II Domenica di Avvento (C) – Raccontare la Speranza

 

A TUTTI GLI UOMINI!

Bar 5, 1-9; Sal 125; Fil 1, 4-6.8-11; Lc 3, 1-6

In questa seconda domenica la speranza di Avvento assume i toni della profezia. Domenica scorsa la Scrittura ci diceva che la speranza è custodita dalla vigilanza, oggi ci dice che è necessaria la profezia per dilatare la speranza.
La profezia … ecco perché oggi campeggia la figura del Battista, che può apparire piccolo se confrontato con lo sfondo grandioso che Luca usa per farlo entrare in scena, ma che risulta grande se si tende l’orecchio alla sua voce che grida la profezia, alla sua voce che, in fondo, pronunzia una parola di giudizio, su quello stesso scenario.

Lo scenario che Luca ci mostra è grandioso perché vuole inquadrare gli avvenimenti di salvezza in un preciso quadro storico, in primo luogo per non disgiungere mai il piano di salvezza dal concreto piano storico. La salvezza è opera di Dio che irrompe nella storia, in una storia concreta con le sue contraddizioni, in una storia connotata dalle solite dinamiche di potere e politico e religioso. Luca parte dal “grande” per arrivare al “piccolo”, al particolare: parte infatti da Tiberio Cesare per passare a Pilato, e per giungere a quei piccoli tirannelli che sono Erode Antipa ed i suoi fratelli, e per giungere poi al potere religioso di Gerusalemme nelle persone dei sommi sacerdoti Anna e Caifa … e su questo sfondo Luca staglia il Battista.
Il suo ingresso in scena però è dovuto non ai soliti meccanismi mondani, ma ad un evento preciso di altra natura: la Parola di Dio che avviene su di lui … ed avviene (in greco eghéneto) nel deserto. In tal modo Luca cambia lo scenario: dai grandiosi palazzi dei poteri umani, dalle città del potere, alla regione desertica che circonda il Giordano, nel quale Giovanni immerge chi cerca perdono, chi cerca conversione, chi cerca di volgersi verso il Signore, di tornare la Lui.
Questo movimento di ritorno è però un movimento che compie Dio stesso, è il movimento di ritorno del Signore che va ad incontrare il suo popolo: se il suo popolo lo cerca e si lascia immergere da Giovanni, il Signore già lo aveva cercato, tanto che aveva fatto cadere la Parola su Giovanni figlio di Zaccaria (ricordiamo che “Giovanni” significa “Dio fa misericordia” e “Zaccaria” significa “Il Signore ricorda”!) il quale, fin dal grembo di sua madre, è chiamato a preparare i cuori a quella venuta del Signore (cfr Lc 1, 17).

Luca cita un testo del libro di Isaia nel quale vede la prefigurazione di ciò che stava accadendo nel deserto: è la stessa citazione che già Marco e Matteo avevano posto come chiave per leggere la missione di Giovanni. Luca però aggiunge anche il versetto 6 del capitolo 40 di Isaia in cui ritorna all’universalità: «Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio». Aveva cominciato con uno sguardo su tutto il mondo (l’impero di Tiberio Cesare) ed ora conclude di nuovo con uno sguardo ampio: “ogni uomo”. Ciò che accade nel deserto di Giuda in quell’anno quindicesimo di Tiberio (il 28-29 d.C.) riguarda tutti gli uomini, quello che il Profeta Giovanni grida nel deserto riguarda tutta l’umanità, ultima destinataria di quella profezia.

La speranza che il tempo d’Avvento vuole rinfocolare nel cuore dei cristiani è un grande tesoro e Dio vuole che i cristiani siano messaggeri di questa speranza per ogni uomo! Perché questa speranza corra, il Cristiano ha una vocazione profetica … la profezia è il compito del cristiano nella storia. Non è presuntuosa questa definizione: il discepolo di Cristo è davvero chiamato ad essere profeta per la storia, e solo lui può esserlo per davvero.
E’ profeta se, fedele alla sua identità, sarà capace di ascoltare Dio, di leggere la storia mettendosi dalla parte di Dio per ridire alla storia la Parola che è Cristo.
Il cristiano è profeta non perché dice cose nuove, ma perché ridice Cristo nei vari tempi della storia, nei vari luoghi, nella varie culture … Cristo è l’ultima e definitiva parola da ridire sempre. Certamente dobbiamo sapere che è una parola che deve risuonare nei deserti impervi dell’uomo e della sua storia; dobbiamo far risuonare la parola che è Cristo nei deserti e sugli incroci confusi dei sentieri degli uomini, proprio nelle false paci che i poteri del mondo apprestano, perché essi più facilmente possano essere poteri! La parola dovrà risuonare lì dove il mondo rassicura e quieta l’oltre di Dio ed i suoi sogni pieni d’ogni buon-senso; la nostra profezia di cristiani dovrebbe oggi avere la capacità di sfondare le dighe dell’indifferenza che è la più grande nemica dell’annunzio dell’Evangelo nel nostro mondo.

Il problema è che i cristiani hanno spesso derogato dalla loro missione profetica, hanno glissato su di essa, l’hanno svilita; sono diventati muti e inattivi, muti e colpevolmente insignificanti perché spesso totalmente assimilati alla mondanità e ad essa consenzienti, senza mai mostrare alcuna differenza.
I cristiani non dicono più la speranza alla storia perché distratti e sedotti dalle promesse del mondo che pare rispondere a tutte le attese che si possono nutrire in cuore. Anche quelli che ascoltano la parola, spesso, la dimenticano appena escono fuori dagli spazi ecclesiali o celebrativi, e si assoggettano al mondo ed ai suoi ritmi e pensieri … troppo spesso i credenti si sono abituati a mimetizzarsi nel mondo assumendone i colori e gli odori, proprio come certi animali che prendono colori e forme di ciò che li circonda per non essere riconosciuti e per non rischiare!

Per essere profeti di speranza nei deserti che la storia prepara e sempre più allarga, bisogna essere, invece, uomini e donne di fede adulta! Una fede che non tollera mimetismi né arroganze, una fede che non può più essere un sistema rassicurante ed infantile, che non può rimanere un complesso di pratiche e praticucce che pare che oggi tanti cristiani credono di dover accogliere per riempire la loro preghiera. Una preghiera fatta di novene e coroncine (fatta salva la buona fede e la santità di tanti, per carità!) non punta sulla maturità di una fede che «rende ragione della speranza» (cfr 1Pt 3, 15).

Il cristiano maturo è uno che, come il Battista, lascia che la Parola avvenga in lui, che cada sulla sua vita e lo porti lì dove vuole la Parola stessa, fino a scegliere i deserti della storia e dei cuori per proclamare un Veniente che giunge a dare senso alla storia e ad ogni storia!
Il cristiano maturo non è uno che “fa” delle cose nelle sacrestie e negli oratori, per poi adeguarsi fuori alle lusinghe del mondo, della carriera, dei desideri e delle scelte del mondo.
Il cristiano maturo è profeta. Di questo oggi la Chiesa ha bisogno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

I Domenica di Avvento (B) – Vigilate!


IL RITORNO DEL FIGLIO DELL’UOMO

 

Is 63, 16b-17.19b; 64, 2-7; Sal 79; 1Cor 1, 3-9; Mc 13, 33-37

 

San Marco Evangelista, di Andrea Mantegna (1448) - Francoforte

San Marco Evangelista, di Andrea Mantegna (1448) – Francoforte

Nulla di più sbagliato di leggere l’Avvento come tempo di preparazione o attesa del Natale: il Natale è un fatto del passato, e non si attende qualcosa che è passato!
L’Avvento, con cui iniziamo questo nuovo anno liturgico, è un tempo di un’importanza grande nel percorso spirituale dei discepoli di Cristo, in quanto è un tempo che ci fa puntare lo sguardo sul ritorno del Figlio dell’uomo al termine della storia; è un tempo in cui sentire in verità che la storia è una storia orientata, non è un garbuglio inestricabile e senza senso, come potevano pensare nel mondo greco-romano per il quale la storia era un “eterno ritorno” governato dalle forze oscure ed insensate del fato: una visione – questa – fonte di un’angoscia infinita! La fede ebraico-cristiana ha invece custodito la certezza di una storia in cammino verso un orizzonte, di senso e di compiutezza.

Verrebbe quasi da dire che l’Avvento è più importante del Natale, se non fosse che il Natale è il mistero adorabile e stupefacente dell’Incarnazione di Dio nella nostra fragilità umana e nella materia del cosmo tutto.

Il fatto che si deve cogliere è che l’Avvento determina il ritmo e la pienezza del nostro cammino nell’oggi, cammino che non può rimanere in un asfittico presente senza porte e senza ali…l’Avvento spalanca le porte, e dona le ali verso il futuro di Dio…alla fine dell’Avvento c’è il Natale, ma come celebrazione che, oltre a chiederci di continuare in noi, personalmente e come Chiesa, il mistero dell’Incarnazione, ci rassicura sul ritorno di Gesù Signore al termine della storia. Il Natale ci dice che, se già è venuto un giorno nell’umiltà della nostra umanità, nella stalla di Betlemme, così verrà di nuovo, tornerà, e non verrà meno alla sua promessa.
La storia è allora tutta orientata verso il ritorno di Gesù nostro Signore!

Ecco che allora l’imperativo è la vigilanza!
In quest’anno che incomincia avremo come guida l’Evangelo di Marco, certo con alcune “intrusioni” degli altri Evangeli (già la terza e la quarta domenica d’Avvento ci presenteranno passi di Giovanni e di Luca), e Marco, nel passo di questa prima domenica dell’anno, ci grida con ferma speranza e grande forza questo imperativo; lo pone sulle labbra di Gesù all’inizio e alla fine del passo di oggi, creando così un’inclusione molto significativa.
Marco usa due verbi diversi, con sfumature diverse, per dire questo vigilare: all’inizio dice “agriupneîte” che significa “state desti”, “state svegli”, “scrutate”, “spiate”, quasi a dire che è necessario avere lo sguardo puntato su quella venuta, di cui bisogna saper cogliere i segni; alla fine del brano usa invece un altro verbo, “gregoréo” con un’accentuazione più all’operosità di questo tempo di vigilanza… L’Evangelo di Matteo, alla conclusione dello scorso anno liturgico, con tre parabole ci ha detto cosa è davvero vigilare…Marco in fondo ci dice lo stesso, con questo breve passo in cui possiamo cogliere i tre medesimi sensi del vigilare che già Matteo indicava.

Vigilare è “essere attrezzati per un’attesa che può essere lunga”, poichè «non sapete se tornerà a sera, a mezzanotte, al canto del gallo o al mattino».
Vigilare è “rischiare”: se il padrone ha lasciato ai servi la sua “exousìa”, il suo “potere”, questo lo si può esercitare solo rischiando, trafficando quell’“exousìa”, che altro non è se non la logica dell’Evangelo del Signore crocefisso.
Vigilare poi è “essere operosi nell’amore fattivo” affinché il padrone, al suo ritorno, non trovi dei dormienti, ma degli uomini pronti a operare!

L’invito alla vigilanza è tipicamente cristiano; si trova poco nella letteratura rabbinica e nell’apocalittica giudaiaca, ed è un tema connesso non ad un generico “giorno del Signore“ (lo “yom Adonai”), ma ad un preciso evento: il  ritorno del Figlio dell’uomo!

Marco chiede una vigilanza duplice, una vigilanza su due livelli.
L’evangelista rileva infatti un doppio pericolo: da una parte, si rivolge a quei cristiani che hanno rallentato l’intensità della loro attesa, cristiani che tendevano cioè ad adattarsi troppo bene a questo mondo; un pericolo, questo, in cui incorrono oggi le Chiese dell’opulento occidente… Sì, opulento nonostante la “crisi”, e non dobbiamo temere di ribadirlo; dall’altro canto, Marco si oppone alle idee degli esaltati ed alle speculazioni dei falsi profeti che gridano di continuo di una fine imminente.
Ai primi Marco dice di essere vigilanti, non dimenticando la venuta del Signore che potrebbe piombare mentre non la si attende, o – addirittura – non la si attende più; una venuta che deve esser colta come termine e forza dell’esserci in questo mondo.
Ai secondi però dice: “Non è ancora la fine! Vivete l’oggi in pienezza e senza darvi sconti, vivete l’oggi con lo sguardo puntato ad una venuta il cui tempo è noto solo al Padre” (cfr Mc 13, 32).

La frase conclusiva dell’Evangelo di questa prima domenica di Avvento ha poi una grande forza: «Ciò che dico a voi, lo dico a tutti: vigilate!»; con questa frase Gesù stende il suo sguardo, spaziando sugli uomini di tutti i tempi…parole che vogliono raggiungere ciascuno di noi…parole che hanno risonanza universale, raggiungendo ogni uomo là dove si trova e vive, perché possa udire la voce di Gesù e la sua Parola, e farne tesoro.

La parola chiave dell’Avvento è allora vigilate!… Parola forte e provocatoria, che viene a cercarci nel nostro oggi concretissimo, e ciascuno di noi sa quale è il suo oggi concretissimo, cosa oggi circola ed agisce nella sua vita, cosa lo richiama, cosa lo seduce.

Vigilare è non permettersi di evaporare in nessuna sonnolenza.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

XXXIV Domenica del Tempo Ordinario – Cristo Re

Giudizio Universale (particolare) - Michelangelo Buonarroti, Cappella Sistina (Musei Vaticani) Roma

Giudizio Universale (particolare) – Michelangelo Buonarroti, Cappella Sistina (Musei Vaticani) Roma



GIUDICE E CROCIFISSO

Ez 34, 11-12.15-17; Sal 22; 1Cor 15, 20-26.28; Mt 25, 31-46

 

Questa solennità nell’ultima domenica dell’anno liturgico fu voluta da Papa Pio XI nel 1925. Il Papa fu spinto a creare questa festa a seguito di molteplici riflessioni, non ultima quella di voler rendere relative le suggestioni dei regimi che in quel tempo pretendevano dai popoli un’adesione personale ed assoluta.

Soffermarsi sulla regalità di Cristo è meditare sulla sua signoria sulla storia e sulla vita dei credenti…una signoria che Paolo, nel passo della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto che oggi si legge, collega alla Croce e alla Risurrezione di Cristo.
Non è una signoria solo di natura (“Credo in un solo Signore Gesù Cristo”), è piuttosto una signoria che Egli ha conquistato – nella storia – a prezzo del suo sangue… Una signoria che ha lo scopo di liberare e non di schiavizzare; una signoria, infatti, che ha lo scopo di vincere i nemici dell’umanità, quei nemici che rendono l’uomo meno uomo …e l’ultimo nemico che dovrà essere annientato è quello che Gesù già ha vinto a Pasqua: la morte.
Una tale signoria, per il solo fatto di essersi rivelata a pieno sulla Croce nell’amore fino all’estremo, è una signoria che giudica il non-amore dell’uomo.

Anche Ezechiele, nel suo oracolo che ha costituito la prima lettura, ci mostra un pastore buono che ha cura amorosa per le sue pecore, le raduna, dà loro la vita e per questo la sua presenza è giudizio e discernimento tra pecore e capri…un’immagine questa che tornerà nel racconto di Matteo della parabola del Giudizio finale. In questa grande parabola la signoria di Cristo si rivela nel giudicare tutta l’umanità con il metro dell’amore.

Il veniente è il Figlio dell’uomo ed è re; sappiamo bene, però, che il Figlio dell’uomo è Gesù di Nazareth, rifiutato, perseguitato, e assassinato sulla croce come un malfattore. E’ dunque sì un re, ma un re che ha condiviso con l’uomo la fame, la nudità, la solitudine, l’abbandono; un re che allora può legittimamente identificarsi con i poveri e gli ultimi, con i più umili; un re che, pure nella sua funzione di giudice universale, non rinunzia alla logica che ha guidato tutta la sua esistenza terrena: la logica dell’Emmanuele, la logica del sedere alla mensa dei peccatori e dei piccoli, la logica di mettersi dalla parte delle vittime e dei curvati. Ed è un re che ha continuato ad essere presente nella storia anche dopo la sua “partenza”…e vi è rimasto “in incognito”, sotto le spoglie dei suoi fratelli più piccoli.

E’ chiaro, dunque, che non c’è contrasto tra questa pagina “gloriosa” e la croce!
Qualcuno ha anche detto che alla logica dell’amore (la croce) qui si sostituisse quella del trionfo e della potenza (giudizio). E’ assolutamente falso!
Questo Giudice fa perfettamente quello che fa il Crocefisso: svela il senso dell’amore, un amore che appare paradossalmente perdente mentre, in realtà, è vincente!
Il Crocefisso apparve agli occhi del mondo un essere inutile e maledetto, un fallito; invece fu salvezza e benedizione, fu rivelazione di senso; il Crocefisso apparve abbandonato persino da Dio, che così pareva dire parole di smentita su tutta la sua vita… quell’amore nascosto e disconosciuto diventò invece salvezza e benedizione, e da quell’amore grondante sangue e solitudine fiorì la risurrezione e la speranza.
Così è in questa pagina: il Giudice seduto sul trono della sua gloria svela l’uomo all’uomo, e lo fa alla luce della croce! Questo Giudice è il Crocefisso, e proclama che solo l’amore dona all’uomo umanità e consistenza; solo l’amore fa entrare nella vita («Venite, benedetti dal Padre mio!»).

In questa terza parabola, dopo il grande discorso escatologico, la vigilanza appare come capacità di sporcarsi le mani per coloro i quali sono piccoli, per gli esclusi, per quelli che non contano per nulla, per quelli che sono oppressi e curvati sotto il peso del bisogno.
Se nella parabola delle Dieci Vergini il vigilare era l’“essere equipaggiati per il tempo lungo”, e se per la parabola dei Talenti il vigilare era “assumersi responsabilmente il quotidiano rischiando di persona”, il vigilare qui è “amare fattivamente sporcandosi le mani per i più piccoli”…è mettersi dalla loro parte, come fece Gesù! L’amore si esprime concretamente, sottolinea Matteo, anche in questo racconto…
Anche nel Discorso sul monte – e proprio nella sua conclusione! – Matteo ci aveva tenuto a porre il sigillo a tutto il discorso inaugurale del ministero profetico del Figlio dell’uomo, con quel monito: «Non chiunque mi dice ‘Signore, Signore!’ entrerà nel Regno dei cieli ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (cfr Mt 7, 21).

Ora, al termine dell’Evangelo, la volontà del Padre brillerà chiara, e chi legge l’Evangelo sa che il Figlio dell’uomo seduto sul trono della sua gloria non è uno che si è solo riempito la bocca di belle e suggestive parole, ma uno che, per gridare la verità di tutte quelle parole, ha steso le sue braccia sulla croce, e si è sporcato le mani per tutti noi, piccoli e bisognosi… La volontà del Padre è che la fraternità tra gli uomini venga sanata per sempre, e la fraternità è sanata lì dove ci si fa carico veramente (non a parole!) dell’altro e del suo dolore.

Il monito va alla Chiesa che conosce l’Evangelo della Croce, e che sa che quella via è la via che anch’essa deve percorrere, senza perdere tempo e senza addolcire i precetti del Signore crocefisso…
Ma a tutti gli uomini – anche a quelli che l’Evangelo non lo hanno conosciuto – brilla, da questa pagina, una grande speranza: la benedizione del Figlio dell’uomo giunge a tutti quelli che – credenti o meno – hanno accolto ed amato…
E’ da notare che questo Giudice non chiede ragione di nessun atto di culto o di tipo “religioso”…il Giudice, glorioso perché trafitto, dice che i “lontani” che hanno accolto ed amato, anche se inconsapevolmente, hanno accolto ed amato Lui!

Martino di Tours ne fece esperienza profonda quando in sogno vide il Cristo rivestito di quel mezzo mantello che lui aveva dato al povero intirizzito dal freddo… «l’avete fatto a me»
Il Cristo è allora re perché così svela il senso di tutto l’universo.
E il senso è l’amore senza confini…

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche: