V Domenica del Tempo Ordinario – Perdersi per dare frutto

PRESENZA E NASCONDIMENTO

 

  –   Is 58, 7-10; Sal 111; 1Cor 2, 1-15; Mt 5, 13-16   – 

Maria, donna del silenzioC’è un particolare, in questo celebre evangelo di oggi, che ci fa riflettere profondamente sulla nostra vocazione cristiana. Gesù, per dire cosa devono essere i suoi discepoli nella storia, nel mondo, usa due paragoni, la luce ed il sale:Voi siete il sale della terra … voi siete la luce del mondo”. Si badi, che non dice: “Voi siete sale della terra, voi siete luce del mondo” … Matteo usa l’articolo determinativo: il sale, la luce … allora, non uno degli elementi che può dare sapore alla terra, nè una luce che splende nel mondo … E’ come se dicesse che il sapore lo possono dare solo i cristiani, che la luce la possono dare solo loro. Non è un’affermazione arrogante o che deve generare arroganza; è invece un’affermazione piena di consapevolezza che non può non divenire responsabilità!

Insomma, senza la presenza dei cristiani in seno al mondo, ed alla storia degli uomini, il mondo non avrebbe sapore, il mondo sarebbe immerso nelle tenebre; questo perchè i cristiani hanno una vocazione precisa, quella di essere il prolungamento e l’attualizzazione di Cristo in ogni luogo ed in ogni epoca della storia. Se i discepoli di Cristo vivono le Beatitudini, lottano per viverle, e le scelgono come orizzonte vitale della loro esistenza (il testo dell’evangelo di questa domenica segue immediatamente quello delle Beatitudini, con cui inizia il discorso della montagna), essi non potranno che essere il sale e la luce per il mondo.      

Questo è ciò di cui il mondo ha davvero bisogno. Gesù è l’unico salvatore e l’unico senso della storia, e questo noi cristiani non dobbiamo mai “svenderlo” o dimenticarlo – al di là di ogni pur bellissimo desiderio di dialogo con altre vie religiose; perciò, l’unico modo per dare salvezza alle tenebre del mondo e per dare sapore di Dio al mondo insipido – o tante volte infestato dal sapore disgustoso del non-senso – è portare al mondo la presenza di Cristo sale e luce. Solo i suoi discepoli possono fare questo; se non lo faranno, mai nessuno lo farà, nessuno lo può fare… e il mondo restera insipido o, peggio, disgustoso e immerso nella tenebra.

Le immagini che Gesù usa sembrano, in un certo senso, contraddittorie: il sale, per essere ciò che deve essere, deve scomparire, deve perdersi all’interno del cibo; invece la luce, per essere luce, deve essere visibile, posta su di un candelabro, deve essere città sul monte; la contraddizione ci dice la complessità e la varietà della presenza cristiana nel mondo; una complessità che racconta il “di più” dell’Evangelo, che sempre deve cercare vie di presenza non arrogante, che si perde e diluisce nella massa, ma che al contempo deve dare luce essendo luce, perchè senza quella luce evangelica (che è sempre la luce di Cristo, perchè Lui solo è la “vera luce” – cfr Gv 1,9) tanti volti perversi del mondo rimarrebbero nascosti, occulti, e perciò capaci ancor più di generare morte! La duplice dinamica del nascondimento e della visibilità non vuole creare schizofrenia, ma equilibrio e verità per una presenza che deve essere umile e non arrogante, significativa e luminosa della verità di Cristo, senza però umiliare e schiacciare.

E’ una grande sfida…è la sfida di una presenza su cui Gesù ha “scommesso” tutta la sua missione di salvezza; tutto ciò che Lui ha detto e ha fatto, l’ha consegnato alla Chiesa perchè lo ridica e lo ricompia in ogni tempo ed in ogni luogo della storia. La sfida consiste nel saper compiere le opere dell’Evangelo e proclamarne la Parola, in modo che l’uomo di tutte le latitudini e di ogni tempo possa coglierne la vitalità e la proposta radicalmente umanizzante; la sfida è quella di proseguire il mistero dell’incarnazione senza mai “svendere” l’Evangelo adeguandolo ed adattandolo, ma solo e sempre rendendolo parlante per l’uomo di ogni tempo e cultura; la sfida è l’equilibrio, davvero essenziale, tra il perdersi nascosti come il sale ed il mostrare la luce; la sfida è dover accettare che, per essere sale e luce, il discepolo deve saper immergersi tutto, con coraggio, nel mistero pasquale del Signore che, non ci stancheremo mai di ripetercelo, è costoso! E’ costoso il perdersi del sale: quello sciogliersi del sale è un morire, ma un morire che produce sapore; ed è solo attraverso quel morire che il sale dà sapore; se il sale rimanesse in bei cristalli impenetrabili non compirebbe la sua “missione”! La luce è ugualmente costosa: se, infatti, ci si lascia “incendiare” dalla luce primordiale che è Cristo si comincia a bruciare, e solo allora si produce luce: la luce infatti è frutto di combustione, di un ardere che consuma, che strugge …

Dunque, “sale” e “luce” da un lato dicono due cose che si oppongono (nascondimento e splendore), da un altro lato dicono una uguale necessità, tutta cristologica, di perdersi per dare frutto… proprio come il chicco di grano di cui Gesù parlerà nell’Evangelo di Giovanni “se non muore non produce frutto” (cfr Gv 12, 24); sì, se il sale non si perde non può dare sapore … e se non si brucia non si può illuminare.

Lo Spirito ci suggerirà come custodire il nascondimento per irradiare luce; Lui ci farà cogliere le vie per realizzare questo paradosso…. i santi ci sono riusciti! In loro, a volte, i due tempi sono stati distinti (si pensi a Teresa di Lisieux, per esempio: prima nascosta nel Carmelo di Lisieux, monaca oscura e ignota come tante, poi luminosa per tutta la Chiesa attraverso vie che solo la sapienza di Dio poteva disporre). Altre volte le due dimensioni sono mirabimente intrecciate (si pensi a Francesco d’Assisi, in cui il paradosso dell’umiltà nascosta e della narrazione di luce di un “alter Christus” si manifestò continuamente). Se loro ci sono riusciti ora tocca a noi trovare la nostra via come singoli credenti, come comunità, come Chiesa…

Sale e luce … assieme … è necessario!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

Battesimo del Signore – Lasciamo l’uomo vecchio

PER UNA VIA DI AMORE COSTOSO

   –  Is 42, 1-4. 6-7; Sal 28; At 10, 34-38; Mt 3, 13-17   – 

 

Il Battesimo di Cristo, Andrea del Verrocchio (Galleria degli Uffizi, Firenze)

Il Battesimo di Cristo, Andrea del Verrocchio (Galleria degli Uffizi, Firenze)

Anche oggi celebriamo un’epifania! Tre sono le epifanie che la Chiesa celebra: quella ai Magi, quella al Giordano nel Battesimo, e quella a Cana di Galilea ove Gesù “manifestò la sua gloria ed i suoi discepoli credettero in lui” (cfr Gv 2, 1-12). In questa domenica celebriamo il Battesimo di Gesù al Giordano.

Cosa fu per Gesù quell’ora?

Mentre tanti andavano dal Battista a farsi immergere nel Giordano, per proclamare una ferma volontà di conversione e chiederne la grazia, Gesù va al Giordano per farsi imergere anche Lui. Perchè?

Nell’Evangelo di Matteo c’è un dialogo tra Gesù e Giovanni Battista – che è solo di questo evangelista – che certamente ha carattere apologetico (vuole, cioè, difendere il primato di Gesù su Giovanni, e vuole affermare che Gesù non aveva bisogno di conversione!); ma questo dialogo ci dà anche luce sul perchè di questo scendere di Gesù nel Giordano, per mano di Giovanni.

Alla perplessità del Battista, Gesù risponde: Lascia fare, per ora, perchè conviene che s’adempia ogni giustizia”. Risposta questa che ha messo al lavoro generazioni e generazioni di Padri e di esegeti… che adempimento è questo di cui parla Gesù? Non può essere un adempimento puntuale di una Scrittura che Matteo, d’altro canto, non cita esplicitamente. Si tratta del fatto che Gesù e Giovanni devono adempiere essi stessi quello che è giustizia di Dio, cioè la sua volontà. Ma perchè Dio può volere che il Messia venga battezzato? La risposta sta nella solidarietà con i peccatori che Gesù è venuto a compiere: nell’Evangelo dell’infanzia si era detto che il bambino, concepito per opera dello Spirito Santo, avrebbe dovuto ricevere il nome di Gesù perchè “salverà il suo popolo dai suoi peccati” (cfr Mt 1, 21)… e come lo farà? Sottoponendosi ad un battesimo di annientamento, lasciandosi sommergere, “affogare” nella morte (cfr Mc 10, 38). Qui l’Emmanuele si consacra alla sua vocazione, e lo fa unendosi alla folla dei peccatori che accorrono al Giordano. Davvero è con-noi, davvero è l’Emmanuele.

Gesù al Giordano compie il primo passo verso il Golgotha: questa è la giustizia di Dio, questa è la volontà del Padre…che vada a cercare i peccatori, stando tra loro, e stando con loro!

L’epifania del Battesimo è un’epifania: una manifestazione a Gesù e – in Gesù – è manifestazione fatta a noi uomini; l’epifania che qui Gesù riceve è dunque la sua verità, di Figlio e Messia. Qui al Giordano avviene come una nuova nascita per Lui, una ri-nascita, in cui si rivela d’improvviso, al suo cuore ed alle sue orecchie, l’infinita ricchezza della sua identità: è il Figlio amato dal Padre, è oggetto di compiacimento e di gioia per quel Padre di cui sta adempiendo la volontà in quella fila di peccatori. La manifestazione che avviene per Gesù diviene allora anche per noi manifestazione di Dio, di come Dio si è messo in cammino con noi nella storia, di quali vie ha scelto, e di come ci chiede di seguirlo, di quale sequela ha bisogno l’Evangelo del Regno.

Isaia, parlando del Servo del Signore, ha detto che su di Lui scenderà lo Spirito; ed ecco che Matteo, mettendosi in parallelo con quella pagina che oggi costituisce la prima lettura, ci mostra lo Spirito che scende su Gesù come una colomba, un’immagine forse suggerita da Gen 1,2, in cui “lo Spirito di Dio aleggia sulle acque” primordiali; al Giordano lo Spirito aleggia sulle acque di un altro “archè”, di  un altro “principio”, sulle acque in cui si immerge il Figlio solidale con i peccatori per dare inizio ad una nuova creazione.

Questo gesto di Gesù di andare al Giordano è un gesto per nulla simbolico o esemplare; è un gesto che porta a compimento, e in modo definitivamente compromettente, l’Incarnazione! Da parte di Dio, questà è davvero la scelta della compagnia con gli uomini, sino al profondo di ogni uomo… fino agli abissi che abitano l’uomo… fino all’inferno in cui l’Adam è voluto scendere per inseguire se  stesso. Il Figlio amato non sta con l’uomo in modo asettico ed esteriore; Egli è venuto a cercare chi è perduto (cfr Lc 19, 10), e per questo è disposto a perdere se stesso.

Lo Spirito sarà la forza del suo donarsi, del suo offrirsi; sarà la forza per combattere il male e mostrare la vicinanza del Regno (“se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è giunto a voi il Regno di Dio” – cfr Mt 12,28).

La voce dal cielo, che Marco attestava essere rivolta a Gesù (“Tu sei il mio Figlio, l’amato” – cfr Mc 1, 11), Matteo la fa diventare un invito rivolto a noi uomini: è necessario riconoscere in quell’Uomo innocente ma solidale con i peccatori, il Figlio amato (scrive Matteo: “Questi è il mio Figlio amato”), via per ritrovare il “cielo”, Dio … E su quel Figlio sceso nelle acque del Giordano si aprono i cieli, quegli stessi cieli che il peccato, la disobbedienza dell’Adam avevano chiuso (cfr Gen 3, 24). In Gesù sarà possibile dunque ritrovare Dio come Padre, sarà possibile essere figli nel Figlio, e sarà possibile divenire luogo della dimora dello Spirito di Dio, per essere capaci di misericordia, di condivisione, di amore e di speranza.

Se il Figlio si è immerso tutto nelle acque, rese impure dal nostro peccato, noi uomini riceviamo in dono la possibilità di essere immersi nel Figlio per essere immersi nel Padre, nella forza dello Spirito. Le acque che furono strumento di morte nel diluvio (cfr Gen 6, 17) saranno, per i credenti in Cristo, luogo di nascita dell’uomo nuovo fatto ad immagine del Figlio; le acque, come quelle del Mar Rosso, saranno per i credenti passaggio dalla schiavitù alla libertà …

Ma nelle acque bisogna lasciare l’uomo vecchio, immagine del vecchio Adamo. Non ci sarà passaggio senza sacrificio, senza offerta, senza una morte…la morte costosa dell’uomo vecchio! L’infinitamente preziosa vita nuova ci sarà donata da figli nel Figlio: figli chiamati a camminare su quella stessa strada che Lui, dal Giordano, percorse in tutta la sua vita, insegnadoci ad essere uomini; una via di misericordia e di perdono, una via condivisione e di fraternità, una via che rigetta ogni mediocrità, scegliendo sempre l’Evangelo che ci fa contraddizione di ogni mondanità.

Gesù fece così, per questo venne nella nostra carne…

Al termine di questo Tempo di Natale ci chiede se vogliamo davvero seguirlo, e seguirlo da discepoli del Messia incamminato su una via di amore costoso.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

IV Domenica di Avvento – La vocazione di Giuseppe

 ATTESA, CRISI E SORPRESA

  –  Is 7, 10-14; Sal 23; Rm 1, 1-7; Mt 1, 18-24  –

 

Joseph's dreamL’Avvento è un tempo complesso: è attesa, è crisi per un discernimento, è sorpresa dinanzi ad un Dio che supera ogni proiezione umana e che sconvolge tutti i progetti.

Il Veniente deve essere atteso come Maria che lo accoglierà, ma dopo un tempo in cui l’attesa diviene l’“habitus” di ogni giorno; il Veniente mette in crisi, come accade a Giovanni Battista che permette alle domande di farsi largo in lui, perchè ancora cresca in lui il discernimento per riconoscere il vero volto di questo Veniente, così “altro” rispetto anche alle sue parole di profezia; il Veniente  sconcerta, sconvolge i progetti e sorprende con l’“oltre” che è un “oltre” che diviene appello a ritirarsi con le proprie logiche, attese e speranze … ed è quello che capita a Giuseppe.

Il passo di Matteo di questa domenica ci narra un umanissimo e dolorosissimo sconcerto nel cuore di questo ragazzo innamorato (una volta per sempre cancelliamo i Giuseppe “vecchietti” del nostro immaginario!!) … nel passato anche illustri Padri ed esegeti hanno voluto “salvare” Giuseppe mettendolo al riparo dall’aver nutrito sospetti circa Maria, dal cocente dubbio di essersi innamorato della persona sbagliata, di aver fatto un passo falso che ora è fonte di dolore e  forse di disonore. Io credo che, se stiamo per celebrare l’Incarnazione di Dio, questa avviene nella nostra storia concretissima in cui nessuno può credere o solo immaginare, di primo impatto, ciò che la rivelazione di Dio e la fede cristiana proclamano con certezza.

Giuseppe è contemporaneo all’evento della concezione verginale di Maria, e non può immaginare neanche lontanamente che potesse essere possibile … dinanzi a ciò che vede, Giuseppe cerca soluzioni al problema dolorosissimo che gli si è presentato: sa di non essere il padre di chi è generato in Maria, ma non vuole, no sa e non può diventare un violento, non può e non sa passare dall’amore per quella ragazza all’odio per lei … l’ha amata e la ama … che fare? L’evangelo non ci consente di capire di più … e non dobbiamo produrci in fantasie … Matteo è interessato ad altro, e non al “dramma” di Giuseppe. Certo, ce lo deve presentare perchè tutto sia limpido in questo inzio della vita di Gesù…narrandoci questo “dramma”, però Matteo ci mostra come il progetto di Dio entri in una storia concretissima, ed entrandovi crea sconcerto, lacerazioni, cesure; se così non fosse, non risulterebbe un progetto di Dio, ma sarebbe un prevedibile sviluppo di nostri pensieri, di nostre attese.

Giuseppe deve sperimentare questo irrompere di Dio che spezza le sue certezze…tutte…! D’altro canto – pensiamoci – Giuseppe non potrà chiamare “opera di Dio” quell’evento accaduto in Maria, e che lo ha ferito a morte se Dio stesso non gli rivela la verità di quell’evento … ecco il sogno di Giuseppe! Matteo è l’unico autore del Nuovo Testamento che usa il sogno come luogo di rivelazione (a Giuseppe, e dopo ai Magi!): l’angelo che Giuseppe sogna non gli deve rivelare che Maria è stata trovata incinta (Giuseppe già lo sa!), ma gli deve dire due cose: perchè Maria è incinta, e perchè lui, Giuseppe, deve rimanere in quella storia. La prima: in quella gravidanza è accaduto l’“impossibile” di Dio (Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo…) ed ecco perchè lo sconcerto e la sorpresa; ecco perchè non potevano esserci risposte e soluzioni umane, come il Giusto Giuseppe pure cercava! La seconda: l’angelo comunica a Giuseppe la sua vocazione unica e strordinaria: essere padre del Figlio di Dio; e sarà padre davvero, perchè dare il nome era compito non solo legale del padre, ma è permettere al figlio di essere se stesso e di scoprire la propria identità. Tanto più qui, dove il nome porta in sè un significato così particolare! Lo chiamerai Gesù, dice l’angelo, e Matteo subito aggiunge un “infatti”, che implicitamente dà la traduzione greca del nome ebraico Jeshuà (cioè “il Signore salva”; ecco perchè l’angelo dice: infatti egli salverà il suo popolo dai suoi peccati).

Nel resto del capitolo scopriremo che ogni azione di Giuseppe sarà collegata a dare un nome a Gesù.

Andrà in Egitto per fuggire da Erode? E questo farà sì che Dio lo chiami “figlio”! Straordinario! (“Affinchè si adempisse quello che il Signore aveva detto per mezzo del profeta: Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio” – cfr Mt 2,15; Os 11,1).

Dopo l’Egitto, Giuseppe decide di tornare in terra di Israele e stabilire la dimora a Nazareth? E Matteo puntuale annota: “Perchè si adempisse quello che era stao annunziato dai profeti: Sarà chiamato Nazoreo (cfr Mt 2, 23); Giuseppe permette che Israele riconosca in Gesù, il Figlio di Dio, il germoglio promesso da Dio alla Casa di Davide (cfr Is 11,1). Infatti la parola “nazoreo” ha la radice della parola “neser”, che significa “germoglio”, e da cui deriva anche il nome della città di Nazareth (ed anche la radice della parola “nazir” che significa “consacrato”)!

La sorpresa di Giuseppe è dunque la sorpresa della Casa di Davide, di cui Giuseppe è figlio; Casa di davide a cui Dio è fedele, ma con una fedeltà che non è scevra da giudizio: la casa di Davide è davvero un tronco secco che non può generare con il suo seme il Messia, ma il Messia nasce, come promesso, proprio nella casa di Davide, per opera solo di Dio che chiede alla Casa di Davide (presente nel giusto Giuseppe) di riconoscere quella infecondità che diviene fecondità solo per la misericordia di Dio!

Giuseppe, figlio di Davide, sarà per Gesù veramente padre e padre davidico (non diciamo più quel brutto e depauperante “putativo”!); Giuseppe è il discendente di Davide che farà del tutto diversamente da Acaz, suo antenato e protagonista della prima lettura. Ad Acaz  Isaia dà un segno, quello della nascita del figlio Ezechia, segno che il Signore è Dio-con-noi;  Acaz non vorrebbe alcun segno perchè non vuole compromettersi con Dio, ed alla fine non accoglierà il segno perchè continuerà a fare di testa sua, agendo mondanamente e secondo le logiche politiche delle alleanze (dimenticando l’Alleanza e portando la Casa di Davide alla rovina).

Giuseppe invece accoglie il segno dell’Emmanuele, riconosce in quella sconcertante gravidanza della sua Maria un segno di speranza tanto più grande delle sue piccole speranze di ragazzo innamorato. Giuseppe è giusto, e compie le parole del Signore accogliendo in pieno la vocazione ad essere padre del Figlio di Dio … Giuseppe obbedisce a Dio, e diviene luogo in cui la salvezza potrà mettere la sua tenda, in Gesù che salverà il suo popolo dai suoi peccati!

In questo ultimo tratto di Avvento, Giuseppe diventa per noi una provocazione grande! Non possiamo e non dobbiamo sfuggire a questa provocazione, pena il fare del cristianesimo e della stessa Venuta del Figlio di Dio (che diciamo di attendere!) semplicemente una via di buon-senso e di conforto delle nostre povere vie, dei nostri asfittici progetti e delle nostre scelte a respiro corto!

Giuseppe si fa capovolgere da Dio!

C’è poco da fare: il Veniente non ci conferma nel nostro buon-senso (come è triste il nostro buon-senso!); non ci conforta nelle vie che abbiamo imboccato a prescindere da Lui; il Veniente può davvero venire a sconvolgere i nostri progetti e le nostre scelte! Il Veniente è Colui al quale non possiamo presntare i nostri progetti di vita, ma è Colui a cui dobbiamo chiedere, come Saulo di Tarso (un altro sconvolto dal Veniente!): “Che vuoi, Signore, che io faccia?” (cfr At 22,10).

L’Avvento si compie in presenza di uomini come Giuseppe, giusto perchè cerca Dio e la sua volontà; in uomini come lui capaci di credere ai sogni più che al proprio cuore ferito e più che alle evidenze … anche i Magi, di cui Matteo ci racconterà più avanti, saranno meravigliosamente capaci di credere più ai sogni che alle lusinghe di un re!

La venuta del Signore può essere riconosciuta solo da uomini così, uomini con sguardi che guardano lontano e non si lasciano vincere nè dalle evidenze nè dalle proprie progettualità, nè dalle lusinghe del mondo; da uomini che si lasciano vincere solo da Dio! Uomini così possono giungere fino alla mangiatoia di Betlemme, uomini così possono essere i veri cantori del Maranathà con cui si chiude la Santa Scrittura (cfr Ap 22,20).

p. Fabrizio Cristarella Orestano

XXII Domenica del Tempo Ordinario – Alla tavola dei Farisei

Parabola del banchetto di nozze - Jan Luyken

SALI PIU’ IN ALTO

–  Sir 3, 17-18.20.28-29; Sal 67; Eb 12, 18-19.22-24; Lc 14, 1.7-14   –

 

Luca è l’unico tra gli evangelisti che ci narra che Gesù accettava inviti alla tavola dei Farisei. Questo è certamente un dato storico, un dato che ci fa capire che non tutti i Farisei erano avversari di Gesù. Certamente Gesù siede alla loro tavola per indirizzare anche la loro ricerca di Dio nella giusta direzione: Gesù li vuole aiutare a passare per la porta stretta delle scelte per il Regno e non per le porte larghe delle apparenze “religiose” che tacitano ed ubriacano il cuore.

Alla tavola di questo Fariseo, Gesù osserva una cosa molto comune tra gli uomini ma molto estranea alle logiche del Regno: ci si vuole accaparrare i posti migliori, quelli più prestigiosi, quelli più in vista e di maggior potere…e Gesù, con pazienza e con speranza, racconta una sorta di parabola; più che un racconto preciso, è una situazione che Gesù mette in risalto. Bisogna però stare attenti a non trasformare questa parola di salvezza in una banale regola di buona educazione o, peggio ancora, di calcolo di convenienza, quasi una regoletta per non fare brutte figure e per non subire umiliazioni.

Gesù va per tutt’altre strade. Infatti, la scelta dell’ultimo posto, senza fare “arrembaggi” ai primi posti, denota un atteggiamento essenziale dinanzi a Dio e, di conseguenza, anche dinanzi agli uomini! La scelta dei primi posti non appartiene alla Chiesa di Cristo … non dovrebbe appartenerle … spesso, invece, l’abbiamo visto e lo vediamo anche nella vita della Chiesa: si cercano le vie della “carriera” … e non c’è nulla di peggio che possa accadere nella vita dei credenti, ed ancor più nella vita del pastori della Chiesa! Gesù, in questa pagina di evangelo, è serenamente spietato con questi atteggiamenti! Il motivo è semplice e, lo ripeto, non è un motivo di galateo!

Chi, infatti, cerca i primi posti, davanti a Dio è uno che non sa attendere da Lui la parola di chiamata che gli deve assegnare il posto nella storia, nella Chiesa, nella vita … è uno che si assegna un posto, e non attende la voce e la volontà di Chi solo può dire: Amico, sali più in alto! Insomma, chi cerca i primi posti non sarà mai un uomo in ascolto della sua vera vocazione. Chi cerca i primi posti è allora uno chiuso a Dio e alle sue parole, ma è anche uno che non ha in alcun conto gli altri. Pensiamoci bene: l’assalto ai primi posti prevede, per statuto, direi, il calpestamento degli altri, il loro continuo scavalcamento, il guardare a loro come rivali o come gente di cui bisogna servirsi come scalini per ascendere a quei posti cosi ambiti! E’ così!

Allora è chiara la preoccupazione di Gesù nel vedere quelle scenette meschine con cui i convitati cercavano di sgattaiolare ai primi posti: chi fa così non è adatto al Regno! Chi cerca i primi posti non è adatto al Regno perché capovolge il rapporto con Dio – che deve essere sempre un rapporto di dipendenza e segnato dalla grazia (e, invece, il carrierista sa lui i suoi meriti e li conosce meglio di Dio!) -, e stravolge poi anche il rapporto con gli altri uomini. Questo è chiarissimo nella parabola del Pubblicano e del Fariseo (cfr Lc 18, 9-14), che ripete il detto di Gesù che anche qui ascoltiamo, Chi si umilia sarà esaltato e chi si esalta sarà umiliato: l’orgoglio del Fariseo, che si crede giusto e degno del primo posto, passa per il disprezzo dell’altro! E’ una trista via obbligata!

La preoccupazione di Gesù è il Regno, e sempre per il Regno sono le sue parole!

La via degli ultimi posti, d’altro canto, è la via che Dio ha scelto in tutta la storia della salvezza, da quando nell’Esodo si è presentato non come il Dio del Faraone ma come il Dio degli schiavi e fino all’ora in cui, nel Figlio, si è lasciato inchiodare al legno degli schiavi!

Scegliere l’ultimo posto è, allora, non una norma di buona educazione o di convenienza, ma è scelta delle stesse vie di Dio, è essere discepoli di Gesù che è sceso all’ultimo posto attendendo con fiducia la voce di Colui che lo avrebbe richiamato dagli abissi della morte…Come è grande quella intuizione del Nuovo Testamento che proclama: “Dio l’ha risuscitato dai morti!” (cfr At 2, 32-33; At 3, 14b e altri). Sì, il Figlio, sceso nel ventre della terra, nell’inferno degli ultimi, ha voluto attendere la parola del Padre: Sali più in alto! (così alla lettera, in greco, la parola che colui che ha invitato dice all’ospite che ha scelto l’ultimo posto: “prosanabéti anóteron” cioè “Sali più in alto”!).

Seguire Gesù è seguirlo a quell’ultimo posto che l’amore impone, l’ultimo posto che è sempre vicino ai piedi dei poveri, di coloro che non possono o non sanno ricambiare, di coloro che non possono reinvitare o fare doni o favori!

Pensiamoci: non ha fatto così Gesù? Non è stato ai nostri piedi? Ai piedi di ciascuno di noi, che non possiamo dargli nulla in cambio, che non abbiamo nessun banchetto degno di Lui, che non abbiamo favori da fargli?

Ecco che allora è chiaro: chi sceglie l’ultimo posto per stare con Lui impara la gratuità; quella gratuità che Gesù insegna al Fariseo con cui sta a mensa dicendogli chi deve invitare … non amici, fratelli, ricchi vicini … ma poveri, storpi, zoppi e ciechi … Il Fariseo ancora non lo sa, e certo ora non lo capisce, ma già ha iniziato perché ha invitato Gesù che si è fatto povero fino alla croce…forse diverrà imbarazzante questa memoria di aver invitato a casa un delinquente morto in croce…o forse sarà inizio di vita nuova per lui e per la sua “religione”…

Gesù  gli chiede di invitare i poveri…anche questa non è una domanda moralistica, ma ha una radice profonda nella sequela di Colui che ha amato fino all’estremo nella più pura gratuità; l’amore è gratuito!

Guai a quell’amore che attende il ricambio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano