IV Domenica di Pasqua (B) – Conoscere Dio

 

VIA DI SALVEZZA

At 4, 8-12; Sal 117; 1Gv 3, 1-2; Gv 10, 11-18

 

Gesù buon pastore, icona (Monastero di Ruviano)

Gesù buon pastore, icona (Monastero di Ruviano)

C’è una conoscenza che passa da Dio al mondo, e che dal mondo dovrebbe tornare a Dio. La conoscenza fa il discepolo; il mondo, di contro, è caratterizzato dalla non-conoscenza di Dio! Da questa non-conoscenza nascono tutte le derive del mondo.

Purtroppo, nella predicazione e nella prassi cristiana, da un certo momento in poi si è voluto saltare “a piè pari” la necessità della conoscenza; e per paure legate all’eresia gnostica, che ad un certo punto parve dilagare, la comunità cristiana cominciò a non parlare più di “gnosis” (cioè,  di “conoscenza”), e a non parlare più della necessaria relazione di conoscenza tra il credente ed il Signore. Nel tempo, si è creato così un cristianesimo in cui si è obliato che per una vera fede, per una vera adesione al Dio dell’Evangelo, è necessaria al primo posto la conoscenza di Lui.
Una conoscenza che certamente non è nè conoscenza intellettuale nè conoscenza filosofica, quella cioè che la gnosis ereticale predicava, ma una conoscenza “penetrativa”, esistenziale, esperienziale! Non si può cioè appartenere al Dio della storia se non si è fatta esperienza storica, concreta, e vitale di Lui. Il Dio della storia è Colui che ha una tale relazione con la storia degli uomini da assumerla definitivamente nell’Incarnazione del Figlio.

La testimonianza apostolica, così come la testimonianza dei padri nella fede di Israele, è testimonianza di un incontro che salva, di un incontro che fonda una conoscenza, la nostra, e si fonda sulla conoscenza che Dio ha di ciascuno di noi.
Non si può essere autenticamente discepoli di Cristo se non si mettono le fondamenta su questa conoscenza.

I testi della Scrittura di questa domenica mi pare che abbiano uno sfondo comune: la conoscenza di Cristo è via di salvezza; ma l’espressione “conoscenza di Cristo bisogna intenderla in due direzioni: la conoscenza che Cristo ha di me, e la conoscenza che io posso avere di Lui.

Pietro, nel racconto di Atti che è la prima lettura di oggi, annunzia un nome in cui c’è salvezza: il nome di Gesù, il Crocefisso Risorto. Chi conosce quel nome, chi conosce la sua storia pasquale, può sperimentare la salvezza. Pietro lo dice chiaramente: non ci si può affidare ad altri nomi, ad altre conoscenze: «Non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati».

Al cuore del passo di Giovanni che oggi si proclama c’è Gesù che si auto-rivela come il Pastore bello, un pastore bello-buono perché capace di fare una cosa straordinaria: dare la vita per le pecore! Un dare la vita che non è però per un tutti indistinto, ma per ognuno: perchè Lui conosce le sue pecore, e questa conoscenza apre alla conoscenza di Lui. Il Quarto Evangelo – come spesso accade! – diventa qui davvero vertiginoso, poiché fa riferimento ad una reciproca conoscenza, calcata sulla conoscenza che il Padre ha del Figlio ed il Figlio ha del Padre.
La comunione trinitaria, la vita trinitaria, è dunque la conoscenza che il Padre ha del Figlio ed il Figlio del Padre; e una conoscenza così è quella a cui sono chiamati coloro che appartengono al gregge del Pastore bello-buono!

Lo sguardo del Pastore si allarga ad ogni uomo, come ci dice Giovanni fin dal secondo capitolo dell’Evangelo: «Egli conosceva ciò che c’è in ogni uomo» (cfr Gv 2, 25); i confini della conoscenza del Pastore sono infatti grandi come quelli dell’umanità: «E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore».
L’ascolto genera la conoscenza, e la conoscenza genera l’amore: questa è una via chiara per il discepolato, ed il Quarto Evangelo lo sottolinea con vigore.
La conoscenza spalanca le porte ad un Signore che dona la vita: quando si conosce un Signore così, cosa fare se non aprirgli le porte? Giovanni per ben due volte in questi pochi versetti di questa domenica ci dice che il «Pastore bello offre la vita», ed è questo ciò che lo rende kalòs, cioè bello-buono.

E’ una bellezza strana, una bellezza che non “convince” razionalmente, ma che ci vince! In fondo il mistero pasquale vuole questo: che ci lasciamo vincere da quell’amore tanto oltre ogni nostra immaginazione, oltre ogni logica “convincente”.

Chi riesce a conoscere questa bellezza entra nella novità di vita che è la salvezza!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

IV Domenica del tempo Ordinario – Gesù può liberarci

L’AMORE MALATO DI NOI STESSI

Dt 18, 15-20; Sal 94; 1Cor 7, 32-35; Mc 1, 21-28

Il volto di Cristo, di Rembrandt (particolare)

Il volto di Cristo, di Rembrandt (particolare)

La parola di Gesù è una parola diversa, una parola “altra”.
E’ parola di rivelazione di un evangelo, come ascoltavamo la scorsa domenica (“Il Regno di Dio si è avvicinato!”). E’ poi parola che ordina un necessario ed urgente cambiamento di rotta (Volgetevi verso l’Evangelo! Fidatevi dell’Evangelo! Cambiate vita!); ed è anche parola potente, che fa ciò che dice: una parola cioè che ha “exousìa”, che ha “potenza”. Nella Scrittura questa parola è attribuibile solo a Dio: lui ha questa potenza.
In ebraico è “shaltan” (da cui deriva l’arabo “sultano”, uno che ha potere), e indica quella potenza creatrice che ha la parola di Dio. Gesù ha una parola così. Tanto diversa dalle parole “ripetute” perchè imparate, dagli Scribi! La gente lo nota subito! La parola di Gesù è altro! E’ nuova, è potente … nasce dalla vita che Lui vive, dalla vita che Lui è!

La parola di Gesù è la parola del profeta promesso dal Libro del Deuteronomio; di quel profeta che rinnoverà la potenza innovativa della Torah consegnata a Mosè.
Il popolo, spaventato dalla teofania del Sinai, aveva chiesto di non vedere più manifestazioni straordinarie di Dio, ed ecco che il Signore promette le mediazioni: la Parola verrà detta da uomini, cui la Parola stessa verrà confidata; bisogna perciò ascoltarli.
L’autore del Deuteronomio non sa, e non può immaginare, che la mediazione definitiva metterà assieme la vera presenza di Dio e la vera umanità del Messia, Gesù di Nazareth. E’ Lui il profeta definitivo promesso a Israele: la promessa del Deuteronomio è realizzata nella carne di Gesù di Nazareth, al di là di ogni possibile ipotesi.

Lo straordinario del Dio biblico è che Lui parla! Uno straordinario che sfocia nel parlare di Gesù, che è la Parola! Il suo parlare stupisce e rivela vie nuove, il suo parlare snida il male.
Il testo dell’Evangelo di Marco, che oggi si ascolta, ci narra il primo “miracolo” di Gesù per il secondo Evangelo: un esorcismo. Un particolare è notevole: l’uomo su cui verrà compiuto l’esorcismo è all’interno della sinagoga, è nascosto e confuso tra quelli che sono lì per la preghiera e l’ascolto della Parola; l’uomo è lì dove non dovrebbe essere poiché la sinagoga è luogo ove si è radunati da Dio per la parola e per il culto; ed è lì che la parola di Gesù lo snida!
Come è vera questa scena: il male, l’“immondo”, si annida, ben nascosto in noi, nelle nostre strutture umane e perfino nelle nostre strutture ecclesiali … è ben mascherato! A volte è perfino travestito da “bene”.
Lo spirito che possiede quest’uomo in sinagoga è detto “immondo” e, per la Bibbia, “immondo” è tutto ciò che attiene alla morte; la morte è la suprema impurità. Tutto ciò che ha contatto con la morte è “immondo”; e la parola di Gesù, che è vita e grida la potenza e la bellezza della vita, snida questa “immondizia”!
Così avviene nelle nostre vite: quando risuona la vera parola di Gesù, questa mette a nudo il nostro male, le nostre iniquità. Lo stesso spirito immondo non può fare a meno di gridare e rivelare così la sua presenza!

Questo spirito immondo fa una cosa strana: parla al plurale! Ci si chiede perché.
Forse, dice qualcuno, parla a nome di altri spiriti immondi; o forse sottilmente vuole comprendere in quel plurale anche l’uomo di cui ha preso possesso; lo vuole con sé; lo vuole assimilare a sé; lo considera una cosa sola con lui!
Di fatto Gesù, nello sgridarlo, dirà “Taci!”, usando il singolare e, distinguendolo chiaramente così dall’uomo, gli dice “Esci da quell’uomo!”. E’ come se dicesse “quell’uomo non è tuo; non è tuo territorio; l’uomo è terreno di Dio; è figlio di Dio!”.

Lo spirito immondo dice a Gesù due verità, che neanche lui – che è servo di menzogna – può negare: Gesù è venuto a portare rovina all’impurità, alla morte, al male che lacera l’uomo. Lo spirito immondo, inoltre, sa chi è Gesù, e lo designa come l’opposto di ciò che lui stesso è: Gesù è il Santo di Dio, e “santo” è l’opposto di “immondo”!
Nella Bibbia al termine “santo” si oppone sempre il termine “immondo”, “impuro”; la santità attiene alla vita, attiene cioè a Dio che è amante della vita (cfr Sap 11, 26); l’impurità invece attiene alla morte e a colui che della morte ha potere, il diavolo (cfr Eb 2, 14).
Gesù però non vuole che la rivelazione della sua santità avvenga per bocca di un demonio, e gli intima di tacere. La rivelazione della sua santità avverrà nel paradosso della croce, impurità assoluta, ed avverrà per bocca di un impuro (il centurione pagano) che dirà l’estrema rivelazione dell’Evangelo di Marco: “Davvero quest’uomo è il Figlio di Dio” (cfr Mc 15, 39). Lì splenderà la santità di Dio che, come dirà Giovanni nel suo Evangelo, sarà gloria dell’amore fino all’estremo (cfr Gv 13, 1). Lì, sulla croce, Satana sarà incatenato per sempre …

Intanto però Gesù ha già iniziato la lotta con il male che ci abita e ci rende schiavi; l’Evangelo di oggi ci chiede di credere a questa potenza di Gesù che può liberarci; ci chiede di credere più a questo umile potere di liberazione che alle menzogne del male che ci abita, e che così spesso è mascherato da “bene”. Ci chiede di non dar credito alla menzogna che ci vuole una cosa sola con il male che ci abita e ci tormenta; Gesù, infatti, smaschera subito la menzogna di quel plurale che lo spirito immondo usa.
Il male ci strazia e grida forte, proprio come fa con quel pover’uomo della sinagoga di Cafarnao prima di lasciarlo. Ormai è smascherato da “uno più forte”, come aveva detto il Battista (“Dietro di me viene uno che è più forte di me“, cfr Mc 1, 7): uno che non solo chiede cambiamento di rotta alle vite degli uomini, non solo chiede di fidarsi dell’evangelo e non delle menzogne del “divisore”; ma uno che ha anche la forza, la “exousìa”, di dare la libertà con al sua parola potente.
E’ alla sua parola che allora dobbiamo volgere il cuore.
Chiediamoci, allora: ci stupiamo della sua parola? Marco ci dice che la gente era stupita dal suo insegnamento. Credo che dobbiamo dircelo: quando leggiamo l’Evangelo, e non ci stupiamo, significa che non abbiamo capito! E’ così!
E quando non capiamo, vuol dire che non abbiamo dato accesso nel nostro profondo a quella parola, e non le permettiamo di snidare il nostro male; non le permettiamo cioè di darci le vie e le possibilità di conversione.

Questo esorcismo rappresenta il primo miracolo di Gesù nell’Evangelo di Marco; per Marco infatti l’opera di Cristo è la liberazione dal male che abita l’uomo, che lo schiaccia, lo schiavizza, lo rovina!
Lo spirito immondo della sinagoga di Cafarnao grida a Gesù “sei venuto a rovinarci!” e, tante volte, anche noi scopriamo in noi un grido simile dinanzi alle proposte esigenti e radicali dell’Evangelo!
E’ vero: Gesù è venuto a rovinare la nostra brama di autodeterminazione, la nostra ubriacatura di pseudo-libertà, le nostre “gabbie dorate” in cui siamo felicemente prigionieri dei nostri peccati che amiamo. Gesù è venuto a rovinare quell’amore malato di noi stessi, che ci fa calpestare gli altri e vuole sempre “salvare noi stessi”, e che non vuole amare perchè amare costa!
Gesù è venuto davvero a rovinare l’uomo vecchio ma, se solo sappiamo stupirci per un attimo delle sue parole nuove e potenti, quella menzogna sarà smascherata, e ci sarà chiaro che a rovinarci era la brama di autodeterminazione sganciata da Dio; a rovinarci era la nostra libertà malata, a rovinarci erano le “gabbie” dei nostri peccati, a rovinarci è quella “filautìa” che non ci permette di amare dando la vita!
Forse, quando queste cose ci lasciano, ci straziano ma finalmente saremo uomini veri, liberi e capaci di annunziare quel Regno in cui nessun altro ci possiede, se non il Padre che Gesù è venuto a raccontarci …
Non ci possiede, nel Regno, se non Lui che ci consegna alla vera libertà, quella dei figli.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

III Domenica del Tempo Ordinario – Il tempo è compiuto



CAMBIARE LA NOSTRA MENTE

 

Gn 3, 1-5.10; Sal 24; 1Cor 7, 29-31; Mc 1, 14-20

 

Ravenna, S. Apollinare Nuovo (particolare)

Ravenna, S. Apollinare Nuovo (particolare)

L’Evangelo di questa domenica inizia con il buio: Giovanni Battista è stato arrestato; il mondo cerca di far tacere la voce del profeta; pare che la speranza sia zittita e invece ecco che, sul Mare di Galilea, irrompe l’assoluta novità di Dio e la voce della speranza diventa Parola che svela un compimento, che chiede conversione e diventa parola di chiamata concreta che chiede di coinvolgere la vita nel progetto di Dio: “Il tempo è compiuto, il Regno di Dio si è avvicinato, convertitevi e credete all’Evangelo!”

Poche parole, ma di una dirompente novità e di vastissimi orizzonti; parole alle quali questi secoli cristiani ci hanno malamente abituati, assuefatti (come è accaduto per tante altre parole e misteri della rivelazione cristiana!); parole che irrompono nuove nella storia e portano luce lì dove sembrava che il buio avesse vinto (con l’arresto del Battista); parole nuove ma con radici nel passato (Gesù ripete, in qualche modo, l’invito alla conversione che Giovanni, suo Maestro, gridava dal Giordano!); con la forza di un compimento e con la certezza che è scoccata un’ora da cui non si può più tornare indietro.
Insomma, la storia ha avuto una svolta… Il tempo è compiuto, cioè “l’attesa è finita”; c’è dunque un oggi in cui Dio, superando quello che si  poteva immaginare, compie tutte le sue promesse.
Scriverà Paolo che “tutte le promesse di Dio in Cristo sono divenute sì” (cfr 2Cor 1, 20) e, nella sua Lettera ai cristiani della Galazia, affermerà ancora lo stesso compimento in una pienezza del tempo che corrisponde alla venuta nella carne del Figlio di Dio (cfr Gal 4, 4).

Questa pienezza è ora visibile nel Regno che si è avvicinato; il Regno è il farsi storia di Dio, è la sua venuta nella storia perchè la storia divenga luogo del suo primato; in Gesù questo è davvero avvenuto perché in Lui, sulla faccia della nostra terra, ha camminato un uomo in cui Dio regna pienamente, e che ha un solo desiderio: contagiare all’umanità dei suoi fratelli quello stesso regnare di Dio. E perchè questo “contagio” accada è necessario convertirsi, è necessario lottare; è necessario ingaggiare un vero combattimento come ha fatto il Figlio nel deserto per quaranta giorni, per dare spazio pieno a Dio (il suo digiuno prolungato è proprio segno di voler dare spazio solo a Dio! cfr Mc 1, 12-13).

La conversione è volgere tutta la propria vita a Dio (in ebraico conversione si dice “teshuvà” che significa “inversione di direzione”); significa cambiare la propria mente con la mente di Dio… Quello che deve avvenire è un vero “rovesciamento”, come annunzia Giona nel testo che oggi si legge quale prima lettura: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà capovolta” (così alla lettera, che è parola volutamente ambigua: sarà “capovolta” perchè distrutta o “capovolta” perchè convertita?)…
Certo, cambiare la nostra mente con la mente di Dio è una meta immensa, ma per il Nuovo Testamento la “metànoia” è il rovesciare (“metà”) la mente (“nous”), ma in un mutamento che non è da pensieri peggiori a pensieri migliori; il mutamento è cambiare i nostri pensieri con i pensieri di Dio…e quando questo avviene il Regno si compie in colui che ha messo fiducia in questa possibilità di novità che è l’Evangelo di Gesù (ecco il credere all’Evangelo!).

A questo irrompere della Parola di Gesù che viene a ridare speranza al mondo, e viene a fare domande grandi al cuore dell’uomo, Marco fa seguire la scena della vocazione dei primi quattro discepoli.

Gesù, che ha proclamato la prossimità del Regno e del tempo ormai compiuto; si avvicina ad alcuni uomini e li chiamali ha trovati nel loro quotidiano e da lì li chiama ad un quotidiano diverso, un quotidiano fatto di assoluta assiduità con Lui… Non si tratta di fare una cosa tra le altre, ma di impostare la propria vita in modo altro, mettendo al centro la sua persona e ciò che Lui è venuto a fare: trarre gli uomini dagli abissi del male e della morte. Infatti chiama i quattro a diventare pescatori di uomini, a lavorare in quest’opera di trarre gli uomini dal mare, luogo simbolo del male e del caos.

L’invito a “seguirlo” (“deûte opίso mou” cioè “venite dietro di me”) è di capitale importanza nella sua formulazione (dietro di me): si tratta di seguire Lui, e di seguire Lui facendo le sue scelte. Chi legge l’evangelo sa che le scelte di Gesù andarono tutte verso un solo punto: offrire se stesso, “servire e dare la vita in riscatto” (cfr Mc 10, 45). Seguirlo significherà questo per quei quattro, e per tutti quelli per i quali nei secoli risuonerà l’invito alla sequela. Non si tratta di seguire una dottrina, dei bei pensieri, una “filosofia di vita”…si tratta di seguire Lui, Gesù di Nazareth e tutta la sua vicenda, il suo stile, le sue scelte…

Come diverso è ciò che chiede il Rabbi Gesù di Nazareth da quello che chiedevano gli altri rabbi di Israele…nel discepolato dei rabbini, in primo luogo, era il discepolo che sceglieva il rabbi, cosa che Gesù non tollera per sè…sarà infatti sempre Lui a scegliere i discepoli, ed il Quarto Evangelo glielo farà dire in modo esplicito: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (cfr Gv 15, 16); in secondo luogo era la dottrina ad avere il primo posto; i discepoli facevano vita con il rabbi, per lo meno in alcune ore del giorno, e certo per questo facevano molte rinunzie, ma per impossessarsi della dottrina e per diventare poi, a loro volta, dei rabbi, dei maestri.

Il discepolo di Gesù entra invece in una condizione permanente di discepolato, non diventerà mai maestro ma rimarrà sempre discepolo, un discepolo chiamato a fare vita con Gesù fino in fondo. E più farà vita con Lui, fino a dare la vita, e più sarà solo e sempre discepolo.
Ricordiamo a questo proposito le parole del grande martire Ignazio di Antiochia che, nella sua Lettera ai cristiani di Roma, scriverà, alla vigilia del martirio, che quando per la sequela di Cristo sarà dato in pasto alle belve, “sarà veramente discepolo” (Lettera ai Romani IV, 2).

Il discorso che la liturgia di oggi ci fa fare è di una radicalità assoluta…e la radicalità è la via dell’Evangelo. Per l’Evangelo non c’è altra via che quella radicale! Vie mediane Gesù non ne tollera perchè le vie mediane diventano subito mediocri. Il Nuovo Testamento sa che il tempo si è fatto breve e dunque non si può perdere tempo; se il tempo è compiuto questo è vero fino in fondo e non sopporta nessun procrastinare; Marco sottolinea che le chiamate presso il lago hanno una risposta immediata; rimandare significherebbe solo dire “no”!

Se questo fosse chiaro in tante storie di vocazione o presunte tali!
Paolo, nel tratto della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto, che oggi si legge come seconda lettura, mostra la vita cristiana come un guardare all’orizzonte ultimo; si deve sapere che passa la figura di questo mondo, cioè il mondo passa come passa una “scena”, come qualcosa di provvisorio e, se è così, bisogna volgersi a ciò che è assoluto e definitivo, e definitivo e assoluto è Cristo con il suo Regno veniente.

Allora nessuna via mediana; dobbiamo purtroppo constatare che anche nello spazio cristiano c’è gente che crede in Dio e in una dottrina religiosa ma, se si scava profondo (e neanche tanto profondo!), ci si accorge che non si tratta del Dio che si è rivelato in Gesù Cristo; a volte si può trattare di un Dio “tappa-buchi”, di un Dio che serve a risolvere conflitti e ansie psicologiche, ma non è quello dell’Evangelo, non è Colui che chiede cioè di misurarsi su un progetto che è quello di Gesù Cristo, che chiede di entrare in un discepolato che porta su vie imprevedibili, la cui sostanza sarà sempre e solo dare la vita con Gesù e come Gesù.

II Domenica del Tempo Ordinario (B) – Abitare con Lui

 

IL CUORE DI OGNI DISCEPOLATO

 

Icona di Gesù Maestro con il Discepolo Giovanni (secolo XX)

Icona di Gesù Maestro con il Discepolo Giovanni (secolo XX)

1Sam 3, 3-10.19; Sal 39; 1Cor 6, 13-15.17-20; Gv 1, 35-42

 

Nei giorni scorsi, contemplando il mistero dell’Incarnazione, abbiamo letto più volte e con stupore quello straordinario ed icastico versetto di Giovanni: «Il Verbo divenne carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (cfr Gv 1, 14); oggi, in questa domenica che segue il Tempo di Natale, l’Evangelo di Giovanni, riprendendo questo tema dell’“abitare”, ci dà ancora un suggerimento fondamentale per la nostra vita di discepoli.
Se Lui, il Verbo, è venuto «a piantare la sua tenda tra di noi», quello che conta per noi è il voler dimorare presso di Lui, con Lui, in Lui; quello che conta davvero è chiedere dove Lui dimori per stabilire con Lui la nostra dimora.
Il quarto evangelista ha caro questo tema perché ha caro il desiderio profondo che fu il senso di tutta la sua esistenza, del suo discepolato, del suo dare la vita.

Come si dà la vita per Gesù? Per Giovanni la risposta è semplice: stando con Lui, abitando presso di Lui. Nel Quarto Evangelo, Gesù stesso dirà: «voglio che dove sono io siano anch’essi con me»  (cfr Gv 17, 24; Gv 12, 26).

Il racconto di vocazione che il Quarto Evangelo ci trasmette nella pagina evangelica di questa domenica, così diverso da quello dei sinottici, sottolinea proprio questa dimensione: Andrea ed il discepolo amato (qui chiamato ancora “l’altro discepolo”), dopo la coraggiosa ed umile indicazione del Battista, seguono Gesù e ricevono subito una domanda: «Che cercate?»
E’ impressionante come la relazione con Gesù inizi con una domanda da parte di Lui; Gesù cerca subito di far venir fuori, da chi l’inizia a seguire, le ragioni più profonde che hanno mosso i suoi passi: che si cerca? E’ da lì che bisogna partire.

La domanda di Gesù riceve immediatamente una risposta: cercano il “luogo” in cui abita questo straordinario Rabbi… Si badi, non è solo la domanda discreta di un indirizzo; è la domanda che contiene, forse, già un desiderio: abitare con Lui; è la domanda che brucia il loro cuore, è la domanda sulla “dimora” dell’altro, sul luogo della sua intimità e profondità.

Non a caso qui Giovanni inizia ad usare il verbo che sarà il nerbo, nel suo Evangelo, di ogni discorso sul discepolato: il verbo “ménein”, la cui traduzione è “rimanere”, “dimorare”.
Gesù nei Discorsi di addio (cfr Gv 13-17) ne farà un vero e proprio ritornello: chi vuole essere suo discepolo deve trovare questa “dimora” (“moné” cfr Gv 14, 2); deve imparare a dimorare; deve desiderare di dimorare, di rimanere: “rimanere nel suo amore” (cfr Gv 15, 9b), “rimanere nella sua parola” (cfr Gv 8, 31), “rimanere in Lui come i tralci nella vite” (cfr Gv 15, 1ss).

La vita con Lui non è qualcosa di passeggero, di occasionale§; non è “una stagione della vita”. La vita del discepolo vuole invece una stabilità (parola cara alla vita monastica, che fa della “stabilitas” un luogo di profezia!); la vita del cristiano maturo è la vita di uno che ha cessato di “stare sulla soglia” ma che è entrato per sempre, stabilmente, nella casa. E’ la vita di uno che è disposto a stare con Lui, sempre! Non può fare più diversamente!

Il discepolo amato è il “discepolo che rimane” e, alla fine del Quarto Evangelo, Gesù risponderà esplicitamente a Pietro: “voglio che egli rimanga finchè io ritorni” (cfr Gv 21, 22). Quello che conta per ogni discepolo amato è dunque questo rimanere; per Giovanni fu questo il sale di tutta la sua vita…rimanere!
Ha provato la gioia di questo rimanere con Lui: prima di partire sulle strade del mondo, Giovanni ha gustato il vivere con Lui, l’essergli vicino, accompagnandolo ovunque, vivendo lì dove Lui viveva, rimanendo con Lui fino ai piedi della croce, lì sul Golgotha (cfr Gv 19, 26)…
Se Giovanni ci dovesse descrivere la sua vocazione, lo farebbe così: «da un giorno benedetto iniziai a dimorare con Gesù (ne ricorda dopo sessant’anni perfino l’ora: era l’ora decima!) e non ho più smesso!»

Quel dimorare materiale si versò poi in un dimorare profondo con Lui ed in Lui, di un dimorare di Gesù in lui, che fu il senso di tutta una lunga esistenza di fedeltà, di costosa fedeltà: fedeltà nella persecuzione e nel dolore, nei lavori forzati a Patmos, nel dolore di vedere i fratelli morire…Gesù fu la forza della sua vita, a partire da quel fare dimora assieme.

Così, forte di questa esperienza esistenziale, Giovanni consegna alla Chiesa questa via del rimanere…del trovare, giorno dopo giorno, la propria casa lì dove è la casa del Cristo, di Colui che si degnò di “abitare in mezzo a noi” (cfr Gv 1, 14) per giungere a “dimorare in noi” (cfr Gv 14, 23).

Straordinaria avventura quella del rimanere, del dimorare…un’avventura che ad un occhio superficiale potrebbe parere poco dinamica, ma che in realtà custodisce una forza dirompente. Come sono deboli certe appartenenze in cui non si passa mai dalla sequela difficile al rimanere a qualunque costo, anche nelle contraddizioni e nelle fragilità! Giovanni sogna una Chiesa così! Gesù voleva una Chiesa così! Non una Chiesa della “soglia”, ma una Chiesa del “dimorare”!

L’inizio di questo tratto di Tempo ordinario è segnato da questo tema del rimanere, per dirci come vivere il nostro tempo quotidiano: la strada è una sola, ed è quella del dimorare!
E’ lì, nel nostro rimanere, che Gesù opererà in noi le sue opere; lì ci darà un nome nuovo e ci renderà roccia, come farà con Simon Pietro; il fratello di Andrea è invitato anche lui ad iniziare quel dimorare: Gesù lo fissa con sguardo magnetico, con sguardo che attrae a quel rimanere con Lui, e gli fa una promessa: Sarai chiamato Kefas…una promessa che mette le sue radici in quel dimorare che inizia. Dimorando in Lui, Simone diverrà Roccia!

Questa è anche l’esperienza di Samuele che traspare dal suggestivo racconto del Primo libro di Samuele che oggi fa da prima lettura: Samuele acquistò autorità poiché il Signore era con lui, nè lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole.
Il segreto di Samuele era questo dimorare con il Signore; un dimorare che già era iniziato con quel suo stare, fin da piccolo, lì dove era l’Arca di Dio, che era il luogo della dimora di Dio in mezzo al suo popolo…

Dimorando presso il Signore si aprono le porte all’azione di Dio in noi, a quell’azione che è trasformazione e senso nuovo e pieno dell’esistenza.

p. Fabrizio Cristarella Orestano