III Domenica di Quaresima – La Domenica dell’urgenza

LA PAZIENZA DI DIO GRIDA URGENZA

 Es 3, 1-8.13-15; Sal 102; 1Cor 10, 1-6.10-12; Lc 13, 1-9

La Quercia del Monastero di Ruviano

La quercia del Monastero di Ruviano

Possiamo dire che questa domenica sia la domenica dell’urgenza! E’ urgente volgersi verso Dio…è la domenica in cui si deve contemplare contemporaneamente e l’urgenza della conversione e la pazienza di Dio! Questa pazienza, lungi dal trasformarci in attendisti che di continuo rimandano le grandi decisioni di vita come le “piccole” decisioni di conversioni nel quotidiano, vuole invece far “bruciare” ancor di più, far bruciare l’urgenza nei nostri cuori! E’ paradossale, ma la pazienza di Dio grida urgenza…tutto questo però vuole una cosa essenziale: occhi aperti sulla storia!

Leggere la storia è uno dei compiti più umani che ci siano: solo l’uomo, infatti, è capace di leggere il reale della sua storia e della storia del mondo che lo circonda, nessun altro vivente sa farlo…solo l’uomo…e Dio! Sì, Dio legge la storia, ne sente i gemiti, avverte il bruciante sapore delle lacrime, avverte l’acre odore del sangue…ne sente anche i sussulti di speranza e i trasalimenti di gioia…percepisce nella storia lo scoppiare dell’odio, ma anche lo sbocciare delle tenerezze dell’amore e della compassione. Il racconto della vocazione di Mosè, che oggi leggiamo dal Libro dell’Esodo, mette difronte Dio ed un uomo, Mosè, appunto. Dio, che conosce la storia del suo popolo; la sa leggere; ne ha ascoltato il grido di dolore…Dio, che legge quella storia e trova per essa vie di salvezza. Difronte a Lui l’uomo Mosè che, invece, è fuggito da quella storia in cui voleva intervenire a modo suo, e che si è accomodato in una situazione di tranquillità senza più nessuna voglia di leggere la storia; di contro, la lettura che Dio fa di quella storia del suo popolo in Egitto è una lettura “costosa” perché il testo fa dire a Dio: “Conosco le sue sofferenze” ed il verbo ebraico che l’autore usa (il verbo “yadà”) intende una conoscenza non intellettuale e meramente cognitiva, ma una conoscenza esperienziale, che tocca, che scotta…

Leggere la storia è leggere i segni dei tempi; Gesù, al capitolo precedente (12,56) ha chiamato ipocriti quelli che si rifiutano di leggere la storia; i segni non sono solo quelli che Lui, Gesù, dà con le sue parole e i suoi gesti, ci sono segni da leggere anche nella storia quotidiana; ci sono fatti in cui brilla incredibilmente una parola di Dio, in cui risuona un appello, in cui – come già dicevo – viene “gridata” un’urgenza!

Nel passo i Luca di questa domenica vengono riportati a Gesù due fatti di cronaca: l’uno prodotto da scelte dell’uomo (la rivolta di questo gruppo di zeloti galilei che Pilato ha sterminato senza pietà mentre offrivano sacrifici al Tempio), un altro prodotto dalla casualità o dalla natura (il crollo della Torre di Siloe che uccise degli operai che lavoravano alla costruzione del Tempio). Dinanzi a questi due fatti, Gesù rifiuta l’interpretazione popolare semplicistica e perversamente “religiosa” per cui quelle morti sono dei castighi…un’interpretazione che non è una vera lettura dei segni dei tempi perché tiene fuori gli interpreti-lettori da quella vicenda. Gesù vuole, invece, che fatti come quelli vengano letti nell’ottica dell’urgenza della conversione! Questi fatti – su cui Gesù rifiuta di dare un giudizio moralistico – devono incitare a prendere sul serio la vita, a non perdere tempo, a rispondere agli appelli di Dio e soprattutto a quell’appello che è Gesù stesso con la sua vita, le sue scelte, la sua parola.

Certamente il linguaggio che Luca pone sulle labbra di Gesù ha una sua ambiguità che va compresa e decodificata: escluso il rapporto di causa-effetto tra peccato e quegli eventi di cronaca, sembra poi che Gesù affermi che Dio punisca quelli che non si convertono. La realtà è che Gesù qui si esprime come i profeti della Prima Alleanza: parla come quei profeti che dicono che l’esilio in Babilonia fu castigo per l’infedeltà del popolo. La verità è che chi non approfitta del tempo presente per volgersi di nuovo a Dio, per cambiare vita, non si libererà dal male che può accadere (cfr Sal 7, 12-13; Sal 50, 22). Il male viene non perché Dio castiga, ma perché una mancata conversione fa precipitare l’uomo in situazioni di debolezza e di errore, e questo genera ingiustizie e dolori.

Se la lettura non fosse questa, che senso avrebbe la parabola del fico sterile che Luca collega subito a questo detto di Gesù? Quello che la parabola vuole narrare è una situazione in cui non bisogna allegorizzare…Che voglio dire? Che non è detto che ogni elemento del racconto debba corrispondere ad un significato. Qualcuno, infatti, procedendo così, vorrebbe che il Padrone del campo fosse il Padre e il Servo buono Gesù…un’allegoria che non mi pare lecita…prima cosa perché non ci troviamo dinanzi ad un’allegoria ma dinanzi ad una parabola, ma poi soprattutto perché una lettura del genere contrasta con la rivelazione che Gesù ci ha fatto del Padre! Non può essere che Gesù racconti una storia per dire di essere più buono e più paziente del Padre! La linea da seguire non è questa. Se proprio si vogliono trovare delle corrispondenze, mi pare che il Padrone, con il suo modo di ragionare e di parlare, rappresenti il sentire comune, il “buon senso” del mondo…il Servo è, invece, la logica di Dio, la logica dell’Evangelo, la rivelazione del vero volto di Dio. Per Gesù, Dio non è un Dio crudele, un padre-padrone che costringe gli uomini a seguirlo, con la paura del castigo con cui è pronto a distruggere chi non gli obbedisce! La rivelazione di Gesù ci mostra, invece, un Dio che è Padre perché – come scriveva Fra’ Roger Schutz – “può solo amare”!

Gesù ci racconta di un Dio paziente, tanto da attendere frutti anche dal fico delle “apparenze ostentate” (si evince che questo fico abbia solo belle foglie e nessun frutto: icona, dunque, di quegli “uomini religiosi” che sono uomini di sterili apparenze!). Chi conosce un Dio così comprende che c’è un urgenza che preme e dinanzi a cui, se si è davvero discepoli di Gesù, non ci si può tirare indietro. Non si butta, infatti, la vita in attese senza esiti; non ci si ferma impauriti dinanzi al Dio rivelato da Gesù, che è un Dio così amoroso da essere capace di aspettarci e di continuare a scommettere su di noi; non ci si ferma dinanzi ad un Dio che si mostra disposto a “fare la sua parte” (gli zapperò intorno e vi metterò il concime, dice il servo della parabola), perché l’infruttuoso porti frutto, perché l’uomo delle apparenze trovi vie di autenticità e di conversione.

Una certezza del genere è forza per continuare la lotta di questa nostra Quaresima!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

Santa Famiglia – La narrazione di una Pasqua

GESU’, SMARRITO PER TRE GIORNI, E AL TERZO RITROVATO 

1Sam 1, 20-22.24-28; Sal 83; 1Gv 3,1-2. 21-24; Lc 2,41-52

 

Cristo tra i dottori (A. Dürer, Museo Thyssen – Madrid)

Il mistero del Natale si apre ad una vita tutta donata; la sapienza della Chiesa ce lo fa subito capire ponendo nel giorno successivo al Natale la festa di Santo Stefano, il Primo Martire; la vita di quel Bambino che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme sarà vita pienamente umana, e tutta la rivelazione cristiana ci grida che si è veri uomini solo se si ama fino all’estremo, perdendosi per amore (cfr Mt 10,39). Così fu la vita di Gesù, e così deve essere la vita del discepolo di cui Stefano subito è stato “icona”. Vita donata giorno per giorno, vita spesa per Dio e per gli uomini ma nella gioia…vita che, per Gesù, culminerà nel dono pasquale fatto sulla croce, ma che è vita spesa amando giorno dopo giorno e trovando in quell’amore la bellezza, la bontà ed il senso…

Questa domenica, detta della Santa Famiglia (una festa che direi “pastorale” in quanto creata di recente per avere un’occasione, appunto “pastorale”, per parlare della “famiglia cristiana”), oggi ci dà l’agio di fare un discorso più ampio su ciò che consegue al mistero dell’Incarnazione di Dio. Non farei allora oggi il solito discorso “trito” sulla famiglia quale “primo nucleo della società”, sulla sua “sacralità” naturale e cristiana…non lo farei anche perchè – diciamocelo francamente – mai come in questi ultimi decenni noi Chiesa abbiamo  parlato di “famiglia” e mai come in questi ultimi decenni la “famiglia” patisce di lacerazioni e disfunzioni! Il problema, a mio umile parere, non è parlare della famiglia ma è annunziare l’Evangelo; quando si fa seriamente questo si evangelizza tutto l’uomo in tutti i suoi ambiti di vita e quindi anche in quel primo ambito che è la famiglia. E’ allora necessario che noi annunziamo con coraggio, con profondità, senza edulcorazioni e diminuzioni il mistero di Cristo, è necessario che noi credenti in Lui facciamo innamorare gli uomini di Cristo perchè lo cerchino giorno per giorno.

Oggi la liturgia ci dà l’occasione di fare una lettura globale di questo mistero di Cristo e ci invita ad una ricerca appassionata di Lui che è venuto a cercarci prendendo la nostra carne. L’esito, come scrive Giovanni nel tratto della sua Prima Lettera che ascoltiamo quale seconda lettura, sarà il vivere da figli.

Il racconto di Luca che la Chiesa oggi propone è la conclusione dell’Evangelo dell’infanzia lucano: è un passo direi “unico”. “Unico” perchè pare “fuori schema” rispetto a tutto il racconto dell’infanzia; “unico” perchè è l’unico squarcio che gli Evangeli ci aprono sulla vita di Gesù prima del Battesimo al Giordano…e questa “unicità” ci conduce certo ad una sua funzione specifica. Il testo, insomma, non va letto ingenuamente. Uno smarrimento, quello del ragazzo Gesù, che avviene in un contesto preciso: la Pasqua; ed avviene all’interno di una vera fedeltà di Maria e Giuseppe alla Legge del popolo santo di Dio (“si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua”). Un episodio che, al di là del racconto banale della “scappatella” di un adolescente intelligente, contiene un mistero di Dio ed un appello per noi cui è consegnato l’Evangelo.

Il contesto pasquale ci rimanda alla fine dell’Evangelo quando in un’altra Pasqua Gesù verrà ugualmente smarrito per tre giorni ed al terzo giorno ritrovato dopo un’angoscia grande. In quel ritrovamento ci sarà la definitiva rivelazione della figliolanza divina. Per Luca, infatti, il Gesù pasquale rivela il Padre, sia sulla croce (“Padre nelle tue mani consegno il mio spirito” cfr Lc 23,46), sia nel giorno della risurrezione (“io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso” cfr Lc 24, 49)…e anche questo Gesù dodicenne rivela la sua figliolanza dichiarando che deve essere nelle cose del Padre suo. Dobbiamo far caso che le prime e le ultime parole di Gesù nell’Evagelo di Luca sono un rinvio al Padre!

Il protagonista del racconto è Gesù. Finalmente! Sì, finalmente, perchè fino a questo momento nel racconto di Luca si era parlato di Lui ma non come di uno che agisce direttamente; ora no, ora per la prima volta Gesù parla. Insomma Gesù rivela di essere Figlio e di appartenere tutto al Padre; nella prima lettura si è detto che Samuele è ceduto per tutti i giorni della sua vita al Signore; così è Gesù: è del Padre, ed in Lui la carne dell’uomo deve fare questo passaggio, scegliere di essere di Dio! E senza mezze misure!

La vocazione ultima e prima del cristiano è offrire la propria carne all’Incarnazione di Dio; è mostrare che si può essere nelle “cose del Padre” fino in fondo; è dare alla storia il “respiro” di Dio; è permettere a Dio di piantare ancora la sua tenda in mezzo agli uomini (cfr Gv 1,14).

Gesù giovinetto, smarrito per tre giorni ed al terzo ritrovato, è allora narrazione di una “Pasqua annunziata” che si compie in Gesù perchè in Lui, come già dicevamo a Natale, l’”esodo” è iniziato. Il “vecchio uomo”, in Lui, si è mosso verso il “nuovo”; il “vecchio uomo” ormai si è iniziato a versare irreversibilmente nel “nuovo”! Tutto sarà costoso…ma la novità di Cristo già oggi si può insinuare in tutte le realtà umane, in tutte le strutture umane.

Spetta a noi permettere all’uomo che siamo di incamminarsi verso quell’essere nelle cose del Padre; sempre più in pienezza.

Il mistero della figliolanza sarà così visibile e palpabile nelle nostre vite! E sarà annunzio di speranza!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

II Domenica di Avvento – Una voce che grida

 OGNUNO GRIDI AL SIGNORE

Bar 5, 1-9; Sal 125; Fil 1, 4-6.8-11; Lc 3, 1-6

 

 

Chi prepara la via al Signore? Possiamo mai pretendere di preparla noi?

Noi, tutt’al più, possiamo preparare il nostro cuore a farsi accoglienza piena della sua venuta… Nell’Evangelo di questa seconda tappa d’Avvento Luca ci presenta il Battista come rude e forte contraltare delle potenze di questo mondo: da una parte i vari Tiberio Cesare, Ponzio Pilato, Erode Antipa più i “religiosi” Anna e Caifa e dall’altra il figlio di Zaccaria, Giovanni il profeta su cui “cade la parola del Signore” perchè predichi una immersione che sia conversione del cuore!

Giovanni è adempimento di una parola di Isaia: E’ voce che grida nel deserto una parola di speranza! Una parola che annunzia però uno sconvolgimento dell’ “usuale”. In che senso? Che i burroni non possono più essere burroni, che i colli non possono più essere colli e che le strade devono smarrire le loro tortuosità…Troppi sono i burroni in cui precipita l’uomo, burroni di disperazioni e di annichilimenti, di miserie e di bassezze; troppi sono i colli orgogliosi su cui si ergono le loro pretese e le loro arroganze; troppe sono le tortuosità in cui ci si va ad infrattare per nascondere le iniquità e per non giungere dritti alla meta della verità.

Il problema è: ma chi mai potrà compiere quest’opera “rivoluzionaria”? Possiamo mai farla noi? Certo la via al Signore va preparata da noi con il nostro assenso ma è solo e sempre lui che compie l’opera. Quello che è necessario è che ognuno chieda al Signore di colmare quelle depressioni e di abbassare quei colli, è che ognuno gridi al Signore di raddrizzare ciò che è tortuoso, poi, però, è Lui che compie quest’opera!

Baruc, nell’oracolo che abbiamo ascoltato come prima lettura, dichiara apertamente che è il Signore che ha stabilito di spianare ogni alta montagna e le rupi secolari, di colmare le valli e di spianare la terra… Ed è stato proprio così: in Gesù Dio lo ha davvero fatto! Infatti Lui è venuto a spianare le alte montagne dell’orgoglio umano mostrandoci un amore che sa farsi piccolo, ha spianato anche le montagne che noi uomini abbiamo elevato di continuo per fare da baluardo a Dio relegandolo nel “sacro” e chiudendogli gli accessi al “quotidiano”; Gesù è venuto a colmare le valli profonde del nostro peccato e l’ha fatto condividendo la nostra fragilità fino alla croce, fino a scendere all’inferno degli uomini e riempendo l’ “inferno” del suo amore e del suo perdono; Gesù è venuto a raddrizzare le nostre vie tortuose e l’ha fatto raccontandoci il vero volto di Dio, togliendo a Dio le maschere “tortuose” che gli uomini, nei loro deliri “religiosi”, gli avevano messo…Gesù ha ci ha cantato il Padre e la sua tenerezza, ci ha mostrato un Dio che, come scriveva Karl Barth, “ha avuto tempo per gli uomini” facendosi storia; è venuto per dirci che solo Lui è la via (cfr Gv 14, 6) e non è una via tortuosa ed astrusa, è la via, certo costosa, della “semplicità” di un amore fino all’estremo che non teme nè la mangiatoia di Betlemme, nè tantomeno l’obbrobbrio della Croce fuori le mura della Santa Città.

Questa novità di Cristo è entrata nella storia, non è una “chimera” impossibile, non è un mito…è davvero entrata nella storia, in quella storia dominata da Tiberio Cesare, governata da Ponzio Pilato e da Erode e in cui Caifa e Anna detengono il potere spirituale…una storia concretissima segnata da iniquità e morte. In questa storia risuona il grido profetico del Battista che proclama presente la salvezza di Dio…ormai Gesù c’è: quella terra, quella storia sono state santificate (rese altro!) dalla sua presenza. Una alterità non comparsa per incanto, ma una alterità realmente donata e quindi resa possibile a chi la invoca!

Oggi la Chiesa è chiamata ad essere questo grido profetico, è chiamata ad essere voce “prestata” alla Parola…ad essere il coraggio di contraddire le vie della storia tortuose ed ingombrate di morte indicando la via santa che è Gesù.

E’ la nosta vocazione! Così questo Avvento sarà occasione offerta alle nostre vite per essere ulteriormente e coraggiosamente vie di Evangelo che annunziano l’Evangelo. In questo modo il Signore, come scrive Paolo nella sua Lettera ai cristiani di Filippi, porterà a compimento in noi l’opera buona che ha iniziato in noi.

Padre Fabrizio Cristarella Orestano

XXXIV Domenica del Tempo Ordinario – La regalità di Cristo

…CULMINE DI OGNI VITA CRISTIANA

Dn 7, 13-14; Sal 92; Ap 1, 5-8; Gv 18, 33-37

L’ultima domenica dell’anno liturgico: la regalità di Cristo…
E’ proprio così: alla fine c’è la sua regalità. Il culmine di ogni vita cristiana vera è la proclamazione ed il riconoscimento di questa regalità; anzi, la vita cristiana diventa autentica solo quando si inizia ad intravedere il volto singolarmente regale di Gesù! Si cammina, si combatte per credere ed affidarsi, si lotta per essere santi, ci si affatica per le strade della storia…ma per chi? Per chi si cammina? Per chi si combatte? Per chi si lotta? Per chi ci si affatica?

Il rischio è farlo per un ideale (che può essere anche nobilissimo!) o per qualcosa…è un rischio perchè gli ideali, se sganciati da un volto, possono diventare disumanizzanti.
Certo, anche un volto può divenire un idolo che incatena (quanti “santi” affetti sono a rischio di schiavitù!). L’unico “qualcuno” che può divenire “scopo” e contemporaneamente liberare è Gesù! E questo non perchè anche Lui non possa essere ideologizzato o essere tramutato in idolo (noi uomini abbiamo saputo fare anche questo, e l’abbiamo saputo fare nelle Chiese cristiane!), ma perchè se lo incontriamo davvero (il punto è lì!) e non nelle nostre proiezioni, il suo sguardo ci consegna a noi stessi e ad una verità liberante. Se lo incontriamo davvero e lo riconosciamo nostro re, la sua regalita’ ci consegna un’umanità libera da sè, capace di amare, e la cui verità è solo l’amore.

L’Evangelo di questa solennità ci mostra un confronto: Pilato e Gesù, due regalità che si guardano negli occhi. In tutto il dialogo (di cui oggi leggiamo solo un tratto) sembra che Gesù sia l’interrogato e Pilato il giudice che fa domande; in realtà ci accorgiamo subito che le parti sono paradossalmente invertite.

Pilato ci appare subito prigioniero delle sue paure e dei giochetti politici: paura di Roma e del suo immenso potere che non può – e non deve – nè essere messo in dubbio, nè tanto meno diminuito, costi quel che costi, sia pure il sangue di un innocente. Paura di perdere prestigio e potere in mezzo a quel popolo in cui, rappresentando Roma, ne gustava personalmente l’inebriante potenza; è prigioniero dei giochetti sottili, sul filo delle parole, con il Sinedrio e poi con la folla…

Nel dialogo con Gesù non c’è nessun giochetto perché Gesù gli consegna subito una parola franca, limpida, libera da timori. Gesù non ha paura di parlare di questo Regno che non è di quaggiù ma che è un vero regno tanto più grande di quello di Roma! Lo abbiamo sentito anche nel celebre passo dal Libro di Daniele da cui oggi è tratta la prima lettura: “Il suo regno è tale che non sarà mai distrutto“. Parola, questa, che ci richiama irresistibilmente a ciò che dice Gabriele nell’Evangelo di Luca “Il suo regno non avrà fine” (cfr Lc 1, 33). L’impero di Roma, invece, crollerà inesorabilmente. Il suo è un vero regno in cui i “sudditi” non sono quelli che danno al re, ma sono coloro che ricevono dal re la testimonianza della verità.

Come ricevono questa testimonianza? Contemplandolo sulla croce ad amare fino all’estremo (cfr Gv 13, 1), contemplandolo trafitto, come scrive Giovanni nel passo dell’Apocalisse che oggi ascoltiamo…quando l’umanità saprà volgere lo sguardo al trafitto per amore, allora comprenderà la verità dell’uomo e della storia, e così si batterà il petto in segno di penitenza e riconoscendo in quel trafitto il “pantocràtor”, cioè, “Colui che tutto regge”, “Colui che è il senso della storia”. Non si tratta di “onnipotenza” ma di rivelazione di tutto il senso!

I due regni, che si trovano faccia a faccia in quel 14 di Nisan nel Pretorio di Pilato, sono radicalmente opposti: quello di Gesù non usa le armi del mondo (“Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei”) ma dichiara la sua potenza nella consegna per amore.

Quando Pietro nel Getsemani usa la spada, un’arma di questo mondo, Gesù gli ingiunge di rimetterla nel fodero perchè Lui deve bere un calice che il mondo non può neanche immaginare, il calice dell’obbedienza all’amore, il calice di una sottomissione che racconta una sovrana libertà (cfr Gv 18, 10-11).

La regalità di Gesù è tale perché è libera e liberante; Gesù è libero da sé tanto da offrirsi nell’amore; è libero dal mondo perché non lo teme ma ne attraversa la violenza per vincerla; la regalità di Gesù è liberante perché chi lo riconosce re ed inizia a dimorare in Lui, a farne il suo sovrano, si incammina con Lui su quella strada che Lui apre con la sua passione. Una strada che attraversa la storia e può trasformarla, una strada, però che non si ferma alla storia ma la travalica!

Chi riconosce la regalità di Cristo Gesù inizia a cercarlo “perdutamente”, inizia a cercarlo con una passione tale che renderà il proprio sguardo lungimirante e capace di penetrare l’oltre della storia; se il suo Regno non è di questo mondo, se il suo Regno non è di quaggiù sarà impellente cercarlo nell’“oltre”, sarà necessario entrare in quella tensione di speranza che è capace di trainare la storia verso la meta e, mentre la traina, la trasforma.

La reagalità di Cristo ci attrae al futuro di Dio mentre ci chiede di spenderci qui nell’amore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano