IV Domenica di Avvento (B) – Offrirsi interamente a Dio

NON UN POCO DI MENO

 

2Sam 7, 1-5.8-12.14.16; Sal 88; Rm 16, 25-27; Lc 1, 26-38 

 

Annunciazione (Andrej Rublev)

Annunciazione (particolare), di Andrej Rublev

In quest’ultima domenica di Avvento leggiamo nuovamente la pagina ricchissima e bellissima dell’Annuncio a Maria.
Gli studiosi si sono chiesti spesso che genere di pagina sia; se un annunzio di nascita, come ce ne sono altre nella Prima Alleanza: si pensi a Isacco (cfr Gen 18), a Sansone (cfr Gdc 13), a Samuele (1Sam 1). O se piuttosto possa essere un racconto di vocazione per una missione, si pensi a Mosè al roveto ardente (cfr Es 3), a Gedeone (cfr Gdc 6), o a Geremia (cfr Ger 1); pare infatti che ce ne siano i tratti: iniziativa di Dio; timore del chiamato; l’offerta di una prova che convinca, seguita dalla promessa della presenza del Signore.
O piuttosto ci troviamo dinanzi ad una pagina di rinnovo dell’alleanza come in Gs 24? Anche questo pare convincente…
Tutte queste somiglianze, che farebbero collocare l’Annunzio a Maria tra gli annunzi di nascita, o tra le vocazioni ad una missione o anche tra i racconti di rinnovo di alleanza, si trovano tuttavia accanto a molte dissomiglianze: l’Annuncio a Maria pare infatti un annunzio di nascita, ma senza essere preceduto da una preghiera perché questa nascita avvenga; ha i tratti di una vocazione, ma senza che si dicano meriti o qualità del chiamato! Compare inoltre un evento mai contemplato prima: in nessuna pagina della Prima Alleanza si ritrova un concepimento senza concorso d’uomo.
Insomma ci accorgiamo che questa pagina di Luca è sì simile ad altre ma non coincide con nessuna! Certo è un racconto di vocazione, ma che contiene l’annunzio di una nascita che stipula una Nuova Alleanza. Capiamo allora – come scrive Bruno Maggioni – che la novità letteraria è indicativa di una novità teologica.

Oggi l’Avvento, con questa pagina lucana, ci presenta la Venuta del Signore nel quadro di una gratuità assoluta. Come già dicevamo, la venuta nella carne del Figlio dell’Altissimo non è preceduta nè da una domanda di Maria, nè da una sua particolare preghiera, nè tanto meno da alcun merito di Maria.

Questo tema centrale della gratuità viene ancor più in risalto se confrontiamo questo Annunzio a Maria con l’annunzio a Zaccaria, con cui Luca ha iniziato il suo evangelo (cfr Lc 1, 5-25). Incontriamo in quel racconto due sposi, Zaccaria ed Elisabetta, descritti come «giusti davanti a Dio»; due che osservano con fedeltà la Legge del Signore: pregano nel loro bisogno – la loro sterilità – e vengono esauditi. Nel racconto che riguarda Maria tutto questo non c’è: non si fa cenno alle virtù di Maria o alla sua giustizia; non si dice che attendesse qualcosa di particolare (e tanto meno una nascita, vista la sua condizione di “promessa sposa” non ancora convivente con Giuseppe!); non si dice che pregasse per avere un particolare ruolo o posto nella storia del suo popolo. Tutto qui è pura grazia!
Già S. Agostino lo sottolineava: «In Maria cerca il merito e non lo troverai, cerca la giustizia e non la troverai». In Lei tutto è pura gratuità.
Inoltre Luca dice di Zaccaria che «entrò nel Santuario del Signore», mentre di Maria che «l’angelo Gabriele fu mandato da Dio ad una vergine di nome Maria» e questi «entrò da Lei»: da un lato c’è l’uomo che entra nella casa di Dio, dall’altro c’è Dio che entra nella casa dell’uomo!

Zaccaria chiede un segno, Maria no…ed il segno le viene offerto gratuitamente (è proprio la gravidanza prodigiosa di Elisabetta!); Zaccaria fa una domanda con cui si rivela un incredulo, Maria fa anch’essa una domanda, ma solo per chiedere un come”…
La ragazza di Nazareth ci dice dunque che anche dinanzi a Dio c’è spazio per le domande… guai a chi non fa domande a Dio! Le prime parole di Maria, infatti, (delle pochissime che dice nell’Evangelo!) sono una domanda che chiede delle spiegazioni, delle luci sulla strada che Lei è già disposta ad intraprendere.

Proprio qui c’è l’annunzio della nascita verginale, un dato che ha una verità grande da consegnarci: un uomo come Gesù non ce lo potevamo dare da soli, un uomo come Gesù può essere solo un dono dall’alto; Lui è uno di noi ma è un dono dall’alto. Il Messia può essere solo dono della grazia e della potenza di Dio; e qui emerge ancora il tema della gratuità! Insomma per capire il santo che nascerà non basta guardare alla discendenza di David, ma bisogna sapere che Lui viene dallo Spirito. L’essere Figlio di David adempie alla promessa, fatta dal Signore tramite il profeta Natan al re David, che vorrebbe costruire il Tempio al Signore: non sarà David a costruire una casa al Signore – dice Natan – ma il Signore farà una casa a David, dandogli una discendenza…
E quest’ultima è solo la linea orizzontale con cui leggere Gesù; c’è poi l’altra linea che occorre cogliere per comprendere l’identità di Gesù: quella verticale, che viene dallo Spirito.

Le parole dell’angelo Gabriele sono un compendio delle Promesse della Prima Alleanza: c’è la profezia dell’Emmanuele (cfr Is 7, 14); c’è – come si diceva prima- la profezia di Natan a Davide (che è oggi la Prima lettura tratta dal Primo Libro di Samuele); c’è poi l’eco della promessa della nascita di Isacco (cfr Gen 18) ma soprattutto c’è l’allusione all’Arca dell’Alleanza: «Allora la nube coprì la tenda del convegno e la gloria del Signore riempì la Dimora» (cfr Es 40, 34) con cui si fa chiaro che il titolo di Figlio di Dio per Gesù non è solo un modo di dire, una metafora, ma è la sua realtà più profonda: Dio stesso riempirà la Dimora che Maria sta per diventare!
Le parole di Gabriele affermano che tutte le promesse di Dio ora sono compiute in quell’umile casa di Nazareth, dove Dio è entrato in modo assolutamente gratuito ed imprevedibile. E l’Avvento di Dio è così: gratuito ed imprevedibile!

Il nostro Avvento di quest’anno si chiude così, con questa dichiarazione assoluta di gratuità dinanzi a cui possiamo abbandonare ogni timore.
Alle prime parole dell’angelo, Maria è stata turbata e si faceva domande: si noti che il suo turbamento è riportato da Luca col tempo aoristo (dietaráchthe), ed il farsi domande è riportato all’imperfetto (dieloghίzeto) in quanto l’uno – il timore – è di un momento, l’altro – il farsi domande – dura nel tempo…
Tuttavia Maria riceve da Gabriele l’invito ad andare oltre la paura, perchè il divino, che sempre di primo acchito si teme, ha il volto della gratuità («Hai trovato grazia presso Dio») e la gratuità dà sicurezza, toglie ogni inquietudine perché ci dichiara che l’amore non è condizionato, non si conquista…
L’Evangelo allora è proprio e solo questo: l’amore di Dio è gratuito! Non occorrono meriti, si deve solo accogliere e lasciarlo operare in noi!

L’Avvento approda a questo, e approda ad una parola semplice e grande di Maria: «Avvenga di me secondo la tua Parola»! Il fiat di Maria, che in greco è riportato al tempo ottativo (ghénoito), contiene il senso di gioioso desiderio, e non è dunque un “sì” supino e rassegnato; è un “sì” non solo ad una missione da compiere, ma un fiat che riguarda tutta la sua persona: «Avvenga di me», dice Maria!
Ecco allora l’ultima esigenza dell’Avvento: non si tratta di fare delle cose per la venuta del Signore, per accelerare il suo ritorno, per rendere forte il nostro Maranathà… si tratta di offrirsi tutti interi a quella venuta; si tratta di dare la vita!

Siamo alle solite! Ci dobbiamo davvero convincere che il cristianesimo è questo: dare la vita…e non un poco di meno!
Appena si scende dal livello di questo tutto, l’Evangelo si trasforma in “religione” e si entra in multiformi perversioni che nulla hanno più a che vedere con la Lieta Notizia di Gesù, e con l’Attesa gioiosa del suo Ritorno, che sarà gratuito, liberante ed apportatore di senso pieno all’uomo ed alla sua storia.

Al Veniente che tutto si è dato, tutto si dà e tutto si darà, non si può rispondere se non con un dono totale, con l’offerta di tutto quel che siamo. Non un po’ di meno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

 

 

Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria (B) – Kecharitoméne


IL SEGRETO DI DIO

 

Gen 3, 9-15.20; Sal 97; Ef 1, 3-6.11-12; Lc 1, 26-38

 

Annunciazione tra i santi Ansano e Margherita (particolare), di  Simone Martini e Lippo Memmi - Firenze (Galleria degli Uffizi)

Annunciazione tra i santi Ansano e Margherita (particolare), di Simone Martini e Lippo Memmi – Firenze (Galleria degli Uffizi)

Il primo Avvento del Signore nella nostra storia ebbe un “terreno” che oggi siamo chiamati a contemplare in questa solennità così amata da tanti credenti: è Maria, la Vergine di Nazareth, la Figlia di Sion, sintesi di tutta la vicenda di Israele, popolo delle Alleanze e delle Promesse…
Maria fu quel “terreno” preparato dall’attesa di tutto Israele, preparato dalle Promesse di Dio e dalle parole di fuoco e di tenerezza dei Profeti. Maria di Nazareth è la credente cresciuta nella fede del suo popolo, e che su quella fede del suo popolo innesta il suo “sì” al progetto che Dio le rivela…
La festa di oggi certamente ha al suo cuore tutto questo, con la certezza che all’opera di Maria, che si lasciò plasmare dalla Parola contenuta nelle Scritture e dalla fede di Israele, corrisponde un’opera segreta, misteriosa, gratuita di Dio. Maria preparò il suo “terreno” all’avvento di Dio, ma Dio stesso aveva preparato quel “terreno” in un modo che Ella stessa non immaginava, nè poteva immaginare.

Gabriele, infatti, nella pagina celeberrima di Luca che oggi si legge, la chiama con un nome nuovo che spalanca a Maria le profondità del suo stesso cuore di donna credente.
Maria è la “kecharitoméne”, la cui traduzione è “riempita di grazia” e non “piena di grazia”, poiché traducendo in quest’ultimo modo potrebbe apparire poco l’opera preveniente di Dio: Maria è “piena di grazia” perchè Dio l’ha riempita del suo favore, della sua predilezione gratuita…Dio l’ha santificata da sempre, e l’ha resa altra fin dal suo concepimento nel grembo di sua madre.
La Chiesa, in varie forme e con varie oscillazioni, ha sempre creduto tutto questo, non per sottolineare un privilegio, ma per contemplare l’infinita gratuità di Dio che, per raggiungere gli uomini, annunzia la sua opera di redenzione “creando” già un capolavoro di quella redenzione.
Maria è la “tutta santa” (come la cantano le Chiese d’oriente) perché lavata già dal Sangue prezioso del suo Figlio Gesù.

In vista di quell’amore redentivo della Croce, e in vista della sua vittoria sul peccato e sulla morte che è la sua Risurrezione, Maria fu salvata fin dal primo istante del suo concepimento.
Salvata dal suo Figlio, prima di tutti i salvati, Maria è luce di profezia per tutti i discepoli di Cristo. Questo è il segreto di Dio che oggi la Chiesa contempla con infinito stupore, ma anche discrezione…

In Maria si sono incontrate perfettamente la Grazia preveniente di Dio e l’assenso di Lei alla Parola e alla fede. Maria storicamente ha creduto e lottato per la fede; ha permesso alla Scrittura, che il suo popolo custodiva, di plasmare il suo cuore perché pronunziasse tutti i “” necessari ad una vita credente, fino al supremo suo “” per essere il “terreno” su cui Dio potesse piantare la tenda della sua umanità.

Se l’Adam dell’in-principio fermò la mano del Creatore che voleva continuare a plasmare la sua umanità, e s’andò a gettare nella lontananza da Lui, la storia della salvezza fu la storia di una fedeltà d’amore che Dio proclama proprio “in faccia” al peccato, ed al rifiuto dell’opera delle sue mani.

Il “proto-evangelo” del Libro della Genesi, che oggi ascoltiamo come prima lettura, è proprio questa promessa di fedeltà che non viene meno, e che – passando per i Patriarchi, per l’Esodo, per la storia tutta del Popolo santo di Israele – giungerà fino al piccolo villaggio di Nazareth, ove esploderà finalmente un “” pieno sulle labbra di questa ragazza fattasi liberamente “terreno” di Dio, ma – segretamente – già suo “terreno” per grazia.

La riflessione teologica ha compreso che Maria è icona della Chiesa, e che tutto ciò che  Essa è stata è vocazione per la Chiesa.

Oggi, allora, guardando a Lei la Chiesa deve assolutamente ricomprendersi come “terreno” dell’Avvento di Dio, come “luogo” santificato dalla grazia, ma chiamato a dare ogni giorno l’assenso della sua libertà al Signore, che cerca spazio e carne nella storia. Come Maria, la Chiesa è chiamata ad essere “terreno” di un Avvento quotidiano, e “terreno” ed invocazione per l’ultimo Avvento del Figlio dell’uomo, di Gesù, Figlio eterno di Dio e Figlio di Maria.
Una Chiesa che smarrisca questa sua vocazione all’Avvento rimane prigioniera di un oggi in cui si accomoda con troppa facilità, in cui si siede “in compagnia degli arroganti” (cfr Sal 11) e di quelli che non conoscono Dio e non per sedere alla mensa dei peccatori, ma per condividerne la mondanità e quelle “vie dei malvagi” che “si perderanno” (cfr Sal 1, 6).

La Vergine Figlia di Sion è oggi di fronte alla Chiesa con la sua limpida testimonianza di donna di fede e di vaso di grazia e di benedizione! Così è una provocazione ed una sfida ad ogni tentazione di mediocrità.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Dedicazione della Basilica Lateranense – Essere Chiesa

 

CHIAMATI AD ESPRIMERE IL VOLTO MATERNO DELLA CHIESA

 

Ez 47, 1-2.8-9.12; Sal 45; 1Cor 3, 9c-11.16.17; Gv 2, 13-22

 

Abside e Cattedra papale della Basilica di San Giovanni in Laterano – Roma

Abside e Cattedra papale della Basilica di San Giovanni in Laterano – Roma

Ancora una festa particolare che quest’anno cade di domenica: è la festa della Dedicazione della Basilica Lateranense.  La Basilica di san Giovanni in Laterano, edificata da papa Milziade, fu dedicata ai tempi di San Silvestro I, che fu papa dal 314 al 335; la Basilica è la Cattedrale di Roma, luogo in cui il successore di Pietro siede come Vescovo di Roma e come c

olui che presiede tutte le Chiese nella carità. In questo luogo il Vescovo di Roma insegna e custodisce la fede, in obbedienza alla vocazione ricevuta da Gesù per mezzo di Pietro di confermare i fratelli nella fede (cfr Lc 22, 32). La Basilica del Laterano è perciò considerata la madre di tutte le chiese di Roma e del mondo.

Questa festa, al di là della sua origine storica e simbolica, ci dà occasione di riflettere sul nostro essere dimora di Dio in mezzo agli uomini. I credenti sono Chiesa perchè il Signore li chiama ad offrirsi con gioia a Lui, affinché ne faccia la sua dimora.

Già il Targum (traduzione e interpretazione rabbinica) del Sal 132 così traduceva, con grande profondità spirituale, i versetti 4 e 5: “Non concederò il sonno ai miei occhi…finchè non sarò diventato luogo per il Signore, una dimora al Potente di Giacobbe”. (Il testo originale dice invece “finchè non avrò trovato un luogo per il Signore”…).
Straordinario!

Il desiderio del credente di essere spazio per il Signore nella storia diventa poi la vocazione del popolo radunato dalla Pasqua di Gesù.
La Chiesa è la dimora di Dio in mezzo agli uomini, e l’edificio in cui essa si raduna ne è simbolo, sia esso una modesta chiesetta di campagna, un’umile cappella monastica o una grande Basilica come quella del Laterano.

Celebrare la Dedicazione di una Basilica, come di ogni chiesa, è fare memoria di un evento storico del passato, ma è anche e soprattutto risentire il “grido” di Dio che, in Cristo, ci chiede di essere uno e ci proclama capaci di Lui.

Il Signore ci chiama all’unità perché solo così la Chiesa racconterà Dio, come ha pregato Gesù nell’ultima sera: “Padre…che siano uno come noi…così il mondo creda” (cfr  Gv 17, 11.21).
Il Signore dichiara poi che l’uomo, come già diceva S. Agostino, è un essere “capax Dei”, un essere cioè creato per essere “luogo” di accoglienza di Dio, “luogo” di riposo di Dio, “luogo” in cui Dio può vivere e regnare.

Essere Chiesa è allora una vocazione straordinaria, è vocazione alla tensione all’uno, che negli Atti degli Apostoli viene definita con quell’“essere un cuore solo e un’anima sola” (cfr At 4, 32) con cui i credenti sperimentano la potenza della Pasqua di Gesù e ne diventano testimoni. E’ infatti la potenza della Pasqua che raduna i dispersi (cfr Gv 11, 52) e ne fa un popolo, come la Pasqua di liberazione dall’Egitto aveva fatto degli schiavi ebrei il popolo di Dio.

La Chiesa, come d’altro canto Israele, è popolo non perché protagonista di un patto orizzontale tra quelli che ne fanno parte; la Chiesa è popolo perché radunata dalla grazia, e chiamata ad essere segno tra tutte le genti di una possibilità di relazione tra gli uomini fondata su una fraternità non fittizia o simbolica, ma reale perché creata da Cristo a prezzo del suo sangue.

Questo ci fa capire che essere Chiesa è cosa grandemente seria, è cosa “grave” perché la Chiesa è impastata con il sangue di Cristo. Sì, in essa c’è anche il nostro fango, la nostra terra, ma impastati con il sangue prezioso del Figlio di Dio che ci ha amati fino all’estremo, lasciandoci così l’estremo dei comandamenti, quello dell’amore reciproco, che è l’unica credibile narrazione di Dio che noi possiamo rendere.

Altre cose non vanno mostrate…noi mostriamo, e pretendiamo di mostrare, sempre altre cose al mondo: è comodo mostrare dei simboli o dei “trionfi”; mostrare invece la nostra carne segnata dall’amore è scomodo perché è difficile e costa.
Mostrare l’amore senza pretese di contraccambio è costoso; mostrare il perdono e l’accoglienza dell’altro che “invade” i miei spazi e i miei privilegi è costoso, condividere quello che si è, e che si ha, è costoso…

E’ però l’amore costoso che Cristo chiede di mostrare al mondo, solo quello; un amore che è certo quello personale di ciascun battezzato, ma che è anche l’“abito” di cui deve essere rivestita la Chiesa.
Solo una Chiesa rivestita dell’abito dell’amore costoso si può presentare al mondo come Madre; diversamente rischia di indossare gli abiti ambigui della matrigna, che pretende di essere chiamata madre ma che di fatto non lo è, e lo dimostra con gesti e parole che una vera madre non farebbe e non direbbe.

Queste riflessioni devono toccare ciascun credente e non solo le gerarchie e le organizzazioni istituzionali; devono toccare noi, chiamati ad esprimere il volto materno della Chiesa, sempre…

Quelli che scoprono, dunque, di essere capaci di Dio si aprono all’essere “luogo per il Signore e dimora per il Potente di Giacobbe”, e questo li conduce ad essere testimoni di unità e di amore, e disposti a pagarne un prezzo.

Questo è essere Chiesa!

La festa di oggi, lungi dal farci pensare alle venerabili pietre dell’edificio che è al cuore della Chiesa di Roma, ci conduca ad una coraggiosa revisione della nostra identità ecclesiale nella costruzione del Regno di Dio giorno dopo giorno, fatica dopo fatica, prezzo dopo prezzo…

p. Fabrizio Cristarella Orestano

VIII Domenica del Tempo Ordinario – L’inganno della ricchezza

 

A CHI APPARTENGO?

 

Is 49, 14-15; Sal 61; 1Cor 4, 1-5; Mt 6, 24-34  –

 

M. van Reymerswaele (1540) - Il cambiavalute e sua moglie, Firenze

M. van Reymerswaele (1540) – Il cambiavalute e sua moglie, Firenze

La liturgia in questa domenica ci mette tra le mani una pagina davvero complessa, ricca di spunti, di immagini, di domande, di richieste, di necessità; una pagina molto complessa, ma altrettanto completa, per permettere al discepolo di Gesù di realizzare la propria vocazione, la propia identità, la propria verità e collocazione nel mondo.

Il primo punto che Matteo mette in tavola è la domanda circa la nostra appartenenza … “A chi appartengo?”. Ecco cosa ciascuno dovrebbe chiedersi con verità: Non si possono servire due padroni! Un detto lapidario e forte, in cui gli studiosi vi ravvisano una delle “ipsissima verba Jesu”, verissime parole di Gesù. Il verbo servire” che Matteo usa in lingua greca è il verbo “douleúein”, che non significa semplicemente “prestare un sevizio”, ma “appartenere a qualcuno” (tanto è vero che il “doulos” è lo schiavo), e quindi essere totalmente di quel qualcuno, e disposto a tutto ciò che egli chiede.

Tante cose minacciano la nostra appartenenza a Dio, minacciano cioè il primato di Dio nei nostri cuori: il potere, il piacere, il danaro, il prestigio; e per Gesù c’è un simbolo potente di tutto questo: il danaro. Quando c’è il danaro – pensiamoci bene – si può avere tutto il resto: potere, piacere e prestigio… Gesù chiama il danaro con la parola ebraica “mammona”, parola che deriva dal verbo “aman” – da cui “amen” – che significa “porre fiducia”, “avere sicurezza”: il danaro allora è padrone spietato quando diventa il termine di ogni fiducia e sicurezza; rende schiavo e avvilisce chi crede invece di dominarlo e di dominare attraverso di esso … è tremendo. Per Gesù il denaro è davvero l’anti-Dio, e non bisogna tentare di metterlo assieme a Dio! Tanti hanno creduto, e credono, di poterlo fare e di poter servire sia Dio sia il danaro, di poter mettere assieme cioè la ricchezza smodata e Dio, addirittura pensando che la ricchezza possa essere “premio” alla “giustizia” (un certo pensiero calvinista l’ha affermato con forza!); oppure si crede di poter mettere assieme Dio e danaro pensando di servire Dio con offerte, opere, beneficenze … tanti credono di onorare Dio così, ma questo non è il Dio di Gesù!

L’inganno della ricchezza (cfr Mt 13, 22) conduce ad un atteggiamento assolutamente estraneo al discepolo di Cristo: l’affanno. Gesù, con un imperativo, lo esclude dai suoi: “Non affannatevi!”. Matteo per il verbo “affannarsi” usa “merímno”, che è proprio l’“essere in ansia”, l’“essere nell’angoscia”, l’essere cioè sempre con il fiato sospeso, sempre in allarme, sempre a volere di più… E’ il rapporto sbagliato con le cose che genera questo affanno, che Gesù non vuole per noi.

Quando in questo testo evangelico si parla del cibo e dei vestiti non si vuole dire che non siano cose importanti, cose da non cercare, cose irrilevanti, cose per cui non vale la pena perdere tempo o fare fatica. No! Il problema non è volere o cercare queste cose, che servono alla nostra vita e alla nostra identità e dignità; il problema è dare loro un valore tale da “mangiarsi” tutto il resto; il problema è pensare che, avute queste cose, tutto sia risolto, o che, avute queste cose, la vita sia messa al sicuro, in tranquillità… è l’inganno di oggi, in questo tempo di crisi, in cui si vuole credere che non si possa pensare alle cose di fondo, alle cose di senso perchè c’è crisi economica, lavorativa, sociale, politica … e si dice così perfettamente il contrario di ciò che qui Gesù afferma: cercare prima tutte queste cosesicurezza, lavoro, danaro sufficiente, saldezza economica e politicae poi cercare il resto…. questo è un inganno infinito!

Gesù qui è chiaro: il primato va dato al Regno e alla sua giustizia! Anche questa è un’espressione difficile: cosa significa “cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno poste davanti”? Una cosa va detta subito: il primato non è assolutizzazione! Il “primato del Regno” serve a dare spazio a tutte le altre cose; dicendo infatti queste parole, Gesù non vuole “salvare” il Regno, ma vuole salvare lo spazio della vita dell’uomo, perchè in esso si possano dispiegare tutte le relazioni, le potenzialità, il godere delle cose… insomma il primato del Regno rende possibile all’uomo una vita bella, crea una vita buona, crea una vita felice perchè piena di senso; una vita in cui tutto, gli affetti, le cose, le opere delle nostre mani, abbiano il giusto spazio e non mortifichino l’uomo, possedendolo. Il “primato delle cose” invece, che è idolatria, che schiaccia l’uomo e lo mortifica (parola chiarissima: lo fa parere morto!), rende l’uomo “doulos”, schiavo delle cose e, quindi, egli stesso cosificato. Il padrone-Dio, invece, è Uno a cui si appartiene ma che libera, e libera le potenzialità, i possessi, gli affetti.

La giustizia di Dio è il modo in cui Dio si comporta con l’uomo, è la sua volontà di gioia e salvezza per ogni uomo. “Cercare la giustizia del Regno” allora è far proprio questo modo di Dio di guardare la storia e gli uomini! La giustizia per Matteo è sempre dono di Dio (perchè è il suo modo di essere per noi!), ma è compito per noi, un compito che si adempie lottando per la fraternità.

Per questo Regno e per questa giustizia, Gesù chiede che noi mettamo all’opera la nostra ricerca: è un verbo bellissimo quello che qui Matteo pone sulle labbra di Gesù; è il verbo “zétein”, che significa “cercare con passione”, cercare con slancio, con tensione, prendendo iniziative per giungere alla meta, progettando vie da percorrere per giungervi! Si badi che non è affanno: quello è terribile ed imprigionante, quello è angoscioso ed opprimente, quello si svolge sempre su di un terribile sfondo nero … la ricerca che qui Gesù ci chiede è, invece, la bellezza della vita dell’uomo, è lo slancio dei “sogni”, è la fatica bellissima di costruire una storia sensata, di amare i fratelli, di costruire con loro la comune casa della fraternità, la comune casa dell’umanità. La ricerca è animata dalla speranza, l’affanno invece dalla disperazione: colui che cerca è un entusiasta della vita e dell’uomo, è un appassionato di Dio e dei fratelli, è un uomo mai sazio e felice di avere sempre fame e sete di senso … chi si affanna invece è un depresso, che ha solo paura, ha solo sguardi pessimistici sul mondo e sulla storia, che vede in ogni altro uomo un nemico o un rivale che possa sottrargli qualcosa …

Chi cerca il Regno e la sua giustizia scoprirà che tutte le cose sono dono di Dio (…gli verranno poste avanti…), e le riceverà con gratitudine; chi si affanna invece se ne crede padrone, ed in realtà ne è dominato, ne è schiavo. Il testo usa il futuro (vi saranno poste davanti), e ciò significa che tutto dipende da qualcosa che deve venire prima: la ricerca del Regno e della sua giustizia.

“Tutte queste cose” (cioè cibo, vestito, domani) sono secondarie, e non nel senso che non sono utili, o importanti, o che se ne possa fare a meno (chi può dire una cosa così insensata?); sono cose econdarie nel senso che da sole non stanno in piedi: vogliono uno spazio giusto in cui essere messe, ed un modo corretto di cercarle e di viverle. Non sono cosa da guardare con disprezzo, come certa “spiritualità” cristiana (o presunta tale!) ha voluto affermare con grande disumanità … il problema è un altro: quando il primato è di Dio, questo crea lo spazio per tutte le altre cose bellissime che Lui stesso ha creato per noi; chi accumula perchè affannato, dimentica Dio (il Donatore!) e dimentica gli altri (con cui è necessario condividere!). Chi ha scoperto il primato di quella ricerca appassionata del Regno è discepolo di Gesù, perchè – come Lui – condivide. Tutto. Gesù condivise perfino la sua qualità divina: “spogliò se stesso” facendosi schiavo come noi, con noi (cfr Fil 2, 7), salì su una croce per donarci la libertà dei figli, per donarci la figliolanza di Dio che era tutta sua …

Gesù, che ha cercato il Regno di Dio e la sua giustizia, con l’amore appassionato per il Padre e per gli uomini suoi fratelli, ci chiede di percorrere la stessa via di suprema libertà!

Diciamoci la verità: se sappiamo leggere profondamente questa pagina di Evangelo, sentiamo di respirare in uno spazio infinito di libertà e di bellezza.

Questo spazio è la nostra vocazione!

p. Fabrizio Cristarella Orestano