XXVII Domenica del Tempo Ordinario (B) – La via della fedeltà

 

…E’ VIA DI CROCE

 

Gen 2, 18-24; Sal 127; Eb 2, 9-11; Mc 10, 2-16

 

Marco mostra come seguire Gesù nelle vie di ogni giorno: come seguirlo nella via nuziale, nel rapporto con le cose, nel rapporto con il potere. In fondo la sequela di Gesù ci può cambiare e dirigere rispetto alle tre libido (“amandi”, “possidendi” e “dominandi”,  come dirà Freud) che sono le grandi spinte che esistono nell’uomo; spinte che lo costruiscono, ma spinte che lo possono anche perdere…l’amore, il possedere e l’usare il potere sono nell’uomo e devono essere indirizzati e usati per edificare l’uomo nella sua pienezza.

Questa domenica si fissa l’attenzione sul primo punto; domenica prossima l’episodio del giovane ricco ci porrà dinanzi al problema del possedere; l’altra domenica, con la domanda dei primi posti da parte di Giacomo e Giovanni, dinanzi al problema del potere.

Gesù libera! Rende possibili una grande fedeltà nell’amore, una grande libertà dalle cose, una nuova capacità di servire, e non di servirsi degli altri, dominandoli.

La domanda che oggi è posta a Gesù è capziosa, e Marco lo dichiara semplicemente: «Avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, domandarono a Gesù: “E’ lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?”»; domanda capziosa che vorrebbe gettare Gesù nel ginepraio delle polemiche, molto vive a quel tempo tra scuole rabbiniche, circa i limiti e i casi di divorzio; ma forse la domanda è ancora più maligna perché pretende che Gesù si pronunzi su una questione che al Battista era costata la testa. Giovanni, infatti, su questa questione aveva provocato Erode Antipa con quel «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello».
Gesù però non cade nel tranello e riporta la questione ad un livello “altro” che i suoi interlocutori neanche immaginavano. Il problema è il cuore: la Legge, infatti, aveva reso possibile il divorzio per un solo motivo, la “sclerocardia”, la durezza del cuore; un cuore duro è impenetrabile dalle esigenze d’amore del progetto di Dio.
Un cuore così non è in grado di cogliere il senso dell’“in-principio”; quell’“in-principio” in cui non fu così…un “in-principio” a cui più che mai è necessario ritornare per proclamare ciò che il matrimonio significa.
Gesù dice con chiarezza che «l’uomo non separi ciò che Dio ha unito» e, per dire di questa unità creata da Dio, Marco usa il verbo “syzeugyymi” che, alla lettera, significa “mettere sotto uno stesso giogo” (d’altro canto, la parola “coniuge” deriva da questa stessa idea!).

L’amore dei due è indissolubile perché narra le nozze, l’alleanza tra Dio ed il suo popolo; spezzare il matrimonio è smentire Dio, è rompere l’alleanza con Lui. Lui è fedele e nel matrimonio il credente è chiamato a mostrare la gloria della sua fedeltà…

Gesù, senza mezze misure, si mette sulla scia del profetismo come quello di Malachia: «Il Signore non gradisce le vostre offerte … e voi ci chiedete il perché?perché il Signore è testimone tra te e la donna della tua giovinezza che tu tratti perfidamente mentre essa è la tua consorte, la donna legata a te da alleanza. Non fece Egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale? … Custodite dunque il vostro soffio vitale e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. Io odio il ripudio, dice il Signore Dio di Israele» (cfr Ml 2, 13-16).
Gesù cita in tal senso, e senza possibili vie di fuga, il testo del Libro della Genesi che costituisce la prima lettura di oggi: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una sola carne»: per Gesù il matrimonio tende a fare dei due un’unità profondissima, e questo per volontà di Dio. Dio crea un’unità fra i due che non può più essere spezzata perché a quell’unità Egli affida una profezia: la sua fedeltà ed il suo amore.

Appartenere al Regno perché si è accolto il Cristo significa portare su di sé la bellezza e lo splendore della fedeltà di Dio. Il Dio dell’Evangelo è il Dio d’Israele, fedele ed amante, fedele fino a perdonare tutti gli “adultèri” del popolo, fedele all’uomo che si aliena agli idoli fino a dare il proprio Figlio Unigenito (cfr Gv 3, 16).

La sequela, ci dice oggi la Scrittura, è questione di fedeltà! Di perseveranza, di costanza! La sequela non è via passeggera, non è una stagione della vita…è vita! E questo va mantenuto e proclamato con una fedeltà alla vita. All’interno del matrimonio, fedeltà significa fedeltà a quell’unità indissolubile che Dio ha voluto per i due: una fedeltà che, ove venisse rotta, infangata, alienata può essere ricostruita dalla fedeltà di Dio e dalla sua grazia. Una fedeltà che va custodita anche quando uno dei due la rigetta e la disprezza.
E’ via di croce
Sì, è via esigente: è via seria! E’ via che non svilisce le scelte dell’uomo; è via che non aliena la sua carne. E’ via che il mondo irride; è via che il mondo deplora parlando di “rifarsi una vita”…ma la vita è già stata fatta da un alla donna, all’uomo della propria giovinezza. Quel sì rimane.
E seppure l’altro fosse infedele, colui che resta deve rimanere fedele se non vuole anche lui sconfessare Dio e la sua fedeltà; se non vuole sconfessare la propria stessa vita, facendola diventare soggetta a passeggere emozioni e a passeggeri desideri o bisogni.

Certo ciò imporrebbe alla Chiesa uno sguardo attento dinanzi a chi sceglie la via del matrimonio; uno sguardo di cura ma anche di sana “severità”, sottolineando la “gravità” del passo che in troppi fanno con leggerezza e con mille remore.
La possibilità del divorzio delle leggi degli stati ha certamente messo nel cuore di tantissimi – nella maggioranza di coloro che arrivano a sposarsi – una remora gravissima, che si concreta nel pensiero che i più formulano così: “Se anche dovesse andar male, c’è il divorzio che mi libera”; un pensiero questo che fa nullo ogni patto nuziale e che rende anche i santi riti della nozze cristiane null’altro che “scena di questo mondo” (cfr 1Cor 7, 31).

In questo tempo in cui la Chiesa si appresta a discutere ancora sulla famiglia e sul progetto di Dio su di essa, credo che sia importante, prima di aiutare quelli che già si trovano in sofferenza per separazioni e divorzi e a cui si deve riconoscere la nullità di matrimoni non-matrimoni, riflettere attentamente sul come e a chi si dà il matrimonio sacramentale.
Fino a quando non ci si decide ad essere santamente “severi” nel dare il matrimonio sacramentale, forse anche sottolineando di nuovo la benedizione creazionale che c’è in ogni forma di matrimonio, non proclameremo la grande novità rivelativa del sacramento nuziale, e tanti battezzati continueranno a ritenerlo più o meno una mera benedizione augurale per i due bravi ragazzi che arrivano a quell’esito naturale.
Certo Gesù proclama che l’indissolubilità è inscritta già nella natura stessa dell’amore coniugale, ma già dalle parole di Gesù traspare chiaro che questo dato già creazionale non è coglibile da ogni occhio: c’è il cuore duro, che è l’incapacità di volersi donare totalmente e per sempre … ma ’amore è questo, sia o meno sacramento.

La cosa su cui dobbiamo riflettere è se possiamo addirittura fingere di non vedere che il più delle volte si pretende di vestire addirittura da sacramento dell’Amore di Cristo per la Chiesa e per l’umanità tutta qualcosa che non è giunto neanche alla consapevolezza antropologica di ciò che sia l’amore tra un uomo ed una donna. Come chiamare e proclamare sacramento qualcosa che non ha il minimo dell’umano? Si è prima uomini e poi cristiani!

In questo testo di Marco è chiaro che il messaggio di Gesù è duro…tanto che i discepoli arrivano a dire, nella redazione di Matteo, che se questa è la condizione dell’uomo non conviene sposarsi (cfr Mt 19, 10).

La venuta di Gesù non tollera più rimandi o addolcimenti (come le norme date da Mosè per la durezza dei cuori!), vuole invece urgenza, radicalità!
Come è possibile?
Marco lo dice nella seconda parte dell’Evangelo di oggi: si può solo se «se si accoglie il Regno come un bambino»…entra nel Regno chi accoglie il Regno, e accogliere significa dargli accesso alla propria vita senza “se” e senza “ma”, in un ascolto obbediente e semplice. In un ascolto che si fida.

Il matrimonio è icona di una capacità di stabilità e di definitività che l’appartenere a Cristo ed al suo Regno non può non avere.
L’Evangelo è netto, forse appare duro (certamente al giorno d’oggi impopolare!), ma è umano perché prende sul serio l’uomo ed i suoi “”, e perché chiede all’uomo una vera presa di posizione, libera ed autentica, dinanzi alle esigenze del Regno.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

           

 




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Domenica di Pentecoste (B) – Fare l’unità

La Pentecoste, Beato Angelico

La Pentecoste, Beato Angelico


UNITA’ IN SE STESSI, CON GLI ALTRI E CON DIO

  At 2, 1-11; Sal 103; Gal 5, 16-25; Gv 15, 26-27; 16, 12-15 

 

Nel compiersi pieno della Pasqua con l’effusione dello Spirito Santo sulla Chiesa e su ogni carne, la liturgia punta, in questo santo giorno, sul dono-segno supremo dell’unità. Nel racconto di Luca negli Atti degli Apostoli l’accento è posto precipuamente su diversità e unità: sono queste le parole chiave per cogliere nel profondo la missione dello Spirito nella storia. Nel racconto lucano i diversi, radunati a Gerusalemme nel giorno del compiersi della Pentecoste, sono capaci di ravvisarsi stretti in un’unità di comprensione attorno ad una parola che tutti possono intendere, comprendere. L’unica parola pronunciata da Pietro è udita ad accolta dalle diverse lingue: «Li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio».

Ciò che accadde a Babele (cfr Gen 11, 1-9), estremo avamposto della storia di peccato dell’umanità che – salvata dal diluvio – ancora decide di percorrere vie di perversione e di potere diabolico, qui viene capovolto: cessa, infatti, la confusione delle lingue perché in Cristo è stata proclamata una nuova Signoria. Lui, che non ha elevato torri superbe, segno di delirio di un potere imperialistico e mortifero, ma si è lasciato liberamente e per amore elevare da terra sul legno degli schiavi, diviene canale di Grazia e di unità.

Lo Spirito, effuso sugli Apostoli per il mondo, è l’Amore di Dio che oramai non trova più dighe e barriere tra Lui e noi: Cristo ha tutto abbattuto, ed ha fatto l’unità tra noi e Dio, ha fatto l’unità tra noi uomini. Ora all’umanità  è possibile percorrere una nuova strada, quella di Cristo Gesù, anzi quella che è Cristo Gesù.

Lo Spirito che il Risorto ha soffiato sulla Chiesa nascente (cfr Gv 20, 23) è remissione dei peccati, è capacità di perdono, è dunque riconciliazione ed unità…
E’ la remissione dei peccati ciò che rende gli uomini dei risorti; è la remissione dei peccati, che lo Spirito del Risorto dona al mondo degli uomini, ciò che produce unificazione in se stessi, con gli altri, con Dio!
Nello Spirito che il Risorto ha promesso e donato, i diversi ed i separati sono resi all’unità; così anche lo Spirito, come il Verbo fatto carne in Gesù, racconta Dio (cfr Gv 1, 18).
Nei discorsi di addio del quarto evangelo (cfr Gv 13-17) Gesù aveva detto che i segni dell’amore e dell’unità avrebbero rivelato l’identità dei suoi discepoli. Ora lui è stato elevato da terra per riunire insieme i figli di Dio dispersi (cfr Gv 11, 52), per attirare tutti a sé (cfr Gv 12, 32) e lo Spirito compie l’opera del Figlio con il fuoco dell’Amore che Egli è, fuoco che brucia il peccato e che fa l’unità rispettando assolutamente l’alterità: lo Spirito, infatti, è principio di unità non di uniformità, il suo è un amore che unifica, non un amore fusionale in cui l’uno si perde nell’altro smarrendo il proprio volto.
Lo Spirito è proprio questo nel seno della Trinità, ed è ciò che compie nella storia, dando alla Chiesa la profezia di questa via di unità nell’alterità: l’unica via che può fare, nell’amore, di questa umanità un’umanità nuova.

Oggi l’alleluia della Pasqua giunge ad un canto pieno di splendore, in cui le voci diverse, risuonando in unità, creando bellezza: un’unità in cui ciascuna confluisce con la sua melodia; e lo Spirito è l’armonia: Lui così, e solo così, porta in questa storia la bellezza della polifonia dell’unità.

La Chiesa sia questo canto!
Lo sia nel suo interno, per poi mostrarla al mondo e proporla come via maestra per un’umanità riconciliata. In un tempo in cui pare che tutto sia rissa e dissonanze è oltremodo necessaria l’armonia dello Spirito!
Noi ne siamo i testimoni?

Oggi è necessario gioire per il dono di Dio, ma pure è necessario chinare il capo penitente per implorare lo Spirito di fare unità là dove noi produciamo lacerazione, fare armonia là dove noi non sappiamo fare altro che dissonanze, creando nemici e opposizioni mortifere.

Lo Spirito venga ancora sulla Chiesa, Sposa del Cristo, per ridarle il coraggio dell’Evangelo, il coraggio dell’unità, il coraggio di dimenticarsi per volgersi all’unico Signore.

Dal Mistero della Pentecoste il credente sa che la storia è abitata ormai dallo Spirito di Dio che è unità, amore, forza, fuoco di passione, coraggio; il credente sa che le sue scelte costose per l’Evangelo sono sostenute da Colui che Cristo ci ha donato come compagno di viaggio per tutti i giorni della storia. Questo nostro compagno di viaggio, lo Spirito Santo, è Colui che ci dona la presenza del Risorto, è colui nel quale ci sono rimessi i peccati, è Colui che ci fa uno per testimoniare al mondo il volto dell’umanità nuova che Gesù ha conquistato per noi nella sua Pasqua.
Solo chi è dimora di Dio è abitato dall’unità, e volge le spalle a ciò che rende l’uomo malato e ferito: la divisione da se stesso, dai fratelli, da Dio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Dedicazione della Basilica Lateranense – Essere Chiesa

 

CHIAMATI AD ESPRIMERE IL VOLTO MATERNO DELLA CHIESA

 

Ez 47, 1-2.8-9.12; Sal 45; 1Cor 3, 9c-11.16.17; Gv 2, 13-22

 

Abside e Cattedra papale della Basilica di San Giovanni in Laterano – Roma

Abside e Cattedra papale della Basilica di San Giovanni in Laterano – Roma

Ancora una festa particolare che quest’anno cade di domenica: è la festa della Dedicazione della Basilica Lateranense.  La Basilica di san Giovanni in Laterano, edificata da papa Milziade, fu dedicata ai tempi di San Silvestro I, che fu papa dal 314 al 335; la Basilica è la Cattedrale di Roma, luogo in cui il successore di Pietro siede come Vescovo di Roma e come c

olui che presiede tutte le Chiese nella carità. In questo luogo il Vescovo di Roma insegna e custodisce la fede, in obbedienza alla vocazione ricevuta da Gesù per mezzo di Pietro di confermare i fratelli nella fede (cfr Lc 22, 32). La Basilica del Laterano è perciò considerata la madre di tutte le chiese di Roma e del mondo.

Questa festa, al di là della sua origine storica e simbolica, ci dà occasione di riflettere sul nostro essere dimora di Dio in mezzo agli uomini. I credenti sono Chiesa perchè il Signore li chiama ad offrirsi con gioia a Lui, affinché ne faccia la sua dimora.

Già il Targum (traduzione e interpretazione rabbinica) del Sal 132 così traduceva, con grande profondità spirituale, i versetti 4 e 5: “Non concederò il sonno ai miei occhi…finchè non sarò diventato luogo per il Signore, una dimora al Potente di Giacobbe”. (Il testo originale dice invece “finchè non avrò trovato un luogo per il Signore”…).
Straordinario!

Il desiderio del credente di essere spazio per il Signore nella storia diventa poi la vocazione del popolo radunato dalla Pasqua di Gesù.
La Chiesa è la dimora di Dio in mezzo agli uomini, e l’edificio in cui essa si raduna ne è simbolo, sia esso una modesta chiesetta di campagna, un’umile cappella monastica o una grande Basilica come quella del Laterano.

Celebrare la Dedicazione di una Basilica, come di ogni chiesa, è fare memoria di un evento storico del passato, ma è anche e soprattutto risentire il “grido” di Dio che, in Cristo, ci chiede di essere uno e ci proclama capaci di Lui.

Il Signore ci chiama all’unità perché solo così la Chiesa racconterà Dio, come ha pregato Gesù nell’ultima sera: “Padre…che siano uno come noi…così il mondo creda” (cfr  Gv 17, 11.21).
Il Signore dichiara poi che l’uomo, come già diceva S. Agostino, è un essere “capax Dei”, un essere cioè creato per essere “luogo” di accoglienza di Dio, “luogo” di riposo di Dio, “luogo” in cui Dio può vivere e regnare.

Essere Chiesa è allora una vocazione straordinaria, è vocazione alla tensione all’uno, che negli Atti degli Apostoli viene definita con quell’“essere un cuore solo e un’anima sola” (cfr At 4, 32) con cui i credenti sperimentano la potenza della Pasqua di Gesù e ne diventano testimoni. E’ infatti la potenza della Pasqua che raduna i dispersi (cfr Gv 11, 52) e ne fa un popolo, come la Pasqua di liberazione dall’Egitto aveva fatto degli schiavi ebrei il popolo di Dio.

La Chiesa, come d’altro canto Israele, è popolo non perché protagonista di un patto orizzontale tra quelli che ne fanno parte; la Chiesa è popolo perché radunata dalla grazia, e chiamata ad essere segno tra tutte le genti di una possibilità di relazione tra gli uomini fondata su una fraternità non fittizia o simbolica, ma reale perché creata da Cristo a prezzo del suo sangue.

Questo ci fa capire che essere Chiesa è cosa grandemente seria, è cosa “grave” perché la Chiesa è impastata con il sangue di Cristo. Sì, in essa c’è anche il nostro fango, la nostra terra, ma impastati con il sangue prezioso del Figlio di Dio che ci ha amati fino all’estremo, lasciandoci così l’estremo dei comandamenti, quello dell’amore reciproco, che è l’unica credibile narrazione di Dio che noi possiamo rendere.

Altre cose non vanno mostrate…noi mostriamo, e pretendiamo di mostrare, sempre altre cose al mondo: è comodo mostrare dei simboli o dei “trionfi”; mostrare invece la nostra carne segnata dall’amore è scomodo perché è difficile e costa.
Mostrare l’amore senza pretese di contraccambio è costoso; mostrare il perdono e l’accoglienza dell’altro che “invade” i miei spazi e i miei privilegi è costoso, condividere quello che si è, e che si ha, è costoso…

E’ però l’amore costoso che Cristo chiede di mostrare al mondo, solo quello; un amore che è certo quello personale di ciascun battezzato, ma che è anche l’“abito” di cui deve essere rivestita la Chiesa.
Solo una Chiesa rivestita dell’abito dell’amore costoso si può presentare al mondo come Madre; diversamente rischia di indossare gli abiti ambigui della matrigna, che pretende di essere chiamata madre ma che di fatto non lo è, e lo dimostra con gesti e parole che una vera madre non farebbe e non direbbe.

Queste riflessioni devono toccare ciascun credente e non solo le gerarchie e le organizzazioni istituzionali; devono toccare noi, chiamati ad esprimere il volto materno della Chiesa, sempre…

Quelli che scoprono, dunque, di essere capaci di Dio si aprono all’essere “luogo per il Signore e dimora per il Potente di Giacobbe”, e questo li conduce ad essere testimoni di unità e di amore, e disposti a pagarne un prezzo.

Questo è essere Chiesa!

La festa di oggi, lungi dal farci pensare alle venerabili pietre dell’edificio che è al cuore della Chiesa di Roma, ci conduca ad una coraggiosa revisione della nostra identità ecclesiale nella costruzione del Regno di Dio giorno dopo giorno, fatica dopo fatica, prezzo dopo prezzo…

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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SS. Apostoli Pietro e Paolo – Testimonianza e Profezia

  
SEGNO DELLA CHIESA

 

At 12, 1-11; Sal 35; 2Tm 4, 6-8.17-18; Mt 16, 13- 19

S. Pietro e S. Paolo

S. Pietro e S. Paolo

Ancora una liturgia “speciale” quest’anno, per la coincidenza della Solennità dei Santi Pietro e Paolo con il giorno di domenica. La memoria dei Santi Apostoli, colonne e fondamento della Chiesa, ci ricorda l’universalità e l’unità della Chiesa. Tutti e due hanno lottato e custodito questo volto della Chiesa.

Sia Pietro che Paolo hanno fatto della loro vita un annunzio “costoso” dell’Evangelo, hanno percorso migliaia di chilometri per far correre l’Evangelo per le strade del mondo.

Sia Pietro che Paolo hanno lottato contro le divisioni; ricordiamo come Paolo scrisse accorato ai cristiani di Corinto, stigmatizzando quelli che proclamavano: “Io sono di Paolo, io sono di Apollo, io di Cefa ed io di Cristo” (cfr 1Cor 1, 11-13)… E ricordiamo come Pietro sia stato chiamato da Cristo, proprio nel passo di Matteo che oggi si ascolta, ad essere roccia, pietra per la Chiesa. La comunità di Cristo, se smarrisce l’essere una, smarrisce ogni possibilità di solidità, dal momento che smarrendo l’unità smarrisce l’adesione vera al Dio Trino, che è unità nell’amore.

La memoria degli Apostoli e del loro martirio è allora non tanto occasione per fare un panegirico ai due santi e alle loro virtù, come si faceva una volta, ma occasione preziosa per riflettere ancora sulla Chiesa e sulla missione che essa ha nel mondo. Una missione che deve custodire, se vuole essere davvero Chiesa di Cristo.

I due Santi Apostoli, con le loro vite e le loro lotte, ci raccontano il “proprium” della vita della Chiesa, ci mostrano le vie che bisogna percorrere con loro per seguire quel Gesù che un giorno afferrò la loro vita (cfr Fil 3, 12) sulle rive del lago di Genesareth, sulla via di Damasco… Da quegli incontri iniziò la loro lotta per appartenergli per sempre, e per gridare al mondo la potenza salvifica della Croce e della Risurrezione di Gesù. I due Apostoli, nelle loro indubitabili diversità, sono fondamento della Chiesa di Cristo, colonne ed ulivi verdeggianti (cfr Ap 11,4), testimoni e profeti sulla cui parola e sulla cui testimonianza, data nel sangue, la Chiesa può camminare nei secoli, custodendo il deposito prezioso dell’Evangelo di Cristo.

I Santi Apostoli sono per noi un potente appello alla testimonianza e alla profezia.
Essere testimone significa per la Chiesa vivere una vita che significhi ciò che proclama, una vita conformata all’Evangelo, una vita che, dunque, scelga sempre di stare dalla parte  delle vittime e mai dalla parte dei carnefici.

Essere profeti significa rischiare di persona per dire “altro” al mondo, alla mondanità che sempre cerca di risucchiare i discepoli di Cristo; essere profeti significa ridire, in mondo credibile, la Parola di Dio agli uomini. In fondo essere testimoni ed essere profeti è lo stesso movimento di un’unica realtà: il primato di Cristo nella vita del credente. Si è testimoni e profeti solo se si è dato il primato assoluto al Cristo nella propria vita.

Paolo proclama con forza questa realtà della sua vita quando ai cristiani di Filippi scrive: “tutto io reputo una perdita difronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore; per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le ho giudicate spazzatura per guadagnare Cristo” (cfr Fil 3,8); nella vicenda di Pietro, invece, Gesù stesso dice una parola chiara e luminosa riguardo alla necessità assoluta di questo primato: “Mi ami tu più di tutto?” (cfr Gv 21, 15). Solo se Pietro darà un vero primato a Cristo potrà essere pastore e segno di unità per la Chiesa; solo se darà questo vero primato a Cristo potrà fare autentica unità accogliendo le diversità; solo se darà questo primato a Cristo potrà salire sulla croce assieme a Lui e per Lui.

Pietro e Paolo sono colonne nella Chiesa per questo primato che genera profezia e testimonianza per il mondo. Pietro e Paolo chiedono ai cristiani singolarmente di entrare in quel “resto” di uomini e donne che, dando (per davvero, e non con belle parole o belle proclamazioni di intenti!) il primato a Gesù, il Crocefisso Risorto nella loro vita, sanno essere parola di profezia, perchè testimoni non solo per il mondo ma anche per la Chiesa stessa!

Paolo ebbe questo coraggio e questa autorevolezza quando si fece profeta presso lo stesso Pietro, tentato di omologazione e di acquiescenza verso la parte più “forte”… Ad Antiochia Paolo, infatti, ebbe la forza di opporsi alle vie mondane che tentarono Pietro che stava “tergiversando l’Evangelo” (cfr Gal 2, 11-13). E’ la parresìa che occorre nella vita della Chiesa…una parresìa che non si nutre nè di timori nè di servilismi. Pietro si lascerà convertire dalla parola schietta di Paolo e, come nel cortile di Caifa seppe discernere il canto del gallo (cfr Lc 22, 60-62), qui ad Antiochia ascolterà la voce di Paolo che gli indica le vie schiette dell’Evangelo.
Pietro e Paolo sono qui segno di una Chiesa che fatica per il dialogo e per la comune ricerca della verità.

Solo uomini così possono sostenere la Chiesa nel suo cammino, e donare ad essa la capacità di essere significativa nella storia; non significativa perché si imponga alla storia, perché voglia contare con arroganza e desideri di potere, ma significativa perché capace di dire e di incarnare parole di senso e di vita per la storia degli uomini.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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