XVII Domenica del Tempo Ordinario (B) – Dare la vita

 

MOLTIPLICARE PER CONDIVIDERE

 

2Re 4, 42-44; Sal 144; Ef 4, 1-6; Gv 6, 1-15

 

Per ben cinque domeniche lasciamo l’Evangelo di Marco per leggere quasi tutto il capitolo sesto del Quarto Evangelo; è il capitolo sul Pane di vita, è il grande discorso eucaristico che il quarto evangelista pone con chiarezza teologica sulle labbra di Gesù.

La Chiesa di Giovanni celebra ormai da più di sessant’anni la Cena del Signore come cuore della sua vita credente, e la riflessione su questo mistero di amore e di presenza del Cristo è giunta, in Giovanni e nella sua Chiesa, ad altissime vette di consapevolezza.
La Chiesa giovannea vede le derive verso cui è tentata la prassi dei credenti: c’è il grande rischio che l’Eucaristia divenga rito “religioso” staccato dalla vita e dalla concreta compromissione che il discepolo deve vivere con il suo Signore che ha dato la vita, e che chiede ai suoi solo e sempre la stessa cosa: dare la vita.

Per il quarto evangelista occasione del discorso è un fatto concreto, un segno che è ricchissimo di valenze teologiche e pratiche.
Il segno che oggi ci è narrato è la moltiplicazione dei pani, il “miracolo” più attestato dagli evangeli; ne abbiamo, infatti, sei racconti poichè sia Matteo che Marco hanno ciascuno due racconti di moltiplicazioni di pani; un fatto dunque certamente storico, e certamente parte di quel patrimonio narrativo che la Chiesa nascente custodiva e sapeva di dover trasmettere.

Giovanni, come è suo solito, ne fa un racconto “altro”; e l’“alterità” non sta tanto nella narrazione stessa, ma nella connessione che Giovanni crea strettamente tra il racconto ed il successivo discorso eucaristico. Una connessione che, a mio avviso, vuole sottolineare con forza che non si può mai separare la dimensione di fede, la dimensione “spirituale”, dalla dimensione esistenziale, concreta, “materiale”! Pena il tradimento dell’Evangelo!

Nel racconto del Secondo libro dei Re, la prima lettura di questa domenica, Eliseo compie un miracolo simile, ma con numeri molto inferiori; il suo, tuttavia, è un prodigio teso solo a provvedere ad un momento di bisogno.
Non così nell’Evangelo di Giovanni: qui il prodigio dei pani è un segno, cioè richiama ad altro; prepara la moltiplicazione di un altro pane di cui Gesù parlerà diffusamente, rispondendo alle domande ed alle dichiarazioni della gente che ha assistito al segno e che ne ha beneficato. Il segno ha fatto nascere domande.

La connessione dei due fatti, la moltiplicazione dei pani ed il discorso eucaristico, ci dichiara che non si può mai prescindere, nei discorsi di fede, dalla concretezza dell’uomo: guai a chi volesse fare discorsi “spirituali”, “mistici”, dimenticando la corposità dell’uomo, la sua “brutale” concretezza, fatta di stomaco affamato, di corpo bisognoso…
L’Eucaristia non supera il livello materiale, lo ingloba!
Lo porta dentro, lo porta a compimento!

La Chiesa “in toto” ed i singoli credenti in particolare, non possono perciò tranquillizzarsi celebrando le loro Eucaristie…piuttosto devono inquietarsi!
Devono inquietarsi perché l’Eucaristia grida una domanda e fa delle richieste: la domanda è quella stessa che il Signore fece a Caino: «Dov’è tuo fratello?» (cfr Gen 4, 9) …domanda che dobbiamo leggere come richiesta di responsabilità circa il fratello; Caino si mostrerà omicida perchè irresponsabile, si manifesterà, cioè, come uno che non risponde alla domanda che riguarda suo fratello; Caino sfugge alla domanda!
L’Eucaristia ci fa la stessa domanda circa le vite concretissime dei nostri fratelli. Ci chiede di non rimanere irresponsabili!
L’Eucaristia è però, allo stesso tempo, anche una pressante richiesta; e lo vedremo nello sviluppo del grande discorso di questo capitolo: la richiesta è quella di dare la vita assumendo il dono di Cristo.

In concreto, il cristiano, cristificato dall’Eucaristia, ha una precisa vocazione: diventare lui stesso pane spezzato per i fratelli e questo «non a parole nè con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (cfr 1Gv 3, 18).
Che risposta daremo? Quali fatti e quale verità mostreranno il nostro amore?
Gesù non amò “a parole nè con la lingua”… il suo amore fu carne e sangue, il suo amore fu vita data…
Allora quei pani moltiplicati sono segno di tutto questo, perchè furono un concreto provvedere alla fame ed al disagio della gente…un provvedere che parte, in primo luogo, dall’accorgersi del dolore e della fame degli altri, e che diviene una scelta a partire da una decisione di condivisione.

Notiamo che il miracolo dei pani che Gesù compie, in tutti gli evangeli, non è un creare dal nulla il pane per sfamare le folle (o facendolo dalle pietre, come aveva suggerito Satana!) ma è un moltiplicare un pane che si è disposti a condividere. La moltiplicazione dei pani avviene sulla base di una disponibilità a condividere! La condivisione è la radice santa di ogni amore che si fa concretezza, che si fa dono, che non si ammanta di spiritualismi ma si compromette veramente, materialmente, pagando un prezzo di amore.

L’Eucaristia scissa dalla condivisione e dalla fatica di farsi carico dell’altro diviene gesto “religioso” detestabile agli occhi di Dio…
Per non rimanere scandalizzati da questa affermazione, si legga a tal proposito una parola forte nelle profezie di Amos:

«Io detesto, respingo le vostre feste,
non gradisco le vostre riunioni;
anche se mi offrite olocausti
io non gradisco i vostri doni
e le vittime grasse…non le guardo.
Lontano da me il frastuono dei tuoi canti:
il suono delle tue arpe non lo posso sentire!
Piuttosto scorra come acqua il diritto,
e la giustizia come torrente perenne!» (cfr Am 5, 21ss).

p. Fabrizio Cristarella Orestano

XIII Domenica del Tempo Ordinario (B) – Lasciarsi toccare

 

 

PER LA VITA E PER LA SALVEZZA

 

Sap 1, 13-15;2, 23-24; Sal 29; 2Cor 8, 7.9.13-15; Mc 5, 21-43

 

Continua la serie di “miracoli” con cui Marco conferma, con gli atti, le parole che Gesù ha pronunziato con autorità. Anche qui, come nel passo precedente della tempesta sedata che si leggeva la scorsa domenica, c’è un passaggio dalla potenza di Gesù che vince ogni impurità alla necessità della fede.

Tutto ciò che è per la vita e per la salvezza è possibile a Dio, è possibile a Gesù!
Questa possibilità, però, non è dispiegata come potenza sovrumana che schiaccia le nostre impotenze, che le umilia umiliandoci. Dobbiamo invece dire che la potenza d’amore che salva, presente in Gesùdiventa accessibile all’uomo solo per una via: la via della fede!
E’ la fede che dà accesso e a Giairo e alla donna emorroissa a quella potenza di vita e di salvezza che è in Gesù.
Certo la fede è un rischio…e non solo perché è un fidarsi dell’invisibile e di ciò che non è misurabile con i nostri soliti metri, ma perché espone il credente a prendere una posizione, a fare una scelta di campo, ad essere guardato con sospetto da chi è pieno di “buon senso” e di “buona educazione”.

La donna malata di emorragie, infatti, ha dovuto sopportare su di sé gli sguardi di disprezzo e di derisione dei presenti; ha dovuto e voluto svelare se stessa di fronte alla domanda di Gesù su chi l’avesse toccato; e l’ha fatto dinanzi ad una folla ostile a lei che aveva avuto attenzione da quel Rabbi famoso… Tra tutta una folla che toccava e spintonava Gesù, in verità, però, solo lei lo aveva toccato con la fede: gli altri forse l’avevano toccato con l’entusiasmo, con la curiosità, con il desiderio d’avere dei benefici.
Di certo, di fatto, lei sola ha sperimentato la “dùnamis” di salvezza che usciva da Gesù, perché lei aveva una certezza scevra da ogni dubbio: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello sarò guarita».

Ha dovuto affrontare gli sguardi di giudizio dei benpensanti che, certamente, l’hanno condannata per il suo gesto “disobbediente” a tutte le leggi di purità contenute nella Scrittura: una donna come lei, con quelle emorragie, non solo era impura, ma faceva contrarre impurità a chiunque la toccava. La donna dunque ha fatto contrarre impurità a Gesù…ma è quello che Gesù voleva da quando ha scelto, nel suo primo giorno “pubblico”, di mettersi in quella fila di peccatori sulla riva del Giordano; fin da allora Gesù s’era messo dalla parte degli impuri diventando – come dice il Battista nel Quarto Evangelo – «l’agnello di Dio che porta su di sé il peccato del mondo» (cfr Gv 1, 29).

Tra gli sguardi ostili su questa donna si delinea però un altro sguardo; quello di Gesù che le annunzia con amore un evangelo: la chiama “figlia”, le rivela la potenza della sua fede, e le dona pace e salvezza.
Questa piccola donna ritorna alla vita, e alla vita dignitosa che ogni essere umano dovrebbe avere; torna nell’anonimato e nel silenzio, ma ormai la sua mano ha toccato il “fuoco” di Dio, non solo perché ha toccato il corpo di Gesù, ma perché si è lasciata toccare, “bruciare” dalla fede.

Marco ha incastonato il racconto della donna emorroissa all’interno di un racconto più ampio: quello della figlia di Giairo. Anche Giairo ha dovuto affrontare gli altri per mostrare e vivere la sua fede; anche Giairo ha dovuto esporsi al ridicolo, e all’idea che di lui si fanno gli altri: un povero padre “impazzito” di dolore tanto da sperare pateticamente l’impossibile.
I saggi amici di Giairo, infatti, gli dicono parole di “buon senso”, parole di “buona educazione”: «Non disturbare più il Maestro: tua figlia è morta!»

Il buon senso comune dice che “alla morte non c’è rimedio”…ecco tutto. Tuttavia, dove c’è Gesù, noi dovremmo saperlo: questa frase non ha più senso!
Il problema è che per tanti cristiani continua ad avere senso perché, in fondo, per loro Gesù è solo un “sapiente”, un “maestro”, un uomo buono e caritatevole, uno che insegna cose buone, un maestro di sana morale…basta!
Ma Gesù non è questo, o per lo meno non è affatto solo questo: Gesù è salvatore e non in virtù della sua potenza, ma in forza del suo amore che rischia, che prende per mano la morte. Se, infatti, nella scena precedente è stata la donna a far contrarre impurità a Gesù con il toccarlo nella sua condizione di impura, qui, nella casa di Giairo, è Gesù stesso che, prendendo per mano la bimba morta, contrae l’impurità che il tocco di un cadavere conferiva. In definitiva, è Gesù che prende su di sè la nostra impurità, anche la nostra suprema impurità che è la morte!

I “saggi” che sono presenti, se hanno benevola compassione per quel “padre impazzito di dolore”, deridono Gesù perché chiama “sonno” la morte. Siamo alle solite: “alla morte non c’è rimedio“!
In questa situazione Gesù chiede il silenzio, vuole il silenzio, e Marco ci conduce “in alto”, ci porta su un “osservatorio altissimo”: la Pasqua di Gesù. E’ da lì che bisogna guardare questa scena, perché essa è rivelativa di come la Pasqua di Gesù sia vittoria sulla morte per noi, per le nostre membra fredde di morte come le manine di quella bambina, per le nostre speranze spezzate nel fiore della vita (la ragazzina ha dodici anni!).
Per questo motivo Marco  usa i due verbi della Risurrezione: “eghéiro” (“alzarsi”) e “Anìstemi” (“mettersi in piedi”), e ci mostra che Gesù chiama con sé i tre discepoli che saranno testimoni sia della gloria della Trasfigurazione che della prostrazione mortale, della sfigurazione del Getsemani. Sono cioè i testimoni di luce e di tenebra: Pietro, Giovanni e Giacomo chiamati ad essere testimoni della sintesi tra i due momenti… si giunge alla vita attraversando l’oscura valle della morte.

Anche per questo straordinario “miracolo” di risurrezione la potenza di Gesù non si manifesta in modo “inumano”, ma passando per la fede di quel padre che accoglie in silenzio la parola che Lui gli dice: «Non temere. Continua solo ad avere fede!».
Parole di una semplicità disarmante, parole “illogiche” che dovremmo però sentirci risuonare nel profondo in ogni ora di buio, in ogni ora che pare senza sbocchi e senza vie d’uscita. Solo fede!

Ecco la possibilità, ecco la via di accesso alla potenza di amore di Gesù, ecco l’accesso alla sua potenza che salva: una potenza “debole” perché esposta a pagare il prezzo della condivisione assoluta, sia dell’impurità presa su di sé sia della morte, che per Lui sarà addirittura morte di croce!

E lì, sul Golgotha, morte e impurità saranno assieme, al massimo grado dell’orrore, ma – attraversate dalla forza di quell’amore fino all’estremo  – si trasformeranno in vita per il mondo.

Mettiamo fede in questa “potenza debole”?
Se lo facciamo, dobbiamo sapere che intanto il mondo ne riderà.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

S.S. Corpo e Sangue di Gesù (B) – Tutto in tutti

 

MASTICARE LA SUA CARNE

Es 24, 3-8; Sal 115; Eb 9, 11-15; Mc 14, 12-16.22-26

 La Parola, il Corpo ed il Sangue

L’Eucaristia nella Chiesa è la realtà più frequente, in special modo nelle Chiese del nostro vecchio occidente – e chissà ancora per quanto! – ma anche la più disattesa…
Ridotta il più delle volte ad un rito cui si assiste, abbiamo permesso che smarrisse la sua carica esistenziale e, soprattutto, la sua “violenta” provocazione!

Sì, l’Eucaristia è provocatoria perché ci mette dinanzi alla richiesta di prendere parte, di condividere un atto di offerta sanguinante, per nulla neutrale e per nulla scevro di conseguenze nella vita e nelle scelte quotidiane.

Tanti cristiani, nei secoli, ne hanno colto la domanda e la forza, e sono quelli che hanno scelto la dura via della santità come luogo di ogni loro giorno, senza nascondersi dietro a nulla, senza fare dell’Evangelo una chimera o un’opzione per pochi…troppe volte si è “cianciato” di un cristianesimo per “brava gente” fatto di un certo “buonismo”, moralismo ed infine di mediocrità quando non di ipocrisia… Lì l’Eucaristia è stata imprigionata in una neutralità rituale al servizio del sentirsi con la coscienza “a posto” ed appagata!
Così l’Eucaristia è stata ignorata e ridotta a “spettacolo” a cui assistere, o (tremendo!) ad idolo attorno a cui compiere atti religiosi e talvolta dolciastri…
Si è arrivato perfino a disincarnarla e smaterializzarla, volendo dimenticare che nell’Eucaristia c’è carne e sangue, c’è vita che chiede vita, c’è qualcuno che si offre per essere masticato, come il IV Evangelo pone proprio sulle labbra di Gesù.
Egli dice crudamente, infatti, che bisogna masticare la sua carne, e lo dice usando il verbo materialissimo “tròghein” (cfr Gv 6, 56): altro che l’impalpabile “ostia” che non ha più neanche il sapore del pane e che in tempi passati si prescriveva di non masticare!
Che depauperamento! Vorrei dire: che mistificazione!
In tal modo l’Eucaristia è diventata “innocua” non chiamando più in causa la mia carne, la mia vita, la mia concretezza.

In quell’ultima sera, Gesù ha lasciato invece alla sua Sposa il mistero di salvezza del suo Corpo e del suo Sangue! Cosa c’è di più concreto?
E’ un corpo spezzato ed un sangue versato…e chiedendo la reiterazione non ha chiesto di ripetere un rito, ma ha chiesto di fare ciò che Lui ha fatto: dare la vita nell’amore, concretamente e non idealmente, e nelle buone intenzioni!

Quella sera chiese ai suoi di lasciarsi coinvolgere nel suo “destino”, di condividere la sua via… Gesù se ne andava, e pareva tutto un fallimento…
Se ci pensiamo bene, dobbiamo dire che il Gesù storico non ha visto neanche i Dodici immersi nel suo sogno di un’umanità nuova!
Solo la Pasqua innesterà questa possibilità per i suoi discepoli di allora e di sempre…

L’Eucaristia è lasciata alla Chiesa perché la Pasqua non resti solo evento di Cristo Gesù…L’Eucaristia crea un popolo pasquale, sacerdotale e così profetico del mondo nuovo che sorge dall’amore del Crocefisso!

Lo Spirito è rimasto nella storia ad essere garante di questa possibilità, e chi l’ha colta ha cambiato il suo cuore ed il suo mondo.

In quella sera Gesù, in quel pane spezzato ed in quel calice condiviso, riassunse tutta la storia della ricerca di Dio della sua creatura.
Memoria della Prima Alleanza, di quella del Sinai, dell’antico patto nel sangue che ora, è chiaro, diviene profezia del suo dono! Quel pane e quel calice, però, guardano anche al futuro: all’ora della croce, ormai imminente, ma anche al futuro di coloro che, reiterando quell’atto di offerta, annunzieranno l’Evangelo…guarda però anche ad un futuro oltre il tempo (dice Gesù che quel calice lo berrà nuovo nel Regno di Dio!).

Dando l’Eucaristia ai suoi, Gesù chiese a quelli, e chiede a noi oggi, di prendere parte ad una storia di salvezza che approderà sulla spiaggia dell’ottavo giorno, della domenica senza tramonto in cui Lui sarà “tutto in tutti” (cfr 1Cor 15, 28).

Ed intanto?

Intanto c’è la storia concreta del mio vivere, dello scorrere delle vicende dell’umanità; al cuore di tutto ciò la Chiesa deve porre, come lievito “costoso” l’Eucaristia, la concretissima carne del Figlio di Dio che il Padre, nello Spirito, ancora e  sempre dona ai discepoli, perché la storia sia trasfigurata in storia d’amore proprio per l’opera coraggiosa di quei discepoli d’ogni tempo che, coinvolti nella via di Gesù, mostrano un’alterità, una differenza che, senza  alcuna arroganza, proclama la verità e di Dio e dell’uomo!

Ecco allora il cuore del Corpus Domini: non un trionfo dell’Eucaristia, fatto di processioni ed infiorate (fatta salva la bellezza di certe tradizioni e la buona fede di tanti!), ma un trionfo della logica dell’Eucaristia nel cuore dei credenti…
e questo, giorno per giorno…
Ogni giorno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

VI Domenica di Pasqua (B) – Rimanere nel suo amore

 

CON UN NOME NUOVO, AMICO!

At 10, 25-27.34-35.44-48; Sal 97; 1Gv 4, 7-10; Gv 15, 9-17

 

 

Icona dell'amicizia

Icona dell’amicizia

Questa domenica siamo condotti ad una cima altissima della rivelazione di Dio in Cristo Gesù; o meglio, siamo condotti ad una profondità inaudita su cui è tanto difficile dire parole. Sia il tratto della Prima lettera di Giovanni che il passo del Quarto Evangelo, che oggi risuonano nelle nostre assemblee, avrebbero bisogno solo d’essere ripetuti nel cuore, masticati, “ruminati” perché lo Spirito ci faccia assaporare il senso più profondo e vitale che essi possono avere per noi uomini, per le nostre vite, per la possibilità di attraversare questa storia concreta in modo altro, diverso, sensato…gioioso!

Al centro del passo del Quarto Evangelo, infatti, c’è la gioia… la gioia di Gesù, la gioia eterna del Figlio che Lui vuole sia la nostra! La gioia! Parola difficile in ore di crisi, di dolore, di dubbi, di delusioni, di stanchezze, di peccato, di solitudine, di morte.
Eppure per Giovanni tutto deve condurre lì…alla gioia…a quella gioia che è il senso della vita, che è pienezza della vita. Il Quarto Evangelo fa dire a Gesù proprio di questa pienezza di gioia, e lo fa con il verbo greco “pleròo”, che è un verbo di compimento, per dirci che la gioia è meta e “compimento” di ogni vita.

Gesù, con la sua rivelazione di Dio, con il suo amore, non solo ci ha narrato l’amore ma ce lo ha anche dato; ci ha dato la possibilità di vivere una vita nella gioia più vera!

Le parole della Scrittura che oggi ci vengono consegnate sono una grande meta di tutta la rivelazione di Dio…parole non da capire intellettualmente, ma da farsi entrare dentro, parole da sussurrarsi nel cuore, da ripetersi incessantemente perché plasmino il nostro mondo interiore: «amatissimi, amiamoci gli uni gli altri perché l’amore è da Dio…perché Dio è amore».
Ecco la “casa” dell’uomo, l’amore di Dio!
E’ da lì, da quella “casa” che noi proveniamo, ed è a quella “casa” che è necessario tornare per rimanervi, per dimorarvi, appunto!

All’inizio del capitolo, con l’allegoria della vite e dei tralci che la scorsa domenica abbiamo meditato, Gesù ha cominciato, nel Quarto Evangelo, a proclamare la assoluta necessità a rimanere in Lui, a dimorare in Lui per prendere vita da Lui…
Oggi la Chiesa ci propone di continuare la lettura di quel capitolo, e qui il Gesù di Giovanni ci dice cosa è concretamente questo rimanere, quale è questa “casa”.
Il rimanere è rimanere nel suo amore.
Un’espressione, questa, di una profondità grande; pensiamoci bene: ha detto nel mio amore! Non cioè in un amore qualsiasi, che potrebbe avere le facce infinite delle nostre mistificazioni e dei nostri interessi, no! Nel suo amore…è lì che bisogna rimanere.
In primo luogo nell’amore con cui ci ha amati, il che significa che è necessario rimanere nella capacità di lasciarsi amare: rimanere nel suo amore è allora lasciarsi avvolgere dal primato del suo amore.
Nella sua Prima lettera Giovanni lo ha ribadito: «non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi»; tutto questo ci libera da ogni atteggiamento “religioso” per cui vogliamo fare delle cose per Dio, per essere amati e beneficati; ma Dio non ha bisogno di queste miserie, fatte di calcolo; il suo è amore che previene, e Gesù ne è icona lampante.

Dio non ha aspettato la nostra conversione per inviare il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati, ma – direbbe Paolo – mentre eravamo ancora peccatori Cristo morì per noi (cfr Rm 5, 8). Nell’ Evangelo di oggi Gesù ci conduce a questo stesso primato dell’amore parlando della nostra elezione, della nostra chiamata a Lui: non noi abbiamo scelto Lui ma Lui ha scelto noi

Rimanere nel suo amore allora è dare questo primato al suo amore per noi, lasciandosi amare e plasmare ogni giorno dalla sua presenza nelle nostre vite; significa riconoscere la nostra chiamata all’intimità con Lui come assolutamente gratuita. Tutto questo, però, in una condizione stabile, dimorando, restando in Lui!

Rimanere nel suo amore, poi, vuol dire che bisogna rimanere in quell’amore che ama fino all’estremo: solo quello così è il suo amore; non ha misura! La misura di quel suo amore è colma solo all’estremo; il suo amore è quello che lo ha condotto fino ai piedi dei suoi suoi, a contatto con le loro miserie e vergogne, è quello che sulla croce gli farà gridare “tetélestai” (“è compiuto” che è come dire “fino all’estremo”).  Il suo amore è quello che dà la vita; Gesù ha detto, nel testo giovanneo di oggi, «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita».

Rimanere nel suo amore è entrare in questa dinamica di amore che nasce dall’essere amati fino all’estremo, ed essere amati così nella più pura gratuità preveniente; rimanere nel suo amore è dimorare in questa “casa” dell’amore di Gesù, che è “casa” dell’amore che è la vita stessa di Dio…

In questo testo di Giovanni c’è continuamente un come: Come il Padre ha amato me così anch’io ho amato voi… Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato il comandamento del Padre mio e rimango nel suo amore…e più avanti: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi…
Questo “come” non è un invito all’imitazione, ma è rivelazione di una fonte: l’amore del Padre è fonte dell’amore del Figlio, l’obbedienza del Figlio alla volontà del Padre è fonte di una nostra rinnovata possibilità di obbedienza, l’amore del Figlio per noi è fonte del nostro amore reciproco!

Comprendiamo allora che in questa via dell’uomo nuovo non è il volontarismo che ci salva, ma è l’accoglienza di ciò che Dio ha “nel cuore” per noi, di ciò che il Figlio ha immesso nelle “vene” della storia, e nelle “vene dell’umanità!

L’uomo nuovo è colui che accoglie il “nome nuovo” che il Figlio gli dà: amico!

Davvero straordinario! L’amico è chi è ammesso nell’intimità dei propri pensieri, dei propri sogni, dei propri progetti; l’amico è colui per cui si dà la vita! Sentire su di sè questo nome nuovo di amico può rivoluzionare la nostra esistenza, perchè questo ci fa conoscere e sperimentare la fonte di una possibilità nuova e concreta di umanità…

In questo nome di amico, che è nome dato dall’amore, bisogna rimanerequesta è la “casa” del discepolo di Cristo!

Il nostro profondo ripeta con stupore: Amatevi come io vi ho amati!

p. Fabrizio Cristarella Orestano