III Domenica del Tempo Ordinario – L’oggi

UN PASSATO CHE ABBIA RILEVANZA E SENSO PER IL FUTURO

Ne 8, 2-4a.5-6.8-10; Sal 18; 1Cor 12, 12-30; Lc 1, 1-4.4, 14-21

 

I testi biblici di questa domenica ci permettono di fare una riflessione essenziale per la nostra vita di uomini e di uomini cristiani.

Luca scrive il suo Evangelo per i cristiani della terza generazione; provengono dal paganesimo e non hanno conosciuto né Gesù,  né quelli che lo avevano incontrato; uomini e donne, dunque, lontani dal Cristo nello spazio e nel tempo; sanno che la venuta di Cristo ha annunziato un’ultima venuta ma questa non è così imminente come pareva. E allora? Come mettere radici in un passato sempre più lontano e come camminare verso un futuro anch’esso sempre più lontano? E’ possibile che dei fatti del passato abbiano una forza di salvezza per l’oggi e preparino il domani?

L’oggi tante volte è buio ed il futuro è oscuro…questo era il sentire dei cristiani a cui Luca si indirizza, ma questo è anche il nostro scenario: è il problema della storia; non un problema astruso, ma un problema reale e fortemente esistenziale…un problema che pone domande al nostro vivere concretissimo: cogliere nell’oggi un passato che abbia rilevanza e senso per il futuro; questo per vivere sensatamente l’oggi e preparare il domani.

L’uomo è un animale storico; ha dei limiti ma si sente costretto in quei limiti; l’uomo di continuo cerca se stesso e così cerca altro e si scopre, tante volte, cercatore dell’Altro…Certamente la morte è il suo limite immenso…l’uomo, troppo grande per bastare a se stesso, come scriveva Pascal, sa che dovrà scontrarsi con la morte. L’angoscia è inevitabile.

Qui si pone la promessa di Dio; il Dio della Bibbia promette all’uomo salvezza…Dio gli sussurra che è possibile un mondo buono, con il cielo aperto, è possibile quell’altro che l’uomo neanche osava sognare; Dio si è accostato all’uomo promettendogli salvezza, educandolo ad una vera speranza; il Dio biblico chiede all’uomo fiducia perché possa accogliere la salvezza. In Israele, Dio si è scelto un lembo di terra in cui ha seminato la parola della speranza, della salvezza; lì l’ha coltivata e ad un certo momento ha aperto una breccia nel muro della storia. Di questa fatica di Dio nessuno se ne è accorto, neanche i vicini: la grande storia ha soffocato con i suoi frastuoni la storia di Dio con noi

All’inizio del suo Evangelo, Luca ci prende per mano e ci conduce a quell’apertura: è la storia di Gesù di Nazareth…lì il muro è stato abbattuto! Lì c’è una porta per uscire dall’angoscia. Luca sa che per mezzo di Gesù c’è un oggi di salvezza. Per questo inizia il suo racconto accreditandosi come uno storico della salvezza. Ci sono delle cose che si compirono che hanno dei precisi testimoni oculari e questi sono stati fatti servitori della Parola. La Parola di promessa ora ha un volto ed una carne: Gesù! In Lui ogni oggi può essere adempiuto dalla promessa; in Lui ogni oggi può conoscere la salvezza. Il terzo Evangelista ci terrà a sottolinearlo, da questo momento nella sinagoga di Nazareth, all’incontro con il piccolo pubblicano Zaccheo (Lc 19,9 Oggi la salvezza è entrata in questa casa) E fino al ladro appeso alla croce (Lc 23,43: Oggi sarai con me nel Paradiso).

La salvezza che la Scrittura ci annunzia non è una teoria di salvezza, la nostra salvezza è un avvenimento, una persona: Gesù di Nazareth. In Lui si adempiono le parole della promessa; in Lui è data all’uomo, immerso nelle tenebre ed angosciato nel vicolo cieco della morte, la vera luce; in Lui è data una liberazione dalle catene che disumanizzano l’uomo pretendendo di essere vie di salvezza.

La storia allora non è più un groviglio cieco e disperato; si spalanca alla storia un oggi nuovo che apre le vie del futuro mostrando la saldezza delle radici di una storia in cui Dio ha fatto irruzione con la sua promessa e con l’adempimento di essa.

L’oggi nuovo ha un volto, ha il sapore di una vicenda: il volto di Gesù di Nazareth, la sua vicenda che narra Dio ed il suo amore.

L’irruzione di Dio, della sua Parola, come già narra il libro di Neemia nel celebre tratto che oggi passa nella liturgia, conduce alla gioia e alla comunione; passa certo per lacrime di compunzione su un passato segnato da morte e infedeltà, ma approda alla gioia di un banchetto festoso che si fa comunione con i poveri; la Parola accolta trasforma l’oggi in un tempo santo: questo giorno è consacrato al Signore (Ne 8,10). L’oggi in cui Dio abita, dall’oggi di Gesù di Nazareth, ha una nuova forza: la gioia che proviene dal Signore (Ne 8,10).

I presenti nella sinagoga di Nazareth in quel giorno della visita di Gesù sono per noi un’icona di ciò che ci è richiesto perché tutto questo ci tocchi: gli occhi di tutti nella sinagoga erano fissi sopra di lui. Ecco, non si può distogliere lo sguardo da Lui: solo Gesù, il Figlio di Dio nella nostra carne, è il liberatore e il salvatore. Non ce ne sono altri! Lui, l’inviato a portarci un Evangelo che ci deve e può far esultare.

Battesimo del Signore – Immersi nell’amore

LA CONSEGUENZA DELL’INCARNAZIONE

Is 40, 1-5.9-11; Tt 2, 11-14; 3, 4-7; Lc 3, 15-16.21-22

  

Il giorno dell’Epifania abbiamo lasciato Gesù ancora bambino adorato dai Magi che, a partire da quell’incontro, hanno il coraggio di andare per un’altra via…

Oggi Gesù adulto al Giordano inizia Lui stesso il cammino per una via altra imprevedibile ed inimmaginabile per ogni uomo religioso…Proprio così, la religione pensa sempre ad un Dio potente e trionfante e invece oggi il Figlio di Dio nella carne dell’uomo, sceglie oggi, come primo atto della sua vita visibile, pubblica, di confondersi con i peccatori, di stare con loro; per l’evangelista Luca tutto avviene nella preghiera di Gesù: è il pregare di Gesù che fa irrompere nel suo cuore la voce piena di gioia del Padre che si compiace proprio perché Lui, il Figlio Amato, è andato a cercare gli altri figli amati e perduti, è entrato nella loro storia, ne ha assunto le fatiche: quella di crescere, di relazionarsi, di amare chi non era amabile, di cercare e comprendere la sua verità, identità e vocazione…ora quella voce del Padre gli sussurra con tenerezza, in modo definitivo, la sua identità mentre lo Spirito scende di nuovo sulle acque, come nell’in principio (Gen 1,2) e consacra la sua umanità perché egli sia il Cristo, l’Unto di Dio per la salvezza del mondo. I cieli che erano stati chiusi nel giardino dell’in principio dalla spada fiammeggiante del cherubino  (Gen 3,24) qui sul Giordano si aprono (Marco dirà si squarciarono creando un inclusione con il velo del tempio che si squarcia nell’ora della morte del Cristo, cfr Mc 1,10).

Il Battesimo al Giordano è ancora un’epifania, un’epifania del Dio Trino già rivelato nella scena dell’Annunciazione in cui, nelle parole di Gabriele, c’è il Dio che invia, il Figlio di Dio veniente e lo Spirito che adombra la Vergine…Ora, al Giordano, la Trinità si manifesta e, seguendo la logica che abbiamo già contemplato nel Natale, lo fa nell’umiltà di un gesto in cui il Figlio sceglie di stare con i peccatori; come si era manifestato ai pastori ultimi e disprezzati dai puri giudei e poi ai Magi sapienti ma umili e capaci di mostrarsi perdenti di fronte al mondo, così oggi il Figlio si manifesta non nel Tempio, non ai sacerdoti, non ai detentori della legge, non con un gesto o atto potente o sapiente ma scegliendo di stare tra quei peccatori che sognano una liberazione e per questo si fanno affogare con la loro miseria nelle acque del Giordano, sperando in un’altra via

L’immersione del Figlio in quella fila di peccatori è per il riscatto degli schiavi, come dice Paolo nel passo della lettera a Tito che oggi passa nella liturgia; il riscatto è una categoria cara a Paolo perché ha in sé una logica essenziale per comprendere e conoscere il Dio rivelato da Gesù: lo schiavo in nessun modo ha la possibilità di salvarsi da solo dalla sua schiavitù ma per la sua liberazione può sperare solo che un ricattatore si assuma il prezzo della sua libertà. Non ci si salva da soli: abbiamo bisogno di un redentore che ci salvi. L’Incarnazione è proprio questa mano tesa verso la nostra miseria, l’Incarnazione è la vera condiscendenza di Dio che viene nella nostra condizione assumendo la forma di schiavo (Fil 2,7) per liberarci dalla schiavitù!

Colui che scende nel Giordano si fa solidale con i peccatori, inizia a sedere alla mensa dei peccatori; da qui inizia coscientemente a prendere su di sé il peccato del mondo (nel quarto evangelo, non a caso, sarà il Battista a dire di Lui che è l’Agnello di Dio che prende sulle spalle, toglie via il peccato del mondo).

Nell’evangelo di Luca di oggi, il Battista annunzia la venuta di uno più forte che ha la capacità di immergere, di battezzare in Spirito Santo e fuoco. Scendendo nelle acque del Giordano Gesù, come dice la liturgia, consacrò tutte le acque perché dall’acqua ricevessimo quel fuoco e quello Spirito…l’immersione che noi abbiamo ricevuto nel Battesimo ha affogato l’uomo vecchio, quello segnato dal peccato, perché iniziasse la nascita di un uomo nuovo, quello che ha la vocazione di diventare, come dicevano i Padri siriaci, il Figlio di Dio! L’immersione battesimale che la Chiesa ha ricevuto il mandato di donare a tutti gli uomini, è immersione nell’amore trinitario che a Pasqua si è rivelato nel Figlio crocefisso e risorto; è immersione per una morte dolorosa dell’uomo vecchio con cui inizia una santa lotta però già segnata dalla vittoria di Cristo, è immersione per una vita di pienezza umana in Cristo.

Dal Battesimo sorge una vita nuova, vita filiale, vita di lotta per la santità, vita in cui e per cui non si può non pagare un prezzo…Il Figlio di Dio, infatti, uscito dalle acque del Giordano si recò subito al deserto per ascoltare ancora il Padre, per cercare la sua via altra; lì lo assalirà la tentazione, lì ingaggerà per tutti noi una vera lotta contro le dominati mondane e fino alla croce lotterà per gridare il suo al Padre.

Per noi o è lo stesso o il nostro battesimo lo riduciamo ad un rito di inserimento in una societas più o meno avvertita come tale. No! Dal Battesimo usciamo Figli che iniziano una lotta per quella figliolanza, una lotta nella quale sempre più è necessario capire che la meta non  è una generica figliolanza ma una vera configurazione al Cristo,  Verbo Eterno venuto nella nostra carne perché la nostra carne potesse essere plasmata dall’Amore trinitario, quell’amore che solo lui, gesù, ci ha narrato con la sua carne, la sua storia, le sue parole, la sua croce, il suo amore fino all’estremo che non è rimasto prigioniero della morte!

Concludiamo allora questo tempo di Natale per entrare nel tempo del quotidiano (il tempo ordinario) che è tempo di cammino, di lotta compromettente per la santità. I misteri contemplati siano forza per questa lotta. Il Verbo si è fatto carne (Gv 1,14) per renderci santi e immacolati nell’amore (Ef 5,28).

Tutti i Santi – Il mistero della santità

 LOTTARE PER UN CAMMINO DI SENSO

 Ap 7, 2-4.9-14; Sal 68; 1Gv 3, 1-3; Mt 5, 1-12a

 

Poveri noi e povera Chiesa di Cristo se pensiamo che le Beatitudini siano dei “bei valori” o che siano il prodotto di una bell’anima poetica vissuta di sogni duemila anni fa e siano quindi prodotto della sua sfrenata fiducia in quell’uomo che fiducia non ne merita neanche un po’ e che è assolutamente “irredimibile” … poveri noi se pensassimo che il “mondo è sempre andato così e sempre andrà così”, che il mondo è fatto di ricchi fortunati e di poveri diavoli, che  è fatto di buoni, che fanno delle brutte fini, e di furbi e potenti che hanno la meglio; è fatto da chi più possiede e  possiederà sempre di più e da chi non ha nulla e, sarà anche buono, ma è un perdente …

E’ questo lo sguardo che tanti hanno sulla storia e sorridono con sufficienza dinanzi a pagine come le Beatitudini … la solennità di oggi ci dice però che è possibile un altro sguardo sulla storia e sull’uomo, che è possibile che “i perdenti” siano invece quelli che si credono “i vincenti”e vincenti siano quelli che tutti reputano perdenti. La solennità di oggi non serve ad avvalorare una folle chimera ma per confortare e rafforzare chi, avendo conosciuto Gesù, si è incamminato sulla sua strada e ne vuole pagare “il prezzo”; e lo vuole fare con gioia sapendo che quella è l’unica via capace di realizzare l’uomo e di donare senso ai giorni della storia.

Il testo dell’Apocalisse, con quella moltitudine immensa, ci dice che la santità non è chimera e non è neanche una via per una èlite scelta con chissà quali criteri … c’è un solo criterio: essere disposti a scommettere la vita su Gesù e sul suo Evangelo! E questo significa essere disposti a portare anche l’opposizione del mondo! I santi trovano l’ostacolo di un mondo che, nella migliore delle ipotesi, ride di loro e, nella peggiore delle ipotesi, schiera tutto il suo armamentario violento: Insultare, perseguitare, mentire, dire ogni sorta di male … in fondo, se ci pensiamo bene, sono i verbi che fanno la Passione di Gesù! Il mondo avrà per i santi un orizzonte senza confini di iniquità e Matteo l’ha detto: Ogni sorta di male

Il mondo vecchio è così, ma proprio lì, in questo fiume di iniquità, si apre una strada in cui i santi potranno, contraddicendo il mondo con le loro vite, tracciare una scia di bellezza, di luce, di novità.

I santi, che oggi contempliamo, sono quelli che hanno attraversato la storia e sono giunti alla meta e vivono alla meta; alcuni le Chiese li hanno indicati come tali ai credenti, ma la massima parte di essi sono passati nella storia e nessuno (o pochissimi) se ne sono accorti; spesso sono stati creduti inutili; spesso sono stati disprezzati, altre volte, addirittura, sono stati scambiati per empi. Tantissimi hanno portato segretamente il sigillo della croce e nessuno se ne è accorto: uomini e donne come noi, forse (e senza forse!) carichi di debolezze, carichi di fragilità e, spesso, anche di peccato ma santi perché hanno avuto la capacità di presentarsi a Dio, come diceva una santa canonizzata, Santa Teresa Di Lisieux, a mani vuote”, con la loro impotenza e con la loro incapacità a costruire la loro santità; sono però santi perché hanno chiesto a Dio, con tutte le loro forze, di essere fatti santi da Lui! Sono santi perché, mentre chiedevano a Dio la santità, hanno lottato per essere uomini di verità, di amore, di misericordia … Sono stati poveri nel profondo; Matteo nelle Beatitudini fa dire a Gesù non “Beati voi poveri”, come scriverà Luca, ma “Beati i poveri nello spirito che non è un’attenuazione, quasi a dire che ciò che conta è la povertà interiore che può convivere con grandi ricchezze (cioè: Posseggo ma sono distaccato!); no! Poveri nello spirito significa povertà radicale, profonda e questo perché la povertà evangelica non è “non avere nulla” (ci sono dei miserabili che sono avarissimi e legati all’estremo alle loro povere cose!) ma è il fidarsi realmente e profondamente di Dio e non dei beni di ogni tipo, non dell’acccumulo che mette “al riparo”; più avanti nel Discorso della montagna Gesù, infatti, dirà: Non potete servire a Dio e a Mammona … i poveri, i santi, hanno fatto questa scelta, quella di servire Dio, di fidarsi di Lui; e santi che hanno scelto questa via sono tanti, sono quella folla immensa che Giovanni ha visto con stupore nel brano del Libro dell’Apocalisse che oggi leggiamo.

Una folla immensa”: quanti sono passati facendo del bene senza ostentazioni, senza sentirsi giusti, senza giudicare gli altri sul proprio metro, senza disprezzare gli altri! … ecco i santi … e nella storia erano già figli di Dio. La seconda lettura di questa liturgia, sempre uno scritto giovanneo, tratto dalla prima lettera dell’Apostolo, ci rivela questa straordinaria qualità del cristiano: essere figlio di Dio ed esserlo realmente. Santi perché Dio li ha“separati” per Lui. Infatti il significato letterale della parola ebraica “kadosh”, è “altro”, “separato”. In Cristo i santi sono stati “messi a parte” per Dio. Ora, questi figli di Dio il mondo non li conosce e, come prima si diceva, li osteggia e perseguita o, comunque, li considera senza nessun valore.

Noi ci meravigliamo di questo, eppure il Nuovo Testamento lo afferma con chiarezza; il Santo di Dio, Gesù Cristo è stato odiato, perseguitato, riprovato, ucciso e un discepolo non è meno del maestro ha detto Gesù (cfr Gv 15, 18-21). Il mondo non ha riconosciuto Lui che era la luce, come può riconoscere noi che riflettiamo la sua luce, luce che tante volte rendiamo opaca con le nostre miserie e i nostri peccati?

Scriveva anni fa Enzo Bianchi: “Paolo ci ricorda che “ormai la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio (cfr Col 3,3): nascosti per il mondo e per noi stessi. E’ normale che, anche se fatti santi da Dio, eletti, separati dalla mondanità, noi risultiamo sconosciuti al mondo … c’è una pretesa tra i cristiani di oggi: il riconoscimento da parte degli uomini. E’ una pretesa antievangelica … l’unica beatitudine e l’unica gioia la possiede il cristiano che sa dire con Paolo, nella fede, anche se a caro prezzo, siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, sì, ma non abbandonati alla morte; afflitti, ma sempre lieti, poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla, e invece possiede tutto (cfr 2Cor 6, 8-11)”.

Quale il “segreto” dei santi nella storia? La speranza di vedere Dio faccia a faccia … una speranza che ci purifica perché, per quella speranza, noi cerchiamo la comunione con Lui già quaggiù. Per quella speranza noi beviamo al calice della comunione dei santi. Facciamo comunione con il Santo, Gesù Cristo e, in Lui dilatiamo il cuore alla comunione dei santi, con tutti i santi, quelli della terra e quelli del cielo. E con questi possiamo vivere un dialogo vero, profondo …  Il passo dell’Apocalisse che ci testimonia la possibilità di questo dialogo con i santi. C’è uno straordinario dialogo tra Giovanni e un Vegliardo. I Padri della Chiesa, da San Gregorio di Nazianzo, commentando questo testo affermano questa reale possibilità di dialogo con i santi che sono alla meta; anzi, san Gregorio fa un’ipotesi suggestiva: chi è quel Vegliardo? Per Gregorio si tratterebbe di Giacomo, il fratello di Giovanni, il primo tra gli Apostoli che ha versato il sangue per Gesù (cfr At 12,2) … è un Apostolo già alla meta che dialoga con un Apostolo ancora dolorosamente in cammino (i due fratelli sono il primo e l’ultimo dei Dodici a morire!) ed è proprio il Vegliardo (Giacomo, secondo l’ipotesi del Nazianzeno) che inizia il dialogo: Uno dei Vegliardi prese la parola e mi disse: “Questi che sono avvolti in bianche vesti chi sono e da dove sono venuti?” E Giovanni risponde: Tu lo sai! E il Vegliardo testimonia: Sono coloro che sono passati per la grande prova fino a lavare le vesti nel sangue dell’Agnello.

 Insomma c’è una koinonìa che supera spazio e tempo, c’è una koinonìa che aiuta lo sforzo dei credenti a vivere la koinonìa nella storia. La comunione con i santi è , insomma, radice santa per la comunione dei santi che sono in cammino.

Vivendo la lotta per la comunione, i santi santificano la storia; il mondo lo sappia o non lo sappia, sono i santi che danno respiro alla storia impedendole di morire d’asfissia, sono i santi che immettono in questa storia un alito rinnovatore di vita. Il mondo pretende di essere il padrone della storia e di salvarla con la ricchezza, il potere, la violenza, l’avidità, la prevaricazione e invece la storia la salvano ogni giorno i poveri, i miti, gli affamati, i misericordiosi, i puri, i pacificatori, i perseguitati.

E’ il mistero della santità. E’ mistero che ci appartiene e ci chiede il coraggio di lottare per tracciare nel mondo un cammino di senso.

XXX Domenica del Tempo Ordinario – Shemà

UN AMORE CHE SIA DI TUTTO L’UOMO 

 Es 22, 20-26; Sal 17; 1Ts 1,5c-10; Mt 22,34-40

Nella selva di 248 precetti e di 365 divieti è necessario orientarsi! Sì, sono 613 i comandi, tra positivi e negativi, che ogni pio israelita riconosce nella Torah … e la ricerca di un principio era una legittima esigenza che tanti, ai tempi di Gesù, cercavano sinceramente. Si cercava il “kelal gadol”, il “precetto grande” in cui poter sommare tutte le esigenze della Torah.

In Matteo, nel passo che oggi la liturgia propone, c’è un dottore della Legge che, essendosi consultato con altri farisei, fa una domanda a Gesù … diversamente dal racconto di Marco in cui questa domanda è posta a Gesù da uno Scriba  suo “simpatizzante”, in Matteo c’è, invece, un tentativo di mettere alla prova, di tentare Gesù. Il dottore della Legge è in mala fede perché non fa una domanda onesta; una domanda onesta, infatti,  suppone che chi la fa sia disposto ad ascoltare ed eventualmente anche a mutare parere … qui c’è invece uno che, ancora una volta, come per la domanda circa il tributo a Cesare, cerca di far inciampare Gesù, di tentarlo o per farlo cadere in fallo, o per tirarlo dalla propria parte.

Gesù non  ha esitazioni nel dare la risposta e lo fa citando la Torah nel testo più amato e ripetuto da Israele, lo “Shemà” che è nel Libro del Deuteronomio (6,5) ma a quel celebre testo aggiunge il precetto che è al capitolo 19,8 del Libro del levitico circa l’amore per il prossimo. E’ l’accoppiata dei due testi la grande originalità di Gesù! Che un fondamento della Legge fosse l’amore per Dio era opinione diffusa, e Gesù la ribadisce, ma all’amore per Dio Gesù aggiunge l’amore per il prossimo dicendo che questo comando è “secondo” ma “simile” al primo … ha, cioè, la stessa natura, ha origine dal primo.

Comandare l’amore! E’ cosa ben strana … eppure la Scrittura lo fa … il nostro buon senso ha sempre ripetuto “al cuore non si comanda” e quicuore” sta per “amorela Scrittura, però, sa che l’uomo facilmente volta le spalle all’amore … volta le spalle all’amore per Dio perché spesso, nella sua alienazione “religiosa”, l’uomo ha soltanto nutrito paura per Dio, o vergogna davanti a Lui (cfr Gen 2,10) o, ancora, ha guardato a Lui come ad una “potenza” che potesse assicurargli il presente, il funzionamento del creato; dunque, un “Potente” da ammansire l’amore è un’altra cosa!

La Scrittura sa anche che l’uomo ha voltato le spalle all’amore per l’altro uomo fin dal gesto omicida di Caino (cfr Gen 4, 3-9), per passare per il canto selvaggio di Lamech (“ho ucciso un uomo per una mia scalfittura, un ragazzo per un livido! Caino sarà vendicato sette volte, ma Lamech settanta volte! Cfr Gen 4,23-24) e per giungere a tutte le guerre aberranti che l’uomo ha saputo creare fino a quelle che ancora oggi lacerano al storia, la grande storia e le piccole storie …

Il Signore ribadisce che l’ amore  è un comando perché esso è una necessità assoluta in quanto solo l’amore può rendere l’uomo uomo e rendere la terra abitabile.

Lo Shemà che Gesù cita chiede per Dio un amore che sia di tutto l’uomo e non solo di una parte di lui: Con tutto il cuore,con tutta l’anima e con tutta la mente. Tre termini che, lungi dallo “spezzettare” l’uomo, ci suggeriscono sempre la totalità dell’uomo stesso.

Con tutto il cuore” cioè con tutto quello che ti abita nel profondo, con tutto quello che ti muove e con tutto che sai far scaturire dal tuo profondo, dal tuo intimo. E’ chiaro che qui “cuore” non è luogo dei sentimenti ma il “profondo” dell’uomo, è la fonte da cui tutto nell’uomo promana ed è il luogo ove, in ogni uomo, tutto giunge e riposa.

Con tutta l’anima” (in greco “psyuché” che traduce l’ebraico “nefesh” cioè “alito di vita”) che significa con tutta la tua vita, con tutto ciò che fai, con tutto ciò che vivi; è un amore che va vissuto in ogni dimensione dell’esistenza e non relegato in atti di culto, in atti “religiosi” strettamete detti.

Con tutta la tua mente”, cioè con tutti i tuoi pensieri, con tutta la tua intelligenza, con tutto ciò che conosci, che sai; amare Dio è mettere al servizio del suo amore tutto il sapere, tutte le conoscenze e da esse ripartire per amarlo di più.

Se l’amore per Dio deve essere così, e Gesù così l’ha vissuto, con tutto se stesso, fino al dono totale di sé, l’amore per altro va ricercato nella stessa totalità. Un amore da viversi senza possibilità di “barare”: “come te stesso” dice Gesù; e noi sappiamo bene come amiamo “noi stessi”, sappiamo bene cosa desideriamo “per noi stessi”.

Gesù dice Il secondo è simile al primo; potremmo dire “è della stessa natura” del primo, deriva dalla stessa radice che è l’amore per Dio, amore totale per Dio. E’ radice che rende buono l’albero dell’amore umano. Purifica, infatti, il mio amore per me stesso, facendomi scoprire che sono amato da Uno che mi cerca e mi ama per me stesso, il suo amore mi libera da ogni idolatria di me perché mi fa volgere lo sguardo verso Colui che mi ha amato per primo. L’amore per Dio, poi, purifica l’amore per il prossimo (in greco si tratta di un superlativo di “vicino”, il “vicinissimo”); il prossimo non è da possedere ma da gurdare come fratelli ugualmente amati da quel Dio che mi ama e che amo.

La rivelazione cristiana spalanca qui porte immense all’amore: scopriamo che il Dio dello Shemà nella carne di Gesù si è fatto prossimo, vicinissimo e mi ama fino alla croce; Cristo, il Figlio, si è fatto mio fratello ed in Lui non posso non amare tutti i fratelli; allora amare Dio ed il prossimo è lo stesso amore perché Dio si è fatto uomo! Ormai le due realtà, dopo Cristo, non sono più scindibili: amare Dio, amare l’uomo! Ecco che il fatto che Gesù unisca i due comandamenti ha radici profonde nel più proprium della rivelazione cristiana: l’incarnazione di Dio. Unire Dio e l’uomo in questo comandamento dell’amore ha lì, nell’incarnazione, la sua straordinaria radice: Dio in Cristo Gesù si è fatto uomo e uomo per davvero. Così ci ha narrato l’amore e ci ha chiesto l’amore: in Lui Dio e uomo sono radicalmente e per sempre uno. Non si può più, dunque, amare Dio e non amare l’uomo!

L’Evangelo di oggi si conclude dicendoci che in questo duplice amore si compie la Scrittura, si compiono, cioè, le promesse dell’Alleanza. Chi vuole obbedire alle vie dell’Alleanza deve aprire le porte all’amore.

Questo è venuto a chiederci Gesù ma chiedendocelo ci ha donato se stesso perché avessimo la capacità di farlo diventare vita. Per consegnarci il comandamento dell’amore, Gesù si è consegnato tutto a noi e, in ogni Eucaristia, lo possiamo sperimentare e da lì possiamo ripartire a camminare nelle nostre storie con il solo bagaglio necessario: amare Dio sentendosene amati ed amare l’uomo che, per la carne di Cristo, è diventato il “vicinissimo” nel quale riconoscere Dio.