XXVI Domenica del Tempo Ordinario – Entrare nel Regno

 

 SCENDERE NEL NOSTRO PECCATO

Ez 18, 25-28; Sal 24; Fil 2, 1-11; Mt 21, 28-32

 

I due figli e la vigna (Icona)

I due figli e la vigna (Icona)

La parabola dei due figli. Una pagina splendida per la sua sobrietà, un racconto scarno ed efficace, una parola che vuole “graffiare” le placide sicurezze degli interlocutori di Gesù che gli avevano domandato con quale autorità compiva gesti come quello di scacciare i mercanti dal Tempio (cfr Mt 21, 12ss; Mt 21, 23). Gesù risponde con una domanda circa il Battista (“da dove proveniva il battesimo di Giovanni? Dagli uomini o dal cielo?”), una domanda essenziale per Gesù: solo chi ha accolto l’invito a conversione del Battista può avere accesso al riconoscimento di Lui e della sua autorità.
Quelli che lo avevano interrogato avevano preferito non rispondere per una scelta “politica”, per non compromettersi nè con Gesù nè con la folla che stimava il Battista.
E Gesù rifiuta anche Lui di dire dell’origine della sua autorità, scegliendo subito dopo – ci dice Matteo – di dire qualcosa a questi uomini induriti dalla loro presunzione.
E lo fa con tre parabole che ascolteremo in queste tre domeniche.

La prima parabola è quella dei due figli. Inizia con una domanda: Che ve ne pare? E’ un invito a non rimanere fuori dalla parabola, ma ad entraci e a farsi “ferire” da essa. La parabola termina con un’altra domanda: Chi dei due ha fatto la volontà di suo padre? Tra le due domande poste da Gesù agli interlocutori c’è la breve parabola: due domande che non si possono eludere, e dinanzi alle quali non si può non prendere posizione.

Non eludiamo l’Evangelo: se allora questa parabola era rivolta ai capi e agli scribi del popolo di Israele, oggi è rivolta a noi, e vuole “graffiare” noi!

C’è un figlio che dice no alla richiesta del padre di andare a lavorare nella vigna, e lo dice con un semplice, ma netto “non voglio!”; poi, pentitosi di quel rifiuto, ci va.
C’è un altro figlio che alla proposta del padre risponde prontamente  ma poi non ci va; in greco risponde con un semplice ed entusiastico “egó”, “io”, e quell’io quasi gridato ci fa pensare… Questo figlio, infatti, è uno che pensa sempre a quel suo io, che deve apparire buono, retto, limpido e, in ogni caso, in primo piano! In realtà quell’io è carico di “filautίa”, di quell’amore di sé che chiude in sé, e fa guardare ad ogni costo solo ai propri interessi.

La domanda di Gesù non può avere che una risposta: il figlio che ha detto “non voglio” ha fatto la volontà del padre; non quell’altro figlio, impeccabile e con l’io perfetto sulle labbra. La risposta è solo una, e gli interlocutori di Gesù la pronunziano prontamente.

Gesù tuttavia applica subito la parabola alla storia concreta della loro vita, e lo fa con uno di quei detti scandalosi per ogni uomo religioso: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno dei cieli. Sì, quelli, i pubblicani e le prostitute, hanno detto di no alla legge, alle osservanze, alla “religione”, ma poi – per la Parola che hanno ascoltato – si sono pentiti e “sono andati nella vigna”…
Loro, i capi, gli scribi, i farisei hanno sulle labbra quel terribile “egó”, non hanno saputo vedere il loro peccato, e sono rimasti fuori nelle loro mortifere sicurezze; sembrano sempre pronti a lavorare nella vigna, ma in realtà sono sempre a casa loro!

I pubblicani e le prostitute, che prima avevano ascoltato il Battista, ora ascoltano Gesù; essi non si nascondono dietro paludamenti “religiosi” e sacri, non hanno alcun “egó” dietro cui nascondersi e nessuna “giustizia” di cui paludarsi: hanno davanti il loro banco di riscossione di tasse inique, o lo squallido commercio del loro corpo (cfr Sal 51,5: “il mio peccato mi è sempre davanti”) … Ed eccoli lì: entrano nel Regno, perché convertiti dall’Amore che perdona.

Cosa ha permesso ai pubblicani ed alle prostitute di entrare nel Regno? La misericordia. Una misericordia che essi hanno potuto sperimentare grazie al loro peccato. E’ paradossale – come sempre – ma è così!

Perchè quel figlio del no si pentì? Il testo non ci dà risposte, non ci dice dell’atteggiamento del padre dinanzi a quel rifiuto; il silenzio del racconto forse ci dice di un silenzio del padre paziente ed innamorato di quel figlio ribelle, di un padre che conosce il cuore del figlio e ne attende i frutti. Certo è che quel figlio passa dal “non voglio!” ad un vero; certamente deve aver sentito il peso ingiusto del suo no dinanzi all’amore del padre.

I pubblicani e le prostitute ci passano avanti perché possono pesare il loro peccato dinanzi al peso dell’Amore che li cerca nelle parole di Gesù, nell’Evangelo che hanno ascoltato con cuore stupito.

Il rischio per noi è che non sperimentiamo questa grazia, perché crediamo di dare sempre l’impressione di dire …in realtà rischiamo di dire solo “egó”!
Come facciamo a misurare la nostra verità dinanzi all’Evangelo? C’è solo una via: il confronto con Gesù a viso aperto, a cuore aperto…

Paolo scrive ai suoi amati cristiani di Filippi che è necessario avere lo stesso sentire di Gesù che spogliò se stesso assumendo, per amore del mondo, la forma di schiavo crocefisso. Cristo fu umile perché discese… Ecco la via: l’umiltà che ci permette di scendere nelle profondità del nostro peccato e dei nostri “non voglio!” … ed è lì che incontriamo Cristo.

Non a caso, al capitolo settimo Della santa Regola, Benedetto dice ai suoi monaci di percorrere i gradini dell’umiltà per giungere alla verità, e l’ultimo dei dodici gradini non è una vetta ma una profondità: il monaco “stimandosi sempre colpevole dei suoi peccati… ripensi nel cuore ciò che disse quel pubblicano evangelico con lo sguardo fisso a terra: ‘Signore non sono degno io, il peccatore, di alzare i miei occhi al cielo’ ”.

Il monaco, scrive il nostro Santo Padre Benedetto, entra nel Regno solo se si mette davvero nei panni del pubblicano…e questo è vero per tutti: siamo tutti ingiusti e avvezzi alle prostituzioni. Se lo riconosciamo dinanzi all’Amore, ci pentiamo e andiamo davvero nella vigna a testimoniare di essere dei peccatori perdonati dalla Croce del Figlio, che non ritenne un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma spogliò se stesso, venedoci a cercare nella nostra miseria.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XIV Domenica del Tempo Ordinario – Imparate da me!

 
UMILTA’ E MITEZZA RIVELANO IL PADRE

 

Zc 9, 9-10; Sal 144; Rm 8, 9.11-13; Mt 11, 25-30

 

San Francesco, Cimabue (Basilica inferiore, Assisi)

San Francesco, Cimabue (Basilica inferiore, Assisi)

La pagina evangelica di oggi è stata definita da un grande esegeta del ‘900 (P. Lagrange) come “la perla matteana di grande valore”.
E’ vero!
Nell’evangelo di Matteo, infatti, si giunge qui ad un culmine: se tutta la prima parte dell’evangelo, fino alla confessione di Pietro al capitolo 16, vuole presentare la figura di Gesù come Messia, qui siamo davvero ad una svolta e ad una vetta… E’ una pagina, questa, di straordinaria potenza e dolcezza!

Il contesto, incredibilmente, è un grande fallimento: sì, siamo al punto in cui l’iniziale successo della predicazione di Gesù (la cosiddetta primavera di Galilea) è scemato; le città del Lago, dove pure Gesù aveva stabilito la sua dimora, lo hanno rifiutato: poco prima, infatti, Gesù ha dovuto dire parole di una durezza inusitata contro quelle città che avevano visto le sue opere e lo avevano rifiutato.
Ora, sulle rovine – potremmo dire – della sua predicazione, sulle macerie delle sue illusioni e speranze, Gesù non eleva un lamento o un grido di rabbia; su quelle macerie Gesù eleva un canto di lode al Padre; un canto stupito e gioioso; il canto di chi legge la storia e vi ravvisa i segni della volontà, dei progetti del Padre.

Qui Gesù è davvero un contemplativo! Se contemplativo significa essere capace di leggere la storia, ponendosi dalla parte di Dio; se significa saper essere ponte tra il reale ed il progetto, tra la storia nel suo svolgimento e il pensiero ed il giudizio di Dio, qui Gesù è maestro di contemplazione. Riesce a leggere quelle rovine: non sono un fallimento, ma sono – di contro – un luogo rivelativo, luogo in cui il Padre ha parlato.

La durezza di cuore dei sapienti e degli intelligenti ha permesso a Gesù di poter proclamare con certezza dove vadano le preferenze del Padre: verso i piccoli (in greco “népioi”, che traduce il concetto ebraico di “petajim”, che significa “semplici”, “piccoli”, “ingenui”). Sono quelli che sono non arroganti, non capaci di imporsi, quelli che non contano.
Per il mondo infatti contano i sapienti e gli intelligenti, che nel mondo “religioso” di Israele sono i Dottori della Legge e i Farisei, i quali amavano ripetere un detto: “Un ignorante non può sfuggire al peccato e un uomo dei campi non può essere di Dio”.
Gesù sta constatando in questo caso quanto essi abbiano torto, e quanto il Padre pensi diversamente!

Il discorso che Gesù fa in questo passo dell’evangelo di Matteo collega chiaramente la rivelazione del Padre all’essere piccoli, umili, e quindi all’umiltà e alla mitezza di Gesù che rivela il Padre, perchè Lui solo lo conosce, così come il Padre conosce Lui.
Il sorprendente di questa parola di Gesù è che la rivelazione del Padre è possibile solo attraverso il Figlio, e attraverso la sua mitezza ed umiltà. Matteo qui anticipa ciò che il Quarto evangelo dirà con definitiva chiarezza: “Dio nessuno lo ha visto mai, il Figlio unigenito ce ne ha fatto il racconto” (cfr Gv 1, 18).
Se solo la mitezza e umiltà del Figlio rivelano il Padre ecco allora il motivo per cui i piccoli colgono la rivelazione di Dio; ecco perché la rivelazione dell’Evangelo si arresta dinanzi ai sapienti e agli intelligenti: questi, infatti, sono incapaci di leggere il Rivelatore, l’umile e mite Gesù. Lui stesso, “il più piccolo del Regno” come aveva detto poco prima rispondendo alla domanda dei discepoli del Battista, è il luogo della rivelazione del Padre.
(Cfr Mt 11,11 “Fra i nati di donne non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo del Regno dei cieli è più grande di Lui”: “il più piccolo” è proprio Gesù che è stato discepolo di Giovanni e che, per il mondo, è stato inferiore a Giovanni; Gesù è “il più piccolo” ma in realtà è il più grande, perché è il Messia!).

A questo punto, lo sguardo di Gesù si posa su questi piccoli che accolgono il Regno, mentre i grandi, i sapienti, gli intelligenti si volgono altrove; e ne vede poi la fatica dinanzi al giogo che sapienti e intelligenti pongono sulle loro spalle. In fondo Gesù qui parla di due gioghi: uno che opprime e uno che è leggero e dolce, e che Lui definisce “mio giogo”.
Non mi pare che il primo giogo sia la Torah e che il secondo sia l’Evangelo: questa è la solita logica “sostituzionista” che nella Chiesa ha prodotto tanta cecità e tanto sradicamento dal terreno santo di Israele.
Se quei piccoli sono affaticati e oppressi è perché ci sono dei cattivi interpreti della Torah, dell’Alleanza, che hanno dimenticato che il Dio di Israele è il Dio dei piccoli, dei disprezzati, è il Dio degli schiavi… è il Dio che ha liberato gli schiavi portandoli in una situazione nuova in cui saranno capaci di essere liberi, in cui saranno capaci di essere giusti, in cui saranno capaci di essere nuovi, in cui saranno capaci di essere popolo.
Il “mio giogo” di cui Gesù parla è allora la lettura compiuta della Torah che Gesù è venuto a proclamare: “Non sono venuto ad abolire la Torah, ma a darle compimento” (cfr Mt 5,17). L’Evangelo del Regno è la buona notizia del Volto del Padre, che rende a pieno capaci di compiere la sua volontà.

C’è sempre prima la Grazia, grida Gesù con il suo Evangelo; c’è sempre prima l’opera di Dio e poi la Legge: osservare la Legge è lo sbocciare della Grazia, e non il contrario! Gesù chiama “mio” questo giogo perché Lui per primo lo ha portato accogliendo il dono del Padre nella sua carne di uomo; è un giogo perché chiede sottomissione, sottomissione ad un primato di Dio che nega il nostro, sottomissione all’opera di un Altro subordinando le nostre opere. Questo giogo è soave e leggero perché Lui lo porta con i suoi discepoli.

In questo passo di Matteo è chiaro che l’imparare da Lui (il verbo greco è “manthano” da cui il termine “mathtés”, “discepolo”) non è studiare la Torah, ma è diventare discepolo, è porsi alla sequela di Gesù, mite e umile di cuore. Nell’Antico Testamento i due termini (mite e umile) indicano come si sta davanti a Dio e davanti agli uomini: verso Dio in atteggiamento di confidenza, di obbedienza e di docilità; verso gli uomini in un atteggiamento di accoglienza, di pazienza, di discrezione, di disponibilità al perdono e di servizio.

Guardiamo a Gesù e comprendiamo che Lui fu proprio così, e così raccontò e rivelò il Padre. Non possiamo raccontare Dio se non come Lui lo raccontò, e ci è possibile fare questo racconto perché Lui è con noi, porta con noi il peso di contraddire il mondo che crede ai sapienti e agli intelligenti, agli arroganti e ai potenti, a quelli che – come scrive Paolo – vivono secondo la carne, e disprezza i piccoli, quelli che vivono secondo lo spirito, cioè obbedendo alle logiche del Regno. Le vie di Dio sono quelle di Gesù…le vie di Dio sono vie di vita; in questa obbedienza, ci ha detto Gesù, c’è riposo perché c’è senso.

Ci fidiamo di questo? Siamo disposti a passare dalla disobbedienza all’obbedienza?
Siamo disposti a chinarci sotto questo giogo? Gesù ci assicura che è soave, perchè Lui è con noi.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XVII Domenica del Tempo Ordinario – La preghiera

QUNADO PREGATE DITE COSI’… 

Gen 18, 20-21. 23-32; Sal 137; Col 2, 12-14; Lc 11, 1-13

 

Oratio

La preghiera…troppo marginale nella vita di tanti credenti, troppo banalizzata, troppo paganeggiante … troppo svalutata nella prassi ecclesiale, anche se, a parole, nessuno negherebbe l’importanza del pregare nello spazio ecclesiale. Quello che però non viene negato con le parole (sarebbe “indecente”!) è poi ridotto al lumicino nella prassi, con la scusa – piena del solito “buon-senso” – che le urgenze sono molte, e che … “il Signore sa…”

Gesù però ha pregato. Nonostante le urgenze, anzi proprio perché le urgenze premevano…cosa, infatti, è più urgente dell’annunziare al mondo l’Evangelo? Eppure Gesù non era un “faccendone”, e alimentava quell’urgenza con il contatto vivo con il Padre, con il tempo dato a Lui, con l’ascolto vissuto nella fede.

Tutt’altro che marginale è il pregare di Gesù nel racconto di Luca: prega durante il battesimo al Giordano, prega sul Tabor, prega per scegliere i Dodici, prega nelle fatiche apostoliche, prega nel Getsemani, prega sulla croce, prega ad Emmaus quando “prende il pane e rende grazie” …

La preghiera è porta aperta sul mondo di Dio, è porta e via per quello stesso mondo, per venire a noi e per donare a noi la capacità di essere uomini del Regno.

Il passo di questa domenica ci mostra come la preghiera di Gesù sia provocatoria per i discepoli; lo vedono pregare e gli chiedono che insegni loro a fare lo stesso. La preghiera che Gesù insegna ai discepoli è il “Pater” che, pensiamoci bene, non è una qualsiasi preghiera, né tantomeno una formula di preghiera; è ben altro. Gesù certo dice: “Quando pregate dite così” ma già il fatto che il Nuovo Testamento ce ne trasmetta due versioni ci testimonia che non sono le parole che contano … quel che conta è esprimere fiducia, figliolanza, creaturalità, dipendenza … quello che conta è mettersi dinanzi a questo Dio che Gesù ci ha consegnato come Padre, con libertà e amore, con coraggio e umiltà, con sguardo ampio su se stessi e sul mondo.

La pagina straordinaria del Libro della Genesi, in cui assistiamo all’intercessione di Abramo, è già un’immagine potente della preghiera e della relazione che Dio vuole che instauriamo con Lui. Abramo ha una preghiera audace ma umile … è audace perché sa di essere ascoltato e sa anche di essere stato visitato da Dio (il passo di oggi, infatti, segue immediatamente al racconto della visita dei Tre Uomini che Abramo riceve alle Querce di Mamre); è umile perché è preghiera della creatura dinanzi al Creatore, ed è umile perché, mentre dice al Signore ciò che pensa e ciò che teme, si fida dei giudizi di Dio. Non osa dare ordini a Dio, ma ardisce fare domande…Abramo non pretende di essere colui che deve trovare giusti a Sodoma, è il Signore che li deve trovare; insomma è il giudizio di Dio che determinerà l’esito della preghiera.

La preghiera di Abramo è coraggiosa perché è vera intercessione! “Intercedere”, infatti, significa, alla lettera, “fare un passo tra”: Abramo si pone tra Dio ed il suo sdegno e Sodoma… Abramo osa rischiare di stare dalla parte “sbagliata” … ma ci sta per amore degli uomini suoi fratelli … Insomma la preghiera è cosa seria, è presa di posizione, è rischio … e questo perché l’amore è “rischioso”, l’amore è “presa di posizione” …

Nell’Evangelo, Gesù non solo consegna il “Pater” ma aggiunge anche un insegnamento sulla preghiera … il “Pater” è dato da Luca in una forma breve diversa da quella usuale che è tratta dall’Evangelo di Matteo: la forma sintetica di Luca, per molti esegeti, potrebbe essere una forma più vicina all’originale uscita dalla bocca di Gesù e di cui Matteo elaborerebbe una versione con allargamenti e chiarimenti. Qui il Padre è invocato semplicemente e senza alcuna specificazione: Padre! E’ come un’esplosione che parte dal profondo del cuore, dal profondo di quella coscienza filiale che Gesù viveva in modo unico e radicale, e che dona ai suoi discepoli, a coloro che mettono fede nella sua fede. E’ dalla fede di Gesù in questo Dio dei padri, che è suo Padre, che sgorga questo grido di fiducia che in Luca non ha bisogno di altro … solo Padre!

La santificazione del Nome” va colta rettamente perché tanti pensano che sia riconoscere la santità di Dio, in realtà qui si chiede che il credente possa essere lui stesso strumento della proclamazione della santità di Dio. La vita filiale, altra, differente (santa!) del credente racconta la paternità di Dio, l’alterità di Dio, cioè la santità di Dio!

L’altra domanda, quella circa il Regno (“Venga il tuo Regno”) probabilmente nella redazione più antica di Luca (testimoniata da alcuni manoscritti) suonava “Venga il tuo Spirito Santo su di noi e ci purifichi” (poi si sarebbe conformata per assimilazione al testo di Matteo diventando “Venga il tuo Regno”!). Ma comprendiamo che l’una cosa è radice dell’altra: se lo Spirito viene sulla Chiesa e la purifica, essa diviene luogo del Regno, diviene luogo in cui inizia a regnare Dio e non più il peccato (cfr Rm 6, 12).

Segue poi la domanda al Padre circa il pane necessario per ogni giorno…comprendiamo che è invito alla sobrietà e ad ogni logica di accumulo, di ogni fidarsi di ciò che si possiede. Chiedere il pane di ogni giorno è chiedere un cuore capace di fidarsi, un cuore abbandonato a Colui che è chiamato Padre. Se Lui è Padre non ho più bisogno di rifugiarmi nell’accumulo per provvedere all’incerto domani.

La domanda successiva è la richiesta del perdono dei peccati chiamati qui da Luca proprio “peccati” (amartías) e non “debiti” (oifeilémata) come Matteo … poi si parla di “debitori”, come Matteo, in modo che sia chiaro che il discepolo rimette, perdona, condona, rinunzia ai crediti … il discepolo è uno capace di “perdere” per amore del Padre; è uno che, amato da questo Dio che è Padre, è capace di avere un cuore come quello di un padre che ai figli tutto dona e nulla chiede.

L’ultima domanda da rivolgere al Padre è quella circa le tentazioni … cosa si chiede? Il semitismo che qui è usato, come in Matteo, farebbe pensare ad un Dio che “induce” alla tentazione; in realtà, lo sappiamo, la Scrittura non distingue la cause prime dalle seconde, o la causa attiva da quella permissiva per cui andando sempre alla “causa prima” si arriva sempre a Dio. In realtà qui si chiede a Dio di donare la capacità di attraversare la tentazione, la prova. La parola greca che Luca usa è “peirasmòn” che appunto significa “prova”, “ora di pressura”, “tentazione” a cedere al mondo ed alle sue vie. Le “prove” per l’Evangelo sono quelle che ha subito Gesù nel deserto quando il diavolo gli voleva indicare vie mondane; le “prove” sono quelle che lo stesso Gesù ha subito durante la passione, prove in cui ha dovuto attraversare il dolore, l’ingiustizia e la morte; “prove” perché ore in cui si deve restare fedeli, saldi nella fede, ore in cui è necessario resistere fidandosi di Dio. Tutto questo spalanca il cuore del discepolo ad una grande fiducia; “in primis” la fiducia di essere ascoltati da Dio. Il Padre ascolta la preghiera … questa era già ferma coscienza di Israele che, nella liturgia sinagogale, chiama Dio “shomea tefillah”, cioè “ascoltante la preghiera

Il Padre che Gesù ci narra ascolta e compie le vie dell’amore che ha nel suo cuore paterno. Come scriveva Bonhoeffer: “Dio non sempre esaudisce le nostre preghiere ma è sempre fedele alle sue promesse”. Colui che ascolta ci conduce per le vie delle sue promesse che non vengono meno, e a cui Lui non viene meno.

C’è una cosa che questo Padre non rifiuta mai a chi glielo chiede: lo Spirito Santo; lo Spirito è infatti quell’Amore che il cuore di questo Padre sente di continuo traboccare per i suoi figli; lo Spirito è quell’Amore che ha donato Gesù al mondo (cfr Lc 1,35) e che al mondo darà la Chiesa (cfr At 2, 1ss) generando figli nel Figlio. E’ lo Spirito che ci fa figli, è lo Spirito che grida in noi “Abbà” (cfr Gal 4,6)!

Ecco perchè l’Evangelo di oggi si chiude sulla promessa certa del dono dello Spirito! E’ Lui, lo Spirito, che ci può far dire, in verità, senza infingimenti, senza doppiezza, ma nella vera filialità “Abbà”! Il Padre non nega questo Spirito che fa figli, questo Spirito che permette all’uomo di riconoscersi creatura e figlio!

E’ quello che l’Adam era nell’“in principio”!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 




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XXX Domenica del Tempo Ordinario – Fariseo e Pubblicano

LA PREGHIERA

Sir 35, 12-14.16-18; Sal 33; 2Tm 4,6-8.16-18; Lc 18, 9-14

 

 

Davanti a chi si prega? Dove si prega?

L’autentica preghiera cristiana avviene in un “luogo”  straordinario, non in un luogo, non in un tempio ma “in” Dio. Stando in Lui, dimorando in Lui, sentendosi avvolti dal suo Amore di Padre, dalla tenerezza del Figlio che ci ha amati e ha dato se stesso per noi (cfr Gal 2,20), nell’abbraccio dello Spirito che abita in noi e ci trascina “in” Dio…E tutto questo non solo è il luogo della preghiera ma anche il motivo della lode che anima ogni vera preghiera. Lode per qualcosa che Dio ha fatto e fa per noi e lo fa in modo totalmente gratuito, a prescindere dai nostri “meriti”.

La parabola del fariseo e del pubblicano ci presenta due personaggi che incarnano la possibilità e la capacità o meno di pregare per davvero. In fondo Gesù non racconta questa parabola per parlarci direttamente della preghiera ma per parlarci di due cuori, di due modi di essere uomo davanti a Dio e davanti agli altri uomini. In questo racconto di Gesù la preghiera è solo (!) lo specchio veritiero del cuore dei due uomini. Nella preghiera si ravvisa la qualità dell’uomo. E’ così.

Ed eccola la preghiera del fariseo, uomo “religioso”, impeccabile, infallibile, irreprensibile. Una preghiera che sembra iniziare bene: O Dio, ti ringrazio…Anche Gesù inizia a pregare in modo molto simile: Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra…(cfr Lc 10,21). Gli esiti sono però radicalmente diversi. Gesù ringrazia il Padre per quello che il Padre ha fatto rivelando ai piccoli i misteri del Regno; Sì, perché così è piaciuto a te… , dice Gesù. Il fariseo no: ringrazia per sé; non eventualmente per quello che Dio ha fatto in lui ma per quello che egli è e per quello che egli non è; non per quello che Dio ha fatto ma per quello che lui stesso fa. E qui la preghiera, direi, abortisce e diventa un’altra cosa: monologo capace solo di innalzare un muro tra lui e Dio! Un monologo folle in cio il fariseo addisittura si vanta davanti a Dio! Un monologo in cui trova agevolmente posto il disprezzo per gli altri, un disprezzo che non si accontenta d’essere generico per coloro che sono ladri, ingiusti, adulteri ma che si appunta anche su un soggetto concreto: quel pubblicano che certo gli ha disturbato la vista quando l’ha visto osare entrare nel tempio. Il monologo del fariseo è tanto folle d’orgoglio che elenca una serie di presunti precetti cui presta osservanza; dico presunti perche in verità nessun precetto della Torah chiede il digiuno due volte alla settimana, il Libro del Levitico lo prescrive una volta all’anno (cfr Lv 16,29); lui invece digiuna due volte alla settimana per espiare i peccati “degli altri”; certo non i suoi perché lui è irreprensibile (quanti ne cconosciamo di uomini e donne irreprensibili, incapaci di chiedere perdono, che hanno una ragione per tutti loro comportamenti e che non attendano altro che tu chieda loro perdono…magari per aver pensato male!); inoltre le decime, secondo la Torah, (cfr Dt 12,17) vanno pagate non dall’acquirente ma dal produttore; lui il fariseo, però, paga anche quello che non deve per sentirsi la coscienza a posto nel dubbio che il produttore avesse non pagato la decima…(l’espressione greca “panta osa ktõmai” è più preciso tradurla tutte le cose che acquisto e non tutte le cose che possiedo).

Il fariseo tragicamente crede di pregare ma non prega, crede di sbandierare a Dio la sua “giustizia” ma tornerà a casa sua senza giustificazione; aveva calpestato gli altri e quella concreta incarnazione degli altri che è quel pubblicano pur di elevarsi ma alla fine è nulla agli occhi di Dio. I saggi rabbini d’Israele già lo dicevano: La giustizia dell’uomo è un panno immondo.

L’altro, il pubblicano, è entrato nel tempio a testa bassa…non ha nulla da portare a Dio, solo la sua miseria, il suo peccato, i mille compromessi che ha fatto con se stesso e con la parola della Torah…è a mani vuote…le mani le usa solo per battersi il petto e per dire così che lì, nel suo petto, nel suo cuore c’è la causa di ogni sua miseria; in quel cuore fragile, incline al male…Non dice tante parole ma le sole sensate che noi uomini possiamo dire dinanazi alla santità di Dio: Sii benevolo con me…abbi pietà di me. A questo piccolo uomo gravato dal suo peccato gli altri appaiono tutti migliori di lui; avrà anche guardato con ammirazione a quel fariseo pieno di giustizia, con le mani levate a Dio e con tante parole che gli si leggeva sulle labbra; gli altri sono tutti migliori di lui perché lui è il peccatore. Il testo greco è così: c’è l’articolo determinativo: Abbi pietà di me il peccatore. Quasi che sia lui l’unico peccatore…Quando questi tornò a casa, ci dice Gesù, non era più a mani vuote, aveva il dono grande di Dio che con amore lo rendeva giusto: Tornò a casa sua giustificato.

Il problema allora qui non è quello del modo migliore di pregare, è un problema di verità e di consapevolezza della verità.

Il fariseo non sa la verità né di Dio, né di sé perché è ubriaco di se stesso. E’ lui l’orizzonte angusto della sua vita. Il pubblicano invece non sa altro che la sua verità cioè che è povero e peccatore, a mani vuote e con una sola speranza: la misericordia di Dio. E questo ci dice che sa pure la verità  di Dio, sa pure chi è Dio: è il Dio capace di amore e misericordia nella più assoluta gratuità. Direbbe S. Agostino che questo pubblicano è il vero sapiente: La vera sapienza – scrisse infatti S. Agostino – è sapere chi sei Tu, o Dio e chi sono io.

E’ impressionante che S. Benedetto nella sua Regola addita questo pubblicano come unico modello del monaco che, quando ha percorso tutta la scala dell’umiltà, deve essere come “publicanus ille”, come quel pubblicano (RB VII,65).

E’ così, e non solo per il monaco. E lì la nostra meta perché poi da lì il Signore compirà in noi le sue opere. Solo così l’uomo può consegnarsi nella mani di Colui che lo può plasmare fino a dargli il volto di Cristo, fino a dargli quella capacità di combattere la buona battaglia, di giungere al termine della corsa della sua storia custodendo la cosa che più conta: la fede, l’adesione a Lui che ci ama. In fondo il meraviglioso passo della Seconda lettera a Timoteo che oggi leggiamo è un modo di farci vedere in Paolo concretamente incarnato “publicanus ille”, in lui che si è riconosciuto amato nella più assoluta lontananza, mentre era nemico (cfr Rm 5,8-10).

Se avremo il “coraggio” dell’umiltà che è verità il Signore ci porterà a “volare alto”: Chi si umilia sarà innalzato!




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