I Domenica di Avvento (B) – Vigilate!


IL RITORNO DEL FIGLIO DELL’UOMO

 

Is 63, 16b-17.19b; 64, 2-7; Sal 79; 1Cor 1, 3-9; Mc 13, 33-37

 

San Marco Evangelista, di Andrea Mantegna (1448) - Francoforte

San Marco Evangelista, di Andrea Mantegna (1448) – Francoforte

Nulla di più sbagliato di leggere l’Avvento come tempo di preparazione o attesa del Natale: il Natale è un fatto del passato, e non si attende qualcosa che è passato!
L’Avvento, con cui iniziamo questo nuovo anno liturgico, è un tempo di un’importanza grande nel percorso spirituale dei discepoli di Cristo, in quanto è un tempo che ci fa puntare lo sguardo sul ritorno del Figlio dell’uomo al termine della storia; è un tempo in cui sentire in verità che la storia è una storia orientata, non è un garbuglio inestricabile e senza senso, come potevano pensare nel mondo greco-romano per il quale la storia era un “eterno ritorno” governato dalle forze oscure ed insensate del fato: una visione – questa – fonte di un’angoscia infinita! La fede ebraico-cristiana ha invece custodito la certezza di una storia in cammino verso un orizzonte, di senso e di compiutezza.

Verrebbe quasi da dire che l’Avvento è più importante del Natale, se non fosse che il Natale è il mistero adorabile e stupefacente dell’Incarnazione di Dio nella nostra fragilità umana e nella materia del cosmo tutto.

Il fatto che si deve cogliere è che l’Avvento determina il ritmo e la pienezza del nostro cammino nell’oggi, cammino che non può rimanere in un asfittico presente senza porte e senza ali…l’Avvento spalanca le porte, e dona le ali verso il futuro di Dio…alla fine dell’Avvento c’è il Natale, ma come celebrazione che, oltre a chiederci di continuare in noi, personalmente e come Chiesa, il mistero dell’Incarnazione, ci rassicura sul ritorno di Gesù Signore al termine della storia. Il Natale ci dice che, se già è venuto un giorno nell’umiltà della nostra umanità, nella stalla di Betlemme, così verrà di nuovo, tornerà, e non verrà meno alla sua promessa.
La storia è allora tutta orientata verso il ritorno di Gesù nostro Signore!

Ecco che allora l’imperativo è la vigilanza!
In quest’anno che incomincia avremo come guida l’Evangelo di Marco, certo con alcune “intrusioni” degli altri Evangeli (già la terza e la quarta domenica d’Avvento ci presenteranno passi di Giovanni e di Luca), e Marco, nel passo di questa prima domenica dell’anno, ci grida con ferma speranza e grande forza questo imperativo; lo pone sulle labbra di Gesù all’inizio e alla fine del passo di oggi, creando così un’inclusione molto significativa.
Marco usa due verbi diversi, con sfumature diverse, per dire questo vigilare: all’inizio dice “agriupneîte” che significa “state desti”, “state svegli”, “scrutate”, “spiate”, quasi a dire che è necessario avere lo sguardo puntato su quella venuta, di cui bisogna saper cogliere i segni; alla fine del brano usa invece un altro verbo, “gregoréo” con un’accentuazione più all’operosità di questo tempo di vigilanza… L’Evangelo di Matteo, alla conclusione dello scorso anno liturgico, con tre parabole ci ha detto cosa è davvero vigilare…Marco in fondo ci dice lo stesso, con questo breve passo in cui possiamo cogliere i tre medesimi sensi del vigilare che già Matteo indicava.

Vigilare è “essere attrezzati per un’attesa che può essere lunga”, poichè «non sapete se tornerà a sera, a mezzanotte, al canto del gallo o al mattino».
Vigilare è “rischiare”: se il padrone ha lasciato ai servi la sua “exousìa”, il suo “potere”, questo lo si può esercitare solo rischiando, trafficando quell’“exousìa”, che altro non è se non la logica dell’Evangelo del Signore crocefisso.
Vigilare poi è “essere operosi nell’amore fattivo” affinché il padrone, al suo ritorno, non trovi dei dormienti, ma degli uomini pronti a operare!

L’invito alla vigilanza è tipicamente cristiano; si trova poco nella letteratura rabbinica e nell’apocalittica giudaiaca, ed è un tema connesso non ad un generico “giorno del Signore“ (lo “yom Adonai”), ma ad un preciso evento: il  ritorno del Figlio dell’uomo!

Marco chiede una vigilanza duplice, una vigilanza su due livelli.
L’evangelista rileva infatti un doppio pericolo: da una parte, si rivolge a quei cristiani che hanno rallentato l’intensità della loro attesa, cristiani che tendevano cioè ad adattarsi troppo bene a questo mondo; un pericolo, questo, in cui incorrono oggi le Chiese dell’opulento occidente… Sì, opulento nonostante la “crisi”, e non dobbiamo temere di ribadirlo; dall’altro canto, Marco si oppone alle idee degli esaltati ed alle speculazioni dei falsi profeti che gridano di continuo di una fine imminente.
Ai primi Marco dice di essere vigilanti, non dimenticando la venuta del Signore che potrebbe piombare mentre non la si attende, o – addirittura – non la si attende più; una venuta che deve esser colta come termine e forza dell’esserci in questo mondo.
Ai secondi però dice: “Non è ancora la fine! Vivete l’oggi in pienezza e senza darvi sconti, vivete l’oggi con lo sguardo puntato ad una venuta il cui tempo è noto solo al Padre” (cfr Mc 13, 32).

La frase conclusiva dell’Evangelo di questa prima domenica di Avvento ha poi una grande forza: «Ciò che dico a voi, lo dico a tutti: vigilate!»; con questa frase Gesù stende il suo sguardo, spaziando sugli uomini di tutti i tempi…parole che vogliono raggiungere ciascuno di noi…parole che hanno risonanza universale, raggiungendo ogni uomo là dove si trova e vive, perché possa udire la voce di Gesù e la sua Parola, e farne tesoro.

La parola chiave dell’Avvento è allora vigilate!… Parola forte e provocatoria, che viene a cercarci nel nostro oggi concretissimo, e ciascuno di noi sa quale è il suo oggi concretissimo, cosa oggi circola ed agisce nella sua vita, cosa lo richiama, cosa lo seduce.

Vigilare è non permettersi di evaporare in nessuna sonnolenza.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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I Domenica di Avvento – L’attesa si attualizza

SE TU SQUARCIASSI I CIELI E SCENDESSI!

Is 63, 16b-17.19b; 64, 2-7; Sal 79; 1Cor 1, 3-9; Mc 13, 33-37

Se tu squarciassi i cieli e scendessi!

Quando il profeta scrisse questa accorata invocazione, l’ascoltiamo tra gli oracoli del Libro di Isaia che aprono la liturgia di questa domenica, certamente la concepì come un’iperbole, come un’ipotesi impossibile… come qualcosa di desiderato ma lontano da ogni possibilità.
Mai l’autore di questa invocazione avrebbe potuto immaginare che il Signore Dio di Israele avrebbe scelto l’umile via dell’incarnazione per squarciare i cieli e discendere, per essere “con noi”, con la storia di uomini che vagano lontano da Dio, con il cuore indurito, senza timore di Dio .
Il nostro Avvento di quest’anno si apre con questo grido che, lo sappiamo, ha avuto risposta nella carne umanissima, ma “carne di Dio”, di Gesù di Nazareth.
Il Natale sarà celebrazione di questo mistero di vicinanza, di questo mistero di unità tra Dio e uomo! L’Avvento, celebrando l’attesa di quel compimento, attualizza l’ attesa … per cui anche noi, con il profeta, nel nostro oggi, possiamo gridare: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” Lo possiamo gridare con la certezza che non stiamo pregando con un’iperbole ma con una speranza certa!
L’Avvento ci ricorda che la nostra attesa è stata preceduta dall’attesa di Dio: Lui per primo ha atteso la “pienezza dei tempi” per incontrare al nostra carne, per diventare “uno” con la sua creatura amata. Il nostro Dio è sempre Colui che ci precede e poiché ci ama per primo (cfr 1Gv 4,10) attende per primo. Questo è il grande fondamento della nostra certa speranza .
Avvento è infatti tempo di speranza certa , tempo per fare memoria di una fedeltà di Dio che chiede fedeltà , tempo di una fiducia di Dio che è appello a fidarsi di Dio, tempo di vigilanza perché la storia è la nostra “casa” ed è una “cosa seria” che non può essere vissuta tra i fumi dell’inconsapevolezza, o nelle incoscienze del sonno.
Vigilare è scrutare la storia ma con lo sguardo fisso all’orizzonte della storia stessa, a quell’orizzonte da cui sorgerà il Sole di giustizia, Cristo Signore che tornerà, squarcerà ancora i cieli e tutto porterà a compimento. Sì, noi abbiamo sete di compimenti e tanti li sperimentiamo nei nostri oggi con le nostre lotte per essi e con la grazia sovrabbondante di Dio che lotta nelle nostre lotte per quei compimenti . Una sete di compimento che però mai si placa per cui ci riconosciamo in una perenne, beata e tormentosa condizione di assetati .
Condizione beata perché quella sete ci apre di continuo al “novum” di Dio ed ai suoi compimenti, beata sete perché è quella sete che ci fa pronunziare il “Maranathà ” nel quale riconosciamo di non essere sufficienti a noi stessi! “Maranathà” significa che abbiamo bisogno di un Altro che venga a compiere ciò che noi non sappiamo compiere e venga a portarci sulle rive del “senso ”.
Sete tormentosa perché in tanti giorni è gravata dalle nostre contraddizioni, dalle nostre lentezze, da quel sentore di “incompiuto” che sempre ci porteremo dentro, fino all’ultimo nostro giorno. Solo lo sguardo puntato a Lui che ritorna placa quel tormento perché è promessa certa di compimento .
La scorsa domenica sentimmo l’Apostolo Paolo che ci diceva che l’“estuario” di ogni compimento è uno solo: “Dio tutto in tutti ” (cfr 1Cor 1,28) … perché questo si compia è necessario fare spazio a Dio nelle nostre vite. E’ necessario, in questo tempo di Avvento lavorare per liberare il cuore da ciò che lo ingombra e, tante volte, lo soffoca. Il grido del “Maranathà ” ridesta in noi l’attesa mentre la dichiara e ci apre alla speranza .
Ecco il nostro vero, grande “compito” in questo tempo di Avvento : dare forza alla in noi alla speranza . Attendiamo Lui, solo Lui e, con Lui, ogni compimento .
Si chiedeva il santo abate cistercense Aelredo di Rievaulx (sec. XII): “Ma come può venire in cielo e in terra colui che già riempie entrambi ?” Aelredo risponde a se stesso con una frase del Quarto Evangelo: “Egli era nel mondo, eppure il mondo non lo riconobbe .” (cfr Gv 1,10). Insomma, come scrive Olivier Clément: “noi attendiamo colui che è già presente, come lo attendeva Maria alle sue ultime settimane di gravidanza!” Presente ma non ancora pienamente manifestato!
Ecco perché questo tempo è tempo di sobrietà : per non impedire ai nostri cuori di tendersi tutti nell’attesa e nella speranza . Infatti, ogni disordine e “sazietà” spegne il desiderio … e l’Avvento è tempo di desideri. Ogni ubriacatura è pienezza che distoglie l’attesa … si può essere “ubriachi” di tante e tante cose!
La certezza che anima l’Avvento è una sola: Lui tornerà!
Nel testo di Marco (che con il suo Evangelo sarà nostro compagno di viaggio e maestro in tutto questo anno!) Gesù ci consegna la certezza del suo ritorno con l’unica incognita del “quando”. L’incognita del “quando” è importante in quanto ci pone in uno stato di vigile attesa … sempre. Non ci si può dare vacanza da questa attesa.
Vigilare per attenderlo e per vivere a pieno la storia! Chi non vigila fa passare vita, se la fa scorrere addosso, vive ma non si accorge di vivere, si fa sommergere dagli eventi che vive perché li vive come un dormiveglia, come un “coma” in cui si vive ma non si vive.
L’appello alla vigilanza è allora appello alla vita!
Comprendiamo così che l’Avvento non è un tempo finalizzato alla liturgia! Non è solo “preparazione” per una “celebrazione”, è “celebrazione” che ci prepara ad un’altra “celebrazione” … celebrare , lo dicevamo già qualche tempo fa, non è un ricordare degli eventi santi ma è farli diventare vita, nostra vita. Il fine dell’Avvento, come quello di tutti i tempi liturgici, è la vita!
L’Avvento ci chiede di vivere con pienezza, con occhi attenti e cuore desto.

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