V Domenica di Pasqua (B) – Dimorare in Cristo

 

VIVERE DELLA SUA STESSA LINFA 

 

At 9,26-31; Sal 21; 1Gv 3, 18-24; Gv 15, 1-8

 

VignaIl cammino nella Pasqua di Cristo che abbiamo celebrato ci conduce oggi ad una parola di Gesù che ci rivela quale deve essere il segreto profondo del vivere quotidiano del discepolo.

Con l’allegoria della vite Gesù ancora ci rivela se stesso, per rivelarci ancora noi stessi; dove ci vuole Gesù? Non dinanzi a Lui e neanche più dietro di Lui…ci vuole in Lui!
E così ci parla di una vite; e non come pure avevano fatto i profeti (cfr Is 5, 1-7; Ger 2, 21) che avevano paragonato Israele ad una vigna, spesso deludente e capace solo di fruttificare uva aspra e selvatica; o una vigna che aveva di continuo bisogno d’essere visitata dal Signore, come a tal proposito dice il Salmo: «Dio potente, ritorna e visita questa vigna» (Sal 80, 15).
Ora, nel testo giovanneo che oggi ascoltiamo, sulle labbra di Gesù risuona una parola in cui Egli si autodefinisce proprio a partire da questa categoria: «Io sono la vite»!
Si badi: non dice di essere la vigna, ma la vite.
Mi pare che tutto si faccia chiaro: il Figlio di Dio, nella visione del Quarto Evangelo, si è fatto vite nella vigna infedele perchè  tutta la vigna stessa possa prendere vita nuova da Lui.

Da sè quella vigna darebbe solo frutti aspri e selvatici, da sè diverrebbe (e di fatto è avvenuto, ed avviene!) luogo di devastazione di ogni “cinghiale” selvaggio, di ogni mondanità che travolge e calpesta tutto (cfr Sal 80, 13-14)…
Gesù, vite vera, è venuto a rendere possibili i frutti, a rendere possibile il vino della gioia, il vino delle nozze (non a caso l’Evangelo di Giovanni si era aperto con il segno di Cana, e con l’abbondanza del vino messianico!).

La vite vera è Lui, e rende fecondi i tralci che hanno il coraggio di farsi alimentare dalla sua stessa linfa! Sì, il coraggio! Coraggio perchè quella linfa vitale è esigente, li rende simili a Lui, li conduce ad essere dono, ed essere pronti a farsi espropriare.

Se non si dimora in Lui, che è il ceppo vitale, ci si secca, si diviene non solo infecondi ma anche totalmente inutili e “buoni solo per essere bruciati”…e si badi che qui non c’è alcuna minaccia dell’inferno – come qualcuno vorrebbe vedere! – c’è solo l’amara affermazione che si vignaiolo, proclama con tutta la forza: è Lui, infatti, che toglie questi tralci che non hanno avuto il coraggio di vivere della stessa linfa del Figlio suo Gesù…e Lui, il Padre, che non riconosce in quei tralci il volto amato e tutto fatto dono del Figlio! Il discorso, naturalmente, è tutto rivolto a chi è nella Chiesa, non è per quelli “di fuori”…il rimanere è per i discepoli, il rimanere è per chi Cristo l’ha incontrato, è per chi presume di stare “dentro” ma poi con il “cuore” è fuori, latita e cerca vie continue di fuga dall’Evangelo.

Il Padre che «viene e visita questa vigna», come dice il Salmo, fa però anche un’altra operazione; un’operazione dolorosa per chi ha avuto il coraggio di rimanere nella vite che è Gesù: pota!
Che sono queste potature? Sono quelle diminuzioni, quelle richieste di tagli, di rinunzie; sono quei “no” necessari a chi ha il coraggio di rimanere in Cristo! Quali siano specificamente le potature non si può dire in astratto e in assoluto…non c’è un elenco di potature!
Ciascuno si deve, e si può porre davanti alla sua esistenza per riconoscere quelle potature che già il Padre ha operato, e per rendersi disponibile poi a quelle ancora necessarie ed ulteriori.
Come fa in natura la vite: chi è potato piangerà, ma vedrà aumentare i suoi frutti e si renderà conto che quei frutti derivano solo da Colui che è la vita, e che fa scorrere verso ogni tralcio, in ogni tralcio, la sua stessa vita!

Capiamo bene allora che i frutti che Gesù ci permette non sono i frutti che il mondo si attende: un uomo che porta frutto, per il mondo, è un uomo di successo, un uomo che possiede, un uomo che ha fatto carriera, che tutti guardano con ammirazione, invidia e – perchè no? – con timore… Paolo parlerà in tal senso di opere della carne opposte ai frutti dello Spirito (cfr Gal 5, 19-26).
I frutti dello Spirito vanno in tutt’altra direzione da quella del mondo: si deve essere disposti a farsi perdenti per il mondo! Ecco perché ci vuole coraggio per rimanere innestati in Gesù, vera vite!

L’uomo è stolto e miope, e tante volte preferisce la secchezza dell’immediato, dell’effimero ai frutti che rimangono: l’uomo vuole gustare nell’oggi il frutto delle sue scelte e dei suoi successi, non importa che siano effimeri.
L’uomo mondano eleva a legge quell’invito del poeta latino Orazio: «Carpe diem», “afferra il giorno, l’attimo, l’immediato, il fruibile, il visibile!” E così ci si ritrova nelle fiamme del non-senso più bruciante, quello senza domani, quello che non rimane!

Il Quarto Evangelo sa invece che la vita con Cristo o si versa in una scelta di stabilità in Lui o, prima o poi, svanisce. Solo chi rimane, chi trova davvero e per sempre dimora in Gesù porta frutto e può fare tutto; non nel senso che diventa “onnipotente”, ma nel senso che può vivere ogni vita, può gustare la sola cosa che importi veramente: il senso del vivere! E questo perchè sa dove vivere!

Il rimanere ci conduce ad un “grembo” caldo in cui l’uomo nuovo può essere formato; fuori dal grembo – per passare ad un’altra metafora – si diventa “aborti” informi e senza vita!

Dimorare in Cristo Gesù! E’ aver scelto la propria casa e averla scelta in modo irrevocabile! Le nostre vite cristiane, ecclesiali, comunitarie sono piene di uomini e donne che, non avendo ancora fatta questa scelta del rimanere, hanno sempre le “valige pronte” per andarsene, per sbattere la porta, magari in nome di una libertà che non hanno (ma ne mancano dentro!), o di una delusione subita da parte degli altri, senza tuttavia soffermarsi a pensare alla delusione che essi stessi infliggono agli altri!.
Sono quelli che non hanno il coraggio di rimanere, e non portano frutto, e non sono mai diventati davvero discepoli.

Rimanere è vivere della stessa linfa vitale di Gesù, e in Gesù scorreva solo il “” al Padre, (cfr 2Cor 1, 19-20), il “” agli uomini suoi fratelli…fino a dare la vita!

Il punto è sempre e solo lì!
Porta frutto solo chi, con Gesù, e in forza di Lui, in Lui dà la vita (cfr Gv 12, 24)!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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PAGARE IL PREZZO DEL SI’

 Is 5, 1-7; Sal 79; Fil 4, 6-9; Mt 21, 33-43

 

La parabola dei vignaioli (XII secolo), Firenze

La parabola dei vignaioli (XII secolo), Firenze

Gesù continua a parlare in parabole per tutti quelli che hanno preso le distanze dal Regno, perchè non hanno avuto il coraggio e l’onestà di cessare di nascondersi dietro il proprio io (quell’egò terribile del figlio che dice e poi non va nella vigna!), o non hanno avuto il coraggio – come invece hanno saputo fare i pubblicani e le prostitute – di guardare in faccia il loro peccato, sentirne dolore e iniziare con Gesù la lotta contro di esso.
Gesù parla loro con una parabola che è una vera allegoria della storia della salvezza; tutti gli elementi del racconto, infatti, corrispondono ad eventi precisi della vicenda biblica.

Già il clima del racconto è profondamente biblico; il tema della vigna, infatti, attraversa tutta la Scrittura: dal celebre Canto della vigna nel Libro di Isaia, che abbiamo ascoltato quale prima lettura, fino a Geremia (Ger 2, 21) e ad Osea (Os 10,1). C’è poi lo straordinario Salmo 79 (80) che oggi si canta nella liturgia e in cui il racconto della storia di Israele è tutto impostato sulla metafora della vigna…. su questo sfondo ricchissimo si staglia il racconto di Gesù.

Si badi che qui non si parla in primo luogo della vigna; il problema non è che la vigna sia cattiva o bastarda; il problema sono coloro che lavorano nella vigna e che dovrebbero permettere alla vigna buona del padrone di dare il suo frutto; c’è bisogno cioè di qualcuno che la faccia fruttificare.
I vignaioli cattivi non danno i frutti agli inviati dal padrone poiché ne hanno pochi o nessuno, sono stati cioè incapaci di fare frutti per il Regno di Dio!
Sarebbe stato loro possibile perché, per grazia, lavoravano nella vigna; avrebbero potuto, se solo avessero voluto pagare il prezzo della fatica e del “dare la vita” per quei frutti.
Per nascondere dunque la loro incapacità, la loro mediocrità, e la loro ignavia, i vignaioli sono capaci di fare il male, di calpestare la verità e la giustizia… e questo accade spesso tra gli uomini e perfino nella Chiesa! Si è capaci di tutto pur di non offuscare quell’“egò” presuntuoso e arrogante di cui si riempiva la bocca il figlio della parabola precedente (Mt 21, 28-32). La vigna in mani così non può portare i frutti del Regno, non può realizzare i “sogni” di Dio.

Il sangue dei profeti, il loro dolore, le loro lacrime ed il loro grido inascoltato sono la risposta che troppe volte gli uomini danno all’amore fiducioso di Dio.
L’amore di Dio tante volte, troppe volte, e forse tutte le volte, si è concluso con un fallimento, e chi vuole seguire l’Evangelo deve fare i conti con questa dinamica. Dio non ha avuto paura dei fallimenti, anzi proprio con quei fallimenti ha narrato il suo amore, il suo amore ostinato, facendo fiorire l’ultimo grande fallimento del Golgotha con la luce inaudita della risurrezione del Figlio, caparra della risurrezione di ogni carne…
Il fallimento più grande di Dio ha assunto allora la forma della croce del Figlio, gettato fuori dalla vigna, fuori dalle mura della città santa (cfr Eb 13, 12).
Quella pietra scartata, di cui Gesù parla al termine della parabola, è diventata pietra angolare, una meraviglia ai nostri occhi, pietra che regge l’edificio dell’umanità nuova, libera dalla morte e dall’“io” sovrastante dell’uomo che si oppone a Dio.

La parabola di oggi è una parabola cristologica ed ecclesiologica, mentre narra la storia del Figlio che visita la vigna e non ne riceve che morte, dolore e fallimento, narra anche la storia di chi potrà portare quella vigna a fiorire di quei frutti di giustizia che Dio si attende.

 Certamente Gesù indirizza la parabola ai capi del popolo e ai farisei, ma è un errore leggerla con la solita e perversa logica sostituzionista, per cui il vecchio Israele è rigettato perché infedele ed è sostituito dal nuovo Israele (cioè noi, la Chiesa!) che farà fruttificare la vigna.
Stiamo molto attenti perché qui non si tratta di ebrei o cristiani, ma si tratta di uomini di Dio o di uomini mondani; si tratta di chi ha fede e di chi vive di “religioni” rassicuranti ed auto-giustificative. Si tratta di chi ha il coraggio di perdere la vita e di chi ha l’ossessione di salvare sempre la propria vita, ad ogni costo, anche a costo delle lacrime e del sangue degli altri.

Se nella precedente parabola dei due figli Gesù diceva di prostitute e pubblicani che passano avanti nel Regno, qui c’è gente (e Matteo usa il termine generico “éthnos”) che può appartenere a qualunque popolo (in greco “laós”), ma che ha fatto una scelta di compromissione con il padrone della vigna e con la vigna stessa.
La parabola allora, come già dicevamo la scorsa domenica, vuole “graffiare” noi, oggi; non andiamo a nasconderci dietro le diatribe tra Sinagoga e Chiesa, ma lasciamo che la parabola ancora una volta ci smascheri.

Nel racconto evangelico di questa Domenica Gesù fa con i suoi interlocutori così come fece il profeta Natan con il re David (cfr 2Sam 12,7), facendo pronunziare ad essi stessi la loro sentenza.
Alla fine Matteo dice che “essi compresero che stava parlando di loro” (Marco invece dice che capirono che “parlava a loro”): differentemente da David, il problema è che gli interlocutori non si faranno scalfire dalle parole che escono dalla loro bocca, dimostrando di essere loro stessi i vignaioli omicidi.
Il testo, nei versetti successivi, dice infatti che i capi dei sacerdoti e i farisei “cercavano di catturarlo”:  non ci riusciranno in questo momento a causa della loro viltà, per paura delle folle; ci riusciranno tuttavia più tardi. E così restano con il loro peccato, con la loro volontà di nascondersi e di apparire retti, mentre sono solo “sepolcri imbiancati”, assolutamente incapaci di far fiorire la vigna del Signore; c’è bisogno di altra gente!

Possiamo onestamente essere noi?
Per esserlo, come sempre, dobbiamo farci una domanda: siamo disposti a pagare il prezzo del , a pagare il prezzo del dare la vita?

Solo gente così può lavorare con frutto nella vigna del Signore.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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COSA CONTA PER NOI?

Ez 18,25,28; Sal 24; Fil 2,1-11; Mt 21, 28-32

 

 

Da oggi, per tre domeniche, Matteo ancora ci conduce nel “paese delle parabole” e lo fa per mostrarci, con un trittico (la parabola di oggi dei due figli, quella dei vignaioli omicidi e quella degli invitati alle nozze), un grande dramma che si consuma nella storia ma che, in fondo, si può consumare in ognuna delle nostre vite: il dramma del rifiuto dinanzi alla proposta dell’Evangelo.

Il conteso in cui fioriscono queste tre parabole è una domanda provocatoria che la predicazione di Gesù genera nei cuori dei capi di Israele, che rappresentano la mentalità “religiosa”, legalistica, grettamente attaccata al potere: con che autorità fai queste cose? Gesù aveva risposto con un’ulteriore domanda: Vi chiederò anche io una cosa e, se me la direte, vi dirò anche io con quale autorità faccio queste cose. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini? I capi preferiscono non rispondere e Matteo fa seguire le tre parabole che spiegano il costante rifiuto che l’Evangelo trova. Certo in primo luogo qui Matteo è provocato dallo “scandalo” del rifiuto dei capi del popolo dell’Alleanza e delle Promesse, ma sarebbe un errore leggere queste tre parabole a senso unico, quasi con un retrogusto anti-ebraico, quasi come un’accusa contro Israele … Matteo partendo dall’esperienza di Israele, anzi dei capi di Israele (ricordiamo sempre che c’è l’Israele fedele, un resto che ha accolto Gesù e l’Evangelo e senza il quale non saremmo stati evangelizzati; è l’Israele che ha assolto la fedeltà all’elezione e all’Alleanza!) lancia un monito alla sua Comunità ecclesiale, monito circa una delle grandi piaghe che possono affliggere i percorsi di fede, la piaga dell’ipocrisia, del dire e del non fare, del dire e del non essere, del dire “Signore, Signore” e poi costruire la propria casa sulle sabbie del mondo, sulle sabbie dell’apparire (cfr Mt 7,21ss) … E’ proprio questo il peccato del figlio che dice il suo ma la sua vita è poi un no; è lo scegliere la via dell’apparire figlio obbediente ma di non esserlo per davvero; è la via ipocrita di voler apparire irreprensibili ma di essere ben altro; antichi codici del Nuovo Testamento raccontano la parabola inventando l’ordine dei figli: prima quello che dice no e poi fa la volontà del padre e poi quello che dice e non lo fa. Pare che questa sia la versione autentica, versione che chiaramente esclude una lettura solo polemica contro il rifiuto dei capi giudei. L’ordine che poi è passato successivamente nei codici fu certamente suggerito dall’interpretazione dei due figli con Israele (il primo che dice ma poi non fa) e i pagani (il secondo figlio sembrava figlio del no, ma poi ha accolto l’Evangelo). In realtà Matteo non voleva rinchiudere la parabola solo all’interno di questa polemica; se così fosse oggi leggeremmo una pagina solo archeologica e che non avrebbe nulla da dire al nostro vivere la fede cristiana, al nostro essere Chiesa alla sequela di un Signore esigente ma capace di dare un senso ultimo alle nostre vite.

La parabola dei due figli ci mette in guardia contro ogni volontà di apparire quel che non si è, contro ogni divorzio tra dire ed essere, tra essere e fare.

Quel che conta, dice Matteo, è la capacità di ricredersi, del coraggio di dire no alle vie che si erano scelte e dire a quelle che si erano rifiutate. In fondo Gesù non chiede una piena conformità tra il dire e l’agire (chi sarebbe al riparo?), chiede l’onestà di ricredersi, il coraggio di non indurire il cuore. Un “pentimento”, che giunge anche “alla fine” (“hysteron”), diventa possibilità di entrare nell’obbedienza.

Seguire l’Evangelo è certo via che scomoda, è lavoro in una vigna che spesso dà frutti amari dell’amarezza della incomprensione tra fratelli, delle divisioni e delle ingiuste contrapposizioni; seguire l’Evangelo è andare a lavorare in una vigna in cui si richiede di non cercare il proprio interesse, come ascoltiamo oggi da Paolo nella sua Lettera ai cristiani di Filippi; la via indicata è chiara: chi riesce ad uscire dalla disobbedienza per entrare nell’obbedienza è discepolo dell’ Obbediente per eccellenza: Gesù; Lui dovette lottare contro la tentazione della disobbedienza e dell’autonomia e, come scrivono i Padri,  lottò per noi e lo fece solo in un modo: facendosi obbediente fino alla morte e alla morte e alla morte di croce. Da allora ogni figlio tentato di disobbedienza, tentato dall’ apparire, ha la possibilità concreta di far sua l’obbedienza del Figlio.

Ricordiamo ciò che Isaia ci faceva ascoltare la scorsa domenica: Le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri (cfr Is 55,9) ; l’obbedienza a Dio ed alle sue vie è percorrere quelle vie e far propri quei pensieri. Eun cammino costoso che fa uscire dal proprio interesse per entrare nel regime del farsi dono, costasse il perdere ogni possesso (Non ritenne di comportarsi da avaro dinanzi alla sua divinità), costasse le vesti che ci proteggono condizione di schiavo), comportasse una piena assoluta condivisione con chi è fragile, misero (Divenne simile agli uomini), costasse il lasciarsi umiliare fino all’estrema umiliazione che è il disfacimento della morte!

Gesù ha fatto questoè il Figlio obbediente che chiama tutti i figli all’obbedienza, che ci invita a guardare nei nostri fratelli la fatica dell’obbedienza, in noi il rischio di essere doppi per volontà di apparire. Correre questo rischio nasce dall’aver corso un altro rischio che ne è la fonte: il rischio della verità su se stessi, il rischio di infrangere la nostra immagine irreprensibile di uomini abituati all’elogio.

Qui Gesù ha la forza di proclamare una di quelle parole che continuamente vengono fraintese perché colme solo della forza dell’Evangelo senza neanche un granello di mondanità: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio. Pubblicani e prostitute passano avanti non perché peccano ma perché non possono barare sulla loro verità … il loro è un no palese che può trasformarsi in ; il problema è che certi sì, di chi si crede al sicuro, si rivelano dei no mascherati di figliolanza e di fedeltà, mescolati di dedizione alla vigna del padre … in realtà il figlio che dice no ma poi obbedisce mostra di amare la vigna, ci va in obbedienza. L’altro pare ami quella vigna (lo ostenta col suo falso ) ma non ci va, non vi entra neanche. Il figlio che va nella vigna nonostante le sue parole di diniego ama la vigna e vi porta il suo sudore, la sua fatica, ci va contraddicendosi perché quel che conta per lui non sono i propri desideri (Non ne ho voglia!) ma quel che conta alla fine è il fare la volontà del padre.

Cosa conta per noi? E’ una domanda impegnativa, compromettente; una domanda che ci chiede di prendere davvero posizione e non a parole ma con la vita! Gesù che era la Parola fece sempre ciò che diceva, non si nascose dietro le parole ma le parole che pronunciava si affrettava a farle fiorire di vita; senza fughe e senza rimandi.   




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 TUTTI VERSO UNA SOLA META

Is 55, 6-9; Sal 144; Fil 1, 20c-24.27a; Mt 20, 1-16

 

Di nuovo nel “paese delle parabole” … la liturgia di oggi ci fa leggere una delle parabole più “irritanti” dell’Evangelo: irritante perché contro ogni buon senso comune e, apparentemente, segnata da una ingiusta condotta del Signore della vigna: “gli operai dell’ultima ora” o, per meglio dire, “gli operai delle diverse ore”.

In verità la parabola sarebbe introdotta dall’ultimo versetto del precedente capitolo, purtroppo omesso dal lezionario: Molti primi saranno ultimi e molti ultimi saranno primi (Mt 19,30) tanto che, con il versetto 16 del capitolo ventesimo con cui la parabola si conclude, crea una “inclusione” (in questa maniera gli ultimi saranno primi e i primi saranno ultimi). Il contesto era stato la domanda di Pietro: Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito: che cosa dunque avremo? Gesù aveva rassicurato che quel “lasciare tutto” per Lui aveva senso, un senso di pienezza di vita (il centuplo), ma poi con la parabola vuole correggere il tiro “religioso” di Pietro e degli altri. Non si tratta, infatti, di calcoli di meriti ma di accoglienza di un amore che supera ogni logica di umana giustizia. Il detto sui primi e sugli ultimi conclude la risposta data a Pietro e si lega con un “infatti” al racconto della parabola. La Chiesa di Matteo ha bisogno di gioire della sovrana libertà d’amore di Dio il quale chiama nella storia uomini e popoli in diverse ore per condurre tutti ad una sola meta in cui nessuno può accampare meriti o diritti. I primi diventano ultimi perché hanno lavorato nella vigna fin dal principio ma ora rinfacciano a Colui che li ha chiamati e il caldo e la fatica. Al centro “geometrico” della parabola il padrone della vigna è detto Signore della vigna (“o kyrios tou ampelonõs”) con tutto l’allargamento di prospettive che questa espressione comporta: è il Signore del fine della storia (venuta la sera … ) che viene a rendere il senso alla storia e questo senso non riposa su una giustizia retributiva secondo i calcoli umani.

Ai tre gruppi di operai il Signore ha detto delle cose precise: con quelli della prima ora  pattuito il prezzo della giornata in un denaro; con molta chiarezza. E’ il giusto che serve per quel  minimo sostentamento giornaliero di una famiglia. Ai secondi il Signore dà la sua parola per cui possono fidarsi (vi darò il giusto), ai terzi, quelli dell’undecima ora (le quattro del pomeriggio) chiede solo di fidarsi senza nient’altro. Per questi c’è solo un ordine secco: Andate anche voi nella vigna. Questi vanno solo fidandosi di Lui. Partono solo per obbedienza.

L’esito di queste tre chiamate è un vero evangelo perché tutti ricevono quello che serve per la vita (quel denaro). Se il Signore desse meno del denaro pattuito con i primi non sarebbe più un evangelo, non sarebbe più una buona notizia; infatti, che buona notizia sarebbe se quegli uomini, tornando a casa, non avessero il necessario per vivere? Quegli ultimi si sono rivelati primi già nella loro cieca fiducia piena di speranza, nel loro ad un lavoro che poteva rivelarsi insufficiente alla “prova” di una “giustizia” semplicemente retributiva; i primi sono diventati ultimi perché hanno rivelato un rapporto sviato e con il Signore, contro cui mormorano tacciandolo sottilmente di “ingiustizia”, e con i loro compagni di lavoro di cui hanno invidia  (e questa è sempre, tremendamente, tristezza, dolore per la gioia di un altro!). In fondo i primi hanno un rapporto sbagliato anche con il loro stesso lavoro di cui non hanno compreso il valore e di cui considerano solo il peso e la fatica. Il valore di quel lavoro è detto da una parola del Signore della vigna, una parola che non va letta come ironica o di “degnazione”: Amico: non sono ingiusto con te; non hai fatto il patto con me per un denaro? La parola con cui lo chiama, “hetáire” (“amico”) in greco significa “collaboratore”; insomma è come se gli dicesse: “Ti ho fatto il grande dono di essere mio popolo santo di Dio; cfr Is 5,1ss; Sal 80); non hai saputo vivere la gioia di una fatica sì costosa ma vissuta con me, per me; vissuta in una storia grande di intimità. Perché guardi attorno, a ciò che quelli delle altre ore di chiamata hanno ricevuto, perché non guardi a me, al nostro rapporto?

Quelli della prima ora rischiano di fare calcoli e di ergersi sugli altri, di pretendere un di più! La “giustizia” di questo Signore è una giustizia più larga, più profonda, più alta rispetto ai parametri legalistici e “religiosi” che possono insinuarsi anche tra coloro che da sempre (dalla prima ora!) lavorano nella vigna. I “giusti” (quelli che tali si pretendono) rischiano di cadere in una “religione” fatta di pesi e misure, di calcoli e di meriti da accumulare; rischiano di guardare gli altri delle diverse ore con sufficienza e disprezzo; rischiano di non conoscere più il vero volto di Dio, la sua “giustizia” che va oltre. Gesù aveva già detto fin dal Discorso sul monte che era necessario che la “giustizia” dei suoi discepoli andasse oltre quella degli Scribi e dei Farisei (cfr Mt 5,20) e qui mostra l’oltre della sua “giustizia” che non si nutre di calcoli ma affonda le radici solo nella “bontà” del Signore. Una bontà che può diventare accecante per il giusto della prima ora. L’invidia è infatti detta da Matteo con un’espressione idiomatica: avere l’occhio cattivo; avere cioè uno sguardo che non è puro, non è limpido, uno sguardo incapace di vedere e il fratello che gioisce per la bontà del Signore e il Signore stesso che è buono e nel suo amore non fa torto a nessuno, che nel suo amore dà vita a tutti senza calcoli meschini.

Quello che conta dinanzi al cuore di Dio non sono i meriti, i “sudori” ed il “calore” ma conta la prontezza a rispondere, la fiducia nel suo amore, lo sguardo puro sulla gioia degli altri. A tal proposito ricordiamo quella beatitudine matteana: Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt 5,8), in cui i puri sono quelli che hanno lo sguardo limpido sugli altri, senza né volerli possedere, né sottomettere, né disprezzare ma guardarli per condividerne la gioia come il dolore. Uno sguardo così, aveva detto Gesù lì sul Monte delle beatitudini, è il solo capace di vedere Dio. Ecco il rischio che corrono gli operai della prima ora: non vedere più Dio perché incapaci di vedere l’altro e la misericordia che li avvolge.

Matteo giunge così alla fine del suo racconto e ci ha mostrato come in questo “strano” paese delle parabole non solo tutti ricevono la vita (quel denaro) in modo uguale ma addirittura ci ha mostrato un ribaltamento: i primi son diventati ultimi e gli ultimi i primi.

Nel paese delle parabole è possibile perché è il paese dei “sogni” di Dio, è il paese delle sue logiche; come è vera quella parola di Isaia che oggi abbiamo ascoltato: I miei pensieri – dice il Signore – non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie … pensieri e vie di Dio davvero sovrastano i nostri pensieri e le nostre vie: hanno il respiro dell’ oltre, il profumo di un “evangelo” che non è la solita logica mondana!

A quest’oltre Matteo richiama la sua Chiesa, la destinataria del suo Evangelo, a quest’oltre siamo chiamati noi che ci riconosciamo discepoli di questo Signore che chiama a quella vigna per la quale ha già dato tutto, fino a versare tutto il suo sangue. Un oltre che Paolo canta con coraggio in un paradossale ribaltamento delle logiche umane: Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno. Siamo disposti all’oltre di questo paradosso?  




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