XXV Domenica del Tempo Ordinario – Dio chiama

 TUTTI VERSO UNA SOLA META

Is 55, 6-9; Sal 144; Fil 1, 20c-24.27a; Mt 20, 1-16

 

Di nuovo nel “paese delle parabole” … la liturgia di oggi ci fa leggere una delle parabole più “irritanti” dell’Evangelo: irritante perché contro ogni buon senso comune e, apparentemente, segnata da una ingiusta condotta del Signore della vigna: “gli operai dell’ultima ora” o, per meglio dire, “gli operai delle diverse ore”.

In verità la parabola sarebbe introdotta dall’ultimo versetto del precedente capitolo, purtroppo omesso dal lezionario: Molti primi saranno ultimi e molti ultimi saranno primi (Mt 19,30) tanto che, con il versetto 16 del capitolo ventesimo con cui la parabola si conclude, crea una “inclusione” (in questa maniera gli ultimi saranno primi e i primi saranno ultimi). Il contesto era stato la domanda di Pietro: Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito: che cosa dunque avremo? Gesù aveva rassicurato che quel “lasciare tutto” per Lui aveva senso, un senso di pienezza di vita (il centuplo), ma poi con la parabola vuole correggere il tiro “religioso” di Pietro e degli altri. Non si tratta, infatti, di calcoli di meriti ma di accoglienza di un amore che supera ogni logica di umana giustizia. Il detto sui primi e sugli ultimi conclude la risposta data a Pietro e si lega con un “infatti” al racconto della parabola. La Chiesa di Matteo ha bisogno di gioire della sovrana libertà d’amore di Dio il quale chiama nella storia uomini e popoli in diverse ore per condurre tutti ad una sola meta in cui nessuno può accampare meriti o diritti. I primi diventano ultimi perché hanno lavorato nella vigna fin dal principio ma ora rinfacciano a Colui che li ha chiamati e il caldo e la fatica. Al centro “geometrico” della parabola il padrone della vigna è detto Signore della vigna (“o kyrios tou ampelonõs”) con tutto l’allargamento di prospettive che questa espressione comporta: è il Signore del fine della storia (venuta la sera … ) che viene a rendere il senso alla storia e questo senso non riposa su una giustizia retributiva secondo i calcoli umani.

Ai tre gruppi di operai il Signore ha detto delle cose precise: con quelli della prima ora  pattuito il prezzo della giornata in un denaro; con molta chiarezza. E’ il giusto che serve per quel  minimo sostentamento giornaliero di una famiglia. Ai secondi il Signore dà la sua parola per cui possono fidarsi (vi darò il giusto), ai terzi, quelli dell’undecima ora (le quattro del pomeriggio) chiede solo di fidarsi senza nient’altro. Per questi c’è solo un ordine secco: Andate anche voi nella vigna. Questi vanno solo fidandosi di Lui. Partono solo per obbedienza.

L’esito di queste tre chiamate è un vero evangelo perché tutti ricevono quello che serve per la vita (quel denaro). Se il Signore desse meno del denaro pattuito con i primi non sarebbe più un evangelo, non sarebbe più una buona notizia; infatti, che buona notizia sarebbe se quegli uomini, tornando a casa, non avessero il necessario per vivere? Quegli ultimi si sono rivelati primi già nella loro cieca fiducia piena di speranza, nel loro ad un lavoro che poteva rivelarsi insufficiente alla “prova” di una “giustizia” semplicemente retributiva; i primi sono diventati ultimi perché hanno rivelato un rapporto sviato e con il Signore, contro cui mormorano tacciandolo sottilmente di “ingiustizia”, e con i loro compagni di lavoro di cui hanno invidia  (e questa è sempre, tremendamente, tristezza, dolore per la gioia di un altro!). In fondo i primi hanno un rapporto sbagliato anche con il loro stesso lavoro di cui non hanno compreso il valore e di cui considerano solo il peso e la fatica. Il valore di quel lavoro è detto da una parola del Signore della vigna, una parola che non va letta come ironica o di “degnazione”: Amico: non sono ingiusto con te; non hai fatto il patto con me per un denaro? La parola con cui lo chiama, “hetáire” (“amico”) in greco significa “collaboratore”; insomma è come se gli dicesse: “Ti ho fatto il grande dono di essere mio popolo santo di Dio; cfr Is 5,1ss; Sal 80); non hai saputo vivere la gioia di una fatica sì costosa ma vissuta con me, per me; vissuta in una storia grande di intimità. Perché guardi attorno, a ciò che quelli delle altre ore di chiamata hanno ricevuto, perché non guardi a me, al nostro rapporto?

Quelli della prima ora rischiano di fare calcoli e di ergersi sugli altri, di pretendere un di più! La “giustizia” di questo Signore è una giustizia più larga, più profonda, più alta rispetto ai parametri legalistici e “religiosi” che possono insinuarsi anche tra coloro che da sempre (dalla prima ora!) lavorano nella vigna. I “giusti” (quelli che tali si pretendono) rischiano di cadere in una “religione” fatta di pesi e misure, di calcoli e di meriti da accumulare; rischiano di guardare gli altri delle diverse ore con sufficienza e disprezzo; rischiano di non conoscere più il vero volto di Dio, la sua “giustizia” che va oltre. Gesù aveva già detto fin dal Discorso sul monte che era necessario che la “giustizia” dei suoi discepoli andasse oltre quella degli Scribi e dei Farisei (cfr Mt 5,20) e qui mostra l’oltre della sua “giustizia” che non si nutre di calcoli ma affonda le radici solo nella “bontà” del Signore. Una bontà che può diventare accecante per il giusto della prima ora. L’invidia è infatti detta da Matteo con un’espressione idiomatica: avere l’occhio cattivo; avere cioè uno sguardo che non è puro, non è limpido, uno sguardo incapace di vedere e il fratello che gioisce per la bontà del Signore e il Signore stesso che è buono e nel suo amore non fa torto a nessuno, che nel suo amore dà vita a tutti senza calcoli meschini.

Quello che conta dinanzi al cuore di Dio non sono i meriti, i “sudori” ed il “calore” ma conta la prontezza a rispondere, la fiducia nel suo amore, lo sguardo puro sulla gioia degli altri. A tal proposito ricordiamo quella beatitudine matteana: Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt 5,8), in cui i puri sono quelli che hanno lo sguardo limpido sugli altri, senza né volerli possedere, né sottomettere, né disprezzare ma guardarli per condividerne la gioia come il dolore. Uno sguardo così, aveva detto Gesù lì sul Monte delle beatitudini, è il solo capace di vedere Dio. Ecco il rischio che corrono gli operai della prima ora: non vedere più Dio perché incapaci di vedere l’altro e la misericordia che li avvolge.

Matteo giunge così alla fine del suo racconto e ci ha mostrato come in questo “strano” paese delle parabole non solo tutti ricevono la vita (quel denaro) in modo uguale ma addirittura ci ha mostrato un ribaltamento: i primi son diventati ultimi e gli ultimi i primi.

Nel paese delle parabole è possibile perché è il paese dei “sogni” di Dio, è il paese delle sue logiche; come è vera quella parola di Isaia che oggi abbiamo ascoltato: I miei pensieri – dice il Signore – non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie … pensieri e vie di Dio davvero sovrastano i nostri pensieri e le nostre vie: hanno il respiro dell’ oltre, il profumo di un “evangelo” che non è la solita logica mondana!

A quest’oltre Matteo richiama la sua Chiesa, la destinataria del suo Evangelo, a quest’oltre siamo chiamati noi che ci riconosciamo discepoli di questo Signore che chiama a quella vigna per la quale ha già dato tutto, fino a versare tutto il suo sangue. Un oltre che Paolo canta con coraggio in un paradossale ribaltamento delle logiche umane: Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno. Siamo disposti all’oltre di questo paradosso?  

V Domenica di Pasqua – Conoscere Dio

…E RICONOSCERE IL SUO VOLTO

 At 6,1-7; Sal 32; 1Pt 2, 4-9; Gv 14, 1-12

  

Santo Volto, Chiesa di S. Egidio (Roma)

Santo Volto, Chiesa di S. Egidio (Roma)

Questa domenica ci chiede ancora una riflessione sulla conoscenza … via che troppo spesso i credenti in Cristo eludono credendo che basti un vago “sentimento religioso” per dirsi cristiani … Nel passo di Giovanni che oggi la Chiesa proclama nelle sue assemblee tornano più volte i verbi del “conoscere”: Gesù afferma che i suoi conoscono la via del luogo dove Lui sta per andare (siamo alla vigilia della Pasqua, nei cosiddetti Discorsi di addio), ed alla domanda di Tommaso risponde di essere Lui stesso la via … una via che è verità, e perciò vita. Conoscere Lui significa conoscere il vero volto di Dio … a Filippo la domanda sulla conoscenza  è diretta: Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?

Insomma per Gesù il suo discepolo è uno che, conoscendo Lui, la sua umanità, ha la capacità di attingere ad una conoscenza straordinaria di Dio, una conoscenza che non è un possesso totalizzante ed esaustivo di Dio ma un’esperienza vivace ed esistenziale di Lui. Una tale conoscenza esperienziale è paradossalmente piena ma non esaustiva: piena perché è quanto ciascuno può esperire di Lui ma non esaustiva perché è esperienza che dice subito che Dio è tanto di più, tanto oltre, tanto altro

La conoscenza di Gesù che noi possiamo e dobbiamo avere per essere suoi discepoli è la capacità di riconoscere il suo volto, un volto che solo lo Spirito può farci riconoscere. E’ lo Spirito che produce in noi questo volto del Figlio plasmandolo con la Parola che ci raggiunge, con la preghiera che ci trasforma e con l’amore che slancia il nostro profondo verso Dio e verso i fratelli. Lo Spirito forma in noi questo volto di Gesù che è rivelazione del Padre. E’ allora lo Spirito che ci dà la conoscenza esperienziale di Lui ed è allo Spirito che bisogna chiedere questo compimento dell’opera pasquale del Figlio: rivelarci il vero volto di Dio. Solo chi vede così Gesù comprende come Egli sia la via, la verità, la vita … si badi bene non una via, una verità, una vita, ma la via, la verità e la vita; è cosa ben diversa! Tutte le auto rivelazioni di Gesù hanno, d’altro canto, in Giovanni questa assolutezza: è il buon pastore (e non uno dei tanti!), è la porta (e non una delle tanti attraverso cui passare!), è la luce (e non una delle tante “luci” che possano illuminare) e così via … Questa assolutezza di Cristo, questa unicità non è da declinarsi come integrismo ma come una personale consapevolezza che il credente accoglie proprio e solo a partire da quella conoscenza esperienziale che ha avuto la grazia di ricevere in dono. Via da percorrere, verità in cui dimorare, vita da accogliere in dono. Il credente sa che non ci sono altre vie, verità e vite solo perché ne ha ricevuto viva rivelazione nelle pieghe profonde della sua esistenza con una conoscenza esperienziale di Lui che gli ha donato pienezza di senso, volo alto, capacità di amare come Lui ha amato pur nelle sue fragilità e miserie! E’ solo questa esperienza che convince il cristiano che solo Gesù sia via, verità e vita!

Accogliere Gesù come via, verità e vita non può essere allora mai contro gli altri! Gesù non è una bandiera da innalzare in lotta contro l’uomo ma via su cui camminare, verità da cui farsi plasmare, vita nuova da accogliere. Lui è via, verità e vita solo “contro” me stesso! Solo “contro” il mio uomo vecchio! Solo “contro” me! Ecco allora la conoscenza autentica di Gesù cosa produce: una lotta “costosa” contro il mio uomo vecchio in una strada che conduce a quel dimorare in Dio che è l’approdo della vita credente per il Quarto Evangelo (Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore).

Questa conoscenza di Cristo è quanto più conta per un’autentica svolta dell’autenticità cristiana e, fin quando non ce ne convinceremo (anche nelle nostre prassi ecclesiali!) produrremo ed avremo solo vite apparentemente evangeliche. Il racconto di Atti, che oggi si ascolta quale prima lettura, non è solo il racconto di una soluzione pratica della Chiesa nascente per un problema, ma è la messa in evidenza di una scelta di priorità che gli Apostoli hanno ben chiara: primato alla Parola ed alla preghiera! I sette cosiddetti diaconi sono scelti per non farsi sommergere dal “fare” né gli Apostoli, né i Sette! Tanto è vero che poi Stefano e Filippo – due dei Sette di cui si narrerà in particolare – sono uomini non del banale “fare” ma anch’essi uomini della predicazione e della preghiera (cfr At 6, 8-10; e tutto il capitolo 7; cfr 8, 5-6;26-40). I Sette insomma sono scelti dagli Apostoli per una condivisione di responsabilità che fa unità nella compagine ecclesiale e non assolutizza nessun ministero, sia pure quello dei Dodici!

Per tutti nella Chiesa deve emergere dunque un primato: riconoscere quella pietra scartata che è diventata pietra angolare, come dice la Prima lettera di Pietro … perché questo avvenga è richiesta la fatica di dare spazio alla vera conoscenza di Cristo, quella conoscenza che è frutto di grazia e che nasce dall’ascolto e dall’assiduità con Lui.

E’ vero: se abbiamo mai incontrato il suo volto noi conosciamo la via, se abbiamo mai incontrato il suo volto, conosciamo il Padre e non possiamo più fare a meno di volere una cosa sola, il dimorare in Lui!

Conoscere Gesù è “ammalarsi” di questa nostalgia di infinito!

V Domenica di Quaresima – La Domenica “di Lazzaro”

NON IMMORTALITA’ MA RESURREZIONE

 Ez 37, 12-14; Sal 129; Rm 8, 8-11; Gv 11, 1-45

 

Prima di entrare nell’attesa della Grande Settimana, oggi la liturgia ci conduce all’ultima tappa del cammino quaresimale … l’ultima sosta è presso una tomba, è lì dove si sprigiona tanfo di morte! E’ lì perché un percorso di liberazione, di novità di vita, se non giunge ad un faccia a faccia con la morte rischia di diventare pericolosamente “disincarnato”, cioè dimentico del fatto tragico che noi siamo fatti di materia peribile! La morte è quella realtà che di continuo ci tiene in pugno, è quella realtà che ci minaccia di continuo e che, alla fine, ci vincerà; per quanto possiamo sforzarci di dimenticarla, di rimuoverla, di ironizzarci, di allontanarla con mille espedienti patetici, per quanto possiamo diventare cattivi  perché ne abbiamo paura(cfr Eb 2,15), alla fine la morte verrà … è cosi! Un vero percorso di libertà deve allora condurci dinanzi al suo orrore perché se veniamo liberati da tutto ma non dalla morte nulla avrà senso e la libertà non sarà vera libertà.

In questa domenica “di Lazzaro” il nostro cammino quaresimale ci mostra Gesù che pronuncia una parola di vita non per prevenire la morte ma nella morte.

Il racconto di Lazzaro inizia, infatti, con quel rinviare di Gesù l’arrivo presso l’amico malato … una scelta che pare incomprensibile ad una lettura superficiale; in realtà a Gesù non interessa più fare un miracolo che scampi dalla morte, a Gesù (al Quarto Evangelista ed al suo progetto teologico) interessa mostrare di essere capace di raggiungerci e salvarci nella morte. La morte di Lazzaro è per la vita perché solo se si attraversa la morte si può approdare alla resurrezione. Ricordiamo che il cristianesimo non è annunzio di immortalità ma di resurrezione! Lazzaro, per essere il segno che Gesù voleva darci,  non doveva essere preservato dal sepolcro e dal suo orrore, doveva scendervi; è lì, infatti, che il Salvatore deve andarlo a cercare. Nel capitolo precedente dell’Evangelo di Giovanni Gesù aveva detto di essere il Pastore bello-buono che chiama le sue pecore per nome e le fa uscire … (cfr Gv 10,3), si è presentato come quel pastore che è venuto perché le sue pecore abbiano la vita e l’abbiano in sovrabbondanza (cfr Gv 10, 10); ecco che ora qui c’è una “pecora”, una “pecora” amata che è preda della morte e che è precipitata nell’ombra della tomba;  Lazzaro, l’ amico amato è  questa “pecora” e Gesù farà per lui quanto aveva detto: gli griderà di uscire fuori e lo farà chiamandolo per nome dandogli la vita

Questo segno di Lazzaro per il Quarto Evangelo è un segno grandioso perché pone Gesù già faccia a faccia con la morte … è un segno grandioso perché anticipa quello scontro che avverrà alla fine dell’Evangelo e nel quale la morte sarà inghiottita dalla vittoria (cfr 1Cor 15,54).

Perché questo faccia a faccia sia possibile Gesù non può preservare Lazzaro dal morire ma lo deve chiamare dalla morte. Penso che questo sia fondamentale per capire l’ “umanità” dell’Evangelo di Gesù: è dell’uomo passare per la morte, è disumana l’immortalità! E’ nel passare per la morte che si “vince” la morte ed è quanto farà Gesù che, sul morire, non pretenderà sconti; nel capitolo successivo dell’Evangelo, dinanzi all’“ora” che sta per scoccare Gesù dirà: Ora l’anima mia è turbata; che dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! (cfr Gv 12,27)

L’ultima domenica di Quaresima ci mostra il Figlio di Dio che piange sulla nostra morte e questo ci colma di speranza perché le nostre lacrime si confondono con le sue; anche noi piangiamo sulla morte di chi amiamo e sulla nostra (non atteggiamoci ad eroi misticheggianti che non temono la morte!! La morte – la nostra – ci fa paura e ci fa versare lacrime di dolore e di paura!) e ascoltare oggi il singhiozzare di Gesù ci consegna un grande dono: la compagnia di Dio nel nostro pianto.

Nella domenica della Samaritana potemmo contemplare la stanchezza di Cristo seduto al nostro pozzo, e quella stanchezzaper noi” ci narrava la sua ricerca dei nostri passi perduti verso la morte e l’idolatria, oggi il suo pianto ci racconta la sua ricerca dei nostri passi perduti addirittura nel buio della morte.

Il racconto della resurrezione di Lazzaro è veramente il grande preludio alla sua discesa all’inferno per cercare quell’Adam che nella morte precipita ogni giorno.

Per darci un segno, l’estremo, Gesù va cercare Lazzaro nella sua morte e da quel momento, nel Quarto Evangelo, i segni terminano perché finalmente si giunge a quello che i segni tutti indicavano: il mistero della morte e risurrezione di Gesù. E’ l’ora ormai in cui Gesù scenderà nella morte per cercarci, scenderà nella valle oscura dei nostri passi per ricondurci alla luce (cfr Sl 23,4).

Marta e Maria sono accompagnate da Gesù nella lettura del gran segno che si compie sotto i loro occhi e per coglierlo dovranno imparare a distogliere lo sguardo da Lazzaro e dalla sua tomba inattesamente svuotata e dovranno volgerlo a Gesù, solo a Lui: Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me anche se morisse vivrà! Come al solito l’Evangelo ci chiede di puntare a Lui il nostro profondo. L’uscita dalle tenebre e dall’ombra di morte è possibile solo in un’ adesione vitale a Lui: Credi tu?

La domanda finale di questa Quaresima credo che sia proprio questa: Credi tu? Ti fidi di questa via nella quale è possibile fare Pasqua con Cristo crocifiggendo l’uomo vecchio e dando spazio all’uomo nuovo, senza l’illusione di saltare a piè pari l’umano, il suo dolore ed il suo morire?

La risurrezione di Lazzaro, secondo il racconto del Quarto Evangelista, costerà la vita a Gesù (cfr Gv 11,47; 12,10). E’ proprio così: lottare con la morte “costa la vita” ed è quanto chi si fa discepolo di Cristo Gesù deve saper mettere in conto. Il discepolo di Cristo deve saper dire, senza la spavalderia arrogante ma fragile di Tommaso: Andiamo anche noi a morire con lui!

Sia questa Pasqua un andare a morire con Lui non per amore della morte e del soffrire ma per amore della vita che non è mai a basso prezzo; sia un passare coraggioso per la morte ma certi che la voce di Cristo griderà il nostro nome chiedendoci di uscir fuori e liberandoci!

IV Domenica di Pasqua – Il Pastore bello

LA BELLEZZA SALVERA’ IL MONDO

  –  At 4, 8-12; Sal 117; 1Gv 3, 1-2; Gv 10, 11-18  – 

 

  E’ la domenica del pastore buono o bello (il significato principale della parola greca “kalós” è infatti “bello”); al centro di questa domenica c’è questo pastore bello di quella bellezza che è armonia, assoluto rifiuto di doppiezza, assoluto rifiuto di ogni ricerca di interesse personale…questo pastore è solo Gesù!

Con questo tratto dell’evangelo di Giovanni oggi ci viene data una chiave interpretativa ulteriore per leggere la Pasqua di Gesù; perchè quella croce? perchè quella tomba vuota? perchè quelle ferite che vanno a cercare gli uomini nelle loro fragilità e paure? Il “perchè” è in questa “identità” di Gesù; infatti il protagonista di di quella storia pasquale è pastore bello-buono …il suo “segreto” sta tutto nel dare la vita . E’ un pastore che si può seguire, di Lui ci si può fidare perchè non è mercenario , non vuole, cioè, salvare se stesso e non fugge dinanzi ai lupi!

La passione di Gesù ce l’ha confermato: non solo non è fuggito ma nel Getsemani ha chiesto esplicitamente a quelli che erano venuti a catturarlo di prendere lui e di lasciar andare i suoi (cfr Gv 18, 8); non li ha abbandonati nelle mani dei lupi anche se le pecore lo hanno abbandonato e si son lasciate disperdere ha continuato ad amarle e a dare per loro la vita.

Così Gesù si presenta come colui che, a “caro prezzo”, conduce chi gli appartiene ad un’unica meta; l’“ovile” di questo pastore bello è l’intimità con il Padre, la sua stessa intimità, quella che Egli vive eternamente; il pastore bello non è geloso di quell’intimità e della conoscenza che ne deriva, non la ritiene un tesoro da custodire con gelosia (cfr Fil 2, 6), ma una “casa” da aprire a tutti e senza limitazioni di alcun tipo: ci sono altre pecore che non sono di questo ovile, pure quelle devo condurre …

La conoscenza che il pastore ha delle sue pecore è una conoscenza personale, penetrativa, compromettente; questa conoscenza non è nè superficiale, nè utilitaristica, è una conoscenza amorosa tanto che è modellata nientemeno che sulla conoscenza che Gesù ha del Padre suo! Straordinario! Lui riversa su di noi quella stessa conoscenza e intimità , stende su di noi quella stessa logica di amore scevra di possesso soffocante che egli vive nell’eterno con il Padre. La sua relazione con le “pecore” è relazione di possesso, infatti ripete più volte “le mie pecore”, ma di un possesso che non le soffoca, non le schiavizza, non le rende numero senza volto. Infatti per le sue pecore egli depone la sua vita! Notiamo che qui Giovanni usa lo stesso verbo che, nella scena della lavanda dei piedi , userà per dire che Gesù “depone le sue vesti” (cfr Gv 13,4), vesti che significano lì, in quella vigilia della Pasqua, proprio la vita deposta per amare fino all’estremo !

Gesù che, liberamente, depone la sua vita ci apre dinanzi una prospettiva di libertà grande e totale, della libertà più grande e totale…ci mostra una via su cui ci invita a seguirlo. A noi che spesso siamo portati a subire un “destino” o a lottare per schivare i cosiddetti “colpi della sorte”, Gesù mostra un’altra possibilità: vivere la vita in pienezza di libertà dandole sempre il sapore del libero dono; dalle piccole morti quotidiane alla morte finale è possibile trasformare tutto in atto libero nell’amore!

Il pastore bello-buono è tale perchè fa della sua vita un dono; e questo non in modo ideale o intenzionale ma in modo concreto, giorno dopo giorno…e lo farà fino alla croce! La garanzia dell’autenticità del pastore buono è tutta lì: dà la vita! In questo le sue pecore lo riconoscono ed imparano a fidarsi di Lui.

Questa vita deposta è il comando del Padre, dice Gesù; è lì, cioè, la volontà del Padre. Lui è venuto per questo. Certamente non è venuto per morire ma certo è venuto per fare della sua vita un dono senza remore e senza risparmi. La Pasqua di Gesù è questo!

Essere uomini pasquali significa allora ascoltare la voce di questo pastore e seguirlo. Dove? Sulla via del dono, sulla via dell’unità: Ascolteranno la mia voce e diverranno un sol gregge e un solo pastore ! Pensiamoci: l’ unità è possibile solo nell’ottica del dono ! Infatti per essere uno con i fratelli devo essere disposto a donare, a deporre, tutto ciò che proclama il mio io a discapito dell’altro, tutto ciò che “grida” me e le mie idee e visioni tanto da diventare diaframma con l’altro…devo deporre quella terribile volontà di salvare me stesso (ricordiamo che fu l’estrema tentazione di Gesù che si senti gridare, stando in croce, “salva te stesso”…cfr Mc 15,30), di salvare i miei interessi. Solo chi è capace di deporre così la sua vita sarà discepolo del pastore bello-buono ! Solo così si brilla della sua bellezza .

Un giorno Dostoevskij scrisse: “La bellezza salverà il mondo” (da “L’idiota”) e questa espressione si è letta sempre in chiave estetico-artistico (che sarà pure vero!) ma mi piace leggervi un di più! Quale la bellezza che davvero “salverà il mondo”? E’ la bellezza di questo pastore che è tutto per l’altro, per gli altri , che non si preoccupa di salvare se stesso ma di salvare gli altri! C’è una bellezza incommensurabile in questo vivere così la propria vita; Gesù è stato capace di questa bellezza e perciò la salvato il mondo, questo mondo afflitto dalla “bruttezza”, dalla bruttezza del profitto, del calcolo, del contraccambio, del “salvare se stessi” crocifiggendo di continuo gli altri e soprattutto i deboli! Questa bruttezza ogni giorno uccide il mondo e lo inonda di lacrime e sangue! La bellezza che davvero salverà il mondo è quella del Cristo crocefisso, luce di speranza che accende il fuoco dell’amore sulla terra resa fredda da ogni ripiegamento su se stessi, da ogni scelta egoistica ed escludente, da ogni scelta di morte al servizio del profitto ad ogni costo!

E’ la bellezza di quell’evangelo che Pietro proclama dinanzi al Sinedrio nel passo di Atti che oggi si ascolta: In nessun altro – se non in Gesù! – c’è salvezza! E’ vero! E’ così perchè Lui è bellezza assoluta perchè Lui è dono assoluto !