XX Domenica del Tempo Ordinario – Un pane sovrabbondante


DAL PRODIGIO AL SEGNO 

 

Is 56, 1.6-7; Sal 66; Rm 11, 13-15.29-32; Mt 15, 21-28

 

Cristo e la Cananea, Annibale Carracci (Parma, 1595)

Cristo e la Cananea, particolare. Di Annibale Carracci (Parma, 1595)

Che strano l’evangelo di questa domenica d’estate! Un evangelo in cui i soliti ruoli sono sovvertiti, negati in qualche modo, per lo meno nell’apparenza: un Gesù che non mostra compassione dei discepoli che si fanno intercessori (forse più per fastidio che per convinzione: “Vedi come ci grida dietro!”), e una pagana che “converte” il Figlio di Dio!
Incredibile!

Matteo, che pure ci tiene a che Gesù non varchi il confine di Israele (per Marco nel passo parallelo non è così! cfr Mc 7,24), mette sulle labbra di Gesù l’esplicito comando ai suoi di “non andare dai pagani” (cfr Mt 10,5ss), e pone qui una scena che ha per protagonista una pagana, una pagana che va da Lui.
E’ lei che ha sconfinato, è lei che si avvicina a Gesù e lo chiama con titoli di grande spessore: “Signore e Figlio di Davide!”…e Davide aveva dato pane a tutto il popolo (2Sam 6,19) così come Gesù ha appena fatto (Mt 14, 13-21)…
Il pane equivale alla vita, e quel pane dato da Gesù è stato sovrabbondante (le dodici ceste avanzate!), perchè quando Dio dà la vita la dà in sovrabbondanza e nessuno rischia di restare senza…
La donna sembra quasi sapere di questa sovrabbondanza quando parla del pane che cade dalla  tavola dei figli.

A Gesù – che pare insensibile e chiuso – la donna ricorda quella sovrabbondanza di pane; e Lui, che non si era fatto smuovere nè dai titoli teologicamente corretti che gli aveva dato, nè dalle sue grida, nè dalle sue invocazioni nè dal racconto delle sofferenze della sua figlioletta, si lascia smuovere da quest’umile notazione: il suo pane è tanto sovrabbondante che cade dalla tavola dei figli!

Gesù non ha degnato la donna di una parola, per poi dirle parole perfino scortesi nel paragonarla ad un cagnolino (si ricordi che “cane” per un ebreo corrispondeva a “pagano”); la donna – nel riconoscere che quel che ha detto Gesù è vero – non nega la parola di Gesù, ma si richiama proprio ai doni che sono scaturiti dalla sua parola. Questo – incredibile! – apre gli orizzonti delle prospettive della missione di Gesù.

Il rifiuto e la freddezza di Gesù provenivano dalla convinzione che un’azione miracolosa fuori dal popolo di Israele non corrispondesse ai progetti del Padre, e che il Padre l’avesse inviato ai soli figli di Israele. Questo certo non escludeva che l’Evangelo dovesse poi raggiungere tutti gli uomini, come già i profeti avevano detto, e come oggi abbiamo sentito nella prima lettura in un oracolo di Isaia. Ma Gesù sa che Lui deve predicare ad Israele, che è il Messia di Israele. Poi sarà l’Israele fedele a far giungere l’Evangelo fino ai confini della terra.
D’altro canto per Gesù i miracoli devono essere segni leggibili, e solo Israele aveva la chiave per leggerli. Gesù, infatti, aveva risposto agli inviati del Battista con un “collage” di una serie di citazioni di Isaia attraverso cui un ebreo poteva leggere la sua identità proprio guardando a quelle opere di salvezza (“i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati e i sordi odono, i morti sono svegliati e i poveri evangelizzati” cfr Mt 11,5).

La donna, essendo fuori dalla tradizione ebraica, come potrebbe leggere un gesto miracoloso? Il rischio era che lo leggesse solo come un prodigio, e non come un segno! E Gesù – quindi – rifiuta!

La donna però, con la sua fiducia in Gesù e con la sua straordinaria intuizione dell’abbondanza dei doni di Lui, dimostra di saper leggere oltre il gesto che gli chiede: ella mostra a Gesù la possibilità che i lontani si nutrano, fin da quei giorni, di quel pane sovrabbondante che è l’annunzio dell’Evangelo che dà la vita… e non disconosce – sdegnata – il suo “status” di cagnetta (cioè di non-figlia!), ma lo accetta ponendosi in una condizione di speranza!
La sua è dunque la speranza del creato tutto che attende la rivelazione dei figli, come scriverà Paolo (cfr Rm 8, 19-22). E Gesù apre il suo cuore ad orizzonti più vasti e più immediati…compiendo il prodigio che ora sa che la donna sa leggere come segno. Gesù ha capito che questo prodigio è un segno anche per Lui stesso!

Non dobbiamo aver paura di affermare che Gesù abbia imparato da questa donna; la sua vera umanità è talmente vera che ha dovuto e voluto fare anche la fatica di una comprensione sempre maggiore di se stesso e della missione che il Padre gli aveva dato da compiere.
Non bisogna temere questa visione dell’umanità senza sconti di Gesù. Essa, infatti, spalanca a noi la meraviglia dell’amore di Dio che, per raggiungerci, non ha ricusato nessuna delle nostre fatiche; in questo essere davvero nelle nostre fatiche, il Figlio di Dio ci ha salvati! Ci ha salvati prendendo su di sè tutte le nostre lotte e le nostre fatiche, anche la fatica dolorosissima di lottare contro le proprie visioni e le proprie convinzioni.

Questo Gesù che “si converte” convince ancor più della sua divinità e della bellezza del nostro Dio,  che vuole essere con noi fin nel profondo delle nostre fatiche umane.

Così Gesù è veramente  via per noi e per le nostre lotte e per le nostre “conversioni”…

 

p. Fabrizio Cristarella Orestano

V Domenica di Pasqua – Il Volto di Cristo


…NARRAZIONE DEL PADRE

 

At 6, 1-7; Sal 32; 1Pt 2, 4-9; Gv 14, 1-12 


Il volto di Cristo, di Rembrandt (particolare)

Il volto di Cristo, di Rembrandt (particolare)

La liturgia di questa domenica pare che ci porti indietro rispetto alla Pasqua perché ci è presentato un tratto dei cosiddetti discorsi di addio di Gesù nel Quarto Evangelo. In realtà quei discorsi ci spalancano in pieno il dopo-Pasqua: in quelle pagine l’evangelista, con l’artificio letterario di discorsi testamentari, ci presenta le promesse e gli sconfinati orizzonti che l’andata via di Gesù, il suo “esodo” da questo mondo al Padre (cfr Gv 13,1), aprono alla storia, ad ogni uomo.

Le parole che Gesù pronuncia nel brano di oggi iniziano con una parola chiave per il Quarto Evangelo, una parola che ci deve essere molto cara: “moné”, cioè “dimora”, è la promessa che nella casa del Padre ci sono molte dimore, e Lui le prepara per ciascuno di noi; è parola chiave per Giovanni perché correlata al verbo più amato dal Quarto Evangelo, “ménein” che significa “rimanere”, “dimorare”, “restare”. La dimora che Gesù va a preparare con il suo “esodo” è la radice della possibilità che ci è data qui, nella nostra vita di credenti, di dimorare, rimanere in Lui, e fare della nostra vita un dimorare stabile nell’amore di Dio.

Le grandi auto-rivelazioni che ci sono in questa pagina sono provocate da due domande di Tommaso e di Filippo. Qualcuno ha ipotizzato che Giovanni ricalchi qui l’haggadàh (lett. “racconto”) della cena pasquale ebraica, in cui i piccoli fanno domande che hanno il preciso scopo di far avanzare e provocare il racconto dell’esodo fatto da chi presiede la cena. Qui avviene proprio così: le domande permettono a Gesù di pronunziare queste due grandi parole auto-rivelative.

Tommaso chiede quale sia la meta del Suo esodo (“Non sappiamo dove vai e come possiamo conoscerne la via?”), avendo detto Gesù – precedentemente – che di quella meta essi “conoscono la via”. E’ così, essi conoscono la via poiché hanno conosciuto Gesù, e a pieno lo conosceranno nell’esperienza pasquale, in cui definitivamente capiranno la sua identità. La via, dunque, non è una dottrina, non è un comportamento etico, non è una sapienza iniziatica come potevano pensare quelli che erano adusi a sentir parlare di religioni misteriche, a quel tempo molto diffuse. La via è Lui, la via è la sua carne di uomo, la via è la sua vita concreta, è l’amore con cui Lui la sta vivendo, “fino all’estremo” (cfr Gv 13,1). E’ la via perché è la verità; ed è la verità non perché dica delle verità o perché trasmetta una dottrina, ma perché è Lui stesso la verità. Lui è la verità dell’uomo, Lui è l’uomo in pienezza, è l’uomo capace di vere relazioni con Dio, con la storia, con gli altri, con la sua stessa umanità. Gesù è la verità perché Lui è la fedeltà che non si spaventa dell’infedeltà, e d’altro canto, in ebraico i concetti di verità e fedeltà sono coincidenti! Gesù è la vita perché la vita è Dio, e Lui ha posto la vita di Dio nella carne dell’uomo; e la sua carne apre ad ogni carne la vita di Dio, che è la comunione trinitaria, è l’amore che “circola” tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo! E questa vita la si accoglie solo se si accoglie Lui…

La domanda di Filippo, invece, si inscrive all’interno del grande desiderio dell’uomo, e in particolare dell’uomo biblico, di vedere Dio, di vedere l’“oltre”! La domanda di Filippo ci conduce ai vertici della rivelazione del Nuovo Testamento: Dio finalmente si è reso visibile! Visibile non in visioni spettacolari, straordinarie, numinose; non in teofanie simili a quelle che la Prima Alleanza ci descrive, a partire dal roveto ardente (cfr Es 3,1-6) ai fenomeni del Sinai (cfr Es 19,16ss), dalle visioni come quelle di Isaia (cfr Is 6) a quelle di Ezechiele (cfr Ez 1) o di altri profeti… Qui Gesù parla di un vedere che ha per oggetto un uomo, solo un uomo! Dio si è mostrato tutto in un uomo!

E’ straordinario!

Se non si capisce questo, nulla si capisce del cristianesimo, e nulla si capisce della portata rivoluzionaria e sovversiva della rivelazione cristiana; l’antico e bellissimo grido dell’uomo “Mostraci il tuo volto, Signore!” (cfr Es 33,18; Sal 105,4; Sal 27,8) riceve qui una risposta davvero inattesa, straordinaria: “Chi vede me, vede il Padre”. Ecco la “visione” di Dio: il volto di Cristo! Vedere Cristo e la sua umanità è vedere Dio… è qui la grande novità e la sovversione del cristianesimo! Qualcuno ha detto che qui sta la grande desacralizzazione di Dio, della “religione” che cessa di essere perciò “religione”… E’ vero! E’ proprio così! Dio non va più cercato nel miracolistico, nello splendore accecante e che fa paura, ma va cercato tutto nel volto di un uomo e – di conseguenza – nel volto di ogni uomo!

Se Gesù narra Dio attraverso tutto ciò che è, attraverso ciò che fa, attraverso ciò che dice, questo si riverbera sul volto dell’uomo tout-court…d’altro canto, la prima parola del Decalogo con il divieto di fabbricare immagini di Dio (cfr Es 20,4 ss) era certo una prescrizione per combattere ogni idolatria, ma aveva al fondo la consapevolezza che l’immagine di Dio nel mondo già c’è: è l’uomo creato a Sua immagine. Ora, in Cristo Gesù questo assume una pregnanza eccezionale, e quel volto santissimo, quell’umanità santissima, ci invita di continuo a cercare Dio nel volto dell’uomo che Egli ha assunto, ed ha assunto per sempre! Il Figlio Risorto, infatti, è uomouomo per sempre!

Gesù narra il Padre con le parole e le opere e qui, a Filippo, Gesù lo dice con chiarezza: “Le parole che io vi dico non le dico da me; il Padre che è in me fa le sue opere”. Lui è la Parola del Padre, Lui è l’agire del Padre, un agire che è tutto amore, un agire che si rivela offerta totale della vita!

La liturgia di questa domenica ci suggerisce che questa narrazione del Padre, che questa via, verità e vita che è Gesù, può e deve essere resa presente e tangibile alla storia dalla Chiesa. La Chiesa ha una vocazione: essere la vicenda pasquale di Gesù nella storia, in ogni oggi della storia.

L’elezione dei sette diaconi che Atti ci racconta nella prima lettura di oggi va proprio nel senso di continuare a narrare all’uomo la tenerezza di Dio, che provvede con amore al bisogno dei poveri e che ormai lo fa attraverso il corpo di Cristo che è la Chiesa: è attraverso l’umanità piena dei credenti che Cristo continua a narrare il Padre. E’ l’edificio di Dio che è la Chiesa, fatto di pietre vive – come scrive l’autore della Prima lettera di Pietro nella seconda lettura – che mostra il volto di Dio alla storia.

La via, la verità e la vita, la narrazione cioè del Padre che è Cristo, sono state consegnate alla Chiesa, ai credenti in Lui, a quelli che – dimorando in Lui – hanno scelto come via della loro umanità, come verità della loro esistenza, come vita che dia senso alla loro vita, Colui che – narrando Dio – ci ha narrato l’uomo. E all’uomo ha consegnato il compito di continuare questa narrazione con la “potenza” della sua Pasqua, con una “potenza” in-credibile al mondo, una “potenza” crocefissa, mondanamente perdente…ma una “potenza” amante e perciò salvifica!

Se noi Chiesa non narriamo così Cristo, e non siamo addirittura “diaframma” tra Lui e il mondo, smarriamo la nostra unica vocazione, assumendo altri volti che subito il mondo assimila a sè, e diventando come il mondo…e una Chiesa mondana non ha più nulla da narrare!

E’ terribile!

Lo sguardo fisso alla dimora preparata dal suo amore, e nel cuore un unico grande desiderio: dimorare in Lui!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

VIII Domenica del Tempo Ordinario – L’inganno della ricchezza

 

A CHI APPARTENGO?

 

Is 49, 14-15; Sal 61; 1Cor 4, 1-5; Mt 6, 24-34  –

 

M. van Reymerswaele (1540) - Il cambiavalute e sua moglie, Firenze

M. van Reymerswaele (1540) – Il cambiavalute e sua moglie, Firenze

La liturgia in questa domenica ci mette tra le mani una pagina davvero complessa, ricca di spunti, di immagini, di domande, di richieste, di necessità; una pagina molto complessa, ma altrettanto completa, per permettere al discepolo di Gesù di realizzare la propria vocazione, la propia identità, la propria verità e collocazione nel mondo.

Il primo punto che Matteo mette in tavola è la domanda circa la nostra appartenenza … “A chi appartengo?”. Ecco cosa ciascuno dovrebbe chiedersi con verità: Non si possono servire due padroni! Un detto lapidario e forte, in cui gli studiosi vi ravvisano una delle “ipsissima verba Jesu”, verissime parole di Gesù. Il verbo servire” che Matteo usa in lingua greca è il verbo “douleúein”, che non significa semplicemente “prestare un sevizio”, ma “appartenere a qualcuno” (tanto è vero che il “doulos” è lo schiavo), e quindi essere totalmente di quel qualcuno, e disposto a tutto ciò che egli chiede.

Tante cose minacciano la nostra appartenenza a Dio, minacciano cioè il primato di Dio nei nostri cuori: il potere, il piacere, il danaro, il prestigio; e per Gesù c’è un simbolo potente di tutto questo: il danaro. Quando c’è il danaro – pensiamoci bene – si può avere tutto il resto: potere, piacere e prestigio… Gesù chiama il danaro con la parola ebraica “mammona”, parola che deriva dal verbo “aman” – da cui “amen” – che significa “porre fiducia”, “avere sicurezza”: il danaro allora è padrone spietato quando diventa il termine di ogni fiducia e sicurezza; rende schiavo e avvilisce chi crede invece di dominarlo e di dominare attraverso di esso … è tremendo. Per Gesù il denaro è davvero l’anti-Dio, e non bisogna tentare di metterlo assieme a Dio! Tanti hanno creduto, e credono, di poterlo fare e di poter servire sia Dio sia il danaro, di poter mettere assieme cioè la ricchezza smodata e Dio, addirittura pensando che la ricchezza possa essere “premio” alla “giustizia” (un certo pensiero calvinista l’ha affermato con forza!); oppure si crede di poter mettere assieme Dio e danaro pensando di servire Dio con offerte, opere, beneficenze … tanti credono di onorare Dio così, ma questo non è il Dio di Gesù!

L’inganno della ricchezza (cfr Mt 13, 22) conduce ad un atteggiamento assolutamente estraneo al discepolo di Cristo: l’affanno. Gesù, con un imperativo, lo esclude dai suoi: “Non affannatevi!”. Matteo per il verbo “affannarsi” usa “merímno”, che è proprio l’“essere in ansia”, l’“essere nell’angoscia”, l’essere cioè sempre con il fiato sospeso, sempre in allarme, sempre a volere di più… E’ il rapporto sbagliato con le cose che genera questo affanno, che Gesù non vuole per noi.

Quando in questo testo evangelico si parla del cibo e dei vestiti non si vuole dire che non siano cose importanti, cose da non cercare, cose irrilevanti, cose per cui non vale la pena perdere tempo o fare fatica. No! Il problema non è volere o cercare queste cose, che servono alla nostra vita e alla nostra identità e dignità; il problema è dare loro un valore tale da “mangiarsi” tutto il resto; il problema è pensare che, avute queste cose, tutto sia risolto, o che, avute queste cose, la vita sia messa al sicuro, in tranquillità… è l’inganno di oggi, in questo tempo di crisi, in cui si vuole credere che non si possa pensare alle cose di fondo, alle cose di senso perchè c’è crisi economica, lavorativa, sociale, politica … e si dice così perfettamente il contrario di ciò che qui Gesù afferma: cercare prima tutte queste cosesicurezza, lavoro, danaro sufficiente, saldezza economica e politicae poi cercare il resto…. questo è un inganno infinito!

Gesù qui è chiaro: il primato va dato al Regno e alla sua giustizia! Anche questa è un’espressione difficile: cosa significa “cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno poste davanti”? Una cosa va detta subito: il primato non è assolutizzazione! Il “primato del Regno” serve a dare spazio a tutte le altre cose; dicendo infatti queste parole, Gesù non vuole “salvare” il Regno, ma vuole salvare lo spazio della vita dell’uomo, perchè in esso si possano dispiegare tutte le relazioni, le potenzialità, il godere delle cose… insomma il primato del Regno rende possibile all’uomo una vita bella, crea una vita buona, crea una vita felice perchè piena di senso; una vita in cui tutto, gli affetti, le cose, le opere delle nostre mani, abbiano il giusto spazio e non mortifichino l’uomo, possedendolo. Il “primato delle cose” invece, che è idolatria, che schiaccia l’uomo e lo mortifica (parola chiarissima: lo fa parere morto!), rende l’uomo “doulos”, schiavo delle cose e, quindi, egli stesso cosificato. Il padrone-Dio, invece, è Uno a cui si appartiene ma che libera, e libera le potenzialità, i possessi, gli affetti.

La giustizia di Dio è il modo in cui Dio si comporta con l’uomo, è la sua volontà di gioia e salvezza per ogni uomo. “Cercare la giustizia del Regno” allora è far proprio questo modo di Dio di guardare la storia e gli uomini! La giustizia per Matteo è sempre dono di Dio (perchè è il suo modo di essere per noi!), ma è compito per noi, un compito che si adempie lottando per la fraternità.

Per questo Regno e per questa giustizia, Gesù chiede che noi mettamo all’opera la nostra ricerca: è un verbo bellissimo quello che qui Matteo pone sulle labbra di Gesù; è il verbo “zétein”, che significa “cercare con passione”, cercare con slancio, con tensione, prendendo iniziative per giungere alla meta, progettando vie da percorrere per giungervi! Si badi che non è affanno: quello è terribile ed imprigionante, quello è angoscioso ed opprimente, quello si svolge sempre su di un terribile sfondo nero … la ricerca che qui Gesù ci chiede è, invece, la bellezza della vita dell’uomo, è lo slancio dei “sogni”, è la fatica bellissima di costruire una storia sensata, di amare i fratelli, di costruire con loro la comune casa della fraternità, la comune casa dell’umanità. La ricerca è animata dalla speranza, l’affanno invece dalla disperazione: colui che cerca è un entusiasta della vita e dell’uomo, è un appassionato di Dio e dei fratelli, è un uomo mai sazio e felice di avere sempre fame e sete di senso … chi si affanna invece è un depresso, che ha solo paura, ha solo sguardi pessimistici sul mondo e sulla storia, che vede in ogni altro uomo un nemico o un rivale che possa sottrargli qualcosa …

Chi cerca il Regno e la sua giustizia scoprirà che tutte le cose sono dono di Dio (…gli verranno poste avanti…), e le riceverà con gratitudine; chi si affanna invece se ne crede padrone, ed in realtà ne è dominato, ne è schiavo. Il testo usa il futuro (vi saranno poste davanti), e ciò significa che tutto dipende da qualcosa che deve venire prima: la ricerca del Regno e della sua giustizia.

“Tutte queste cose” (cioè cibo, vestito, domani) sono secondarie, e non nel senso che non sono utili, o importanti, o che se ne possa fare a meno (chi può dire una cosa così insensata?); sono cose econdarie nel senso che da sole non stanno in piedi: vogliono uno spazio giusto in cui essere messe, ed un modo corretto di cercarle e di viverle. Non sono cosa da guardare con disprezzo, come certa “spiritualità” cristiana (o presunta tale!) ha voluto affermare con grande disumanità … il problema è un altro: quando il primato è di Dio, questo crea lo spazio per tutte le altre cose bellissime che Lui stesso ha creato per noi; chi accumula perchè affannato, dimentica Dio (il Donatore!) e dimentica gli altri (con cui è necessario condividere!). Chi ha scoperto il primato di quella ricerca appassionata del Regno è discepolo di Gesù, perchè – come Lui – condivide. Tutto. Gesù condivise perfino la sua qualità divina: “spogliò se stesso” facendosi schiavo come noi, con noi (cfr Fil 2, 7), salì su una croce per donarci la libertà dei figli, per donarci la figliolanza di Dio che era tutta sua …

Gesù, che ha cercato il Regno di Dio e la sua giustizia, con l’amore appassionato per il Padre e per gli uomini suoi fratelli, ci chiede di percorrere la stessa via di suprema libertà!

Diciamoci la verità: se sappiamo leggere profondamente questa pagina di Evangelo, sentiamo di respirare in uno spazio infinito di libertà e di bellezza.

Questo spazio è la nostra vocazione!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

XXIII Domenica del Tempo Ordinario – Sono in grado di costruire la torre?

Che posto ha il Vangelo?

 Sap 9, 13-18; Sal 89; Fm 1, 9- 10.12-17; Lc 14, 25-33

 

L'evangelista Luca in un manoscritto bizantino del X secolo

L’evangelista Luca in un manoscritto bizantino del X secolo

L’essere discepolo di Gesù è cosa estremamente seria! Certo non è far parte di una èlite ma è cosa assai seria perché chiede di mettere in gioco la vita! Che non sia questione di èlite, l’evangelo di questa domenica subito lo mette in chiaro: il testo, infatti, inizia dicendo che molta gente andava con Lui, ed è a questa molta gente che Gesù parla ponendo però delle nette condizioni per andare con Lui … nessuna èlite, ma una proposta per tutti…tutti però non significa una massa mediocre e di basso profilo!

Infatti è come se Gesù, vedendo tanta gente, voglia scoraggiare una sequela facile, e dettata magari da entusiasmo solo emozionale e temporaneo … per questo dice parole scioccanti: Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita non può essere mio discepolo. Rispetto al testo parallelo di Matteo, Luca è più dettagliato nell’elencare i vincoli di parentela, ed inoltre fa un’aggiunta importante, terribile: la propria vita!

Luca usa il paradossale verbo “misein” (“odiare”) … è certo una scelta forte che Luca fa rispetto a Matteo, che diceva “chi ama suo padre…etc…più di me non è degno di me” (cfr Mt 10,37); non è invito all’odio, al disprezzo ma, come già avveniva nei Libri sapienziali, è invito a scegliere liberamente un distacco per amore di Dio che chiede, che chiama. E’ comunque un verbo forte, che non va neanche però edulcorato e reso “innocuo”! Infatti la forma “violenta” del verbo odiare vuole sottolineare la serietà della scelta di questa sequela. Insomma per Gesù la sequela di Lui non tollera mezze misure, non tollera legami che imprigionano o che tengano rivolti verso il passato. Anche la propria vita è messa in questo elenco!

Insomma il vero problema è chiedersi: che posto ha il Regno, l’Evangelo, Gesù rispetto a tutto il resto? E’ questione di vero primato, e non di un primato dichiarato a parole o con belle intenzioni; è un primato dichiarato con il portare la croce che, come più volte abbiamo riflettuto, non è il prendere le piccole o grandi sventure, i piccoli o grandi imprevisti, i piccoli o grandi dolori o limiti della vita ma è l’accettare l’esecuzione capitale del proprio uomo vecchio! Per Gesù si è disposti a questo? Chiunque sia disposto a questo può essere suo discepolochiunque!

Ecco che non è questione di èlite… può essere discepolo solo chi è disposto a prendere sul serio l’Evangelo e anche la propria vita! Nessuna “svendita” dell’Evangelo o delle sue esigenze, e soprattutto nessuna “svendita” del suo primato! E nessuna vita a metà con scelte ambigue o a “volo basso”!

Le due parabole, quella dell’uomo che vuole costruire la torre e quella del re che deve andare in battaglia, che Gesù narra immediatamente dopo, vogliono mettere in guardia da una sequela poco seria. Chi voglia intraprendere la sequela di Gesù deve calcolare le proprie forze per scegliere davvero quella sequela. Gesù non vuole sequele a metà! Questo deve essere chiaro…meglio una non-sequela che una sequela mediocre e fatta di compromessi e di “svendite”…

Questa posizione può sembrare dura e strana, specie dopo secoli in cui si è “benedetta” un’appartenenza cristiana nominale, sacramentale, “culturale” e minimalistica; dopo secoli in cui si è ridotto il discepolato al “precetto pasquale” e a pratiche “religiose” similari … Gesù però non è un minimalista (o peggio ancora un “buonista”), non è uno che voglia preservare i numeri a scapito della radicalità, non è uno che dica “meglio questo poco che niente”, non ragiona su “sacramenti per lo meno ricevuti” … No! Gesù chiede, a chi voglia stare con Lui, serietà profonda e capacità di misurare davvero se stessi dinanzi al prezzo da pagare per il discepolato! Bisogna davvero chiedersi: Sono in grado di costruire la torre? Posso andare in battaglia?

Non ci sono sconti per l’Evangelo! Gesù  invita a prendere sul serio Dio ed il suo Regno, ma anche noi stessi. Ecco il suo grande rispetto per l’uomo: abbiamo una sola vita, e non possiamo ammantarla di bieca mediocrità.

Nel passo della Lettera a Filemone, che oggi abbiamo ascoltato, Paolo invita il suo amico e fratello Filemone a una scelta radicale che contraddica i suoi poteri di padrone di uno schiavo…Filemone è invitato da Paolo a scegliere le vie incredibili dell’Evangelo per cui uno schiavo (e per giunta fuggiasco!) deve essere chiamato “fratello”! Filemone, se segliesse di rimanere “padrone”, imboccherebbe una strada di “svendita” dell’Evangelo…chiamando Onesimo, il suo vecchio schiavo, con il nome di “fratello”,  sceglierà una via altra, strana, certo “folle” per il pensare del mondo, ma imboccherà l’unica via possibile per l’accesso del Regno alla storia,  possibilità di una vera rivoluzione … una via di umanità piena perchè gli uomini non sono schiavi o padroni, sono uomini e basta …

La vita dell’uomo o è un capolavoro di umanità o non è vita umana! Certo Gesù sa che la via del Regno è via per costruire questo capolavoro di umanità che deve e può essere la vita di ciascuno, ma sa pure che non è un buon servizio all’uomo illuderlo con vie mediane, di compromesso o di “svendita”.

L’invito alla radicalità è per chiunque, e le esigenze del Regno sono per tutti i discepoli e sia chiaro che per discepolo qui si intende semplicemente cristiano. Non esistono i cristiani radicali e i cristiani meno radicali! Esistono solo i cristiani che, o sono radicali o non sono cristiani!

Non si bolli tutto questo di integralismo perché l’integralismo è quello che vuole imporre agli altri una via “radicale” … qui si tratta di una via chiesta a ciascuno, e ciascuno può accoglierla liberamente se vuole essere discepolo di Gesù!

E’ Gesù che l’ha posta così! Fare diversamente non dovrebbe essere possibile se Lui è il Signore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano