Presentazione al Tempio – Incontro tra attesa e adempimento

ACCENDIAMO LE FIACCOLE DELLA LUCE DI CRISTO 

  –  Ml 3, 1-4; Sal 23; Eb 2, 14-18; Lc 2, 22-40   –

 

Presentazione di Gesù, di A. Mantegna

Presentazione di Gesù al Tempio, di Andrea Mantegna

E’ il quarantesimo giorno dal Natale e la Chiesa celebra una festa di luce, che in questo anno cade di domenica. Una festa di luce suggerita dalle parole del santo vecchio Simeone, che si rivolge al Bambino Gesù chiamandolo “luce per illuminare le genti e gloria di Israele”. Possiamo dire che questa celebrazione chiude i misteri dell’infanzia, e ci apre alla celebrazione della Pasqua.

Il Figlio di Dio entra nelle strutture umane: entra nel Tempio, si affaccia al nostro spazio e nel nostro tempo; come scrive l’autore della Lettera agli Ebrei, nel passo che oggi è la seconda lettura, Egli è diventato partecipe della carne e del sangue degli uomini suoi fratelli, rendendosi in tutto simile a loro … Dio, in Gesù, non solo entra nel nostro spazio, ma entra nella nostra carne, nella nostra miseria, nel nostro limite e questo fino alla morte … percorre tutte le strade dell’uomo, per purificare ed illuminare tutta la storia degli uomini!

Scriverà, con poetico acume S. Kirkegaard, che Gesù “è la punta di fuoco dell’infinito nel finito” … e viene a purificare come il fuoco purifica; viene in una famiglia ebraica e nelle strutture legali e rituali degli uomini; e viene nella piccolezza della carne di un bambino nelle braccia dei suoi genitori.

Il passo di Luca, che è l’unico evangelista che narra di questo evento al quarantesimo giorno dalla nascita, inizia con un’espressione strana: “Quando venne il tempo della loro purificazione”. Di chi parla? Per molto tempo si è pensato esclusivamente alla purificazione di Maria (tanto che questa festa addirittura si chiamava così!) secondo un rito previsto dal Libro del Levitico…ma questa ipotesi non ha fondamento per quel plurale (la loro purificazione!). A cosa si allude? Allude alla purificazione dei figli di Levi, alla purificazione del culto, del Tempio, e del popolo di Israele, così come è presentata e sperata da Malachia nel testo del suo libro che pure la liturgia di oggi intelligentemente propone: “Entrerà il Signore nel suo Tempio, purificherà i figli di Levi perché possano offrire un’oblazione secondo giustizia. E così l’offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore”.

Il Tempio attendeva dunque una visita del Signore, tanto che il Salmo 23, che oggi si canta, chiede che siano tolti i frontali dei pur immensi portoni del Tempio … si devono togliere perché si deve lasciar passare l’Immenso: “Sollevate porte i vostri frontali ed entri il Re della gloria”…in quel giorno, però, in cui Maria e Giuseppe portarono il Bambino Gesù al Tempio per la purificazione del Tempio e di tutto Israele, l’Immenso si presentò come un qualunque bambino tra le braccia dei suoi genitori, si attendeva l’immensamente grande e venne l’immensamente piccolo: il Signore entra nel suo Tempio, ma nella logica del nascondimento e di povertà che sottende alla scelta dell’Incarnazione.

Dunque una presenza povera e umile, che solo i poveri possono riconoscere; ed ecco Simeone ed Anna, due vecchi in cui si riassume tutta la speranza di Israele: le vecchie braccia di Simeone che accolgono Gesù sono infatti le braccia della Prima Alleanza, che ha custodito la Promessa e che, finalmente, incontra il Promesso che compie la Promessa. Simeone è icona della custodia della promessa di fedeltà di Dio che ascolta la voce dei suoi poveri. Il nome “Simeone” significa infatti “Dio ha ascoltato”: l’invocazione di Israele è stata ascoltata, e Gesù è risposta alle attese ed è “rilancio” della Promessa che ora, in Lui, si estende a tutte le genti!

Alla fine del suo Evangelo, Luca – creando una inclusione – ci presenterà un altro giusto di Israele, Giuseppe d’Arimatea che, proprio come Simeone, “attendeva”: Simeone attende – scrive Luca – il conforto di Israele, e Giuseppe d’Arimatea attende il Regno di Dio). Egli poi, come Simeone, accoglie Gesù nelle sue braccia deponendolo dalla croce e accogliendolo nel suo sepolcro nuovo. Sono ambedue immagini dell’Israele fedele, che ha ricevuto la Promessa e che accoglie l’adempimento. Nell’oriente cristiano questa festa è chiamata infatti “ipapante”, cioè “incontro”: è l’incontro tra l’attesa (generata dalla Promessa) e l’adempimento (generato dalla fedeltà di Dio).

Lo Spirito – che trova in Simeone un cuore gonfio di attesa e di speranza – gli permette di riconoscere in quel bambino qualunque la luce che illumina tutte le genti, e che è gloria di Israele… Che bella questa vecchiaia di Simeone (come quella di Anna): bella perché non è diventata cinica rassegnazione, ma è luminosa di una speranza che riposa su una precisa promessa di Dio, che il suo cuore ha saputo ascoltare e custodire senza stancarsi, avrebbe visto il Messia del Signore prima di vedere la morte! Lo Spirito ora permette a Simeone di accogliere Gesù, di cantare la sua lode, e di profetare! Infatti, appena Simeone ha il Bambino tra le braccia canta il brevissimo ed intenso cantico del “Nunc dimittis”: è un canto di dolce abbandono, un canto colmo di fiducia profonda, è canto di un uomo che vede giunto per sè il tramonto, ma un tramonto pieno di luce, e quindi un tramonto senza paura … per questo, fin dal quinto secolo, il cantico di Simeone è diventato il canto della Chiesa ad ogni sopraggiungere della notte!

Simeone è come una sentinella che ha vegliato a lungo, e che finalmente vede spuntare la luce e – quindi – può andare a dormire: non ha nulla di malinconico, il suo canto è invece un saluto gioioso alla Parola di Dio che si compie, e di cui riesce a percepire l’ampiezza e la forza … Ed ecco che Simeone è anche profeta perché vede il senso che quella venuta di Dio nella debolezza ha per l’umanità: il Messia, che appare fragile tra le sue braccia, è segno di contraddizione ed è svelamento dei segreti dei cuori. Insomma, dinanzi a Lui si dovrà prendere posizione, dinanzi a Lui gli uomini saranno divisi tra un “no” ed un “”: tra l’accoglienza di questo incredibile venire di Dio, ed il rifiuto di questo Dio fragile e debole fino alla croce! Simeone riesce a vedere anche l’ombra della croce: tutto il suo breve discorso sottende a questa consapevolezza della croce, e non solo le parole circa la spada che trapasserà il cuore della Madre; il riferimento alla spada è certamente carico di significato ulteriore, in quanto nella Scrittura la spada è una delle metafore della Parola di Dio (cfr Is 49,2; Eb 4, 12; Ef 6, 17); la Parola è infatti contraddizione delle vie mondane, ed è richiesta di presa di posizione per il Regno o per il mondo. La spada che trafigge il cuore di Maria, allora, non è solo il dolore per il Figlio rifiutato e crocefisso, ma è anche la lacerazione che la Figlia di Sion, il popolo di Israele, dovrà subire dinanzi alla pietra di inciampo, dinanzi al segno di contraddizione che quel Bambino è. Si tratta allora della spada della Parola, che dovrà sempre trafiggere il cuore della Chiesa perché essa sia fedele alla novità dell’Evangelo; è la spada della Parola che, anche nella Chiesa, sarà giudizio ed inciampo per chi vuole percorrere vie mondane- La Chiesa dovrà fare esperienza della trafittura e della lacerazione a causa della Parola che Cristo le ha consegnato; la Parola svela i segreti del cuore umano ed abbatte i muri delle difese dell’ipocrisia.

Il grande segno di contraddizione che quel Bambino eleverà (e Luca quando scrive l’Evangelo, naturalmente, lo sa!) sarà la croce sulla quale bisognerà riconoscere Dio nella debolezza, e bisognerà riconoscere la sua potenza nella misericordia. Allora, sulla croce, avverrà in modo definitivo quella purificazione, che ora è solo prefigurata in questo ingresso del Bambino nel Tempio di Gerusalemme.

Nel racconto di Luca c’è però ancora una figura: Anna (il cui nome che significa “favore di Dio”), figlia di Fanuel (che significa “volto di Dio”), della tribù di Aser (che significa “sorte felice”) … di lei non si dice che attendeva, Anna proclama la presenza del Messia a quelli che attendono. Anna ha ricevuto grazia da Dio (e il suo nome ce lo ricorda!) perché ha visto il volto di Dio (il nome del padre) ed ha la felice ventura (il nome della sua tribù) di essere evangelizzatrice, annunziatrice della presenza che salva! Anna è icona del compito evangelizzatore del discepolo di Cristo che, al mondo che attende, annunzia la redenzione, la liberazione dalle catene del male, la possibilità che la sorte cattiva, che il peccato ha creato nel mondo, sia capovolta dall’amore del Dio presente!

Accogliamo, dunque, la sua luce, accendiamo le fiaccole della luce di Cristo nella notte della storia: siamo anche noi, come Simeone ed Anna, annunziatori di un’attesa e di una presenza. Siamo testimoni di profezia per questo nostro mondo, testimoni di un incontro tra Dio e l’uomo di tutti i tempi … questo incontro non può che avvenire attraverso la nostra mediazione e la nostra testimonianza profetica. Se la Chiesa non opera in tal senso, non ha più ragione di essere e rischia di essere un’istituzione che fatica solo per mantenere in vita se stessa, per auto-alimentarsi … No! Il sogno di Dio sulla Chiesa è altro …essa è seme del Regno, esposta al rischio della storia, immersa nelle trame della storia, ma per rinnovare la storia e pagandone il prezzo. Come il suo Signore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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X Domenica del Tempo Ordinario – La vedova di Nain

RICONOSCERE LA VISITA DI DIO

1Re 17, 17-24; Sal 29; Gal 1, 11-19; Lc 7, 11-17


Il racconto di Luca della risurrezione del figlio della vedova di Nain è messo in parallelo, alla liturgia di questa domenica, con il racconto del Primo libro dei Re in cui Elia risuscita il figlio della vedova di Zarepta … il parallelo è tale solo per l’oggetto del “miracolo”: un figlio di vedova … per il resto i due racconti sono molto differenti e, in queste differenze penso che sia racchiuso il tema centrale di una possibile riflessione.

La scena di Luca presenta l’incontro con una donna che piange senza speranza e che nulla chiede, chiusa nella sua disperazione … nulla chiede perché è sovrastata dalla morte che si mostra più forte di tutto, chiudendo tutti i varchi di futuro…Una donna di cui Gesù non conosce altro se non il pianto … Nel racconto del Primo libro dei Re, invece, il profeta Elia ben conosce quella donna che, pur nella sua povertà, era stata sua benefattrice…è una donna che affronta il profeta e quasi lo insulta, accusandolo inspiegabilmente della morte del figlio, e notando che non c’è simmetria tra le sue opere buone e la terribile disgrazia che l’ha colpita. Elia prega e supplica Dio con gesti forti facendo memoria dei meriti della donna…e il bambino risuscita.

Gesù non fa nulla di tutto questo; non prega, non fa gesti; Gesù comanda: “Giovinetto, dico a te!” Così lo restituisce alla vita, e la vita è relazione, è possibilità di comunicazione; Luca infatti nota che il giovinetto “incominciò a parlar”e: esce dal mutismo della morte, da quell’assenza di comunicazione che è la morte, ed entra di nuovo nella vita. Gesù non conosce quella donna, non sa se abbia dei meriti o dei demeriti, Gesù sa solo che soffre!

Se il miracolo di Elia è generato dal debito di gratitudine del profeta, il miracolo di Gesù a Nain sorge solo dalla compassione di Lui, solo dal sentire in sè la forza bruciante di quelle lacrime di dolore. “Gesù ne ebbe compassione”, scrive Luca, ed il verbo che usa è “splanchnìzo” che significa “sentire dolore nelle viscere”, “sentire dolore nel grembo”… un verbo che richiama a quelle “viscere di misericordia” di cui canta Zaccaria, il padre del Battista, nel suo inno di lode (“splánchna eléous theoũ” = “viscere di pietà di Dio” cfr Lc 1,78). E’ questa misericordia profonda, materna, viscerale che visita la miseria del dolore dell’uomo e porta speranza e redenzione!

Gesù non sa nulla di questa vedova di Nain, non parte dai suoi “meriti”: il suo solo “merito” è la sua povertà, addirittura il suo “merito” è la sua disperazione, è quell’abisso di non-senso che la abita in quell’ora buia (la morte di un figlio unico di madre vedova era a quei tempi non solo il dolore di sempre d’una madre che perde un figlio, ma la fine di ogni speranza di futuro e di vita e di sostentamento).

La parola che Gesù le dice sarà sembrata a quella madre una parola carica di non-senso: Non piangere! Chi può dire ad una madre di non piangere un figlio morto? Nessuno di noi!…perché nessuno di noi ha risposte vere a quel dolore. Solo Gesù può dire “non piangere”, perché Lui è la risposta vera a quelle lacrime, Lui è l’esodo da quella via di morte.

Emerge allora qui ancora il tema della gratuità della salvezza, quella gratuità che anche il brano della Lettera di Paolo ai cristiani della Galazia mette in evidenza: Paolo, infatti, scrive di una chiamata di Dio fin dal grembo materno, e una chiamata così non guarda a meriti o demeriti, è generata dalla pura grazia. Una chiamata che è semplice compiacimento di Dio, assolutamente sganciato da ogni considerazione di merito, anzi palesemente non ostacolata dal demerito e dal peccato di chi addirittura “devastava la Chiesa di Dio” perseguitandola.

L’evangelo di questa domenica è davvero un “evangelo”, è la bella notizia della visita di Dio, una visita che avviene tramite una parola che salva, e che viene ad incontrare gli uomini nelle loro lacrime senza speranza, nelle loro morti che spengono il futuro, in quei dolori che sono visibili solo ad una compassione senza limiti. La gente di Nain riconosce che Gesù è profeta (in questo dicono parole simili a quelle della vedova di Zarepta dopo la risurrezione del figlio!), ma anche che in quella profezia c’è la visita di Dio.

Il tema della visita è presente nel racconto di Luca nelle parole di stupore della gente dinanzi a questo segno di potenza, ma anche parole di gratuita misericordia: “Dio ha visitato il suo popolo”. Interessante anche qui il verbo che Luca usa (qui come nel cantico di Zaccaria per ben due volte: cfr Lc 1,68.78!) è il verbo “episképtomai”, che è un verbo che contiene il concetto di “vedere”: chi visita è uno che vede da vicino, è uno che si preoccupa, è uno che soccorre.

Luca è coerente con il suo progetto, palese fin dalle prime pagine del suo Evangelo: Dio visita il suo popolo perché Gabriele visita Zaccaria nel Tempio, e poi Maria a Nazareth; in seguito Maria visita Elisabetta e, in quella visita, è Dio che visita di nuovo colei che già era stata visitata, divenendo inaspettatamente madre; poi, come già dicevamo, Zaccaria esplicita questa visita di Dio (usando proprio il verbo che qui usano gli abitanti di Nain) facendo del visitare un predicato per “definire” Dio: “Benedetto il Signore, Dio di Israele che ha visitato e riscattato il suo popolo” e, alla fine del suo cantico, ripete che il Signore “visiterà il popolo come sole che sorge dall’alto”. Ancora Luca racconta di angeli che visitano i pastori e di pastori che, a loro volta, visitano il Bambino a Betlemme. Quasi alla fine dell’Evangelo, poi, Gesù rimprovera Gerusalemme perché “non ha riconosciuto il tempo in cui è stata visitata” (cfr Lc 19,44).

La gente di Nain, invece, aveva riconosciuto questa visita tanto che questa parola (così scrive Luca e non “fama”!) si diffuse per tutta la Giudea e la regione circostante. E’ la parola che annunzia la visita di Dio che bisogna riconoscere, una visita che è causata solo dalla compassione amorevole di Colui che è la visita definitiva di Dio al suo popolo.

Il problema per noi è riconoscere la visita salvifica di Dio nelle nostre storie; è riconoscere questa visita nelle ore buie e non in quelle luminose; è riconoscere una presenza che tocca le nostre morti trasformandole, una presenza che dona ai nostri silenzi parole per esprimere la vita come fa quel ragazzo che, risuscitato, prende a parlare. Credo che, a livello personale ed ecclesiale, tanti “funerali” senza speranza creano i loro “cortei” proprio sui silenzi di morte che attanagliano tanti cuori. Chi riconosce la visita di Dio, sente il suo tocco di vita e diviene capace di parola, di parola vera che comunica e dona, che narra la visita di Dio che spalanca alla speranza, alla fraternità e alla vita vera.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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