suo stesso calice ed a morire della sua stessa immersione.
Tuttavia è necessario decodificare la parola battesimo che noi, immancabilmente, riconduciamo su di un piano liturgico-simbolico-sacramentale. Gesù, infatti, chiede loro se sono pronti a lasciarsi “affogare” nella sua stessa immersione, a dare la vita. Il battesimo-immersione che Gesù sta per ricevere è l’essere sommerso dal peccato del mondo per prenderlo su di sé, per condividere il dolore e la morte che imperano nella storia. I due fratelli accolgono spavaldi la sfida, senza comprendere fino in fondo quello che stanno promettendo.
Lo capiranno con la vita, lo capiranno nella sequela di quel Rabbi che li ha afferrati!
Saranno, infatti, il primo e l’ultimo a morire per Lui: Giacomo di spada, e Giovanni di “consunzione”, lasciandosi cioè consumare dall’annunzio dell’Evangelo, in un martirio senza sangue ma testimone di un “rimanere” costoso, che sfiderà i venti e le tempeste dei decenni a venire.
Quella partecipazione al suo calice, afferma con forza Gesù, non è qualcosa che si conquista con meriti, ma qualcosa che si riceve in dono, per pura grazia. Nell’ora che il Regno verrà, alla destra ed alla sinistra del Messia crocefisso, vi saranno due ladroni: gli ultimi che potevano accampare “meriti”!

Ai dodici tutti assieme, dopo aver compreso che tutti sono accomunati da questo malsano desiderio di potere, Gesù dice una delle parole più inascoltate nella storia della Chiesa, ma anche tra le più ascoltate da chi, nella Chiesa, ha fatto davvero la differenza, facendo avvertire nella storia il profumo di Evangelo: «Quelli ritenuti capi delle genti le dominano ed i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra di voi però non è così».
Dobbiamo assolutamente sottolineare che Gesù non usa qui nessuna forma augurale o ottativa (non dice cioè: «tra voi non sia così»!).
No! Gesù usa un chiaro indicativo: Tra voi non è così!
O nella Chiesa si è servi, così come Gesù dice, o non si è Chiesa; si è altro!
La ragione non è data in modo moralistico, Gesù non è mai moralistico, ma in modo rivelativo: la ragione è Gesù stesso, la ragione è il Figlio dell’uomo e la sua scelta di servire, e di servire non facendo delle cose, ma dando la sua vita!
Il servo è tale – e lo dice anche Isaia nel celebre oracolo che oggi è la prima lettura – perché dà se stesso, senza nulla tenere per sé, senza nulla risparmiare!

L’antidoto alla libido dominandi è dunque il servire, che è donare la propria vita. L’apostolo Paolo, addirittura, nel suo inno cristologico nella Lettera i cristiani di Filippi scriverà che il Figlio di Dio si è fatto schiavo fino alla morte e alla morte di croce; schiavo significa che si è totalmente dato, alienato, offerto…non si appartiene più! Lui è la via per vincere la libidine del potere…Lui, schiavo crocefisso!

Questa sezione dell’Evangelo di Marco ci ha consegnato le tre “armi” per vincere il mondo con Gesù e come Gesù: l’amore fedele, la condivisione, il servizio come dono totale di sé! Così la sequela!

Quel che non ricerca queste vie è qualcosa che si maschera da cristianesimo, ma ne è solo una contraffazione ridicola e pervertita!

P. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXV Domenica del Tempo Ordinario – Giustizia e Misericordia


IL SAPORE DELL’EVANGELO

Is 55, 6-9; Sal 144; Fil 1, 20c-24.27a; Mt 20, 1-16

 

"La Parabola degli operai della vigna" - Rembrandt

“La Parabola degli operai della vigna” – Rembrandt

La parabola degli operai dell’ultima ora è una di quelle parabole irritanti e provocatorie che spesso troviamo sulle labbra di Gesù. E’ irritante e provocatoria perché capovolge il buonsenso ed il comune sentire; diremmo che contraddice la “giustizia” … In realtà, se leggiamo bene il racconto, non è così…gli ascoltatori di questa parabola, però, fanno sempre lo stesso errore: la leggono con prospettive sbagliate, dando spazio alle loro reazioni istintive e mettendosi poi sempre nei panni degli operai della prima ora, i quali si sentono defraudati. Il problema della parabola non è la giustizia o meno del padrone; il problema è proprio la reazione degli operai della prima ora in cui, come dicevo, noi tendiamo sempre ad identificarci: la recriminazione di questi non riguarda un’ingiustizia subita, poiché hanno pattuito un danaro – che era una paga giusta a quel tempo – ed un danaro hanno ricevuto! La loro mormorazione riguarda invece il bene che hanno ricevuto gli ultimi: come scrive Matteo, alla lettera, essi hanno occhio cattivo mentre il padrone della vigna è buono. Il problema della parabola è quindi che i primi operai rifiutano con nettezza che gli ultimi possano godere dei loro stessi beni e della loro eredità.

Al centro della parabola, dunque, non sta il comportamento di Dio, adombrato dal padrone della vigna; al centro della parabola c’è il problema del comportamento dei “giusti” (adombrati dagli operai della prima ora) dinanzi alla misericordia di Dio. I “giusti”, se sono davvero giusti, dovrebbero pensare e sentire come Dio e dovrebbero dunque gioire della misericordia accordata ai piccoli, ai peccatori, agli ultimi arrivati; se non gioiscono, e qui anzi provano rabbia e risentimento, delusione e rifiuto degli ultimi, vuol dire che sono davvero distanti dal padrone, che hanno “occhio cattivo” mentre lui è buono. Anzi, la cosa è ancora più grave, dal momento che essi hanno “occhio cattivoperché lui è buono! La misericordia di Dio ha qui allora un esito paradossale: mentre salva e fa gioire quelli che non accampano diritti, quelli che hanno bisogno solo di perdono e gratuità, quelli giunti tardi, fa diventare cattivi quelli che presumevano di essere buoni, e per questo presumevano di dover avere privilegi ed esclusive. La misericordia di Dio, allora, rivela i cuori, svela i pensieri dei cuori…mostra che si appartiene a Dio se ci si lascia amare e perdonare; se si ricevono dalla sua mano dei doni ma proprio e solo come doni; i “giusti” si rivelano lontani dai pensieri di Dio e dalle sue vie.

Isaia, nell’oracolo che ascoltiamo nelle letture di oggi, dice che i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri e che le sue vie sono vie davvero altre. La pagina di oggi va proprio in questa direzione: è una pagina imprevedibile che, sfuggendo alle nostre logiche, ci illumina il mondo di Dio, e, facendo questo, si rivela come un evangelo! Il sapore dell’evangelo è proprio qui! Che evangelo sarebbe se tutto funzionasse come al solito, con le nostre misure, le nostre “giustizie”, le nostre proporzioni e i nostri cammini? Non sarebbe più una buona notizia, ma la solita notizia! Il profumo evangelico qui è netto e forte: Dio è altro, e ci vuole portare in questa alterità; chi non lo segue in questa alterità percorrerà vie che saranno certo gradite al mondo, ma si troverà altrove rispetto all’Evangelo.

Gesù è venuto a dirci questa logica altra di Dio; è venuto a mostrarci vie paradossali che gridano “no” al mondo e ai suoi parametri, e mostrano possibili cammini diversi per l’umanità. Cammini in cui diventa possibile dire e vivere cose paradossali; come Paolo, che ai Cristiani di Filippi può scrivere: “Per me vivere è Cristo e morire è un guadagno”! Una follia! Paolo però è uno che si è incamminato davvero sulle vie di quella paradossalità che, se si riesce a leggere bene, è davvero una buona notizia perché spalanca vie impensabili: spalanca le porte delle prigioni del buon-senso e del dovuto, apre le fosse opprimenti dei meriti e dei privilegi.

Il Figlio di Dio è morto sulla croce proprio per gli operai dell’ora undecima, per gli operai dell’ultima ora… Chi sa guardare a Lui crocefisso scopre che tutti, tutti, tutti siamo solo operai dell’ora undecima… Sì, siamo tutti operai dell’ultima ora… E solo le nostre sciocche e perverse presunzioni possono farci porre nelle vesti di chi pensa di accampare meriti e pretese davanti a Dio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXII Domenica del Tempo Ordinario – Alla tavola dei Farisei

Parabola del banchetto di nozze - Jan Luyken

SALI PIU’ IN ALTO

–  Sir 3, 17-18.20.28-29; Sal 67; Eb 12, 18-19.22-24; Lc 14, 1.7-14   –

 

Luca è l’unico tra gli evangelisti che ci narra che Gesù accettava inviti alla tavola dei Farisei. Questo è certamente un dato storico, un dato che ci fa capire che non tutti i Farisei erano avversari di Gesù. Certamente Gesù siede alla loro tavola per indirizzare anche la loro ricerca di Dio nella giusta direzione: Gesù li vuole aiutare a passare per la porta stretta delle scelte per il Regno e non per le porte larghe delle apparenze “religiose” che tacitano ed ubriacano il cuore.

Alla tavola di questo Fariseo, Gesù osserva una cosa molto comune tra gli uomini ma molto estranea alle logiche del Regno: ci si vuole accaparrare i posti migliori, quelli più prestigiosi, quelli più in vista e di maggior potere…e Gesù, con pazienza e con speranza, racconta una sorta di parabola; più che un racconto preciso, è una situazione che Gesù mette in risalto. Bisogna però stare attenti a non trasformare questa parola di salvezza in una banale regola di buona educazione o, peggio ancora, di calcolo di convenienza, quasi una regoletta per non fare brutte figure e per non subire umiliazioni.

Gesù va per tutt’altre strade. Infatti, la scelta dell’ultimo posto, senza fare “arrembaggi” ai primi posti, denota un atteggiamento essenziale dinanzi a Dio e, di conseguenza, anche dinanzi agli uomini! La scelta dei primi posti non appartiene alla Chiesa di Cristo … non dovrebbe appartenerle … spesso, invece, l’abbiamo visto e lo vediamo anche nella vita della Chiesa: si cercano le vie della “carriera” … e non c’è nulla di peggio che possa accadere nella vita dei credenti, ed ancor più nella vita del pastori della Chiesa! Gesù, in questa pagina di evangelo, è serenamente spietato con questi atteggiamenti! Il motivo è semplice e, lo ripeto, non è un motivo di galateo!

Chi, infatti, cerca i primi posti, davanti a Dio è uno che non sa attendere da Lui la parola di chiamata che gli deve assegnare il posto nella storia, nella Chiesa, nella vita … è uno che si assegna un posto, e non attende la voce e la volontà di Chi solo può dire: Amico, sali più in alto! Insomma, chi cerca i primi posti non sarà mai un uomo in ascolto della sua vera vocazione. Chi cerca i primi posti è allora uno chiuso a Dio e alle sue parole, ma è anche uno che non ha in alcun conto gli altri. Pensiamoci bene: l’assalto ai primi posti prevede, per statuto, direi, il calpestamento degli altri, il loro continuo scavalcamento, il guardare a loro come rivali o come gente di cui bisogna servirsi come scalini per ascendere a quei posti cosi ambiti! E’ così!

Allora è chiara la preoccupazione di Gesù nel vedere quelle scenette meschine con cui i convitati cercavano di sgattaiolare ai primi posti: chi fa così non è adatto al Regno! Chi cerca i primi posti non è adatto al Regno perché capovolge il rapporto con Dio – che deve essere sempre un rapporto di dipendenza e segnato dalla grazia (e, invece, il carrierista sa lui i suoi meriti e li conosce meglio di Dio!) -, e stravolge poi anche il rapporto con gli altri uomini. Questo è chiarissimo nella parabola del Pubblicano e del Fariseo (cfr Lc 18, 9-14), che ripete il detto di Gesù che anche qui ascoltiamo, Chi si umilia sarà esaltato e chi si esalta sarà umiliato: l’orgoglio del Fariseo, che si crede giusto e degno del primo posto, passa per il disprezzo dell’altro! E’ una trista via obbligata!

La preoccupazione di Gesù è il Regno, e sempre per il Regno sono le sue parole!

La via degli ultimi posti, d’altro canto, è la via che Dio ha scelto in tutta la storia della salvezza, da quando nell’Esodo si è presentato non come il Dio del Faraone ma come il Dio degli schiavi e fino all’ora in cui, nel Figlio, si è lasciato inchiodare al legno degli schiavi!

Scegliere l’ultimo posto è, allora, non una norma di buona educazione o di convenienza, ma è scelta delle stesse vie di Dio, è essere discepoli di Gesù che è sceso all’ultimo posto attendendo con fiducia la voce di Colui che lo avrebbe richiamato dagli abissi della morte…Come è grande quella intuizione del Nuovo Testamento che proclama: “Dio l’ha risuscitato dai morti!” (cfr At 2, 32-33; At 3, 14b e altri). Sì, il Figlio, sceso nel ventre della terra, nell’inferno degli ultimi, ha voluto attendere la parola del Padre: Sali più in alto! (così alla lettera, in greco, la parola che colui che ha invitato dice all’ospite che ha scelto l’ultimo posto: “prosanabéti anóteron” cioè “Sali più in alto”!).

Seguire Gesù è seguirlo a quell’ultimo posto che l’amore impone, l’ultimo posto che è sempre vicino ai piedi dei poveri, di coloro che non possono o non sanno ricambiare, di coloro che non possono reinvitare o fare doni o favori!

Pensiamoci: non ha fatto così Gesù? Non è stato ai nostri piedi? Ai piedi di ciascuno di noi, che non possiamo dargli nulla in cambio, che non abbiamo nessun banchetto degno di Lui, che non abbiamo favori da fargli?

Ecco che allora è chiaro: chi sceglie l’ultimo posto per stare con Lui impara la gratuità; quella gratuità che Gesù insegna al Fariseo con cui sta a mensa dicendogli chi deve invitare … non amici, fratelli, ricchi vicini … ma poveri, storpi, zoppi e ciechi … Il Fariseo ancora non lo sa, e certo ora non lo capisce, ma già ha iniziato perché ha invitato Gesù che si è fatto povero fino alla croce…forse diverrà imbarazzante questa memoria di aver invitato a casa un delinquente morto in croce…o forse sarà inizio di vita nuova per lui e per la sua “religione”…

Gesù  gli chiede di invitare i poveri…anche questa non è una domanda moralistica, ma ha una radice profonda nella sequela di Colui che ha amato fino all’estremo nella più pura gratuità; l’amore è gratuito!

Guai a quell’amore che attende il ricambio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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XXVI Domenica del Tempo Ordinario – Extra ecclesiam nulla salus

 UN MONITO PER I CRISTIANI CHE ABBANDONANO LA CHIESA

Nm 11, 25-29; Sal 18; Gc 5, 1-6; Mc 9, 38-48

Il racconto di Marco continua a sottolineare, anche questa domenica, l’incapacità dei Dodici di comprendere la via paradossale di Gesù: una via di libertà totale cui si accede attraverso il farsi schiavo. L’ “insospettabile” Giovanni si fa portavoce di una gelosia di potere qui non più personale ma “di gruppo”: “non era dei nostri”, dice Giovanni di questo esorcista “abusivo” perchè fuori dalla cerchia “canonica” di Gesù! Gesù è fermo: “Non glielo impedite!” Gesù non è un esclusivista, non è “integrista”: “Non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me”. Gesù dichiara invalida la posizione dei discepoli; il problema è sapere che ne fa del nome di GesùGesù invita qui a guardare dentro e non fuori per stigmatizzare gli esterni… il problema è che quelli di dentro un giorno rinnegheranno e tradiranno… specie se si sentono “al sicuro”;  il problema è per quelli di dentro che se ne vanno, non per quelli di fuori che, addirittura, possono usare il nome di Gesù  per compiere opere di liberazione. L’antico detto patristico “extra ecclesiam nulla salus” (“fuori dalla chiesa nessuna salvezza”), spesso impugnato in modo integrista da certi cristiani, è in realtà un detto che non vuole colpire e mandare all’inferno quelli di fuori,  ma è un monito a quelli di dentro che “sanno” e che abbandonano la Chiesa  palesemente o, più tremendamente, nel profondo di loro stessi con scelte mortifere pur rimanendo apparentemente dentro! Non a caso Marco fa seguire a questo episodio  una serie di detti di Gesù raggruppati con il tema dello “scandalo”!

Lo scandalo è opera di quelli di dentro che fanno danno dentro facendo inciampare i “piccoli”. I discepoli non stessero a guardare fuori impedendo questo o quello agli esterni,  pensassero a custodire l’Evangelo che è stato loro consegnato… pensassero a togliere ciò che è inciampo nelle loro stesse vite: la mano, l’occhio, il piede da “tagliare” sono le azioni (mano), i desideri (occhi), le direzioni e le scelte (piede) che impediscono l’accesso al Regno, che portano lontano da Cristo e dalla sua scelta di fondo che è quella di essere offerta d’amore capace di prendere su di sè la violenza del mondo per spegnerla. La scelta d’amore di Gesù non si fece accusa o esclusione (pensiamo alle sue parole dalla croce, parole di perdono per i crocifissori e di accoglienza del brigante crocefisso!)  ma divenne tensione all’unità dei dispersi

Il racconto di Marco continua a sottolineare, anche questa domenica, l’incapacità dei Dodici di comprendere la via paradossale di Gesù: una via di libertà totale cui si accede attraverso il farsi schiavo… Marco ha fatto passare dinanzi ai nostri occhi prima Pietro che si fa inciampo a Gesù nel suo andare a Gerusalemme, poi i Dodici tutti che disputano miseramente su presunti ed agognati primati, oggi l’“insospettabile” Giovanni che si fa portavoce di una gelosia di potere qui non più personale ma “di gruppo”: non era dei nostri, dice Giovanni di questo esorcista “abusivo” perchè fuori dalla cerchia “canonica” di Gesù!

Gesù è fermo: Non glielo impedite! Forse i discepoli credevano di ottenere un elogio da Gesù per il loro “zelo”, ma Gesù mostra loro che hanno uno “zelo cattivo” perchè geloso ed esclusivista.

Il problema, dice Gesù, non è far parte di una cerchia, il problema è il “nome di Gesù”: l’esorcista sconosciuto agisce “nel nome di Gesù” e riesce a compiere l’esorcismo; si badi che all’inizio di queto stesso capitolo (9, 18b) si dice che i discepoli, richiesti di un esorcismo dal padre del fanciullo epilettico, “non ne hanno avuto la forza”…come mai? Forse perchè pretendevano di agire nel loro stesso nome e non nel nome di Gesù; qui, invece, c’è un tale che, nel nome di Gesù, ci riesce!

Gesù non è un esclusivista, non è “integrista”: Non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Gesù dichiara invalida la posizione dei discepoli: il problema non è sapere se l’esorcista segua o non segua i discepoli, il problema è sapere che ne fa del nome di Gesù! Il discorso che Gesù fa su questo argomento, alla fine, associa i Dodici a Lui stesso: Chi non è contro di noi è per noi!

Quello di Gesù non è uno stolto “buonismo”: ci sono quelli che sono contro, esistono e sono gli avversari di Gesù, quelli che lo inchioderanno alla croce; con questi Gesù non è stato “buonista”, li ha chiamati “ipocriti e sepolcri imbiancati”! Gesù però non crea dei nemici, non ha l’ossessione di riconoscere nemici dovunque…qui, infatti, si tratta di un’altra situazione: si tratta del rischio di fare della Chiesa (chiaramente questo è il problema di Marco e della Chiesa nascente!) una setta o una èlite; ci sono alcuni di fuori che, nella loro condizione, sono per il Regno!

Gesù invita qui a guardare dentro e non fuori per stigmatizzare gli esterni…il problema è che quelli di dentro un giorno rinnegheranno e tradiranno…specie se si sentono “al sicuro”; il problema è per quelli di dentro che se ne vanno, non per quelli di fuori che, addirittura, possono usare il nome di Gesù per compiere opere di liberazione. L’antico detto patristico (attribuito a San Cipriano di Cartagine) “extra ecclesiam nulla salus” (“fuori dalla chiesa nessuna salvezza”), spesso impugnato in modo integrista da certi cristiani, è in realtà un detto che non vuole colpire e mandare all’inferno quelli di fuori, ma è un monito a quelli di dentro che “sanno” e che abbandonano la Chiesa palesemente o, più tremendamente, nel profondo di loro stessi con scelte mortifere pur rimanendo apperentemente dentro!

Non a caso Marco fa seguire a questo episodio una serie di detti di Gesù raggruppati con il tema dello “scandalo”! Lo scandalo è opera di quelli di dentro che fanno danno dentro facendo inciampare i “piccoli”. Chi sono questi “piccoli”? Per comprendere questo termine credo che bisogna riferirsi alla termonolgia paolina (in 1Cor 8-10 e Rm 14) in cui si dice che nella Chiesa ci sono i “deboli” e i “forti”; i “deboli” (i “piccoli” dice qui Gesù) sono quei credenti non illuminati, poco istruiti, privi di scienza, la cui fede è debole e soggetta agli scandali…la loro coscienza non può essere ferita dai “forti”! Addirittura Gesù qui dice che è meglio suicidarsi che essere fonte di scandalo per questi “piccoli” (una forma di suicidio, tra parentesi, la più disperante in quanto il suicida resta anche privo di sepoltura, cosa tremenda per la cultura ebraica del tempo!).

Il discorso è duro per quelli di dentro…Lo scandalo…sarà nei secoli la cattiva vita dei discepoli di Gesù… “scandalo” significa “inciampo”: la vita non evagelica di chi è custode dell’Evangelo è inciampo verso il Regno per tanti e specie per i fragili, per i semplici, per i poveri…e, ricordiamolo, questi sono i prediletti del Regno!

I discepoli non stessero a guardare fuori impedendo questo o quello agli esterni, pensassero a custodire l’Evangelo che è stato loro consegnato…pensassero a togliere ciò che è inciampo nelle loro stesse vite: la mano, l’occhio, il piede da “tagliare” sono le azioni (mano), i desideri (occhi), le direzioni e le scelte (piede) che impediscono l’accesso al Regno, che portano lontano da Cristo e dalla sua scelta di fondo che è quella di essere offerta d’amore capace di prendere su di sè la violenza del mondo per spegnerla. La scelta d’amore di Gesù non si fece accusa o esclusione (pensiamo alle sue parole dalla croce, parole di perdono per i crocifissori e di accoglienza del brigante crocefisso!) ma divenne tensione all’unità dei dispersi (cfr Gv 11,52).

L’Evangelo oggi, ancora una volta, ci mette dinanzi all responsabilità che ci è affidata; aver ricevuto l’Evangelo non è privilegio che ci mette al riparo ma è responsabilità per il dono ricevuto, e da donare ancora. Vite non compromesse per l’Evangelo non annunziano l’Evangelo, ma lo occultano!




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