Natale del Signore – Mistero da contemplare

NELLO STUPORE E NELLA COMPROMISSIONE 

Notte

Is 9,1-3.5-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14

Aurora

Is 62,11-12; Sal 96; Tt 3, 4-7; Lc 2, 15-20

Giorno

Is 52,7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1,1-18

 

Madonna con Bambino (Icona, Monastero di Ruviano)

Madonna con Bambino (Icona, Monastero di Ruviano)

Il Dio che nessuno ha mai visto e che nessuno può vedere restando vivo (Gv 1, 18; Es 53,20; Sir 43,31), in un mistero vertiginoso nasce da donna ed è deposto in una greppia…è quel neonato (Luca userà una parola greve per designarlo: brefos, cioè il feto appena nato nella sua crudezza di frutto di un parto fatto di sangue e dolore!), un incapace di parlare (d’altro canto questo significa il termine infante=che non parla)…in quella mangiatoia è come gli animali incapaci di parlare…nel presepe, infatti, obbedendo ad una parola di Isaia poniamo accanto al bambino due bestie mute: il bue riconosce il suo padrone e l’asino la mangiatoia del suo signore (Is 1,3) .

Ecco il mistero del Natale!

Il Verbo di Dio, il Verbo che è Dio ha iniziato la sua precipitosa discesa verso gli inferi dove l’Adam, creato da Dio in un sogno di vita e di comunione, s’era andato a perdere…la sua discesa era iniziata nel grembo di una Vergine accogliente nella libera obbedienza, prosegue  nella grotta tenebrosa ma invasa dalla luce della gloria di Dio nella notte di Betlemme, giungerà alla tomba scavata nella roccia del giardino di Giuseppe d’Arimatea, anch’essa vergine (nessuno vi era stato ancora deposto Lc 23,53) dove esploderà, nell’ora della Risurrezione, una luce infinita per tutto il cosmo.

Natale: mistero da contemplare nello stupore e da celebrare nella compromissione! Si celebra solo ciò che vogliamo ci contagi e ci afferri, anzi si celebra per ricevere un contagio…diversamente compiamo dei riti, sì,a volte anche suggestivi o struggenti, ma solo riti! Il rito che Cristo ci chiede è celebrazione, cioè è un dare accesso a Lui ed al suo mistero d’amore alla nostra carne, alla nostra concretissima storia.

Stanotte il profeta Isaia ha cantato nel suo oracolo una luce che brilla su un popolo chino sotto il giogo della tenebra, una luce che si identifica con un figlio che ci è stato donato…un figlio nel quale cielo e terra si uniscono, figlio della Vergine fatta di terra (le icone delle Madonne brune vogliono ricordarci che Lei, la Madre, rappresenta la terra resa feconda da Dio!) e figlio che solo Dio poteva dare al mondo (su te stenderà la sua ombra la Potenza dell’Altissimo –  Lc 1,34)!

Cristo Gesù è quella luce, una luce che le tenebre ormai non possono sopraffare (Gv 1,5); egli è la luce apparsa ad insegnarci a vivere in questo mondo da uomini veri rinnegando l’empietà ed i desideri mondani ed a vivere con sobrietà, giustizia e pietà (Tt 2,12)!

Il mondo è davvero nelle tenebre, perché vuole vivere nelle tenebre perché le sue opere malvagie non vengano alla luce (cfr Gv 3,19-20) ma in fondo il problema vero non sono quelle innegabili tenebre ma la paura dei cristiani di dare, con la propria carne, un’incredibile buona notizia, un evangelo stupefacente: Non siamo orfani! Dio, a partire dalla nascita di Gesù, non è più un Dio lontano, riservato a qualche mistico o agli iniziati! Egli è davvero vicino!…La storia è trasfigurata per l’eternità (Olivier Clèment).

Come daremo questa sconvolgente notizia? Una notizia che deve scuotere i cuori, quei cuori troppo assuefatti alle parole sul Natatle, quei cuori che non sanno più stupirsi di Dio. Certamente non con luminarie e scintillii troppe volte schizofrenici perché sganciati dal loro vero, unico senso; ceramente non predicando la bontà di un giorno…ma solo, solo con la propria carne offerta a Cristo perché continui ad incarnarsi!! Davvero non c’è altra via; certamente è una via costosa, una via compromettente ma è davvero l’ora di finirla con un cristianesimo a buon mercato, un cristianesimo nel quale tanti, troppi, pretendono di avere un’identità cristiana (e come la difendono anche e soprattutto contro gli altri!) e poi vogliono essere come tutti gli altri popoli (cfr 1Sam 8,5.20)! Cristo ha davvero bisogno di questa nostra povera carne per continuare a narrare l’amore di Dio, ha bisogno della nostra povera carne perché il mistero incredibile del Natale continui nella storia: Dio nella carne dell’uomo! Celebrare davvero il Natale è dare un assenso coraggioso a questa espropriazione, quella che Paolo (gal 2,20) dirà con parole stupite: non più io vivo, ma Cristo vive in me!  L’Apostolo aveva fatto l’esperienza dell’irruzione di Cristo nella sua carne: da allora niente nella sua vita era stato più come prima…e non fu l’esperienza di un giorno, ma dello stravolgimento di una vita!

Siamo disposti a questo? Se sì, celebriamo il Natale del Signore, diversamente è meglio darsi alle varie politically correct “Festa d’inverno”, “Festa delle luci” o altre sdolcinature simili…il Natale del Signore è altro, è cosa serissima…sì, mistero adorabile e dolcissimo ma serissimo e compromettente!

Il Natale vero ci mette in prima linea nella storia con tutto il coinvolgimento della nostra concretissima carne. Se l’umanità ignora Cristo noi continuiamo umilmente, senza arroganze a farlo nascere in noi ed attraverso noi…questo avverrà solo se avremo il vero coraggio di non tirarci indietro!

Buon Natale!




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II Domenica dopo Natale – In principio era il Verbo

IL PRINCIPIO DI TUTTO

Sir 24, 1-4.8-12; Sal 147; Ef 1, 3-6.15-18; Gv 1, 1-18

 

Ancora una sosta questa domenica per contemplare il mistero dell’Incarnazione di Dio, mistero che il nostro cuore non dovrebbe stancarsi mai di contemplare per permettere che esso plasmi la nostra concreta carne di uomini, perché questa sia disposta a seguire Gesù fino alla croce, fino a quell’amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1) che è la meta dell’Evangelo di Giovanni, di cui in questa liturgia leggiamo lo stupefacente inizio: In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio

Ecco dov’è l’“archè”, il principio di tutto: è presso Dio … da lì tutto parte perché lì è la fonte dell’amore, di quella Sapienza che tutto ha creato e che, come già dice il testo del Libro del Siracide che costituisce la prima lettura, ha radice nel cielo ma pone la sua tenda in Giacobbe.

Contemplare la Sapienza di Dio è contemplare Gesù: è Lui la Santa Sophia, la Santa Sapienza che è conoscenza, progettualità, sogno, sapore di “oltre” e di Dio! Chi incontra Gesù accoglie la Sapienza di Dio, in Lui noi possiamo conoscere le logiche di Dio, le sue vie, le sue parole che danno vita eterna; Lui ci racconta Dio, come canta Giovanni nel Prologo dell’Evangelo: Dio nessuno l’ha visto mai, il Figlio unigenito che è rivolto verso il seno del Padre, lui l’ha raccontato

Cogliere questa Sapienza, questa Gloria (Noi vedemmo la sua gloria, ha confessato Giovanni nelle prime righe del suo Evangelo) è però cogliere qualcosa di totalmente altro dalle sapienze mondane! Davvero! Aderire alla Santa Sapienza che è Gesù, alla Parola che Lui è significa mettersi su una strada in cui Dio ci chiede solo una cosa, quella che ci è detto nel testo della Lettera ai cristiani di Efeso che oggi pure si legge: Essere santi e immacolati nell’ “agàpe”… Essere discepoli di quella Santa Sapienza è imboccare la strada controcorrente che l’“agàpe” chiede senza sconti, perché l’amore vero sconti non ne vuole e non ne sopporta. Da Betlemme al Golgotha il Verbo fatto carne sceglie la via in cui la gloria di Dio è solo e sempre “gloria crucis” … Chi vuole essere discepolo di Colui che a Natale abbiamo guardato con tenerezza questo deve saperlo; il rischio altrimenti è essere innamorati di un “surrogato” dell’Evangelo!

Paolo, nella sua Prima lettera ai cristiani di Corinto lo scriverà a chiare lettere: Noi predichiamo Cristo crocifisso … potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini (cfr 1Cor 1,23-25). E’ così: ogni qual volta ci si “scontra” con Cristo Gesù la via che ci è proposta è quella di una sapienza “altra” che contraddice quelle mondane perché la gloria di Dio Gesù l’ha mostrata nell’amore fino all’estremo che è la croce. Infatti, quando Giovanni scrive noi abbiamo visto la sua gloria intende solo la gloria della croce, la gloria  di quell’amore che può gridare Tutto è compiuto (oppure potremmo tradurre: Fino all’estremo!) solo dalla croce!

Nel Quarto Evangelo non ci sono gli angeli del Natale che cantano il Gloria ma solo Gesù lo “canta” mostrando la gloria del Padre suo, dando la vita e narrando così il vero volto di Dio.

Accogliamo allora oggi questo “canto” del Verbo fatto carne, accogliamo questo “canto” che per narrare Dio sceglie il linguaggio non di un amore astratto e fatto di buoni sentimenti ma un amore fatto di carne e sangue, di lotte e sudori, di rifiuti dolorosi (Venne tra la sua gente ma i suoi non lo hanno accolto) e brucianti delusioni; fatto di quotidianità che intreccia amicizie, amori, attenzioni, passioni, sogni, speranze, ricerche appassionate della volontà del Padre, memorie di persone amate e di incontri tra cuori e vicende … Insomma un amore che davvero si è fatto storia … una storia che è la nostra, e Gesù l’ha vissuta essendo la Sapienza di Dio, portandovi il sapore della Sapienza di Dio; da allora quando ci vogliamo confrontare con Lui ci tocca sempre confrontare la nostra sapienza con la sua, le nostre vie con le sue; il sapore che Lui ha dato alla vita e quello che gli diamo noi (i Padri ameranno questo parallelo tra il “sàpere” ed il “sapère” !) …

Il confronto, se siamo onesti, ci porterà a dover riconoscere che la sua sapienza ha un “sapore” migliore delle nostre pur raffinate sapienze, che le sue vie sono tanto migliori delle nostre vie asfaltate, illuminate ed eleganti; se siamo onesti riconosceremo che in quella Sapienza che è Cristo c’è il sapore di Dio e l’autentico sapore dell’umano e che le sue vie portano alla pace, alla Grazia e alla Verità. E, se siamo onesti, anche dalle profondità della nostra povertà e delle nostre incapacità di capire tutto, diremo a Lui che è la Santa Sapienza, a Lui che è il Verbo fatto carne le stesse parole che un giorno gli disse Pietro: Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna! (cfr Gv 6, 68)




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Santa Famiglia

NON C’E’ EGITTO CHE DURI PER SEMPRE

Sir 3,2-6.12-14; Sal 127; Col 3, 12-21; Mt 2,13-15.19-23

 

 

Contemplare con gioia il mistero dell’Incarnazione è attitudine necessaria e vitale, ma è un’attitudine che subito si scontra con la storia di peccato in cui il nostro Dio si è voluto immergere proprio con l’Incarnazione.

La storia non è un’oasi di pace, la storia rigurgita sangue e dolore ed il Figlio di Dio vi si immerge senza sconti e senza privilegi.

E’ nato nel grembo caldo di una famiglia umana, una famiglia contemporaneamente ordinaria e straordinaria. La sua ordinarietà, coniugata con la sua straordinarietà, fa sì che oggi la Chiesa guardi a quella famiglia come modello per le nostre famiglie. Siamo convinti che questa esemplarità è un po’ azzardata in quanto troppo straordinaria è quella Famiglia ma è pur vero comunque che quella Famiglia ci dice una verità per la nostra vicenda di uomini concreti segnati dal dono della fede: non c’è nessuna esenzione per chi crede! Quanto è meschina quell’idea (madre di tanti “delusi” da Dio!) per la quale chi crede e compie le opere della giustizia dovrebbe essere esentato dal dolore, dai patimenti fisici e morali, dall’emarginazione! Quanto è misera e calcolatrice questa concezione di una fede che metta al riparo dalla vita!

Il racconto evangelico di oggi ci dice perfettamente il contrario, e ci ricorda che il solo giusto è stato minacciato da una spada assassina dal principio della sua vicenda umana fino al concretarsi di quell’antica minaccia di Erode sulla croce piantata sul Golgotha. Nessuna esenzione al Figlio di Dio nella carne degli uomini, nessuna esenzione per colei che fu madre e vergine dell’Emmanuele, nessuna esenzione per Giuseppe, figlio di Davide e uomo giusto!

La vicenda, che Matteo si compiace di narrarci per motivi più teologici che strettamente storici (Luca ignora questa fuga in Egitto!), contiene nel suo svolgersi l’indicazione di ciò che davvero occorre al credente per percorrere le strade della storia.

Ancora Giuseppe ne è umile maestro: ascolta e obbedisce!

Nell’ultima domenica d’Avvento l’abbiamo visto in quell’obbedienza che lo ha trasformato, dicevamo, da ragazzo innamorato con un suo progetto, in ultimo dei Patriarchi della Prima Alleanza, da custode di un piccolo sogno con confini precisi segnati da una bottega, una casa come le altre, una sposa feconda a custode del più grande sogno di Dio: essere per sempre per noi uomini l’Emmanuele, il Dio-con-noi.

Quell’obbedienza consegna a Gesù la discendenza davidica, quell’obbedienza permette a Dio di chiamare “figlio” quel bambino e permette a Israele di chiamarlo “Nazoreo”. Giuseppe è sempre connesso con i nomi di Gesù: lui lo chiama Gesù (cfr Mt 1,21), andando in Egitto permette a Dio di chiamarlo mio figlio (Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio) e, stabilendosi a Nazareth permette al popolo di Israele di chiamarlo Nazoreo e quindi riconoscerlo come colui che Dio aveva promesso (Nazareth ha la stessa radice di “neser” che significa “germoglio”: Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse (cfr Is 11,1); Da sempre germoglio è il suo nome (cfr Sal 72,17).

A Giuseppe tocca questa obbedienza che dà il nome al Verbo eterno di Dio: Gesù, Figlio, Nazoreo; il suo nome proprio, la sua qualità di Figlio di Dio, il suo essere adempimento delle attese di Israele.

L’Evangelo di oggi mostrandoci l’opera di obbedienza di Giuseppe ci fa guardare all’Incarnazione con tutta la sua crudezza; oggi ci è detto il perché profondo dell’Incarnazione di Dio: il Verbo divenne carne (cfr Gv 1,14) per seguirci negli esili e nelle miserie, per fare strada con noi in un nuovo, continuo esodo in cui desidera che anche noi tutti siamo figli chiamati dall’Egitto… L’esilio per la Scrittura fu esperienza dell’Egitto e di Babilonia, due esperienze diverse: l’Egitto fu un esilio diventato schiavitù a causa del peccato degli altri (il Faraone, gli aguzzini…), Babilonia fu esilio causato invece dall’infedeltà di Israele; il Figlio di Dio vivendo l’esilio comincia quella ricerca dell’uomo negli inferi subiti o creati dalla propria iniquità…Nel tornare dall’esilio, Gesù giunge a Nazareth e lì riceve il nome di germoglio, perché inizio di una nuova storia di libertà… Isaia aveva cantato: Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse; la stirpe di Iesse (padre del re Davide) pareva secca per sempre ed il Messia sembrava un sogno impossibile ma ecco che quel tronco secco è fiorito per la Grazia di Dio e per l’obbedienza di Giuseppe figlio di Davide…ma non è solo quel tronco secco di Iesse che in Gesù fiorisce ma in Lui fiorisce il ceppo di tutta l’umanità che è  infecondo di pace, di bene, di amore perché asservito dal peccato; fiorisce di una santità che non si può dare da sola; la salvezza infatti viene dal grembo di una Madre vergine per dirci che l’uomo nuovo Gesù solo Dio poteva darcelo! L’uomo nuovo può essere solo accolto come dono, proprio come fecero Maria con il suo grembo e Giuseppe con la sua obbedienza.

A Nazareth il Figlio di Dio entra nell’umile quotidiano; il Dio-con-noi è davvero con noi e santifica ogni ferialità, ogni riposo e fatica, ogni gioia ed ogni dolore, ogni amore ed ogni timore…l’esodo di Dio verso l’uomo ed il suo mondo è iniziato perché si compia l’esodo dell’uomo verso il mondo di Dio.

Maria e Giuseppe compagni di questo esodo e di quella quotidianità sono davvero primizia di una nuova storia in cui Cristo è cuore dei giorni. In tal senso ogni comunità umana, a partire da quella familiare, scopre nell’Evangelo un segreto che è fonte di vera pace e di senso: la presenza di Cristo che è presenza di Dio perché Lui è l’Emmanuele.

Il germoglio (“neser” cfr Is 11,1) è il consacrato di Dio (“nazir” cfr Gdc 13,5.7) che fa fiorire l’umanità nuova rendendola santa con la sua santità.

Lo straordinario di tutto questo è che ci vien detto che questa nostra povera carne può essere davvero luogo di santità! E se il peccato fa scorrere sangue innocente e costringe i giusti all’esilio non dobbiamo temere perché Dio compie ogni sua parola e promessa e l’Emmanuele è Dio-con-noi anche negli esili, nelle ingiuste fughe e non-senso dell’odio del mondo.

Non c’è “Egitto” che duri per sempre!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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