XXVII Domenica del Tempo Ordinario – La sequela

SEGUIRE GESU’ NELLE VIE DI OGNI GIORNO: LA VIA NUZIALE

Gen 2, 18-24; Sal 127; Eb 2, 9-11; Mc 10, 2-16

Marco mostra come seguire Gesù nelle vie di ogni giorno: come seguirlo nella via nuziale, nel rapporto con le cose, nel rapporto con il potere. In fondo la sequela di Gesù ci può cambiare e dirigere rispetto alle tre libido (“amandi”, “possidendi” e “dominandi”, come dirà Freud) che sono le grandi spinte che esistono nell’uomo, spinte che lo costruiscono, ma spinte che lo possono anche perdere…l’amore, il possedere e l’usare il potere sono nell’uomo e devono essere indirizzati e usati per edificare l’uomo nella sua pienezza.

Questa domenica si fissa l’attenzione sul primo punto; domenica prossima l’episodio del giovane ricco ci porrà dinanzi al problema del possedere; l’altra domenica, con la domanda dei primi posti da parte di Giacomo e Giovanni, dinanzi al problema del potere.

Gesù libera! Rende possibili una grande fedeltà nell’amore, una grande libertà dalle cose, una nuova capacità di servire e non di servirsi degli altri dominandoli.

La domanda che oggi è posta a Gesù è capziosa e Marco lo dichiara semplicemente: Avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, domandarono a Gesù: “E’ lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?”. Domanda capziosa che vorrebbe gettare Gesù nel ginepraio delle polemiche, molto vive a quel tempo tra scuole rabbiniche, circa i limiti e i casi di divorzio…ma forse la domanda è ancora più maligna perchè pretende che Gesù si pronunzi su una questione che al Battista era costata la testa; Giovanni, infatti, su questa questione aveva provocato Erode Antipa con quel “Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello”…

Gesù però non cade nel tranello, e riporta la questione ad un livello “altro” che i suoi interlocutori neanche immaginavano. Il problema è il cuore: la Legge, infatti, rendeva possibile il divorzio per un solo motivo, la “sclerocardia”, la durezza del cuore. Un cuore duro ed impenetrabile dalle esigenze d’amore del progetto di Dio. Un cuore così non è in grado di cogliere il senso dell’“in-principio”; quell’“in-principio” in cui non fu così…un “in-principio” a cui più che mai è necessario ritornare per proclamare ciò che il matrimonio significa. Gesù dice con chiarezza che “l’uomo non separi ciò che Dio ha unito”, e – per dire di questa unità creata da Dio – Marco usa il verbo “syzeugnymi” che, alla lettera, significa “mettere sotto uno stesso giogo” (d’altro canto la parola “coniuge” deriva da questa stessa idea!).

L’amore dei due è indissolubile perchè narra le nozze, l’alleanza tra Dio ed il suo popolo: spezzare il matrimonio è smentire Dio, è rompere l’alleanza con Lui. Lui è fedele e nel matrimonio il credente è chiamato a mostrare la gloria della sua fedeltà

Gesù si mette, senza mezze misure, sulla scia del profetismo come quello di Malachia: “Il Signore non gradisce le vostre offerte … e voi ci chiedete il perché? Perché il Signore è testimone tra te e la donna della tua giovinezza che tu tratti perfidamente mentre essa è la tua consorte, la donna legata a te da alleanza. Non fece Egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale? … Custodite dunque il vostro soffio vitale e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. Io odio il ripudio, dice il Signore Dio di Israele…(cfr Ml 2, 13-16).

Gesù cita in tal senso e senza possibili vie di fuga il testo del Libro della Genesi  che costituisce la prima lettura di oggi: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una sola carne. Per Gesù il matrimonio tende a fare dei due un solo essere, e questo per volontà di Dio. Dio nei due crea un’unità che non può più essere essere spezzata perchè a quell’unità Egli affida una profezia: la sua fedeltà ed il suo amore.

Appartenere al Regno perchè si è accolto il Cristo significa portare su di sè la bellezza e lo splendore della fedeltà di Dio. Il Dio dell’Evangelo è il Dio d’Israele fedele ed amante, fedele fino a perdonare tutti gli “adultèri” del popolo, fedele all’uomo che si aliena agli idoli fino a dare il proprio Figlio Unigenito (cfr Gv 3,16).

La sequela, ci dice oggi la Scittura, è questione di fedeltà, di perseveranza, di costanza! La sequela non è via passeggera, non è una stagione della vita…è vita! E questo va mantenuto e proclamato con fedeltà alla vita. Nel matrimonio questa fedeltà è fedeltà a quell’unità indissolubile che Dio ha voluto per i due. Una fedeltà che, ove venisse rotta, infangata, alienata può essere ricostruita dalla fedeltà di Dio e dalla sua grazia. Una fedeltà che va custodita anche quando uno dei due la rigetta e la disprezza. E’ via di croce sì, è via esigente…è via seria! E’ via che non svilisce le scelte dell’uomo, è via che non aliena la sua carne…è via che il mondo irride. E’ via che il mondo deplora parlando di “rifarsi una vita”…ma la vita è già stata fatta da un alla donna, all’uomo della propria giovinezza. Quel sì rimane. E se l’altro fosse infedele, chi resta deve rimanere fedele…se non vuole anche lui sconfessare Dio e la sua fedeltà, se non vuole sconfessare la propria stessa vita facendola diventare soggetta a passeggere emozioni e a passeggeri desideri o bisogni…

E’ questo il messaggio duro di Gesù…tanto che i discepoli arrivano a dire, nella redazione di Matteo, che se questa è la condizione dell’uomo non conviene sposarsi (cfr Mt 19,10).

La venuta di Gesù non tollera più rimandi o addolcimenti (come le norme date da Mosè per la durezza dei cuori!), vuole invece urgenza, radicalità!

Come è possibile? Marco lo dice nella seconda parte dell’Evangelo di oggi: se si accoglie il Regno come un bambino…entra nel Regno chi accoglie il Regno. Accogliere significa dargli accesso alla propria vita senza “se” e senza “ma”, in un ascolto obbediente e semplice. In un ascolto che si fida.

L’Evangelo è netto, forse appare duro (certamente al giorno d’oggi impopolare!) ma è umano perché prende sul serio l’uomo ed i suoi “”, e perchè chiede all’uomo una vera presa di posizione, libera ed autentica, dinanzi alle esigenze del Regno.

Padre Fabrizio Cristarella Orestano

XV Domenica del Tempo Ordinario – Il Buon Samaritano

 

…UNA PARABOLA DEL FIGLIO!

Dt 30, 10-14; Sal 18; Col 1, 15-20; Lc 10, 25-37

 

Il Buon Samaritano (Van Gogh)

La grande attenzione che oggi si deve fare dinanzi a questa pagina dell’evangelista Luca che è al cuore di questa domenica è quella di non ridurla a parola moralistica che dà buoni consigli religiosi e pii invitando a comportamenti solo etici…questa pagina infatti non è questo e se indica una via morale non è cero questo il suo primo scopo.

Il dottore della Legge che chiede a Gesù che cosa deve fare per avere la vita eterna si sente ricondotto da Gesù stesso verso quel campo della Santa Scrittura di cui dovrebbe essere esperto; la risposa che dà a Gesù, pure esatta ed unificante (Luca pone sulle labbra di questo personaggio l’unificazione tra amore per Dio ed amore per il prossimo) attende ancora un compimento, un compimento che consiste nell’andare oltre quel “come se stessi”.
Gesù conduce pian piano il dottore della Legge verso questo compimento, e lo fa sottolineando quella parola d’amore che Dio ha pronunciato sul suo popolo, una parola che, come oggi ascoltiamo dal passo del Deuteronomio, è stata posta sulle labbra e nel cuore del popolo perché sia fatta, sia fatta diventare vita.

La parola dell’amore vuole concretezza, e il dottore della Legge lo comprende; ecco, infatti, che il suo domandare, nato insidioso e malizioso («un dottore della Legge si alzò per tentare Gesù», cosi scrive Luca), pare che qui si trasformi in domanda sincera. La risposta a questa domanda è la celebrare parabola del Buon Samaritano.

Il dottore chiede a Gesù, in fondo, “dove” e “a chi” donare quell’amore preziosissimo che è al cuore della Legge. Gesù, che rifugge dai mille casi e pure dalle rispostine pie e preconfezionate, risponde con il racconto di una storia! Una storia precisa, ma ampia, tanto ampia da avere il sapore della storia dell’umanità, da avere il sapore della storia della sua stessa vicenda di uomo tra gli uomini.
Alcuni Padri, infatti, amano chiamare questa parabola non del Buon Samaritano ma Parabola del Figlio, intendendo che in questo racconto è adombrata la vicenda del Figlio di Dio che si accosta compassionevole alle nostre piaghe. Così i Padri ne fecero una straordinaria allegoria per cui ogni elemento della narrazione divenne, nella loro lettura, un simbolo della vicenda della nostra salvezza, dalla locanda-Chiesa ai due denari interpretati in svariati modi…

Senza entrare in questi particolari, quello che mi pare vada custodito è che certamente Gesù che sta rispondendo alla domanda del dottore (Chi è il mio prossimo?) con una storia che non fa altro che raccontare il suo modo di agire con l’uomo. Non è un caso che in questa parabola tutti i personaggi abbiano una specificazione che dà loro un nome: i briganti, un sacerdote, un levita, un samaritano, l’albergatore…tutti tranne uno: colui che non fa nulla, tranne che lasciarsi amare e servire dal samaritano dopo essere stato vittima di briganti… lui è semplicemente un uomo.

Di fronte all’uomo ci si può porre con rapina, con violenza, con indifferenza, col passare oltre oppure con compassione.
«Un samaritano passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione» dice Luca (in greco esplanchnìste dal verbo splanchìizo), usando un verbo che nei Vangeli è usato per dire della commozione profonda di Gesù (cfr Mc 6, 34; Lc 7, 13); è il verbo della commozione della donna-madre dinanzi al dolore del proprio figlio, dinanzi al pianto del proprio figlio…è commozione viscerale, è dolore che parte dall’”utero” dove quel figlio si è formato. Il verbo greco che Luca usa è lo stesso che traduce, nell’Antica Alleanza, il verbo ebraico che i profeti usano per dire che il Signore si commuove per il suo popolo (cfr Os 11, 8). Questo verbo dunque tradisce l’identità del samaritano: adombra Gesù stesso, Gesù che si è accostato all’uomo ferito, abbandonato a se stesso, preda della violenza e della morte.

Capiamo così che la parabola è rivelativa, ed è necessario perciò leggerla non sul piano morale, che resta sullo sfondo come conseguenza di quell’evento d’amore che è il Figlio di Dio, venuto a cercarci sulle nostre strade di deserto e di morte.

La parabola ci invita a cambiare le prospettive delle nostre domande a Dio, domande sempre sul piano moraleggiante, sempre con lo scopo di farci rassicurare sulle cose da fare. «Chi è il mio prossimo?», aveva chiesto il dottore intendendo chiedere “Chi devo amare?”
La risposta di Gesù è assolutamente capovolgente: il tuo prossimo è chi ha compassione di te!

E’ una risposta sconvolgente!
Non bisogna cercare tanto a favore di chi agire, a chi dispensare la propria generosità, quanto è necessario farsi trovare da Colui che ha compassione di noi. Se non ci lasciamo trovare da Gesù, che è venuto a cercarci nella nostra povertà ferita e malata di morte, non potremo essere capaci di misericordia vera. Se non ci lasciamo afferrare da Lui che vuole farsi carico di noi, la nostra sarà sempre una parodia di misericordia, una parodia di amore per il prossimo. Una parodia perché il grande rischio è che i nostri siano gesti ed atti egoistici paludati da amore, gesti protesi a volersi sentire buoni e giusti. Questo non accade invece quando mi lascio trovare da Gesù, quando gli so mostrare le mie ferite, le mie solitudini senza speranza, le mie impotenze…allora dovrò abbandonare ogni autosufficienza, ogni pretesa di attività e dovrò lasciarmi vedere, amare, curare, caricare, affidare da Gesù. Riconoscendo in primo luogo che Gesù si è fatto a me prossimo,  fisserò lo sguardo su di Lui e sulla sua gratuità ad ogni costo…allora capirò come «amare il prossimo come me stesso» chiede un oltre, chiede un compimento: contemplando Colui che si è fatto buon samaritano per me capirò che l’amore parte dall’amare il prossimo come me stesso, ma deve compiersi in un amare il prossimo più di me stesso, in un amore fino all’estremo.

Un amore così solo Gesù ce lo può dire e donare.

Il racconto allora è chiaramente rivelativo perché ci conduce alla contemplazione di Gesù, il Figlio di Dio nella nostra carne in cui, come dice l’autore della Lettera ai cristiani di Colosse, di cui oggi leggiamo un tratto del primo capitolo, «abita ogni pienezza» e che ha riconciliato il mondo «con il sangue della sua croce»; ha amato con il suo sangue, nel suo sangue.

La via della vita eterna, di cui il dottore della Legge chiede all’inizio del suo incontro con Gesù, passa per l’amore di Gesù; è il lasciarsi amare nella verità per camminare, pur se con fatica, verso un amore nella verità, un amore che non abbia paura di amare il prossimo più di se stesso.
Questa è la via di Gesù.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

V Domenica di Pasqua – Il comandamento nuovo

NON UNA LEGGE MA UN DONO!

At 14, 21b-27: Sal 144; Ap 21,1-5a; Gv 13, 31-33a.34-35

 

In queste domeniche del tempo di Pasqua la contemplazione del mistero del Figlio di Dio crocefisso e risorto, il mistero di Gesù, Figlio dell’uomo che racconta nella sua carne il volto autentico di Dio, si dispiega con ampie volute in tutta la sua bellezza e in tutti i suoi frutti.

I testi della Santa Scrittura che oggi vengono proclamati in tutta la Chiesa ci fanno soffermare su un dono, anzi sul dono pasquale più autentico: il comandamento nuovo. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni gli altri.

Non è questa una legge ma un dono, un dono radicato però in un altro dono, nel dono di Gesù che consegna la sua vita in un amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1). E’ un dono che ha radici profonde nel dono del Padre al mondo, un mondo tanto amato da Lui, un mondo per cui ha dato (lo stesso verbo che Gesù usa per dire che ci un comandamento nuovo) il suo Figlio Unigenito (cfr Gv 3, 16). Un dono che è un concreto consegnare la propria vita per amore…  E’ necesario, infatti, notare che il comandamento nuovo è dato da Gesù solo dopo che Giuda fu uscito e lui non lo ha fermato; quell’amore, dunque, che Gesù dona ai suoi nel comandamento nuovo è ormai già reale e attuale in lui: Giuda sta precipitando nella notte del mondo in cui trascinerà anche Gesù che liberamente si lascerà afferrare dalle tenebre per raggiungere nell’amore ogni uomo che è nelle tenebre.  Il comandamento è detto nuovo nel senso di definitivo, di ultimo; sì, è l’estremo dono di cui saranno capaci i discepoli per l’invio dello Spirito che Gesù promette (la prossima domenica ascolteremo questa promessa di Gesù nel quarto Evangelo). Lo Spirito ricorderà loro Gesù ed il suo donarsi, ricorderà loro che il volto di Dio è visibile solo nell’amore estremo di Gesù e comprenderanno che è quella l’unica via per narrare Dio al mondo.  L’amore estremo di Gesù è un amore fedele che ama anche quell’amico che sta precipitando nella notte ed anche per lui si offre, quell’amore fedele non si spaventa dell’infedeltà e del tradimento, non si spaventa delle impressionanati debolezze degli uomini, ma tutti avvolge e tutti attira a sé (cfr Gv 12, 32). Questo amore è gloria di Dio, è cioè narrazione, epifanìa del peso (questo il significato originario della parola ebraica) che Dio ha per Gesù e di contro del peso che Gesù ha per Dio… Per il IV Evangelo il mistero della Pasqua è mistero di gloria in quanto la croce è la via con cui il Figlio dice Padre! nell’amore offrendosi e la resurrezione è la via con cui il Padre dice Figlio! risuscitandolo.

In questo movimento di amore e di gloria Gesù vuole che entriamo anche noi! Il comandamento nuovo è il dono che è porta a questo mistero tenerissimo della gloria. Solo amando, i suoi discepoli saranno riconoscibili perché a lui somigliantissimi. Non saranno gli atteggiamenti pii o religiosi a dare identitàai discepoli di Gesù ma solo quell’amore che li fa simili al loro Signore e Maestro. E’ inutile cercare altrove l’identità cristiana, questa è possibile solo a chi accetta il dono dell’amore e vive nel comandamento nuovo.  O la Chiesa di Cristo è questo o si smarrisce in mille e mille rivoli stravolti e stravolgenti che nulla hanno più di Cristo e che non hanno luce e sapore di definitivo ma avranno sempre il tanfo di morte del caduco e del transitorio. Quando i cristiani smarriscono il comandamento nuovo ammantano il transitorio di eterno e divengono idolatri delle opere delle loro mani e questo è tremendo.

La parola di Gesù che questa domenica risuona in tutta la Chiesa è carezza sul cuore mostrandoci la semplicità estrema della via di Gesù! Via umanissima e perciò divina! Ecco l’uomo! dirà Pilato dinanzi al volto di Gesù sfigurato per amore; Ecco l’uomo! dovrebbe poter dire il mondo con stupore e speranza dinanzi al volto d’amore dei discepoli di Gesù.

Così, solo così, si cammina nella storia verso quel nuovo cielo e nuova terra che, con infinita nostalgia d’eterno, canta Giovanni nel passo dell’Apocalisse che è proclamato oggi.

Così, solo così, l’umanità si potrà presentare come sposa adorna e pronta per il suo sposo.

Così, solo così, solo nell’agàpe del comandamento nuovo la Chiesa sarà dimora del Dio-con-noi!

Solo questa è la via per condurre umilmente la storia a quel giorno benedetto e nuovo (definitivo perché giorno senza tramonto) in cui il Signore tergerà ogni lacrima e ne abbatterà per sempre le atroci cause: la morte, il lutto, il lamento ed il dolore! Giorno benedetto in cui si abbracceranno l’infinita grazia di Dio e l’umile amore che la Chiesa avrà saputo vivere a partire dal dono del Crocefisso Risorto.

L’agàpe fa nuove tutte le cose!

Gesù in questa via ha creduto, l’ha vissuta e l’ha cantata! Gesù l’ha sognata anche per noi: Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amati così amatevi anche voi gli uni gli altri.

Semplice!

 

XXIX Domenica del Tempo Ordinario – Date a Cesare…

SU OGNI UOMO L’IMMAGINE DI DIO 

Is 45, 1.4-6; Sal 95; 1Ts 1, 1-5; Mt 22, 15-21

 

Il testo dell’Evangelo di questa domenica si presta ad interpretazioni di tutti i tipi … da quelle moraleggianti (il dover pagare le tasse per il “bene comune”! …) a quelle di tipo politico (circa il giusto impegno del cristiano in politica) fino a quelle “religiose” (circa il dovere da compiere i propri “doveri” di cristiano!); penso che il testo però vada da tutt’altra parte e che le cose che prima elencavo, eventualmente, (ma con molto pudore!) possano scaturire dalla lettura primaria che a Matteo interessa che il lettore faccia.

L’Evangelista racconta che Gesù viene sfidato, in un clima ormai apertamente ostile nei suoi confronti; c’è addirittura un “tener consiglio” contro Gesù; un’espressione questa che tornerà nella narrazione della Passione; è qui un tenere consiglio su come far inciampare Gesù … c’è palese malafede; infatti i Farisei mandano da Gesù i loro discepoli insieme agli erodiani che, si badi bene, erano i collaborazionisti del potere romano; questi pongono a Gesù una domanda sul “census”, cioè sul tributo che il popolo ebraico doveva pagare a Roma, fin dal 6 d.C., di un denaro (che era la paga giornaliera di un operaio) pro capite, esclusi bambini e vecchi. Questa è una di quelle domande che potrebbero obbligare Gesù a compromettersi; se, infatti, risponde che si deve pagare il “census” si renderà odioso al popolo che mal sopporta il giogo romano e che anela ad una piena libertà, quel popolo che lo considera il Messia liberatore (ricordiamo che qui siamo dopo l’ingresso di Gesù a Gerusalemme nel giorno delle palme!); se risponde che non bisogna pagare il tributo ci sono lì gli erodiani pronti a denunciarlo ai romani per eversione.

Il “complimento” che il gruppo fa a Gesù (Sei veritiero ed insegni la via di Dio secondo verità … e non guardi in faccia ad alcuno) non è un vero elogio, è una piaggeria che tenderebbe a far cadere le “difese” di Gesù e spingerlo così a parlare e a compromettersi; la mala fede è tremenda … e come sa ben mascherarsi!

La risposta di Gesù li catapulta in tutt’altro versante e conduce anche noi, al di là di quella polemica e al di la di ogni moralismo, ad una verità rivelativa smisurata e ad una richiesta che vuole darci una grandissima e vera libertà.

In primo luogo Gesù chiede che gli venga mostrata una moneta del tributo; si noti che Lui non ce l’ha quella moneta con l’immagine di Cesare, che avrebbe dovuto far problema ad ogni pio israelita; la moneta, infatti, porta l’immagine di un uomo, cosa proibita nella Torah … anzi, a dire il vero, quella moneta ne aveva due di immagini perché aveva, su un verso, l’immagine di Tiberio Cesare con l’iscrizione che lo definiva “Figlio del divino Augusto e pontefice massimo”, e sull’altro l’immagine di sua madre Livia. I “purissimi” antagonisti di Gesù invece la moneta ce l’hanno in tasca e la usano ampiamente.

Di chi è l’immagine e l’iscrizione? – Di Cesare. E’ come se Gesù dicesse: “Se usate la moneta di Cesare per i vostri affari, se avete accettato il suo primato economico e politico (apertamente come gli erodiani, o subdolamente come i farisei) date Cesare ciò che è suo …

La seconda parte della celeberrima frase di Gesù è quella che però schiude le porte della grande domanda e rivelazione evangelica: Date a Dio quello che è di Dio! Gesù aveva domandato: Di chi è l’immagine e l’iscrizione? Il nocciolo è qui. Quelle sulla moneta sono di Cesare, ma su ogni uomo c’è un’altra immagine e un’altra iscrizione: l’immagine di Dio (cfr Gen 1,26) e nel profondo di ogni uomo è scritta la nostalgia di Dio, in ogni uomo è scritta una “legge” che proviene direttamente dal Creatore; inoltre, ogni ebreo doveva aspirare ad avere un cuore di carne su cui il Signore potesse scrivere la sua Legge (cfr Ez 11, 19-20  e Ger 31,33). La domanda di Gesù circa la moneta del tributo rimanda allora ad un’altra domanda implicita e ad una rivelazione: “Se sulla moneta c’è l’immagine e l’iscrizione di Cesare allora questa moneta è di Cesare, dalla a Cesare; ma su di te che immagine  e che iscrizione sono impressi? Quelle di Dio! Allora la tua destinazione è Dio!”

Così comprendiamo bene dove questo passo dell’Evangelo voglia portarci; non a discettare sugli equilibri tra fede e politica o, peggio, tra Stato e Chiesa, ma sulla “destinazione” dell’uomo, su ciò che veramente conta per lui, su quello che è profondamente iscritto in lui, su quello che noi uomini siamo e su ciò che ne consegue.

Date a Dio quel che è di Dio! è allora una parola “esplosiva” nel nostro intimo se la accogliamo quale parola dell’Evangelo che salva. Siamo di Dio e allora la meta è lì … Cristo è venuto a “reintestare” tutto il creato al Padre; l’espressione del Nuovo Testamento “ricapitolare tutto in Cristo” (cfr Ef 1,10), infatti, vuol dire proprio questo: tutto va di nuovo indirizzato a Dio; insomma Cristo Gesù è venuto ad insegnarci a Dare a Dio quel che è di Dio non nel senso di dargli delle pie pratiche, delle devozioni o degli adempimenti di precetti ma nel senso di dare a Lui noi stessi. Bisogna sempre ricordare che Dio da noi non vuole tante cose Lui vuole noi! Diversamente facciamo “religione”! Dare a Dio noi stessi è via veramente umana perché globale, una via che non ci “spezzetta” in compartimenti (a volte “in compartimenti stagni” perché incomunicabili tra loro!): quel che è di Cesare, e quello che è di Dio … e poi magari ci aggiungo quello che è mio

Per Gesù si tratta solo di dare a Dio quel che è di Dio, cioè l’uomo! Dinanzi a ciò nessun Cesare” regge, nessun “Cesare” è importante … si dia a Cesare quel che gli appartiene (tanto più se usiamo della sua “moneta”!) ma soprattutto è necessario dare a Dio quel che è di Dio, cioè noi stessi, la nostra vita, la nostra totalità senza divisioni né compartimenti …

Se saremo di Dio allora noi cristiani saremo anche significativi nella “polis”, capaci cioè di dire una parola di senso nella “polis” e nello sforzo degli uomini onesti di cercare davvero il “bene comune”. Se saremo uomini di Dio potremo pronunciare anche parole umilmente ma veracemente profetiche vivendo nella “polis”, parole certamente cariche della potenza sovversiva dell’Evangelo il quale non crea discriminazioni, intolleranze, difese del “proprio” a scapito dei poveri, appartenenze che divengono “guerra” contro gli “altri”!

Gli uomini dell’Evangelo che danno a Dio quel che è di Dio non saranno mai succubi di poteri ambigui e complici di alleanze che mettono al sicuro “privilegi” (siano pure quelli della Chiesa!).

Se diamo a Dio quello che è di Dio scopriamo che ogni uomo ha ricevuto da Dio un nome sebbene non conosca Dio, come dice l’oracolo del Libro di Isaia che oggi ascoltiamo; questo allargherà i confini nei quali nella “polis” i cristiani potranno trovare “alleati” con cui pronunziare parole di profezia, ma allargherà all’infinito anche i confini di coloro che hanno diritto alla nostra accoglienza, al nostro amore, al nostro servizio, al nostro annunzio dell’Evangelo. Questo può essere percepito e perseguito solo dal cristiano che, al di là delle parole di appartenenza, appartiene davvero al suo Signore, che a Lui ha dato ciò che è del Signore.

L’Evangelo di oggi è allora una parola che ci chiede di consegnarci solo a Dio, solo alle sue mani perché a Lui apparteniamo. Se siamo nelle sue mani (e mai in altre mani!) potremo, come i cristiani di Tessalonica, cui Paolo scrive, essere veramente impegnati nella fede, essere operosi nell’amore e vivere nella costante speranza!

Con la sua risposta Gesù non cade nel tranello dei suoi nemici ma soprattutto ci chiede e ci indica la via per non cadere nei tranelli del mondo che batte moneta per dire il suo potere e per abbagliare gli uomini con la sua potenza.

Usi pure il mondo le sue monete e le sue vie, ma chi è discepolo del Crocefisso consegna se stesso ad altre vie e ad altre mani perché sa che deve dare a Dio quel che è di Dio.