XXXII Domenica del Tempo Ordinario (B) – Dare la vita

 

TUTTA LA VITA!

1Re 17, 10-16; Sal 145; Eb 9, 24-28; Mc 12, 38-44

 

E’ apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso: così scrive l’autore della Lettera agli Ebrei … l’offerta di sé fino alla fine è, in fondo, il vero tema su cui la liturgia di questa domenica vuol far soffermare la nostra riflessione e la nostra preghiera.

L’Evangelo di Marco ci conduce alla soglia della sua conclusione e, in queste ultime domeniche, ci porta agli esiti della nostra storia e della grande storia … l’esito passa per l’offerta totale di Cristo, un’offerta che, sempre come scrive la Lettera agli Ebrei, è collegata al suo ritorno con cui ci sarà il compimento di ogni storia e di tutta la storia.

Scambiare il tema di questa domenica per un invito alla generosità ed alla discrezione nel fare il bene e nel dare la “carità” è davvero depauperante! La tendenza alla lettura moralistica dell’Evangelo purtroppo ha portato troppe volte la comunità cristiana a perdere il vero cuore di tante pagine della Scrittura, e questa pagina è una delle “vittime illustri” di tale vizio ecclesiastico.

Il testo certamente inizia con un invito a guardarsi da chi ostenta se stesso; se leggiamo bene, questa ostentazione di sé ha al cuore la smodata fiducia in se stessi e nel mondo, ha al cuore quella terribile tendenza anti-evangelica di voler sempre salvare se stessi.
I ricchi che ostentano le loro azioni, si fidano delle loro azioni e vogliono mettere se stessi sulla scena del successo e dell’applauso: ad essi interessa il giudizio del mondo e perciò assecondano il mondo; ad essi interessa che la loro vita abbia molte lodi e molti incensi. La povera vedova è contraltare di questo atteggiamento, perché con il suo comportamento è davvero una pagina vivente di evangelo.

La fiducia di questa donna è riposta solo in Dio e non in se stessa, né tantomeno nelle ricchezze che non ha; la povera vedova è tanto “pagina di evangelo” da essere profezia ed annunzio per Gesù stesso, la povera vedova è per Gesù segno dello scoccare dell’ora, come direbbe Giovanni nel suo Evangelo. L’ora del Messia scocca, e la vedova, con il suo gesto, dice a Gesù quale sia la via che bisogna che Egli imbocchi: gettare in Dio la vita, tutta! Il testo greco, infatti, dice proprio così: “ólontònbíonautẽs”, “tutta la sua vita”. La solennità di questa parola, introdotta con l’amen rivelativo, ci dice che qui Gesù non sta dando un precetto morale di buon comportamento, ma sta rivelando qualcosa che è contemporaneamente essenziale alla sua missione e alla vita dei discepoli: dare la vita fa ritrovare la vita!

La storia di un’altra vedova, la vedova di Sarepta, che oggi incontriamo nella prima lettura, tratta dal ciclo di Elia nel Primo Libro dei Re, ci dice proprio questa verità: consegnarsi al Signore senza fidarsi delle apparenze umane, ma confidando nella sua Parola è fonte di vita. La vedova di Sarepta si fida più della parola di promessa del profeta che dell’evidente incombere su di lei e sul figlio della morte per fame; così la vita le è donata in abbondanza.

Gesù nell’evangelo ha detto con chiarezza che «chi vorrà salvare la propria vita la perderà e chi perderà la vita per Lui e per l’Evangelo la salverà» (cfr Mc 8, 35): anche questa parola è certamente una via di sequela di Cristo, una via per il discepolo, ma è prima ancora la via che Lui, Gesù, ha imboccato: dare la vita, unica via per ritrovare la vita in pienezza. Come tutte le parole dell’Evangelo è via per il discepolo perché prima è stata via di Gesù!

La povera vedova di questo passo dell’Evangelo di oggi dice a Gesù che è scoccata l’ora di gettarsi a capofitto nel dono totale di sé, nel perdere la propria vita per amore del mondo … è l’ora di cadere in Dio, come quei due spiccioli della vedova cadono nel tesoro del Tempio.

Dopo aver visto il gesto “profetico” della piccola vedova, Gesù annunzia il compimento, il senso della storia, con il grande discorso escatologico del capitolo 13; solo dopo entra nella sua Passione, gettando – come quella donna che scompare inconsapevole tra la folla – tutta la sua vita per amore del Padre suo, per amore del mondo.

Si è discepoli solo dando la vita! Dobbiamo davvero farcene convinti!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXIX Domenica del Tempo Ordinario – La necessità di pregare

LA FEDE, SPAZIO DI OGNI PERSONALE COMPIMENTO 

 

–   Es 17, 8-13; Sal 120; 2Tm 3, 14-4, 2; Lc 18, 1-8  –

 

Santo Volto, Chiesa di S. Egidio (Roma)

Santo Volto, Chiesa di S. Egidio (Roma)

Una parabola che, come al solito, ci spiazza e ci invita a cambiare prospettive. Una parabola che, alla fine culmina in una sorta di “colpo di scena” che ci chiede di guardare a noi stessi, alle nostre scelte profonde, alla nostra relazione con Dio.

La parabola della vedova e del giudice iniquo è, per dichiarazione esplicita di Luca che, in qualche modo, ce ne dà il titolo (Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre senza stancarsi),  una parabola sulla preghiera. Al capitolo undicesimo dell’Evangelo di Luca, Gesù già ha detto cosa chiedere (nell’insegnamento del Pater) e poi come chiedere (nella parabola dell’amico importuno).

E qui? Chiediamoci: chi è il protagonista della parabola? Mi pare che non sia la vedova con la sua insistenza, ma sia, in primo luogo, il giudice iniquo. La parabola, infatti, mi pare voglia parlarci, certo nell’ambito di un discorso sulla preghiera, più di Dio che di altro. Il giudice iniquo serve a Gesù per parlarci, incredibilmente, del Padre suo … è un’esemplarità “per contrario”: è presentato un giudice così iniquo da non temere Dio e non aver riguardo per nessuno, cioè è uno che ha fatto di se stesso il centro dell’universo: infatti non ha rispetto nè di chi gli sta sopra (Dio), nè di chi gli sta intorno (gli altri); l’unico centro dei suoi interessi è lui stesso. Ora, dice Gesù, se un giudice di tal fatta alla fine risponde alla domanda della donna, quanto più Dio, che è Padre e che desidera solo il bene per i suoi figli, farà giustizia a coloro che glielo chiedono, o a quelli la cui situazione di miseria, di oppressione, di vittime grida giustizia al suo cospetto?

La domanda della vedova non è una domanda banale: non chiede una cosa qualsiasi, chiede giustizia! Questa donna è l’emblema dei poveri, degli umiliati senza difesa, senza importanza per il mondo che per loro è sempre troppo grande e indaffarato … la donna riceve giustizia da quel giudice iniquo … Gesù a questo punto ha ribadito con la parabola il vero volto di Dio: è un Padre che certamente farà giustizia, non è una controparte che bisogna forzare, una contoparte con cui venire a patti attraverso un odioso commercio, che diventa “religione”. Passa quindi a ciò che gli sta più a cuore e che è ciò a cui la parabola voleva condurre l’ascoltatore. Posto dunque che Dio farà giustizia, e la farà anche prontamente (e su questo con la parabola Gesù ha affermato una assoluta certezza!), Gesù porta tutto su un altro registro. Ecco il “colpo di scena”!

Nè la vedova e la sua insistenza, nè il giudice erano il vero centro del racconto: tutto, invece, si concentra sugli ascoltatori, su noi. Gesù pone una domanda che ci trascina all’interno dell’Evangelo: la cosa importante è la fede di chi prega!

Dio è giusto e farà giustizia, ma noi ci fidiamo di Lui, della sua giustizia, dei suoi tempi, dei suoi modi? Ecco perchè la pagina di oggi si conclude con una domanda che, ad una lettura superficiale, sembra piovere dall’alto e sembra accostata alla parabola con una labile logica. Invece non è così! Ecco la domada: Ma il Figlio dell’uomo quando verrà troverà la fede sulla terra? Una domanda che, a sospresa, ci conduce al cuore di noi stessi, delle nostre vite credenti. Appunto: “di credenti!

L’alveo vero della preghiera non è tanto l’insistenza e quella scelta di importunità della vedova (come l’amico che va dall’altro di notte…cfr Lc 11,  5-8)….ciò che davvero conta è chiedersi se dietro l’insistenza, la perseveranza ci sia fede vera da parte dell’orante! Il pregare senza stancarsi è allora icona di una fede che si nutre della certezza della giustizia di Dio, e che non si stanca di stare alla presenza di quel Dio che è Padre vero e che altro non desidera che fare giustizia ai suoi santi!

All’inizio della parabola Luca ci ha detto che questa preghiera incessante e senza stancarsi è una necessità. E’ infatti il segno che il credente è davvero tale, ed è davvero uno che ha riconosciuto la verità di Dio, la sua paternità!

La pienezza della giustizia Dio la farà con il ritorno del Figlio alla fine della storia…allora ogni giustizia sarà compiuta!

Insomma Gesù con questa parabola ha voluto farci fare chiarezza nei nostri cuori: siamo davvero uomini e donne che vivono la storia nella certezza che Dio è fedele e farà giustizia prontamente, cioè puntualmente? Al suo ritorno il Figlio dell’uomo vuole trovare questa fede! La domanda con cui si conclude questo passo di Luca sia martello esigente nel profondo di ciascuno di noi…è domanda essenziale, perchè la fede è lo spazio dell’accoglienza della salvezza, è il “luogo” in cui si gioca ogni personale compimento!

Il “frattempo” della storia, quello che si svolgerà fino al suo ritorno, dice Gesù, deve essere riempito dalla preghiera incessante: è tempo di mani levate come quelle di Mosè di cui ci ha narrato il passo di Esodo; tempo di mani levate ad implorare Colui che certamente mostrerà il suo amore, che tutto compie e che adempie ogni giustizia; mani levate per accogliere il Regno veniente! Ogni oggi, nutrito della certezza della fedeltà di Dio, può divenire un vivere alla presenza di Dio.

Questo si fa, concretamente, giorno dopo giorno in una paziente fedeltà capace d’abbandonarsi alla promessa di Dio.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

             

 




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X Domenica del Tempo Ordinario – La vedova di Nain

RICONOSCERE LA VISITA DI DIO

1Re 17, 17-24; Sal 29; Gal 1, 11-19; Lc 7, 11-17


Il racconto di Luca della risurrezione del figlio della vedova di Nain è messo in parallelo, alla liturgia di questa domenica, con il racconto del Primo libro dei Re in cui Elia risuscita il figlio della vedova di Zarepta … il parallelo è tale solo per l’oggetto del “miracolo”: un figlio di vedova … per il resto i due racconti sono molto differenti e, in queste differenze penso che sia racchiuso il tema centrale di una possibile riflessione.

La scena di Luca presenta l’incontro con una donna che piange senza speranza e che nulla chiede, chiusa nella sua disperazione … nulla chiede perché è sovrastata dalla morte che si mostra più forte di tutto, chiudendo tutti i varchi di futuro…Una donna di cui Gesù non conosce altro se non il pianto … Nel racconto del Primo libro dei Re, invece, il profeta Elia ben conosce quella donna che, pur nella sua povertà, era stata sua benefattrice…è una donna che affronta il profeta e quasi lo insulta, accusandolo inspiegabilmente della morte del figlio, e notando che non c’è simmetria tra le sue opere buone e la terribile disgrazia che l’ha colpita. Elia prega e supplica Dio con gesti forti facendo memoria dei meriti della donna…e il bambino risuscita.

Gesù non fa nulla di tutto questo; non prega, non fa gesti; Gesù comanda: “Giovinetto, dico a te!” Così lo restituisce alla vita, e la vita è relazione, è possibilità di comunicazione; Luca infatti nota che il giovinetto “incominciò a parlar”e: esce dal mutismo della morte, da quell’assenza di comunicazione che è la morte, ed entra di nuovo nella vita. Gesù non conosce quella donna, non sa se abbia dei meriti o dei demeriti, Gesù sa solo che soffre!

Se il miracolo di Elia è generato dal debito di gratitudine del profeta, il miracolo di Gesù a Nain sorge solo dalla compassione di Lui, solo dal sentire in sè la forza bruciante di quelle lacrime di dolore. “Gesù ne ebbe compassione”, scrive Luca, ed il verbo che usa è “splanchnìzo” che significa “sentire dolore nelle viscere”, “sentire dolore nel grembo”… un verbo che richiama a quelle “viscere di misericordia” di cui canta Zaccaria, il padre del Battista, nel suo inno di lode (“splánchna eléous theoũ” = “viscere di pietà di Dio” cfr Lc 1,78). E’ questa misericordia profonda, materna, viscerale che visita la miseria del dolore dell’uomo e porta speranza e redenzione!

Gesù non sa nulla di questa vedova di Nain, non parte dai suoi “meriti”: il suo solo “merito” è la sua povertà, addirittura il suo “merito” è la sua disperazione, è quell’abisso di non-senso che la abita in quell’ora buia (la morte di un figlio unico di madre vedova era a quei tempi non solo il dolore di sempre d’una madre che perde un figlio, ma la fine di ogni speranza di futuro e di vita e di sostentamento).

La parola che Gesù le dice sarà sembrata a quella madre una parola carica di non-senso: Non piangere! Chi può dire ad una madre di non piangere un figlio morto? Nessuno di noi!…perché nessuno di noi ha risposte vere a quel dolore. Solo Gesù può dire “non piangere”, perché Lui è la risposta vera a quelle lacrime, Lui è l’esodo da quella via di morte.

Emerge allora qui ancora il tema della gratuità della salvezza, quella gratuità che anche il brano della Lettera di Paolo ai cristiani della Galazia mette in evidenza: Paolo, infatti, scrive di una chiamata di Dio fin dal grembo materno, e una chiamata così non guarda a meriti o demeriti, è generata dalla pura grazia. Una chiamata che è semplice compiacimento di Dio, assolutamente sganciato da ogni considerazione di merito, anzi palesemente non ostacolata dal demerito e dal peccato di chi addirittura “devastava la Chiesa di Dio” perseguitandola.

L’evangelo di questa domenica è davvero un “evangelo”, è la bella notizia della visita di Dio, una visita che avviene tramite una parola che salva, e che viene ad incontrare gli uomini nelle loro lacrime senza speranza, nelle loro morti che spengono il futuro, in quei dolori che sono visibili solo ad una compassione senza limiti. La gente di Nain riconosce che Gesù è profeta (in questo dicono parole simili a quelle della vedova di Zarepta dopo la risurrezione del figlio!), ma anche che in quella profezia c’è la visita di Dio.

Il tema della visita è presente nel racconto di Luca nelle parole di stupore della gente dinanzi a questo segno di potenza, ma anche parole di gratuita misericordia: “Dio ha visitato il suo popolo”. Interessante anche qui il verbo che Luca usa (qui come nel cantico di Zaccaria per ben due volte: cfr Lc 1,68.78!) è il verbo “episképtomai”, che è un verbo che contiene il concetto di “vedere”: chi visita è uno che vede da vicino, è uno che si preoccupa, è uno che soccorre.

Luca è coerente con il suo progetto, palese fin dalle prime pagine del suo Evangelo: Dio visita il suo popolo perché Gabriele visita Zaccaria nel Tempio, e poi Maria a Nazareth; in seguito Maria visita Elisabetta e, in quella visita, è Dio che visita di nuovo colei che già era stata visitata, divenendo inaspettatamente madre; poi, come già dicevamo, Zaccaria esplicita questa visita di Dio (usando proprio il verbo che qui usano gli abitanti di Nain) facendo del visitare un predicato per “definire” Dio: “Benedetto il Signore, Dio di Israele che ha visitato e riscattato il suo popolo” e, alla fine del suo cantico, ripete che il Signore “visiterà il popolo come sole che sorge dall’alto”. Ancora Luca racconta di angeli che visitano i pastori e di pastori che, a loro volta, visitano il Bambino a Betlemme. Quasi alla fine dell’Evangelo, poi, Gesù rimprovera Gerusalemme perché “non ha riconosciuto il tempo in cui è stata visitata” (cfr Lc 19,44).

La gente di Nain, invece, aveva riconosciuto questa visita tanto che questa parola (così scrive Luca e non “fama”!) si diffuse per tutta la Giudea e la regione circostante. E’ la parola che annunzia la visita di Dio che bisogna riconoscere, una visita che è causata solo dalla compassione amorevole di Colui che è la visita definitiva di Dio al suo popolo.

Il problema per noi è riconoscere la visita salvifica di Dio nelle nostre storie; è riconoscere questa visita nelle ore buie e non in quelle luminose; è riconoscere una presenza che tocca le nostre morti trasformandole, una presenza che dona ai nostri silenzi parole per esprimere la vita come fa quel ragazzo che, risuscitato, prende a parlare. Credo che, a livello personale ed ecclesiale, tanti “funerali” senza speranza creano i loro “cortei” proprio sui silenzi di morte che attanagliano tanti cuori. Chi riconosce la visita di Dio, sente il suo tocco di vita e diviene capace di parola, di parola vera che comunica e dona, che narra la visita di Dio che spalanca alla speranza, alla fraternità e alla vita vera.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXXII Domenica del Tempo Ordinario – L’obolo della vedova

UNA PARABOLA DELLA CROCE

1Re 17, 10-16;Sal 145; Eb 9, 24-28; Mc 12, 38-44

Bisogna subito liberare il testo dell’Evangelo di oggi da ogni pessima aura di moralismo, da ogni tono di “bell’esempio”; non è una lezione sulla generosità, non un elogio di una donna povera ma generosa! Non è un incitamento a fare beneficenza! Che impoverimento dell’Evangelo sono letture di questo tipo!

In questa pagina del cosiddetto obolo della vedova ci sono per lo meno due cose che ci fanno capire che qui non si deve guardare al piano morale, non è quello in rilievo: la prima è che non c’è mai la parola “offerta”, il che significa che non si tratta di mettere in risalto una generosità con i propri beni materiali, nè tanto meno è in questione l’essere generosi con le istituzioni religiose. La seconda cosa è che  le parole di Gesù che sottolineano il gesto della vedova sono introdotte da un solenne “Amen” (che in genere viene tradotto in italiano con “in verità”), modo questo di Gesù di introdurre discorsi o parole di alto profilo rivelativo; si tratta insomma di qualcosa di importante che Gesù sta per dire ed a cui bisogna prestre estrema attenzione. Capiamo allora che non può trattarsi della lezioncina morale che scaturisce dal “bell’esempio”!

Nei versetti precedenti questo racconto, Gesù mostra le perversioni della “religione”: la vanagloria, l’ipocrisia, l’avidità e quando si presenta questa vedova il suo sguardo si posa su qualcuno che, invece, gli rivela il volto che Lui stesso deve assumere dinanzi alla storia, nella storia: il volto del dono di sè, “fino all’estremo”, senza nulla trattenere per sè.

Gesù invita a “guardarsi” dagli scribi vanagloriosi, ipocriti, e avidi (certo Gesù non fa di tutt’erba un fascio: ci sono anche gli scribi onesti, e la scorsa domenica Marco ce ne ha fatto incontrare uno!), e annunzia che la loro vita è insensata ed è sottoposta a dura condanna, la condanna di “chi vive per se stesso”, la condanna di chi crede di stringere tra le mani tesori e si ritrova solo sabbia che gli scivola tra le dita…bisogna guardarsi dal “vivere per se stessi!” Per questo Marco fa seguire una potente “parabola”. Non è però una parabola come le altre, non è un mirabile racconto fiorito dalla fantasia di Gesù, è una parabola in carne, ossa e…povertà!

La povera vedova è l’oggetto dello sguardo indagatore di Gesù che, in lei, ci propone non una parabola sulla generosità e neanche sulla fiducia in Dio e nella sua provvidenza, ma, nientedimeno, come parabola della croce verso la quale Lui sta per andare!

Marco fa dire a Gesù: dalla sua povertà ha dato tutto quello che aveva. Ha gettato tutta la vita (in greco è proprio così: “ólon tòn bíon”, “tutta la vita”).

La storia della vedova di Zarepta che abbiamo ascoltata nella prima lettura, tratta del Primo libro dei Re, in fondo ci racconta una vicenda simile: quella povera donna getta tutta la vita, rischia in modo insensato per le logiche umane.

Il punto allora è, come sempre, il dono della vita senza riserve! Nel passo di Marco di oggi, alla vigilia della passione, questa povera donna che prende dalla sua povertà  il tutto che è, e lo getta nel tesoro del Tempio, diventa parabola di Gesù che sta per fare proprio questo! Possiamo senz’altro dire che la povera vedova anonima di questo racconto è profezia di Gesù, ed è profezia per Gesù ed in seguito per la Comunità di coloro che vorranno seguirlo! Vedere il gesto di questa donna ha dato a Gesù la misura del gesto d’amore che Lui stesso sta per compiere; la Chiesa, a cui Marco consegna questo racconto, riceve in esso una parola che la invita a tuffarsi nel cuore dell’Evangelo di Gesù: il dono totale di sé.

Ai discepoli, invischiati ancora nelle dispute sui primati (cfr Mc 10, 35-40), Gesù ancora una volta indica l’unica via identitaria che la Chiesa può avere: il dono totale di sè. Ecco la misura della loro vita fraterna, della loro vita ecclesiale!

Il testo, però, aggiunge ancora una cosa ed è una cosa impressionante: il Tempio, per il quale la vedova offre “tutta la vita”, è un tempio corrotto ed ormai prossimo ad una distruzione disastrosa! Il dono della vedova…la sua vita gettata è una vita gettata per nulla, una vita gettata invano (per un tempio corrotto, e alle soglie di una distruzione totale!). C’è, però, ancora di più: il gesto della donna è profezia del gesto di Gesù: la croce è apparentemente inutile! E’ ignominia e fallimento agli occhi del mondo!

La vedova con questo suo gesto è uno scandalo, ma scandalo ancora più grande sarà la croce di Gesù! Una morte assurda la sua, nell’abbandono più totale, un epilogo senza luce in cui Gesù sprofonda. Insomma come ha scritto E. Cuvillier nel suo commento all’Evangelo di Marco, la croce è irrilevante per il mondo! E’ fallimento scandaloso e misero! Come la vedova anche Gesù si espone ad una “morte per nulla”!

Noi che leggiamo l’Evangelo sappiamo nella fede che da quella “morte per nulla”, da quell’assurdo insensato, proverrà vita autentica per moltitudini…Intanto però si deve passare il buio tunnel dell’assurdo, del nulla, dell’assolutamente privo di senso per le logiche degli uomini. Se ci pensiamo bene, la morte di Gesù non ha nulla di “morale” in senso stretto (scrive sempre Cuvillier)…è una morte assurda e basta! La salvezza però verrà proprio da quell’assurdo, da quello scandalo!

La vedova dell’Evangelo di questa domenica ci fa intravedere, dietro di lei, un Altro che ha perduta, ha gettata tutta la sua vita perchè altri la ricevessero in dono.

PADRE FABRIZIO CRISTARELLA ORESTANO




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