III Domenica di Quaresima (Anno C) – Giustizia e Pazienza

NELLA STORIA DEGLI UOMINI

Es 3, 1-8a.13-15; Sal 102; 1Cor 10, 1-6.10-12; Lc 13, 1-9

La cronaca di un episodio sanguinoso che ha macchiato il culto a Gerusalemme e la memoria di un incidente occorso durante la costruzione del Tempio in cui morirono diciotto operai, dà a Gesù l’occasione di una riflessione sul vero volto di Dio e sull’urgenza della conversione…il tutto sfocia in una parabola che è al centro della nostra liturgia di questa domenica.

La prima cosa che Gesù deve smascherare è la ricorrente idea che una morte violenta o dolorosa sia conseguenza immediata di un peccato, di una colpa; deve negare che ci sia cioè un rapporto causa-effetto tra peccato e castigo all’interno della storia. Questione vecchia che già i profeti avevano stigmatizzato (cfr Ez 18, 1) e che il Libro di Giobbe aveva confutato con il suo affascinante percorso. Un’idea però tanto radicata da essere ancora oggi serpeggiante persino nel popolo cristiano. Gesù deve smascherare la menzogna di questa idea e sottolineare contemporaneamente che Dio non è questo punitore spietato; deve sottolineare che non c’è collegamento diretto tra “disgrazia” e un peccato del “disgraziato”. Gesù afferma che episodi come quelli citati vanno letti nella linea di un appello forte, pressante, urgente alla necessità di non sprecare la propria vita, di non svilire il proprio tempo, di non imboccare vie di morte ma di spendere la vita, che è così fragile ed esposta, volgendosi a Dio, alle sue strade; in una parola convertendosi!

 Non cogliere l’urgenza della conversione pone nel rischio di sentirsi dire da Gesù: «Perirete tutti allo stesso modo» … e, si badi bene, non è una minaccia; non si tratta di essere puniti per dei peccati; si tratta, invece, di “perdere la vita” credendo, ingannevolmente, di “guadagnare il mondo intero” (cfr Lc 9, 25; Mt 16, 26).

Gesù non può accettare che si pensi a Dio come ad un giustiziere astioso che attende solo il momento opportuno per regolare i conti senza pietà! Questo Dio non è il Padre di cui Lui è innamorato e che è venuto a narrare all’umanità.

Ed ecco così la parabola del fico sterile. Gesù usa questo racconto per dire chi è davvero il Padre suo. C’è questo albero presso cui il proprietario è venuto a cercare frutti per ben tre anni, e non ne ha mai trovati; che fare?
Bisogna stare molto attenti a leggere questa parabola e soprattutto non bisogna leggerla come un’allegoria, per cui ogni elemento deve corrispondere nel significato ad un’altra realtà. Per esempio, nel discorso di Gesù nel IV Evangelo sulla vite e i tralci (cfr Gv 15, 1ss) ci troviamo dinanzi ad un’allegoria («Io sono la vite, voi i tralci e il Padre mio è il vignaiolo»); qui no!
Se leggessimo questa parabola come allegoria rischieremmo di vedere nel padrone severo il Padre e nel servo buono il Figlio che così risulterebbe più compassionevole, più paziente e più buono del Padre! Capiamo bene che Gesù non avrebbe potuto mai raccontare così suo Padre; la chiave di lettura non può essere questa. Mi pare che i due personaggi non siano assolutamente il Padre ed il Figlio: i due personaggi sono due istanze che, potremmo dire, si agitano in Dio stesso: l’istanza della verità e della giustizia e l’istanza della pazienza compassionevole.

In effetti, il padrone non ha torto a perdere la pazienza ed a pensare di abbattere il fico inutile … in più il fico tutto verde e senza frutti è icona di quella religiosità solo apparente che è in abominio al Signore (cfr Mic 7, 1 o Ger 8, 13); il servo, rappresenta, come dicevo l’istanza del cuore di Dio che non può scatenare la sua collera ma decide di pazientare, di attendere. Dio sceglie di non assumere solo l’equità ma di attendere.

Il tempo che si prolunga è però segno di misericordia non di assenza di giudizio sull’infecondità e sui rinvii che impediscono ogni conversione. Il tempo si prolunga per permetterci di usare il tempo saggiamente, di viverlo e non sprecarlo; il tempo non si prolunga per giustificare rimandi ed indifferenze.

La vicenda di quegli uccisi per ordine di Pilato e quella degli operai morti nel cantiere della Torre di Siloe ricordino a tutti che il tempo è breve e che la vita va vissuta, e senza sprechi insensati; invece di blaterare su presunti castighi di Dio in risposta di chissà quali oscuri delitti o peccati, sarebbe saggio pensare a non gettar via la vita ed il tempo che ci sono concessi dalla Misericordia.

Dinanzi al Dio “che ha tempo per l’uomo”, come scriveva Karl Barth, all’uomo è chiesto di vivere il tempo con responsabilità. Il racconto nel Libro dell’Esodo di Mosè al Roveto ardente ci narra proprio di un Dio che si cala nella storia degli uomini (Sono sceso, dice il Signore); un Dio che è capace di vedere, ascoltare e conoscere il dolore dell’uomo e che fa del tempo un luogo di vita e non di morte.

Il Nome rivelato a Mosè è una promessa: «Io-ci-sono»!
Lui c’è, e dona la grazia di saper cogliere il dono del tempo, il kairòs che ci è dato perché la vita sia davvero vita e non sia sprecata. L’unico “spreco” che, di contro, è doveroso al discepolo di Cristo, è quello della Croce ove la vita è “gettata” per amore, “sprecata” e non conservata gelosamente. Uno “spreco” che è dunque nella logica di un tempo vissuto in pienezza, di una vita in cui si arde fino a consumarsi. Chi è capace di vivere così riesce a dare quei frutti che il Signore attende dalla nostra pianta.

La Quaresima sia tempo di grazia per imparare a “sprecare” la vita così; non perdendola ma offrendola.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

XXXIV Domenica del tempo Ordinario (B) – Dunque tu sei re?

 

E’ RE!

Dn 7, 13-14; Sal 92; Ap 1, 5-8; Gv 18, 33-37

Dunque tu sei re?
E’ la domanda che sorge sulle labbra di Pilato nel dialogo tra lui e Gesù nel IV Evangelo, e che oggi è il cuore della liturgia di quest’ultima domenica dell’anno.

Dunque tu sei re?
E’ la domanda che il romano, gonfio del potere del mondo, rivolge a quello strano Galileo che, in catene e percosso dai suoi, ora gli sta davanti con una presenza che da sola lo interpella e lo stupisce.

Dunque tu sei re?
E’ la domanda che ogni uomo si deve fare e deve fare guardando negli occhi il Galileo che regnama in un modo così diverso da come noi immaginiamo i re e i dominatori di questo mondo.

Dunque tu sei re?
E’ la domanda che io devo farmi dinanzi a Lui che, con i segni di quelle trafitture, si presenta a me chiedendomi la vita, chiedendomi di seguirlo, chiedendomi di prendere con coraggio la sua stessa strada, anzi presentandosi a me come via Lui stesso (cfr Gv 14, 6).
Se davvero gli faccio questa domanda la risposta del Cristo sarà simile a quella che diede a Pilato in quel 14 di Nisan dell’anno 30: “Tu lo dici io sono re … per questo sono venuto presso di te, per questo posso chiederti di consegnarti a me; per questo posso chiederti la vita per ridartela in pienezza, per questo ti ho cercato: per comunicarti la verità”.

Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio, è re perché amando fino all’estremo, non si è lasciato dominare dalle logiche mondane di vendetta, di rivalsa, di una giustizia che misura e retribuisce o punisce; è re perché non si è lasciato dominare, ma ha dominato, e il mondo con i suoi meccanismi e i meccanismi che si muovono in ogni cuore umano, ed anche nel suo di vero figlio di Adam.
E’ re perché ha fermato l’“ingranaggio” che da sempre fa muovere il mondo e le cose degli uomini, l’“ingranaggio” del male che genera male, della morte che genera morte, dell’odio che genera odio. Per fermare quell’ingranaggio Gesù di Nazareth vi si è gettato dentro, se ne è fatto “schiacciare” (“E’ stato schiacciato per le nostre iniquità” cfr Is 53, 5), ed ha pagato il prezzo dell’amore che si dona senza riserve.

Così dà testimonianza alla verità. Quale verità?
La verità su Dio e la verità sull’uomo.
Dio è un Dio che non ha nulla di perverso, è un Dio che è un Padre che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (cfr Gv 3, 16); è un Dio che si china ai piedi dell’uomo per toccarlo nelle sue miserie e nel suo peccato di cui si fa carico; è un Dio che regna in un modo altro rispetto ai regni del mondo, e che tuttavia dirà una parola di verità e di senso sulla storia.
L’uomo è creatura infinitamente amata da Dio, da quel Dio che lo chiama figlio nel Figlio e che si è unito, in Gesù, per sempre a lui; l’uomo è un essere che viene dall’Amore e che si realizza nell’amore; è una creatura che, per essere nella verità, è chiamato a ripresentare alla storia, sul proprio volto, il volto di Gesù nel suo “amore fino all’estremo” (cfr Gv 13, 1), per essere uomo deve regnare come Lui, dominando le logiche mondane e chinandosi ai piedi dei fratelli amandoli, non nonostante le loro miserie, ma nelle loro miserie. Gesù dice la verità sull’uomo perché in sé ci mostra una via di vera e piena umanizzazione. Lo stesso Pilato lo dirà qualche riga dopo il passo di questa domenica, nell’Evangelo di Giovanni: “Ecco l’uomo!” (cfr Gv 19, 5).

La solennità di oggi deve essere allora sottratta ad ogni trionfalismo e deve essere posta sotto il segno della rivelazione piena del volto di Dio e del volto dell’uomo. E’ una solennità in cui bisogna contemplare per leggere il senso della storia alla luce di questa rivelazione.

Dunque tu sei re?
Sì, Lui è re capace di rivelare a tutti i popoli, a tutte le genti, a tutte le lingue e culture la verità più profonda, quella cui ogni uomo anela, quella verità che non è saccente, arrogante o schiacciante ma è la verità che dà senso a tutte le fatiche della storia e che mostra orizzonti di luce e di speranza anche lì dove pare regnare il buio e dove pare esistano solo sentieri tortuosi e incomprensibili.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

           




Leggi anche:

V Domenica di Pasqua – Il Volto di Cristo


…NARRAZIONE DEL PADRE

 

At 6, 1-7; Sal 32; 1Pt 2, 4-9; Gv 14, 1-12 


Il volto di Cristo, di Rembrandt (particolare)

Il volto di Cristo, di Rembrandt (particolare)

La liturgia di questa domenica pare che ci porti indietro rispetto alla Pasqua perché ci è presentato un tratto dei cosiddetti discorsi di addio di Gesù nel Quarto Evangelo. In realtà quei discorsi ci spalancano in pieno il dopo-Pasqua: in quelle pagine l’evangelista, con l’artificio letterario di discorsi testamentari, ci presenta le promesse e gli sconfinati orizzonti che l’andata via di Gesù, il suo “esodo” da questo mondo al Padre (cfr Gv 13,1), aprono alla storia, ad ogni uomo.

Le parole che Gesù pronuncia nel brano di oggi iniziano con una parola chiave per il Quarto Evangelo, una parola che ci deve essere molto cara: “moné”, cioè “dimora”, è la promessa che nella casa del Padre ci sono molte dimore, e Lui le prepara per ciascuno di noi; è parola chiave per Giovanni perché correlata al verbo più amato dal Quarto Evangelo, “ménein” che significa “rimanere”, “dimorare”, “restare”. La dimora che Gesù va a preparare con il suo “esodo” è la radice della possibilità che ci è data qui, nella nostra vita di credenti, di dimorare, rimanere in Lui, e fare della nostra vita un dimorare stabile nell’amore di Dio.

Le grandi auto-rivelazioni che ci sono in questa pagina sono provocate da due domande di Tommaso e di Filippo. Qualcuno ha ipotizzato che Giovanni ricalchi qui l’haggadàh (lett. “racconto”) della cena pasquale ebraica, in cui i piccoli fanno domande che hanno il preciso scopo di far avanzare e provocare il racconto dell’esodo fatto da chi presiede la cena. Qui avviene proprio così: le domande permettono a Gesù di pronunziare queste due grandi parole auto-rivelative.

Tommaso chiede quale sia la meta del Suo esodo (“Non sappiamo dove vai e come possiamo conoscerne la via?”), avendo detto Gesù – precedentemente – che di quella meta essi “conoscono la via”. E’ così, essi conoscono la via poiché hanno conosciuto Gesù, e a pieno lo conosceranno nell’esperienza pasquale, in cui definitivamente capiranno la sua identità. La via, dunque, non è una dottrina, non è un comportamento etico, non è una sapienza iniziatica come potevano pensare quelli che erano adusi a sentir parlare di religioni misteriche, a quel tempo molto diffuse. La via è Lui, la via è la sua carne di uomo, la via è la sua vita concreta, è l’amore con cui Lui la sta vivendo, “fino all’estremo” (cfr Gv 13,1). E’ la via perché è la verità; ed è la verità non perché dica delle verità o perché trasmetta una dottrina, ma perché è Lui stesso la verità. Lui è la verità dell’uomo, Lui è l’uomo in pienezza, è l’uomo capace di vere relazioni con Dio, con la storia, con gli altri, con la sua stessa umanità. Gesù è la verità perché Lui è la fedeltà che non si spaventa dell’infedeltà, e d’altro canto, in ebraico i concetti di verità e fedeltà sono coincidenti! Gesù è la vita perché la vita è Dio, e Lui ha posto la vita di Dio nella carne dell’uomo; e la sua carne apre ad ogni carne la vita di Dio, che è la comunione trinitaria, è l’amore che “circola” tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo! E questa vita la si accoglie solo se si accoglie Lui…

La domanda di Filippo, invece, si inscrive all’interno del grande desiderio dell’uomo, e in particolare dell’uomo biblico, di vedere Dio, di vedere l’“oltre”! La domanda di Filippo ci conduce ai vertici della rivelazione del Nuovo Testamento: Dio finalmente si è reso visibile! Visibile non in visioni spettacolari, straordinarie, numinose; non in teofanie simili a quelle che la Prima Alleanza ci descrive, a partire dal roveto ardente (cfr Es 3,1-6) ai fenomeni del Sinai (cfr Es 19,16ss), dalle visioni come quelle di Isaia (cfr Is 6) a quelle di Ezechiele (cfr Ez 1) o di altri profeti… Qui Gesù parla di un vedere che ha per oggetto un uomo, solo un uomo! Dio si è mostrato tutto in un uomo!

E’ straordinario!

Se non si capisce questo, nulla si capisce del cristianesimo, e nulla si capisce della portata rivoluzionaria e sovversiva della rivelazione cristiana; l’antico e bellissimo grido dell’uomo “Mostraci il tuo volto, Signore!” (cfr Es 33,18; Sal 105,4; Sal 27,8) riceve qui una risposta davvero inattesa, straordinaria: “Chi vede me, vede il Padre”. Ecco la “visione” di Dio: il volto di Cristo! Vedere Cristo e la sua umanità è vedere Dio… è qui la grande novità e la sovversione del cristianesimo! Qualcuno ha detto che qui sta la grande desacralizzazione di Dio, della “religione” che cessa di essere perciò “religione”… E’ vero! E’ proprio così! Dio non va più cercato nel miracolistico, nello splendore accecante e che fa paura, ma va cercato tutto nel volto di un uomo e – di conseguenza – nel volto di ogni uomo!

Se Gesù narra Dio attraverso tutto ciò che è, attraverso ciò che fa, attraverso ciò che dice, questo si riverbera sul volto dell’uomo tout-court…d’altro canto, la prima parola del Decalogo con il divieto di fabbricare immagini di Dio (cfr Es 20,4 ss) era certo una prescrizione per combattere ogni idolatria, ma aveva al fondo la consapevolezza che l’immagine di Dio nel mondo già c’è: è l’uomo creato a Sua immagine. Ora, in Cristo Gesù questo assume una pregnanza eccezionale, e quel volto santissimo, quell’umanità santissima, ci invita di continuo a cercare Dio nel volto dell’uomo che Egli ha assunto, ed ha assunto per sempre! Il Figlio Risorto, infatti, è uomouomo per sempre!

Gesù narra il Padre con le parole e le opere e qui, a Filippo, Gesù lo dice con chiarezza: “Le parole che io vi dico non le dico da me; il Padre che è in me fa le sue opere”. Lui è la Parola del Padre, Lui è l’agire del Padre, un agire che è tutto amore, un agire che si rivela offerta totale della vita!

La liturgia di questa domenica ci suggerisce che questa narrazione del Padre, che questa via, verità e vita che è Gesù, può e deve essere resa presente e tangibile alla storia dalla Chiesa. La Chiesa ha una vocazione: essere la vicenda pasquale di Gesù nella storia, in ogni oggi della storia.

L’elezione dei sette diaconi che Atti ci racconta nella prima lettura di oggi va proprio nel senso di continuare a narrare all’uomo la tenerezza di Dio, che provvede con amore al bisogno dei poveri e che ormai lo fa attraverso il corpo di Cristo che è la Chiesa: è attraverso l’umanità piena dei credenti che Cristo continua a narrare il Padre. E’ l’edificio di Dio che è la Chiesa, fatto di pietre vive – come scrive l’autore della Prima lettera di Pietro nella seconda lettura – che mostra il volto di Dio alla storia.

La via, la verità e la vita, la narrazione cioè del Padre che è Cristo, sono state consegnate alla Chiesa, ai credenti in Lui, a quelli che – dimorando in Lui – hanno scelto come via della loro umanità, come verità della loro esistenza, come vita che dia senso alla loro vita, Colui che – narrando Dio – ci ha narrato l’uomo. E all’uomo ha consegnato il compito di continuare questa narrazione con la “potenza” della sua Pasqua, con una “potenza” in-credibile al mondo, una “potenza” crocefissa, mondanamente perdente…ma una “potenza” amante e perciò salvifica!

Se noi Chiesa non narriamo così Cristo, e non siamo addirittura “diaframma” tra Lui e il mondo, smarriamo la nostra unica vocazione, assumendo altri volti che subito il mondo assimila a sè, e diventando come il mondo…e una Chiesa mondana non ha più nulla da narrare!

E’ terribile!

Lo sguardo fisso alla dimora preparata dal suo amore, e nel cuore un unico grande desiderio: dimorare in Lui!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

XXX Domenica del Tempo Ordinario – Fariseo e Pubblicano

LA PREGHIERA

Sir 35, 12-14.16-18; Sal 33; 2Tm 4,6-8.16-18; Lc 18, 9-14

 

 

Davanti a chi si prega? Dove si prega?

L’autentica preghiera cristiana avviene in un “luogo”  straordinario, non in un luogo, non in un tempio ma “in” Dio. Stando in Lui, dimorando in Lui, sentendosi avvolti dal suo Amore di Padre, dalla tenerezza del Figlio che ci ha amati e ha dato se stesso per noi (cfr Gal 2,20), nell’abbraccio dello Spirito che abita in noi e ci trascina “in” Dio…E tutto questo non solo è il luogo della preghiera ma anche il motivo della lode che anima ogni vera preghiera. Lode per qualcosa che Dio ha fatto e fa per noi e lo fa in modo totalmente gratuito, a prescindere dai nostri “meriti”.

La parabola del fariseo e del pubblicano ci presenta due personaggi che incarnano la possibilità e la capacità o meno di pregare per davvero. In fondo Gesù non racconta questa parabola per parlarci direttamente della preghiera ma per parlarci di due cuori, di due modi di essere uomo davanti a Dio e davanti agli altri uomini. In questo racconto di Gesù la preghiera è solo (!) lo specchio veritiero del cuore dei due uomini. Nella preghiera si ravvisa la qualità dell’uomo. E’ così.

Ed eccola la preghiera del fariseo, uomo “religioso”, impeccabile, infallibile, irreprensibile. Una preghiera che sembra iniziare bene: O Dio, ti ringrazio…Anche Gesù inizia a pregare in modo molto simile: Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra…(cfr Lc 10,21). Gli esiti sono però radicalmente diversi. Gesù ringrazia il Padre per quello che il Padre ha fatto rivelando ai piccoli i misteri del Regno; Sì, perché così è piaciuto a te… , dice Gesù. Il fariseo no: ringrazia per sé; non eventualmente per quello che Dio ha fatto in lui ma per quello che egli è e per quello che egli non è; non per quello che Dio ha fatto ma per quello che lui stesso fa. E qui la preghiera, direi, abortisce e diventa un’altra cosa: monologo capace solo di innalzare un muro tra lui e Dio! Un monologo folle in cio il fariseo addisittura si vanta davanti a Dio! Un monologo in cui trova agevolmente posto il disprezzo per gli altri, un disprezzo che non si accontenta d’essere generico per coloro che sono ladri, ingiusti, adulteri ma che si appunta anche su un soggetto concreto: quel pubblicano che certo gli ha disturbato la vista quando l’ha visto osare entrare nel tempio. Il monologo del fariseo è tanto folle d’orgoglio che elenca una serie di presunti precetti cui presta osservanza; dico presunti perche in verità nessun precetto della Torah chiede il digiuno due volte alla settimana, il Libro del Levitico lo prescrive una volta all’anno (cfr Lv 16,29); lui invece digiuna due volte alla settimana per espiare i peccati “degli altri”; certo non i suoi perché lui è irreprensibile (quanti ne cconosciamo di uomini e donne irreprensibili, incapaci di chiedere perdono, che hanno una ragione per tutti loro comportamenti e che non attendano altro che tu chieda loro perdono…magari per aver pensato male!); inoltre le decime, secondo la Torah, (cfr Dt 12,17) vanno pagate non dall’acquirente ma dal produttore; lui il fariseo, però, paga anche quello che non deve per sentirsi la coscienza a posto nel dubbio che il produttore avesse non pagato la decima…(l’espressione greca “panta osa ktõmai” è più preciso tradurla tutte le cose che acquisto e non tutte le cose che possiedo).

Il fariseo tragicamente crede di pregare ma non prega, crede di sbandierare a Dio la sua “giustizia” ma tornerà a casa sua senza giustificazione; aveva calpestato gli altri e quella concreta incarnazione degli altri che è quel pubblicano pur di elevarsi ma alla fine è nulla agli occhi di Dio. I saggi rabbini d’Israele già lo dicevano: La giustizia dell’uomo è un panno immondo.

L’altro, il pubblicano, è entrato nel tempio a testa bassa…non ha nulla da portare a Dio, solo la sua miseria, il suo peccato, i mille compromessi che ha fatto con se stesso e con la parola della Torah…è a mani vuote…le mani le usa solo per battersi il petto e per dire così che lì, nel suo petto, nel suo cuore c’è la causa di ogni sua miseria; in quel cuore fragile, incline al male…Non dice tante parole ma le sole sensate che noi uomini possiamo dire dinanazi alla santità di Dio: Sii benevolo con me…abbi pietà di me. A questo piccolo uomo gravato dal suo peccato gli altri appaiono tutti migliori di lui; avrà anche guardato con ammirazione a quel fariseo pieno di giustizia, con le mani levate a Dio e con tante parole che gli si leggeva sulle labbra; gli altri sono tutti migliori di lui perché lui è il peccatore. Il testo greco è così: c’è l’articolo determinativo: Abbi pietà di me il peccatore. Quasi che sia lui l’unico peccatore…Quando questi tornò a casa, ci dice Gesù, non era più a mani vuote, aveva il dono grande di Dio che con amore lo rendeva giusto: Tornò a casa sua giustificato.

Il problema allora qui non è quello del modo migliore di pregare, è un problema di verità e di consapevolezza della verità.

Il fariseo non sa la verità né di Dio, né di sé perché è ubriaco di se stesso. E’ lui l’orizzonte angusto della sua vita. Il pubblicano invece non sa altro che la sua verità cioè che è povero e peccatore, a mani vuote e con una sola speranza: la misericordia di Dio. E questo ci dice che sa pure la verità  di Dio, sa pure chi è Dio: è il Dio capace di amore e misericordia nella più assoluta gratuità. Direbbe S. Agostino che questo pubblicano è il vero sapiente: La vera sapienza – scrisse infatti S. Agostino – è sapere chi sei Tu, o Dio e chi sono io.

E’ impressionante che S. Benedetto nella sua Regola addita questo pubblicano come unico modello del monaco che, quando ha percorso tutta la scala dell’umiltà, deve essere come “publicanus ille”, come quel pubblicano (RB VII,65).

E’ così, e non solo per il monaco. E lì la nostra meta perché poi da lì il Signore compirà in noi le sue opere. Solo così l’uomo può consegnarsi nella mani di Colui che lo può plasmare fino a dargli il volto di Cristo, fino a dargli quella capacità di combattere la buona battaglia, di giungere al termine della corsa della sua storia custodendo la cosa che più conta: la fede, l’adesione a Lui che ci ama. In fondo il meraviglioso passo della Seconda lettera a Timoteo che oggi leggiamo è un modo di farci vedere in Paolo concretamente incarnato “publicanus ille”, in lui che si è riconosciuto amato nella più assoluta lontananza, mentre era nemico (cfr Rm 5,8-10).

Se avremo il “coraggio” dell’umiltà che è verità il Signore ci porterà a “volare alto”: Chi si umilia sarà innalzato!




Leggi anche: