XXIX Domenica del Tempo Ordinario (B) – Fra voi non è così

 

O SI E’ SERVI, O NON SI E’!

Is 53, 2.3. 10-11 ; Sal 32; Eb 4, 14-16; Mc 10, 35-45

 

Eccoci alla terza libido: il potere.
Forse, e senza forse, è un culmine … questa forza è culmine perché serve a costruirsi, in quanto esercitare una sorta di potere su se stessi, sulla storia, sul reale, è punto di equilibrio e di capacità di essere quell’“adam” uscito dalle mani del Creatore, perché domini sul creato, sul reale. Un dominio che non è un rendere schiavo il reale, ma trasfigurarlo per umanizzarlo, per renderlo casa dell’uomo; allo stesso modo il potere su se stessi è quella capacità di dire di no a quelle dimensioni di morte e di “pre-dominio” che sono perverse e pervertenti; riguardo agli altri, il potere da esercitarsi rettamente è ciò per cui si è capaci di affermare la propria identità senza paure, senza infingimenti, senza svilirsi.

La forza della libido dominandi però può essere anche il culmine delle perversioni dell’uomo. Quando questa forza diviene idolatrica, fine a se stessa, quando ha per fine noi stessi, diviene la causa principe di ogni male, ed ha spremuto lacrime e sangue alla nostra comune umanità. E’ la libido dominandi che scatena le tirannidi, è la libido dominandi che scatena le forze delle maggioranze sulle minoranze, per annientarle ed umiliarle; è la libido dominandi, in fondo, che “infetta” l’uomo facendogli pervertire l’amore, così che l’altro diviene, anche nelle relazioni coniugali ed amicali, oggetto del mio potere!
E’ sempre la libido dominandi che disumanizza la relazione con le cose, volendo possedere per avere più potere, e sempre di più per avere ancora più potere!
E’ la libido dominandi che ha sempre scatenato le guerre, gli odii razziali, le mille e mille battaglie, per creare nemici e per divenirne vincitori!

L’Evangelo di questa domenica ci dice che questa libido così pervertente abita anche la Chiesa di Cristo, e Giacomo e Giovanni sono il “luogo” in cui si mostra questa pericolosa tendenza; proprio questi due fratelli, che il Nuovo Testamento individuerà quali “discepolo amato” (cfr Gv 13, 23) e primo tra gli apostoli a versare il sangue per Cristo (cfr At 12, 1-2), non sono nati “discepolo amato” e “martire per Cristo” … sono stati uomini che, come noi, hanno dovuto affrontare e vincere, tra lotte e cadute, quelle dominanti che vogliono schiacciarci e disumanizzarci. Nel racconto di Marco i due, in fondo, sono manifestazione di un atteggiamento con cui Gesù dovrà fare i conti sino alla fine, e con cui la sua misericordia e la sua grazia devono fare i conti in ogni epoca della storia della Chiesa, sua comunità:
Chi è che è primo?
Chi comanda?
Chi ha nelle sue mani il potere spirituale sugli altri?
Il potere nella Chiesa è più perverso che altrove. Il perché è chiaro: nella Chiesa, nelle società “religiose”, esso si può ammantare di “spiritualità”, si può ammantare di Dio, può divenire più facilmente imponibile perché sacralizzato! E’ tremendo!

Giacomo e Giovanni sono quelli che, nel passo di Marco di oggi, manifestano questo desiderio perverso di potere, ma il racconto ci fa capire che gli altri dieci non sono esenti da quello stesso peccato. Scrive infatti Marco che gli altri si sdegnarono con Giacomo e Giovanni, e non certo perché stigmatizzassero il loro desiderio di potere, ma perché quel potere lo avrebbero voluto anche loro.
Gesù, paziente, si rivolge a tutti come aveva parlato ai due fratelli. Quei due li aveva sfidati a bere il suo stesso calice ed a morire della sua stessa immersione.
Tuttavia è necessario decodificare la parola battesimo che noi, immancabilmente, riconduciamo su di un piano liturgico-simbolico-sacramentale. Gesù, infatti, chiede loro se sono pronti a lasciarsi “affogare” nella sua stessa immersione, a dare la vita. Il battesimo-immersione che Gesù sta per ricevere è l’essere sommerso dal peccato del mondo per prenderlo su di sé, per condividere il dolore e la morte che imperano nella storia. I due fratelli accolgono spavaldi la sfida, senza comprendere fino in fondo quello che stanno promettendo.
Lo capiranno con la vita, lo capiranno nella sequela di quel Rabbi che li ha afferrati!
Saranno, infatti, il primo e l’ultimo a morire per Lui: Giacomo di spada, e Giovanni di “consunzione”, lasciandosi cioè consumare dall’annunzio dell’Evangelo, in un martirio senza sangue ma testimone di un “rimanere” costoso, che sfiderà i venti e le tempeste dei decenni a venire.
Quella partecipazione al suo calice, afferma con forza Gesù, non è qualcosa che si conquista con meriti, ma qualcosa che si riceve in dono, per pura grazia. Nell’ora che il Regno verrà, alla destra ed alla sinistra del Messia crocefisso, vi saranno due ladroni: gli ultimi che potevano accampare “meriti”!

Ai dodici tutti assieme, dopo aver compreso che tutti sono accomunati da questo malsano desiderio di potere, Gesù dice una delle parole più inascoltate nella storia della Chiesa, ma anche tra le più ascoltate da chi, nella Chiesa, ha fatto davvero la differenza, facendo avvertire nella storia il profumo di Evangelo: «Quelli ritenuti capi delle genti le dominano ed i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra di voi però non è così».
Dobbiamo assolutamente sottolineare che Gesù non usa qui nessuna forma augurale o ottativa (non dice cioè: «tra voi non sia così»!).
No! Gesù usa un chiaro indicativo: Tra voi non è così!
O nella Chiesa si è servi, così come Gesù dice, o non si è Chiesa; si è altro!
La ragione non è data in modo moralistico, Gesù non è mai moralistico, ma in modo rivelativo: la ragione è Gesù stesso, la ragione è il Figlio dell’uomo e la sua scelta di servire, e di servire non facendo delle cose, ma dando la sua vita!
Il servo è tale – e lo dice anche Isaia nel celebre oracolo che oggi è la prima lettura – perché dà se stesso, senza nulla tenere per sé, senza nulla risparmiare!

L’antidoto alla libido dominandi è dunque il servire, che è donare la propria vita. L’apostolo Paolo, addirittura, nel suo inno cristologico nella Lettera i cristiani di Filippi scriverà che il Figlio di Dio si è fatto schiavo fino alla morte e alla morte di croce; schiavo significa che si è totalmente dato, alienato, offerto…non si appartiene più! Lui è la via per vincere la libidine del potere…Lui, schiavo crocefisso!

Questa sezione dell’Evangelo di Marco ci ha consegnato le tre “armi” per vincere il mondo con Gesù e come Gesù: l’amore fedele, la condivisione, il servizio come dono totale di sé! Così la sequela!

Quel che non ricerca queste vie è qualcosa che si maschera da cristianesimo, ma ne è solo una contraffazione ridicola e pervertita!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

XXV Domenica del Tempo Ordinario (B) – Come i bambini

 

 

IL CORAGGIO DI ESSERE ULTIMI

Sap 2, 12.17-20; Sal 53; Gc 3, 16 – 4, 3; Mc 9, 30-37

 

 

La scorsa domenica l’Evangelo di Marco ci ha mostrato come il primo annunzio della passione abbia trovato l’incomprensione, il cuore duro e l’inciampo addirittura satanico in Pietro, radicato nelle sue idee e nei suoi sogni di “potere” e di “sapere” tanto da volere un Cristo potente, e pretendendo di sapere tutto, tanto da voler insegnare a Gesù!
Oggi, il secondo annunzio della passione trova ancora dei cuori duri, e non ha più successo del primo!

In primo luogo il testo ci dice che i discepoli «non comprendevano queste parole» (l’annunzio della passione) «ed avevano paura a chiedergli spiegazioni»…insomma c’è un “non capire” e un “non voler capire”. Qui i Dodici non hanno scusanti in quanto Gesù, ha scritto Marco (cfr Mc 8, 32), diceva queste cose circa la sua passione con “parresía”, apertamente, con franchezza, senza veli! Ma sono proprio le cose dette così che spaventano e si vogliono scavalcare ad ogni costo.
D’altro canto la passione, in questo secondo annunzio, viene meglio specificata da un particolare che non è secondario; non si parla più di “anziani, sommi sacerdoti e scribi”, qui si parla di uomini: il Figlio dell’uomo è consegnato nelle mani degli uomini, significa che non basta non far parte di quelle categorie storiche per essere innocenti in questa storia di dolore del Figlio dell’uomo!
Sono gli uomini i destinatari di quella “incomprensibile” consegna da parte del Padre!
Sì, perché è il Padre il “consegnatario”: se infatti gli uomini sono i destinatari ed il Figlio dell’uomo è l’oggetto, Colui che consegna è solo il Padre. Il Padre, che lo ha già consegnato agli uomini nell’Incarnazione, e che lo ha già consegnato agli uomini come Parola definitiva (cfr Eb 1, 1-4), ora lo consegna come estremo dono all’umanità; ma gli uomini ne faranno ciò che vorranno, fino ad ucciderlo appendendolo ad una croce.
Gli uomini. Tutti gli uomini! Nessuno escluso!
Non sono stati né Giuda, né quegli Ebrei, né il Sinedrio, né Pilato con i romani… Certamente loro hanno fatto la loro parte materialmente e storicamente, ma sono le mani di tutti gli uomini ad essere macchiate del suo sangue che, paradossalmente, ha lavato e salvato tutti!

Tutto questo mistero di amore, però, resta chiuso al cuore di quei Dodici che sono proprio i più vicini a Gesù; e Marco sottilmente, e forse non tanto – perchè bisogna solo fare attenzione e capire le concatenazioni presenti – ce ne spiega qui il motivo: non può capire l’amore chi è teso a cercare primati, privilegi e potere.

Dice il testo dell’Evangelo che i Dodici sono per via: un’espressione importante che ci richiama alla nostra quotidianità, al nostro essere “per via” nella sequela di Cristo; ma i Dodici, invece di seguire davvero Gesù che va alla consegna, seguono se stessi, le loro idee, i loro miseri deliri di potere…

Pietro avrà anche obbedito e sarà tornato “dietro a Gesù, così come gli era stato detto («Torna dietro a me!» cfr Mc 8, 33), ma è rimasto con il cuore lì dove era andato. e cioè davanti a Gesù, a sbarrargli il passo e ad insegnargli come doveva fare il Messia! Pietro e gli altri pensano che il Cristo debba essere potente perché vogliono gustare una fetta di quel potere!
«Chi è il più grande tra noi?»
«
Chi comanda?»
Continuano a non capire, e in questo secondo annunzio della passione Marco ci mostra che questo non capire non è solo teorico; l’Evangelista, infatti, ci mostra un modo concreto, pratico dell’incomprensione: cercano i primi posti. Volere i primi posti, voler apparire, volersi imporre sugli altri mostra quanto si sia lontani dalla via che Gesù ha imboccato. Loro vogliono i primi posti.
Quello che Gesù diceva è per loro inaccettabile, incomprensibile.
Una cosa però certamente l’avevano capita: Gesù non la pensava così!
Lo considerano strano? Sono convinti di riuscire pian piano a fargli cambiare idea? Certamente, alla domanda circa la natura dei loro discorsi, essi tacciono. Si vergognano? Non vogliono affrontare il discorso? Non vogliono ancora sentirsi dire, con franchezza, quelle cose che tanto li turbano, e che vogliono distoglierli dai loro sogni di potenza?
Gesù è paziente, e comunica ancora ai suoi, con delle parole e con un gesto, le vie incredibili e paradossali che vuole e che deve imboccare; ecco le vie incredibili di Dio: loro, i discepoli, desiderano i primi posti, Gesù desidera l’ultimo posto!

Quel bambino che Gesù pone al centro abbracciandolo, è segno non di innocenza ma dell’ultimo posto che Lui vuole abbracciare per indicare al mondo le vie del Padre.

Gesù abbraccia, accoglie quell’ultimo posto, quello che occupano i bambini, del tutto dipendenti e fragili; d’altro canto i bambini nell’Evangelo di Marco, fino a questo momento, erano apparsi, incredibilmente, sempre in vesti non solo fragili, ma anche “impure”: bambina è la figlia di Giairo nell’impurità della morte (cfr Mc 5, 42); bambina è la figlia della donna siro-fenicia, impura perché posseduta da un demonio (cfr Mc 7, 30), bambino è l’epilettico ai piedi del Tabor con le sue manifestazioni disumane (cfr Mc 9, 23 ss). Tutti, secondo le categorie culturali dell’epoca, impuri per motivi diversi.
Il bambino che qui Gesù abbraccia è icona della condizione del servo, è icona di im-potenza (in greco “pàis” significa “bambino” ma anche “giovane schiavo”).

Ai discepoli che sognano potenza Gesù presenta un’icona di impotenza dicendo che chi accoglie quella debolezza, quella fragilità nel suo nome accoglie Lui stesso e, paradossalmente, Dio…
E qui Marco è di una forza straordinaria, in quanto ci mostra che all’ultimo posto c’è addirittura Dio! Quel bambino è dunque icona delle scelte di Dio, e quindi delle scelte del Figlio dell’uomo!

Essi sono disposti ad accogliere questa debolezza?

Accogliere significa ascoltare, significa rendersi disponibili, ospitare, mettersi al servizio.
Accogliere significa innanzitutto essere disposti a farsi “capovolgere” da colui che si accoglie, dai suoi bisogni; l’esempio del bambino richiama a chi non conta nulla, colui che nessuno ascolta, che tutti trascurano…
Accogliere il bambino è segno dell’accogliere un Dio che sulla croce si farà impotenza, si renderà “inascoltabile” da ogni mente piena di buon-senso o di immagini “religiose”; un Dio che per accogliere noi piccoli e peccatori non esita di salire su una croce che lo fa peccato in nostro favore (cfr 2Cor 5, 21).

Nel passo della Lettera di Giacomo, che è oggi la Seconda lettura,  leggiamo che nell’uomo sorgono guerre e liti che derivano da passioni che “combattono” dentro di lui…è il desiderio di possedere e di dominare che è radice di tutti i dolori e lacerazioni che gli uomini si infliggono; il Figlio dell’uomo è venuto per rendere possibile nell’uomo la sapienza che viene dall’alto, che rende simili a Dio: pacifici, miti, arrendevoli e pieni di misericordia; che rende veri, privi di ipocrisia, cioè privi di finzione (in greco Giacomo scrive “aniupócritos” e, in greco “iupocritós” è l’attore, uno che veste dei panni che non sono suoi, e che finge di essere un altro).

Le strade di morte e dolore, ci dice Marco, sono vinte solo da chi sceglie l’ultimo posto. Un ultimo posto che però non è una scelta solo simbolica ed esteriormente umile (ipocrita!), ma una scelta realmente umile perché diviene servizio, diviene chinarsi innanzi agli altri. Gesù ha detto infatti:«chi vuole essere il primo sia servo di tutti».

Questo è possibile solo se si accoglie la piccolezza. E’ la sola via per accogliere Lui, per accogliere il Padre. Diversamente si imboccano strade diaboliche di divisione e di morte, di ricerca di sé ad ogni costo, si spasmodici desideri di primati per dominare gli altri.

Cristo ha scelto il posto dello schiavo crocefisso.
Che la sua Chiesa abbia sempre il coraggio di capire questa parola, quella della croce (cfr 1Cor 1, 18); abbia il coraggio quotidiano di fare a Lui domande su come vivere questo coraggio di essere ultimi.

E’ per noi tutti una grande provocazione: essere ultimi. Ma per davvero!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

Battesimo del Signore (B) – L’amore costa


LE NOSTRE VITE PAGANO UN PREZZO?

 

Battesimo di Cristo (particolare) di Piero della Francesca

Battesimo di Cristo (particolare) di Piero della Francesca

Is 55, 1-11; Cantico da Is 12, 2-6; 1Gv 5, 1-9; Mc 1, 7-11

 

Battesimo di Cristo (particolare) di Piero della Francesca

Battesimo di Cristo (particolare) di Piero della Francesca

Oggi si conclude il Tempo di Natale e si apre il cosiddetto Tempo ordinario, tempo in cui siamo chiamati a realizzare quanto abbiamo contemplato nel Tempo d’Avvento e nei giorni del Natale; “cerniera” tra il Tempo di Natale ed il Tempo ordinario è questa domenica del Battesimo del Signore.

La carne di Dio, che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme, è la nostra carne di figli di Adamo, e quella stessa carne, assunta dal Verbo, oggi è immersa da Gesù in una purificazione in cui deve “affogare” il vecchio Adamo. Gesù, il nuovo Adamo, è venuto per compiere una missione precisa: raccontarci Dio ed il suo amore totalmente gratuito e raccontare l’uomo all’uomo. Il racconto, però, non può rimanere solo racconto, spiegazione, informazione … deve diventare concretezza, possibilità realmente offerta.

Il Battesimo al Giordano è promessa pasquale: l’uomo nuovo, Gesù, promette a tutti gli uomini, “prigionieri” dell’uomo vecchio, di essere con loro in un’opera necessaria e dolorosa: la morte dell’uomo vecchio! Immergendo nelle acque del Giordano la nostra carne, che ha assunto, Gesù inizia una strada dolorosissima in cui giungerà ad inchiodare il peccato, l’uomo vecchio, al legno della croce. Giovanni il Battista, nel passo di Marco, proclama che Gesù “è più forte” perché capace di compiere quest’opera definitiva di morte dell’uomo vecchio, di cui il suo Battesimo era solo un segno.

Il gesto di Gesù di mettersi in quella “fila di peccatori” per farsi immergere da Giovanni è “sacramento” di tutta la sua vita: vita di condivisione piena, senza esenzioni, della nostra condizione di uomini segnati dal peso della fragilità e della miseria. Lui, Gesù, che non era né peccatore né meschino né vile, sceglie di essere tra noi, sceglie la via della condivisione costosa e non la via del privilegio (cfr Fil 2,6).

Inizia qui quella discesa agli inferi che lo farà compagno dell’ultimo degli uomini, di quello più infimo e più reietto, quello più sporco e meno amabile, di quello più compromesso e cattivo … Non sceglie di stare a mensa solo con i fragili ed i peccatori pentiti, ma di stare assieme agli uomini in qualsiasi condizione; sceglie l’uomo nel suo peccato, quello che lo abbrutisce e gli imbratta l’immagine di Dio
In questo senso davvero le vie di Dio sono inconcepibili per noi: lo ha detto il testo del Libro di Isaia che oggi si ascolta come prima lettura: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie»! Il Verbo si è fatto carne per percorrere questa via incredibile di “compagnia” e, quindi, di abbassamento.
Oggi capiamo come l’esito del Natale sia qualcosa di tutt’altro che “zuccheroso” e rassicurante: Dio ha preso molto sul serio la via dell’Incarnazione, gli è costata molto … l’amore costa, c’è poco da fare!

A Natale abbiamo cantato quella dolce nenia di Sant’Alfonso: “Ahi quanto ti costò l’avermi amato!”,  e pensiamo subito al Bambino infreddolito avvolto in fasce … ma non è solo questo …
Da lì, per Dio, inizia un’avventura meravigliosa di bellezza, ma anche di vera compromissione. Da lì per Gesù, Verbo eterno fatto carne, inizia una via umanissima e perciò meravigliosa, ma anche una via che, per custodire la sua bellezza, paga un prezzo: il prezzo della spoliazione, il prezzo del con-soffrire, dell’assaporare l’amarissimo boccone della morte. Questa scelta di Gesù di Nazareth, certamente una scelta sofferta, cercata, frutto di un discernimento tale che nessuno di noi può neanche lontanamente immaginare, ha un esito straordinario: la rivelazione piena, per Gesù, della sua identità. Finalmente Gesù di Nazareth comprende davvero chi è: è il Figlio amato, oggetto di una gioia indicibile di quel Dio dei padri, che ora Gesù sa di poter e di dover chiamare Abbà, Padre suo tenerissimo, fonte di un progetto incredibile di vita e di “compagnia” per l’uomo che Egli ama.

Gesù di Nazareth sa di essere il Figlio unico del Padre, ma sa anche di portare la carne di ogni uomo; sa che Dio gli è Padre per davvero, e sa pure che nessun uomo gli è estraneo! Lo Spirito che scende su di Lui sarà – scriveva San Basilio – compagno inseparabile di quel cammino di Emmanuele che Gesù intraprenderà; sarà la forza della sua piena umanità, della sua capacità di dono fino all’estremo; non lo esenterà dalla fatica della libertà e dal dolore, ma gli darà quell’unzione per cui quella carne che ha assunto potrà essere “luogo” della Parola da proclamare con fermezza (profezia), sarà capacità di offerta piena di sé nell’amore (sacerdozio), sarà vittoria sul mondo e sulle sue strade egoistiche di morte (regalità).

La sua discesa nelle acque del Giordano non è un gesto esemplare (che terribile tendenza quella di fare dei gesti e delle parole di Gesù occasioni esemplari e moralistiche, vuote della fatica dell’umano!), ma è un’ora di approdo ad una piena coscienza di sé, è ora di scelta di campo (stare dalla parte dei peccatori); è ora di unzione della sua carne santissima. Al Giordano Gesù, Figlio di Adam e Figlio eterno di Dio, diviene il Cristo, l’Unto perché riceve l’Unzione che è lo Spirito: Unzione che gli dona la pienezza della profezia, del sacerdozio e della regalità.
Così, con la potenza della parola profetica, con la forza di offrirsi totalmente, con bellezza di un amore che tutto vince e che sa donare fino all’estremo, il Figlio di Dio plasma la nostra carne ad essere carne dell’uomo nuovo. Si è fatto uomo perché tutti gli uomini possano essere uomini nuovi, possano essere come Lui, anzi – diranno i Padri siriaci – perché “ogni uomo possa essere non un figlio di Dio ma il Figlio di Dio”!

Immergendosi oggi nelle acque del Giordano, alla ricerca della miseria dell’uomo, Gesù, come ha sempre detto la tradizione cristiana, santifica tutte le acque perché possano essere, nel Battesimo, luogo di salvezza per tutti coloro che vi saranno immersi per morire al vecchio uomo e nascere alla novità di vita dell’Evangelo.

Oggi possiamo sentire nel cuore una grande consolazione: Gesù di Nazareth ci ha scelti nella nostra miseria … non ci ha scelti solo perché è nato a Betlemme, facendosi carne da Maria Vergine per un eterno consiglio del Dio delle promesse, ma ci scelse anche coscientemente, ormai adulto, dopo l’umanissima fatica di un discernimento libero della sua identità, e dopo essersi posto dinanzi al Padre ed alla sua volontà. Ci fu un giorno santissimo in cui Gesù di Nazareth decise di scendere nel Giordano con i peccatori, scelse così ognuno di noi, prendendoci per mano per condurci alla vita nuova.
Per questo pagò un prezzo … lo pagò con gioia ed amando in una vita bella, buona e felice … ma lo pagò!

Le nostre vite di credenti sono umane, belle, piene, sensate?
Le nostre vite pagano un prezzo?

p. Fabrizio Cristarella Orestano

Natale del Signore (B) – Nel cuore di ogni uomo

 

ALLA SCOPERTA DELLA “STANZA BELLA

 

Notte Is 9, 1-3.5-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2, 1-14

Aurora Is 62, 11-12; Sal 96; Tt 3, 4-7; Lc 2, 15-20

Giorno Is 52, 7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1, 1-18

 

Pastori, Monastero di Ruviano

Pastori (Icona, Monastero di Ruviano)

Il Natale viene sempre per riportarci nella fede, nell’autentica fede cristiana ad un senso di piena fiducia in un compimento e in una verità cui tutti aneliamo. Sì, tutti vi anelano, anche quelli che imboccano vie di non-senso, di morte, di violenza, di avidità, di prevaricazione (e a volte – troppo spesso – anche noi credenti siamo contagiati da queste vie insensate, le scegliamo e ne percorriamo dei bei tratti!); vi anelano poi anche quelli che hanno nel più profondo un desiderio di senso e di pienezza…
Ce ne convinciamo a partire dai nostri sogni più radicati, a partire da quella “stanza segreta” che ciascuno di noi sente dentro, e in cui albergano affetti, ricordi, dolcezze, nostalgie, desideri di pace; ove albergano le cose più “sante” che sono patrimonio della nostra piccola storia personale… E se questo è vero per me, questo luogo profondo – mi dico – sarà vero per tutti gli uomini, anche per quelli che giudichiamo “cattivi”, quelli che compiono nefandezze.

Il Natale viene a ricordarci la bellezza dell’uomo, al di là di ogni pessimismo, di ogni lettura disperata del reale e della storia, non perché ci infonde un senso di passeggera bontà (questa è una delle mistificazioni del Natale), ma perché ci ricorda che l’uomo è bello-buono (cfr Gen 1, 31) in quanto viene dalle mani di Dio, e perché Dio stesso l’ha creato perchè fosse sua dimora, tanto che, in un giorno benedetto e santissimo di questa storia, Lui si fece uomo e volle abitare in mezzo a noi.

Il Natale allora viene a togliere dalla storia la disperazione; viene a dire all’uomo che non è parte di un gorgo insensato di eventi, che non è una dei miliardi e miliardi di “formiche” che si sono affannate su questa terra per poi cadere nel nulla. Il Natale viene a dirci che non siamo nè senza senso nè abbandonati. Non siamo venuti dal caso, e non siamo abbandonati a noi stessi ed a quel vortice di egoismi e ingiustizie che abbiamo creato con la terribile “legge del più forte”.

Natale ci racconta di un Dio che sceglie di farsi compagno dell’uomo, e che viene a vivere con noi e per noi; che viene a vivere per insegnarci a vivere in questo mondo, come scrive Paolo nella sua Lettera a Tito che stanotte si legge in tutte le nostre liturgie.
Natale viene a dirci che, tra le tenebre che noi abbiamo prodotto, una luce brilla!
Natale viene ad assicurarci che davvero nel cuore di ogni uomo c’è quella “stanza bella”, e che bisogna gridare a tutti di aprirla e leggerne il contenuto, di aprirla e darvi accesso a quel Dio che non volle guardare a distanza l’umano, ma lo fece suo e suo per sempre.

Natale viene a garantire che Dio è fedele, e che nessuna sua parola va a vuoto; che le sue promesse si realizzano ed anche al di là di ogni immaginazione, anche al di là di ogni promessa stessa; le fedeltà di Dio trascendono sempre le sue stesse promesse, realizzano di più di quanto la promessa aveva fatto intravedere e sperare!
Nessuna promessa messianica, infatti, aveva mai osato sognare che il Messia sarebbe stato Dio stesso! Eppure, nella mangiatoia di Betlemme, Maria avvolge in fasce il suo figlio che però è anche il Figlio eterno di Dio, che è la Parola fatta carne, come scriverà Giovanni (cfr Gv 1, 14); è cioè Colui che dona senso a tutto, e che viene ad abitare la nostra umanità. E, se la Parola si è fatta carne, il senso può abitare l’uomo, la sua carne, la sua storia.

Natale viene a spazzar via ogni insano pessimismo, ogni disperazione: camminiamo verso un compimento, un compimento tanto più grande di quanto avremmo potuto immaginare a partire dalla Promessa!

Natale, però, non viene a portarci un passeggero ottimismo!
Natale è esigente perché ci narra l’amore di Dio e la sua compromissione con noi e per noi. E’ esigente perché chiede ai credenti di farsi spazio per Dio, perché Lui continui a piantare la sua tenda tra di noi. Dio ha bisogno di “terra” per compiere le sue promesse! Non possiamo prestargliela, no! Bisogna dargliela, tutta e con fiducia.

Questo è il compito di noi cristiani, dare la nostra “terra” a Lui, per tutti…perché Lui venga ogni giorno, e venga poi nell’ultimo giorno! A noi è richiesta questa consegna del nostro “terreno”, della nostra umanità…a noi è richiesta questa consegna per tutti gli uomini, in favore di tutti gli uomini.

Oggi siamo chiamati a credere che l’uomo (ogni uomo!) è oggetto dell’amore di Dio: Pace in terra agli uomini amati dal Signore, così cantano gli angeli del Natale…e noi, per questa pace, abbiamo la vocazione di consegnare il nostro “terreno”…
Lo fece Israele, lo fece Maria, lo fece Giuseppe…e venne Gesù, “il più bello tra i figli dell’uomo” (cfr Sal 45, 3) e in quella bellezza di Lui c’è ogni bellezza e bontà che possiamo sognare. Se anche noi faremo lo stesso nella nostra generazione, Gesù verrà ancora, nel nostro oggi, e porterà bellezza e compimento a questa storia tante volte immersa nel sangue, nella tenebra e nel non-senso, ma chiamata da Dio ad essere ben altro.
Ecco perchè la storia ha bisogno di santi, di uomini che sappiano dare “terreno” a Dio, il loro “terreno”, uomini disposti a lasciarsi “espropriare”…

Natale chiede santi! Solo vivendo questa lotta per la santità potremo decentemente fare Natale! Il resto è folklore, è dolciume senza dolcezza, è luce artificiale, è illusione di bontà che dura un giorno, e di una pace che è solo piccola ed ingannevole tregua.

p. Fabrizio Cristarella Orestano