V Domenica di Pasqua – Il Volto di Cristo


…NARRAZIONE DEL PADRE

 

At 6, 1-7; Sal 32; 1Pt 2, 4-9; Gv 14, 1-12 


Il volto di Cristo, di Rembrandt (particolare)

Il volto di Cristo, di Rembrandt (particolare)

La liturgia di questa domenica pare che ci porti indietro rispetto alla Pasqua perché ci è presentato un tratto dei cosiddetti discorsi di addio di Gesù nel Quarto Evangelo. In realtà quei discorsi ci spalancano in pieno il dopo-Pasqua: in quelle pagine l’evangelista, con l’artificio letterario di discorsi testamentari, ci presenta le promesse e gli sconfinati orizzonti che l’andata via di Gesù, il suo “esodo” da questo mondo al Padre (cfr Gv 13,1), aprono alla storia, ad ogni uomo.

Le parole che Gesù pronuncia nel brano di oggi iniziano con una parola chiave per il Quarto Evangelo, una parola che ci deve essere molto cara: “moné”, cioè “dimora”, è la promessa che nella casa del Padre ci sono molte dimore, e Lui le prepara per ciascuno di noi; è parola chiave per Giovanni perché correlata al verbo più amato dal Quarto Evangelo, “ménein” che significa “rimanere”, “dimorare”, “restare”. La dimora che Gesù va a preparare con il suo “esodo” è la radice della possibilità che ci è data qui, nella nostra vita di credenti, di dimorare, rimanere in Lui, e fare della nostra vita un dimorare stabile nell’amore di Dio.

Le grandi auto-rivelazioni che ci sono in questa pagina sono provocate da due domande di Tommaso e di Filippo. Qualcuno ha ipotizzato che Giovanni ricalchi qui l’haggadàh (lett. “racconto”) della cena pasquale ebraica, in cui i piccoli fanno domande che hanno il preciso scopo di far avanzare e provocare il racconto dell’esodo fatto da chi presiede la cena. Qui avviene proprio così: le domande permettono a Gesù di pronunziare queste due grandi parole auto-rivelative.

Tommaso chiede quale sia la meta del Suo esodo (“Non sappiamo dove vai e come possiamo conoscerne la via?”), avendo detto Gesù – precedentemente – che di quella meta essi “conoscono la via”. E’ così, essi conoscono la via poiché hanno conosciuto Gesù, e a pieno lo conosceranno nell’esperienza pasquale, in cui definitivamente capiranno la sua identità. La via, dunque, non è una dottrina, non è un comportamento etico, non è una sapienza iniziatica come potevano pensare quelli che erano adusi a sentir parlare di religioni misteriche, a quel tempo molto diffuse. La via è Lui, la via è la sua carne di uomo, la via è la sua vita concreta, è l’amore con cui Lui la sta vivendo, “fino all’estremo” (cfr Gv 13,1). E’ la via perché è la verità; ed è la verità non perché dica delle verità o perché trasmetta una dottrina, ma perché è Lui stesso la verità. Lui è la verità dell’uomo, Lui è l’uomo in pienezza, è l’uomo capace di vere relazioni con Dio, con la storia, con gli altri, con la sua stessa umanità. Gesù è la verità perché Lui è la fedeltà che non si spaventa dell’infedeltà, e d’altro canto, in ebraico i concetti di verità e fedeltà sono coincidenti! Gesù è la vita perché la vita è Dio, e Lui ha posto la vita di Dio nella carne dell’uomo; e la sua carne apre ad ogni carne la vita di Dio, che è la comunione trinitaria, è l’amore che “circola” tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo! E questa vita la si accoglie solo se si accoglie Lui…

La domanda di Filippo, invece, si inscrive all’interno del grande desiderio dell’uomo, e in particolare dell’uomo biblico, di vedere Dio, di vedere l’“oltre”! La domanda di Filippo ci conduce ai vertici della rivelazione del Nuovo Testamento: Dio finalmente si è reso visibile! Visibile non in visioni spettacolari, straordinarie, numinose; non in teofanie simili a quelle che la Prima Alleanza ci descrive, a partire dal roveto ardente (cfr Es 3,1-6) ai fenomeni del Sinai (cfr Es 19,16ss), dalle visioni come quelle di Isaia (cfr Is 6) a quelle di Ezechiele (cfr Ez 1) o di altri profeti… Qui Gesù parla di un vedere che ha per oggetto un uomo, solo un uomo! Dio si è mostrato tutto in un uomo!

E’ straordinario!

Se non si capisce questo, nulla si capisce del cristianesimo, e nulla si capisce della portata rivoluzionaria e sovversiva della rivelazione cristiana; l’antico e bellissimo grido dell’uomo “Mostraci il tuo volto, Signore!” (cfr Es 33,18; Sal 105,4; Sal 27,8) riceve qui una risposta davvero inattesa, straordinaria: “Chi vede me, vede il Padre”. Ecco la “visione” di Dio: il volto di Cristo! Vedere Cristo e la sua umanità è vedere Dio… è qui la grande novità e la sovversione del cristianesimo! Qualcuno ha detto che qui sta la grande desacralizzazione di Dio, della “religione” che cessa di essere perciò “religione”… E’ vero! E’ proprio così! Dio non va più cercato nel miracolistico, nello splendore accecante e che fa paura, ma va cercato tutto nel volto di un uomo e – di conseguenza – nel volto di ogni uomo!

Se Gesù narra Dio attraverso tutto ciò che è, attraverso ciò che fa, attraverso ciò che dice, questo si riverbera sul volto dell’uomo tout-court…d’altro canto, la prima parola del Decalogo con il divieto di fabbricare immagini di Dio (cfr Es 20,4 ss) era certo una prescrizione per combattere ogni idolatria, ma aveva al fondo la consapevolezza che l’immagine di Dio nel mondo già c’è: è l’uomo creato a Sua immagine. Ora, in Cristo Gesù questo assume una pregnanza eccezionale, e quel volto santissimo, quell’umanità santissima, ci invita di continuo a cercare Dio nel volto dell’uomo che Egli ha assunto, ed ha assunto per sempre! Il Figlio Risorto, infatti, è uomouomo per sempre!

Gesù narra il Padre con le parole e le opere e qui, a Filippo, Gesù lo dice con chiarezza: “Le parole che io vi dico non le dico da me; il Padre che è in me fa le sue opere”. Lui è la Parola del Padre, Lui è l’agire del Padre, un agire che è tutto amore, un agire che si rivela offerta totale della vita!

La liturgia di questa domenica ci suggerisce che questa narrazione del Padre, che questa via, verità e vita che è Gesù, può e deve essere resa presente e tangibile alla storia dalla Chiesa. La Chiesa ha una vocazione: essere la vicenda pasquale di Gesù nella storia, in ogni oggi della storia.

L’elezione dei sette diaconi che Atti ci racconta nella prima lettura di oggi va proprio nel senso di continuare a narrare all’uomo la tenerezza di Dio, che provvede con amore al bisogno dei poveri e che ormai lo fa attraverso il corpo di Cristo che è la Chiesa: è attraverso l’umanità piena dei credenti che Cristo continua a narrare il Padre. E’ l’edificio di Dio che è la Chiesa, fatto di pietre vive – come scrive l’autore della Prima lettera di Pietro nella seconda lettura – che mostra il volto di Dio alla storia.

La via, la verità e la vita, la narrazione cioè del Padre che è Cristo, sono state consegnate alla Chiesa, ai credenti in Lui, a quelli che – dimorando in Lui – hanno scelto come via della loro umanità, come verità della loro esistenza, come vita che dia senso alla loro vita, Colui che – narrando Dio – ci ha narrato l’uomo. E all’uomo ha consegnato il compito di continuare questa narrazione con la “potenza” della sua Pasqua, con una “potenza” in-credibile al mondo, una “potenza” crocefissa, mondanamente perdente…ma una “potenza” amante e perciò salvifica!

Se noi Chiesa non narriamo così Cristo, e non siamo addirittura “diaframma” tra Lui e il mondo, smarriamo la nostra unica vocazione, assumendo altri volti che subito il mondo assimila a sè, e diventando come il mondo…e una Chiesa mondana non ha più nulla da narrare!

E’ terribile!

Lo sguardo fisso alla dimora preparata dal suo amore, e nel cuore un unico grande desiderio: dimorare in Lui!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

V Domenica del Tempo Ordinario – La barca infeconda di Pietro

PIETRO, UNO SPECCHIO NEL QUALE RIFLETTERE NOI STESSI

Is 6, 1-2.3-8; Sal 137; 1Cor 15, 1-11; Lc 5, 1-11

 

La pesca miracolosa (Raffaello, Victoria and Albert Museum, Londra)

 Nell’Evangelo di Luca, la vicenda di Pietro con Gesù è racchiusa tra questo grido di sconcerto “Allontanati da me che sono un peccatore” e quel pianto amaro dopo il canto del gallo nella notte del giovedì santo! La sua vicenda è emblematica delle nostre vicende con Gesù…è uno specchio nel quale possiamo e dobbiamo rifletterci; la chiamata che Gesù fa a Simone è molto semplice: gli chiede di mettergli a disposizione la barca del suo quotidiano…dalla barca di Pietro parlerà alle folle che fanno ressa per ascoltare la parola di Dio…proprio la gente che Gesù cerca, non è, infatti, gente che cerca miracoli, ma parola di Dio…la barca di Pietro sarà il luogo da cui Gesù farà risuonare la parola! Per parlare all’uomo, Gesù anche oggi ha bisogno delle nostre barche, ha bisogno cioè dei luoghi in cui viviamo il nostro ordinario; quando le nostre barche accolgono Lui che parla al mondo diventano anche capaci di prendere il largo, e di trovare il profondo

Simone non ha paura di offrire a Gesù la sua barca infeconda…la parola che vi viene pronunciata diventerà fecondità. Pietro getterà la rete su quella parola!

Credo che l’evangelo di questa domenica debba suggerirci una seria riflessione circa le aperture dei “luoghi” del nostro quotidiano alla Parola di Cristo. E’ necessario smettere di relegare la Parola di Dio in spazi ristretti, annuali magari…in spazi “sacri”, a tenuta stagna rispetto agli spazi “profani”. Distinzione questa tra “sacro” e “profano” che è meglio lasciare ai pagani in quanto non hanno nulla di cristiano, nulla di evangelico; in quanto la rivelazione cristiana ci racconta di un Dio che ha proclamato “santo” ogni spazio umano, ogni carne, ogni tempo. L’incarnazione ha fatto della storia un luogo di Dio: ogni carne è chiamata ad essere carne di Dio, ogni terra terra santa, ogni giorno tempo di grazia.

La presenza di Dio cerca l’uomo nella storia, senza paura della storia; Gesù non teme la barca “infeconda” di Pietro, non teme la sua carne di peccatore…è pronto a trasformare la barca infeconda in luogo del risuonare della parola; è pronto a trasformare il piccolo e rozzo pescatore in pescatore di uomini.

Gesù crea una vicinanza straordinaria perché Lui è la vicinanza di Dio! Una vicinanza che “spaventa”, una vicinanza che, paradossalmente, diventa per Pietro (ma sempre anche per noi!) un grido di paura: Allontanati da me che sono un peccatore! Come ci somiglia Pietro! Quando vede la sua infecondità diventare abbondanza, quando vede quella sua barca colmata, comprende che Gesù è il santo, è altro…e lui, invece, è come il mondo! Ed ecco che, in un moto di profonda verità chiede a Gesù l’unica cosa che Gesù proprio non può volere: Allontanati da me che sono un peccatore! Come può volere la lontananza chi è venuto per essere definitiva vicinanza di Dio proprio per l’uomo peccatore? Come può volere la lontananza chi è venuto a cercare chi era perduto (cfr Lc 19,10)?

Pietro dovrà imparare che proprio su quella strada di peccato e di miseria Gesù lo cercherà, e lo incontrerà fino a quello sguardo che gli donerà nel cortile di Caifa dopo il suo ultimo rinnegamento e dopo il canto del gallo (cfr Lc 22,61). Proprio su quella strada di miseria e viltà, proprio su quella “distanza” Gesù pone la sua parola di chiamata e chiede di non aver paura: Non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini.

Mi pare rilevante che questa non sia una parola di proposta, ma una parola di creazione:  Sarai pescatore di uomini. In quell’ora, tra Gesù e Pietro c’è stato un incontro nella più profonda verità, e per questo è iniziato per Pietro un processo inarrestabile ed irreversibile…è iniziata per lui una nuova creazione, è iniziato a nascere un uomo nuovo; sì, poi ci saranno ancora le cadute: quella celebre della sera dell’arresto, quella più sottile di Antiochia quando Paolo dovrà rimproverarlo con durezza (cfr Gal 2,11ss), ma ormai Pietro è il pescatore al servizio dell’Evangelo, ed avrà imparato ad “usare” le sue miserie come luogo tremendo e dolcissimo dell’incontro con il suo Signore. Forse fino a quella croce piantata sul colle Vaticano, Pietro dovrà lottare con il suo essere un peccatore (e non a caso la tradizione vuole che si sia fatto crocifiggere capovolto perché non degno di morire come Gesù!), ma con una certezza: quella parola di Gesù, in quel giorno lontano sul lago di Genezaret, l’aveva fatto, creato come “uomo nuovo”, quella parola aveva fatto di lui qualcun altro!

Gesù aveva potuto far questo perché Pietro gli aveva aperto uno spiraglio del cuore; non solo gli aveva dato la barca ma soprattutto gli aveva dato fiducia, aveva creduto alla parola di Gesù: aveva preso il largo dalle sue piccole sponde rassicuranti e si era spinto là dove era profondo! È la via anche per noi, è la via che la Chiesa deve intraprendere: fidarsi, andare al largo senza alcuna sicurezza se non quella “parola” che le è stata consegnata! Non ci sono altre “vie”… le altre sono vie “logiche” e piene del solito, triste “buon senso” del mondo. E si resta sulla riva, sulla riva dei comodi compromessi, sulla riva “senza rischi”, sulla riva delle complicità meschine quando non vergognose, sulla riva della mediocrità che uccide l’Evangelo…

La via della fiducia in quella parola paradossale che proviene da Cristo è l’unica via, e non è impedita neanche dal peccato…anzi, ci fa bene ripetercelo, il peccato e la miseria possono divenire luogo di un incontro fecondo tra noi (che siamo questo e non possiamo e dobbiamo fingere di non esserlo!) e il Cristo che è il Figlio venuto a cercarci proprio e solo lì!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

II Domenica del Tempo Ordinario – Il principio dei Segni

 QUANDO MANCA L’AMORE E LA GIOIA, MANCA L’UOMO 

Is 62, 1-5; Sal 95; 1Cor 12, 4-11; Gv 2, 1-11

 

Le nozze di Cana (Icona, Monastero di Ruviano)

Dopo l’epifania a tutte le genti incontrate dal “Re dei Giudei” attraverso i Magi venuti dall’oriente, e  dopo l’epifania avvenuta al Giordano, in cui il Padre si manifesta e dona lo Spirito al Figlio, ecco oggi la terza epifania a Cana di Galilea in cui il Figlio manifesta la sua gloria a quella piccola comunità di discepoli che è appena nata attorno a Lui. Una manifestazione che avviene in un contesto preciso ed altamente simbolico, quello delle nozze.

Il matrimonio in Cana di Galilea ci racconta l’inizio di quei segni che Gesù offre, nel Quarto Evangelo, affinchè gli uomini riconoscano la sua vera identità; il matrimonio in Cana ci annunzia un tempo nuovo che Gesù è venuto ad inaugurare per il Popolo della Prima Alleanza e per tutti gli uomini!

In tal senso, già il nome della località in cui Giovanni ambienta questo primo segno ha per molti un’eco simbolica: “Cana”, infatti, deriverebbe dal verbo ebraico “qanah” che significa “acquistare”, e ci porterebbe a contemplare quel “popolo che Dio si è acquistato” (cfr Es 15, 16; Dt 32, 6 oppure ancora il Sal 72, 4)…il popolo di Israele, depositario dell’Alleanza, e qui rappresentato dalla Madre di Gesù, la “Figlia di Sion”, e dai discepoli tratti da quel popolo santo e seme della comunità di Gesù appena nata…Questo popolo, “acquisizione” di Dio, ora deve iniziare a vedere la gloria del Figlio! Ed ecco questo sposalizio in Cana che predispone uno “scenario” ed un “tempo” che annunziano che è “ora” di nozze tra Dio e l’umanità attraverso “la Parola, carne divenuta” (cfr Gv 1,14) che si manifesta qui attraverso “l’acqua, vino divenuta” (cfr Gv 2,9)!

Le nozze! Ci riportano subito all’amore e alla gioia…e la Prima Alleanza aveva usato tante volte la metafora delle nozze per parlare dell’amore del Signore per il Popolo, del desiderio di Dio di un vincolo saldo e tenerissimo, fatto di fedeltà e di dono! I profeti avevano parlato di nozze con linguaggio amoroso, nostalgico, forte, ma anche con toni di promessa.

In questa domenica si ascolta il passo tratto dagli oracoli di Isaia in cui risuonano con chiarezza temi dell “amore” e della “gioia”: Per amore di Gerusalemme non tacerò”, “come gioisce lo sposo per la sposa così gioirà il tuo Dio per te”. Pensiamoci: amore e gioia! Qui a Cana il Dio fatto carne rivela, manifesta la sua gloria con un segno, quello dell’acqua diventata vino, dicendoci che è venuto a salvarci da quel male terribile e strisciante che annienta la nostra umanità, e che è simboleggiato dall’assenza di vino alle nozze: la mancanza di amore e di gioia! Diciamoci la verità, quando queste due cose mancano, manca l’uomo!

Gesù qui rivela di essere lo sposo venuto a dire l’amore e a dare l’amore, di essere lo sposo che gioisce per la sposa e le dona gioia e fecondità.

Quando non abbiamo amore e gioia, noi uomini sentiamo di essere stati “derubati” dell’essenziale; quando non abbiamo amore e gioia, noi uomini diventiamo cattivi ed egoisti, e siamo disposti a metterci anche al servizio della “morte” nell’illusione di raggiungere quegli scopi…è tremendo ma è così!

L’Evangelo di Giovanni pone come principio dei segni questo delle nozze in Cana, un segno che è annunzio di gioia e di amore! Il vino delle nozze che il Messia dona è buono (in greco “kalòs” che significa anche “bello”) ed è abbondante (più di seicento litri di vino!!)…il Messia è lo sposo capace di donare amore e gioia in abbondanza, è lo sposo capace di trasfigurare nella bellezza le vite degli uomini attraverso il suo amore! Insomma, attraverso Gesù, la Parola fatta carne, ogni uomo può gustare questo vino inebriante dell’amore e della gioia!

Certamente questo segno di Cana conduce all’“ora” in cui il segno diverrà realtà palpabile, visibile, pienamente accessibile…l’annunzio di Cana richiama all’”ora” in cui le vere nozze saranno celebrate sulla croce e saranno nozze di sangue in un “amore fino all’estremo” gridato dal Crocefisso nell’ora suprema del Golgotha (“tetélestai”, cioè “fino all’estremo”, fino al “télos”, fino, cioè, al pieno compimento!).

La Donna, la “Figlia di Sion”, la Madre presente a Cana, icona del popolo che Dio si è acquistato, sarà anche, con il Discepolo amato, presente nell’ora, e sarà segno di quella comunità credente che nasce dall’amore fino all’estremo del Figlio, nella duplice polarità di “Madre” e “Discepolo amato”.

Vorrei notare però ancora una cosa: l’epifania dell’“acqua, vino diventata” avviene a Cana di Galilea e non a Gerusalemme, o magari sul colle del Tempio; e neanche presso il monte Garizim, dove avviene il dialogo con la Samaritana, luoghi considerati, dai credenti,  “santi” e di culto…questa epifania in cui è offerto il vino del Messia, vino di gioia per l’amore sponsale di Dio, avviene in un luogo marginale, semplice, quotidiano, umile…di quella umiltà che è quotidianità anche ripetitiva…come le nostre vite! E’ lì che si dipana la vita della Chiesa sotto lo sguardo dello Sposo innamorato…è lì, e non nei “grandi eventi” (come orribilmente si usa dire oggi!), è lì, nel grigio quotidiano, che siamo amati e quindi abbiamo possibilità di accesso alla gioia che proviene da Dio!

Accogliere l’epifania dello Sposo, in attesa dell’ora delle nozze di sangue, è principio di un cammino di gioia nella certezza della promessa di una gioia più grande, senza confini: quella gioia che sgorgherà dall’amore pasquale del nostro Dio. E tutto questo siamo chiamati a viverlo e a portarlo nella storia concreta e contraddittoria di ogni giorno, quella nella quale viviamo, quella nella quale l’Evangelo ci vuole a lottare per l’ “uomo” che significa sempre, non dimentichiamolo mai, lottare per Dio!

Appena concluso il tempo di Natale, già si staglia all’orizzonte, nel segno di Cana, l’ombra amorosa della croce e la luce di speranza della risurrezione…e allora, come ha scritto Isaia, non saremo più chiamati “abbandonati”, né devastati”…ma saremo chiamati dal Signore “mio compiacimentoe la nostra terra “sposata”!

La Chiesa, sposa amata, annunzi questo al mondo e annunzierà vita, gioia, senso! Questo annunzio è il principio dei segni!

Natale del Signore (C) – Dio povero, Dio fragile

DIO BISOGNOSO DI AMORE E DI CURE

 Notte Is 9, 1-3.5-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2, 1-14

Aurora Is 62, 11-12; Sal 96; Tt 3, 4-7; Lc 2, 15-20

Giorno Is 52, 7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1, 1-18

 


Noi poveri, noi fragili, noi deboli, noi bisognosi d’amore, noi bisognosi di cure, noi bisognosi di mani pietose all’inizio della vita come alla fine della vita, noi contemporaneamente segno di speranza con il solo nostro nascere, noi capaci di grandi sogni, noi più grandi di noi stessi…

E oggi cosa celebriamo?

Dio povero, Dio fragile, Dio debole, Dio bisognoso di amore, Dio bisognoso di cure, di mani pietose di una madre come poi delle mani pietose di Giuseppe D’Arimatea alla fine…Dio fatto carne segno di grande speranza già solo per il suo nascere, Dio fatto carne nella storia di Gesù di Nazareth, inimmaginabile presenza di Dio che salva proprio in quella debolezza estrema… Nulla di più lontano dalle fantasie “religiose” degli uomini!

Chi mai poteva solo immaginare una cosa simile?

Un Dio così non è uno scudo dietro cui difendersi, non è il “Dio degli eserciti” protagonista di epiche battaglie, non è il Dio che dà risposta ad ogni domanda e tappa i buchi delle nostre incomprensioni di senso.

Il mistero del Natale per questo deve stupirci! Non perché ci intenerisce con le sue nenie e le sue memorie familiari di Natali più o meno antichi… Ci stupisce se apriamo davvero occhi e cuore a questo “incongruo” del Natale.

Si celebra un Dio fragile… Si canta “Gloria”, cioè il “peso” di Dio che salva, sopra la culla di un bambino che non pesa nulla. Uno dei miliardi e miliardi di bambini apparsi su questa antica crosta della terra… questo bambino è però adempimento di una promessa.

Quale?

Certo quella fatta ad Abramo (“in te saranno benedette tutte le genti della terra” cfr Gen 12, 3), certo quella fatta a Davide (“una casa farà a te il Signore; la tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me” cfr 2 Sam 7 ,11-10), la promessa fatta tramite Isaia (“la vergine concepirà un figlio ed Emanuele sarà il suo nome cfr Is 7, 14 )… Sì, è l’adempimento di tutte queste promesse che sintetizzano l’attesa di Israele, ma questo bambino di Betlemme, Dio-con-noi, è adempimento di una promessa che viene prima di tutte queste che la Scrittura ci enumera: la promessa che l’uomo è in quanto uomo!

Sì, l’uomo è un grande promessa il cuore dell’uomo ha una bellezza e un’insondabilità tali che l’uomo si percepisce come una promessa di un di più, di un infinito che egli stesso, il più delle volte, non sa dire ed esprimere!

Facendosi carne Dio è risposta a questa promessa che l’uomo è; è risposta alla sete d’eterno e d’infinito che l’uomo ha nel suo profondo e che si scontra ogni giorno con il limite, con il finito e soprattutto con il male…

E’ Lui viene… e non viene di fronte a noi uomini, viene in mezzo a noi, si costruisce la sua tenda tra di noi (cfr Gv 1,14), si fa uno di noi e ci mostra che quella promessa che l’uomo sente su di sé, la promessa di umanità, è vera e possibile… è vera e possibile perché noi siamo creati e amati dalla tenerezza di un Dio che è Padre amante e tenerissimo, è vera e possibile perché il nostro male Lui può e vuole guarirlo, perché ciò che a noi è impossibile e irraggiungibile Lui lo rende possibile e raggiungibile e ne fa un dono per noi!

Un dono… il Natale è tempo di dono… Ma cos’è dono? Il bambino che attende il dono è uno che ha una speranza grande, quella di ottenere qualcosa che da solo non potrebbe mai avere…

Il dono dovrebbe essere sempre una sorpresa, un qualcosa di insperato… E’ difficile fare un dono in tal senso… il dono racconta ciò che Dio ha fatto per noi nella storia: ci ha donato la nostra piena e vera umanità, quello che ci palpita dentro come una grande nostalgia ma che da soli non possiamo costruire…

E allora eccolo lì  Dio… piccolo e fragile come piccolo e fragile sono io, spoglio di potenza per dirci che la grandezza dell’uomo non sta nella potenza ma nella fragilità perché la fragilità è l’altra faccia dell’amore!

Eccolo lì Dio, pronto a fare il nostro percorso di uomini: crescere, farsi amare, imparare, conoscere, lottare contro ogni disumanizzazione che assedia l’uomo, instaurare relazioni umane libere e belle, fare una vita bella, buona e felice, morire per amare fino all’estremo

Stanotte l’abbiamo sentita questa parola straordinaria di Paolo: “E’ apparsa la grazia di Dio… per insegnarci  a vivere in questo mondo” (cfr Tt 2, 11-12)! Gesù è l’uomo in cui è mantenuta ogni promessa d’umanità ecco perché il Figlio di Dio prese carne!… E da quella mangiatoia di Betlemme, anzi fin dal grembo di Maria, l’umanità cominciò ad essere “contagiata” dalla  bellezza di quest’uomo nuovo…

Sì, è così! Dobbiamo proclamarlo in questo giorno santo!
E’ L’Evangelo!

E’ vero, nel mondo c’è ancora tanto orrore, tanto male, tanto non–senso che pare senza sbocco, tante lacrime che ci paiono un oceano di pianto, c’è ancora tanta ingiustizia, c’è la follia arrogante di chi distrugge la terra, c’è la follia superba di chi pretende di dominare e usare gli altri…ma l’umanità nuova è già nata… noi cristiani ne siamo gli annunziatori poveri e umili e possiamo custodirla questa speranza e dobbiamo consegnarla.

Ecco cosa brilla nella notte del Natale: l’uomo nuovo è nato ed in Cristo si è compiuto… e da questo non si torna più indietro…

In questi ultimi decenni c’è stata una crescente retorica cristiano attorno al Natale: “salvare il Natale” dal consumismo e via di seguito… Pensateci: “salvare il Natale”! Ma no! E’ il Natale che salva noi!

Nel nostro occidente ormai il Natale è così (e sottilmente tutti lo vogliamo così!) non facciamo battaglie inutili, facciamo invece la battaglia decisiva: crediamo alla speranza, siamo uomini nuovi, sempre più nuovi nella condivisione e nell’umanità; puntiamo lo sguardo su Gesù e gioiamo per Lui… Se sarà così non ci disturberanno le mille luci, i dolci e i doni del “Natale consumistico”… Forse sapremo usare tutte queste cose per la nostra battaglia…quella vera!

p. Fabrizio Cristarella Orestano