IV Domenica di Pasqua (Anno C) – La Sua promessa

 

SIAMO NELLA SUA MANO

At 13, 14.43-52; Sal 99; Ap 7,9.14b-17; Gv 10, 27-30

 

La riflessione sul mistero pasquale continua questa domenica con l’icona del buon pastore; quest’anno passa un brano brevissimo del decimo capitolo dell’evangelo di Giovanni, brano forse troppo breve che, estrapolato dal suo ampio contesto, rischia di aprire a discorsi generici e moralistici…magari di tipo vocazionale per l’uso invalso di fare di questa domenica un momento di preghiera per le vocazioni sacerdotali. Credo che bisogna leggere questo testo in una più ampia prospettiva, in un’ottica certamente rivelativa del volto di Dio mostrato in Gesù e nella sua croce e risurrezione.

Il quarto Evangelo ha chiarissima questa prospettiva: Gesù è la narrazione, la spiegazione del Padre (Gv 1, 18); questa narrazione sarà per Giovanni il motivo della condanna di Gesù: la verità che ha narrato è la sua identità di Cristo e di Figlio di Dio, egli è il Cristo perché è Figlio di Dio; sarà ucciso perché presenta un Cristo altro e un Dio altro rispetto a quello che si pensa. Gesù narra un Dio che non risponde alle attese e ai timori degli uomini; quello che Gesù narra con tutto se stesso non è un Dio potente che si impone e vince, che esonera i suoi dal dolore, dalla malattia e dalla morte. E’ Signore perché si fa schiavo con gli schiavi (e questo fin dal tempo dell’Esodo era chiaro: è il Dio degli schiavi e non del Faraone!), è pastore perché agnello mansueto ed offerto. E’ salvatore perché perde la sua vita.

Noi abbiamo idee ambigue sul Cristo, ma anche sulla vita, anche sulla morte…abbiamo idee falsate anche su Dio e di conseguenza anche sull’uomo.
Gesù si presenta a noi come colui capace non di compiere le nostre attese – che spesso si volgono verso orizzonti miopi e fallaci – ma di compiere le sue promesse!
La promessa che questo Evangelo di oggi tratteggia è la promessa di una vicinanza straordinaria tra noi e lui; una vicinanza che siamo capaci di cogliere perché è la vicinanza di chi si è fatto davvero nostro compagno nella sofferenza e nella morte; è la vicinanza di chi ci precede nel cammino di umanità, ci precede proprio come il pastore che nell’uso orientale procede sempre avanti al gregge. Bevendo il calice della nostra umanità dolente Gesù ha creato un legame indistruttibile ed assoluto con ogni essere umano. Ecco cosa rende la voce e la parola di questo pastore inconfondibili; chi appartiene al suo gregge le riconosce! Il battezzato ha dentro di sé come un senso ulteriore capace di riconoscere quella voce e quel volto ogni qual volta Gesù lo sfiora più da vicino…come il discepolo amato ha la vocazione di gridare «E’ il Signore» a quanti non sanno cercarlo e sono raggelati nelle loro infecondità (cfr Gv 21, 7).
Chi è capace di riconoscere la sua voce  appartiene al suo gregge, come Maria di Magdala che nel giardino riconosce la sua voce che la chiama per nome e, come Maria di Magdala, non deve pretendere di afferrarlo con le proprie mani (Cfr Gv 20 ,17), ma deve cominciare a vivere nelle mani di Lui; in questo testo evangelico mi pare davvero straordinaria questa immagine delle mani di Cristo pastore, un’immagine che si dilata fino a mostrare altre mani ancora, quelle del Padre; mani che si sovrappongono in una rivelazione grandiosa che questa pagina giovannea ci consegna: «Io ed il Padre siamo uno»!  Abitando le mani del Figlio si abitano le mani del Padre!

“Mano” indica la forza, il potere, la capacità di agire…le pecore dovranno passare attraverso uno scandalo che capovolge tutte le logiche di buon senso: dovranno capire che quella mano in cui si sono rannicchiate è potente perché ha scelto l’impotenza di essere inchiodato ad una croce; quella mano ferita per l’amore, dopo la Pasqua radunerà le pecore disperse, le stringerà a sé, le farà diventare suo gregge per sempre, e nulla le potrà strappare da quella mano. E’ ancora la rivelazione di un paradosso incredibile, di un amore più forte della morte, un amore che non è forte, come dicemmo a Pasqua, perché evita la morte ma perché l’attraversa. Gesù è pastore bello-buono perché nel suo agire paradossale dona la vita per le sue pecore, dona la vita perché esse abbiano la vita eterna!
Tutto questo ha un terreno meraviglioso, un luogo caldo: la mano di Dio, che la mano trafitta del Figlio ci ha narrato in una scandalosa alterità.

Come non fidarsi di una mano trafitta per me? Dove trovare un luogo più sicuro se non in quelle mani? Lui, il Cristo, le mani per il gregge se l’è sporcate! Nel suo sangue!

Affidarsi a quelle mani sarà per noi fonte ulteriore di vera conoscenza del Dio narrato a pieno nella Pasqua di Gesù.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

II Domenica di Avvento (C) – Raccontare la Speranza

 

A TUTTI GLI UOMINI!

Bar 5, 1-9; Sal 125; Fil 1, 4-6.8-11; Lc 3, 1-6

In questa seconda domenica la speranza di Avvento assume i toni della profezia. Domenica scorsa la Scrittura ci diceva che la speranza è custodita dalla vigilanza, oggi ci dice che è necessaria la profezia per dilatare la speranza.
La profezia … ecco perché oggi campeggia la figura del Battista, che può apparire piccolo se confrontato con lo sfondo grandioso che Luca usa per farlo entrare in scena, ma che risulta grande se si tende l’orecchio alla sua voce che grida la profezia, alla sua voce che, in fondo, pronunzia una parola di giudizio, su quello stesso scenario.

Lo scenario che Luca ci mostra è grandioso perché vuole inquadrare gli avvenimenti di salvezza in un preciso quadro storico, in primo luogo per non disgiungere mai il piano di salvezza dal concreto piano storico. La salvezza è opera di Dio che irrompe nella storia, in una storia concreta con le sue contraddizioni, in una storia connotata dalle solite dinamiche di potere e politico e religioso. Luca parte dal “grande” per arrivare al “piccolo”, al particolare: parte infatti da Tiberio Cesare per passare a Pilato, e per giungere a quei piccoli tirannelli che sono Erode Antipa ed i suoi fratelli, e per giungere poi al potere religioso di Gerusalemme nelle persone dei sommi sacerdoti Anna e Caifa … e su questo sfondo Luca staglia il Battista.
Il suo ingresso in scena però è dovuto non ai soliti meccanismi mondani, ma ad un evento preciso di altra natura: la Parola di Dio che avviene su di lui … ed avviene (in greco eghéneto) nel deserto. In tal modo Luca cambia lo scenario: dai grandiosi palazzi dei poteri umani, dalle città del potere, alla regione desertica che circonda il Giordano, nel quale Giovanni immerge chi cerca perdono, chi cerca conversione, chi cerca di volgersi verso il Signore, di tornare la Lui.
Questo movimento di ritorno è però un movimento che compie Dio stesso, è il movimento di ritorno del Signore che va ad incontrare il suo popolo: se il suo popolo lo cerca e si lascia immergere da Giovanni, il Signore già lo aveva cercato, tanto che aveva fatto cadere la Parola su Giovanni figlio di Zaccaria (ricordiamo che “Giovanni” significa “Dio fa misericordia” e “Zaccaria” significa “Il Signore ricorda”!) il quale, fin dal grembo di sua madre, è chiamato a preparare i cuori a quella venuta del Signore (cfr Lc 1, 17).

Luca cita un testo del libro di Isaia nel quale vede la prefigurazione di ciò che stava accadendo nel deserto: è la stessa citazione che già Marco e Matteo avevano posto come chiave per leggere la missione di Giovanni. Luca però aggiunge anche il versetto 6 del capitolo 40 di Isaia in cui ritorna all’universalità: «Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio». Aveva cominciato con uno sguardo su tutto il mondo (l’impero di Tiberio Cesare) ed ora conclude di nuovo con uno sguardo ampio: “ogni uomo”. Ciò che accade nel deserto di Giuda in quell’anno quindicesimo di Tiberio (il 28-29 d.C.) riguarda tutti gli uomini, quello che il Profeta Giovanni grida nel deserto riguarda tutta l’umanità, ultima destinataria di quella profezia.

La speranza che il tempo d’Avvento vuole rinfocolare nel cuore dei cristiani è un grande tesoro e Dio vuole che i cristiani siano messaggeri di questa speranza per ogni uomo! Perché questa speranza corra, il Cristiano ha una vocazione profetica … la profezia è il compito del cristiano nella storia. Non è presuntuosa questa definizione: il discepolo di Cristo è davvero chiamato ad essere profeta per la storia, e solo lui può esserlo per davvero.
E’ profeta se, fedele alla sua identità, sarà capace di ascoltare Dio, di leggere la storia mettendosi dalla parte di Dio per ridire alla storia la Parola che è Cristo.
Il cristiano è profeta non perché dice cose nuove, ma perché ridice Cristo nei vari tempi della storia, nei vari luoghi, nella varie culture … Cristo è l’ultima e definitiva parola da ridire sempre. Certamente dobbiamo sapere che è una parola che deve risuonare nei deserti impervi dell’uomo e della sua storia; dobbiamo far risuonare la parola che è Cristo nei deserti e sugli incroci confusi dei sentieri degli uomini, proprio nelle false paci che i poteri del mondo apprestano, perché essi più facilmente possano essere poteri! La parola dovrà risuonare lì dove il mondo rassicura e quieta l’oltre di Dio ed i suoi sogni pieni d’ogni buon-senso; la nostra profezia di cristiani dovrebbe oggi avere la capacità di sfondare le dighe dell’indifferenza che è la più grande nemica dell’annunzio dell’Evangelo nel nostro mondo.

Il problema è che i cristiani hanno spesso derogato dalla loro missione profetica, hanno glissato su di essa, l’hanno svilita; sono diventati muti e inattivi, muti e colpevolmente insignificanti perché spesso totalmente assimilati alla mondanità e ad essa consenzienti, senza mai mostrare alcuna differenza.
I cristiani non dicono più la speranza alla storia perché distratti e sedotti dalle promesse del mondo che pare rispondere a tutte le attese che si possono nutrire in cuore. Anche quelli che ascoltano la parola, spesso, la dimenticano appena escono fuori dagli spazi ecclesiali o celebrativi, e si assoggettano al mondo ed ai suoi ritmi e pensieri … troppo spesso i credenti si sono abituati a mimetizzarsi nel mondo assumendone i colori e gli odori, proprio come certi animali che prendono colori e forme di ciò che li circonda per non essere riconosciuti e per non rischiare!

Per essere profeti di speranza nei deserti che la storia prepara e sempre più allarga, bisogna essere, invece, uomini e donne di fede adulta! Una fede che non tollera mimetismi né arroganze, una fede che non può più essere un sistema rassicurante ed infantile, che non può rimanere un complesso di pratiche e praticucce che pare che oggi tanti cristiani credono di dover accogliere per riempire la loro preghiera. Una preghiera fatta di novene e coroncine (fatta salva la buona fede e la santità di tanti, per carità!) non punta sulla maturità di una fede che «rende ragione della speranza» (cfr 1Pt 3, 15).

Il cristiano maturo è uno che, come il Battista, lascia che la Parola avvenga in lui, che cada sulla sua vita e lo porti lì dove vuole la Parola stessa, fino a scegliere i deserti della storia e dei cuori per proclamare un Veniente che giunge a dare senso alla storia e ad ogni storia!
Il cristiano maturo non è uno che “fa” delle cose nelle sacrestie e negli oratori, per poi adeguarsi fuori alle lusinghe del mondo, della carriera, dei desideri e delle scelte del mondo.
Il cristiano maturo è profeta. Di questo oggi la Chiesa ha bisogno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

III Domenica del Tempo Ordinario – Il tempo è compiuto



CAMBIARE LA NOSTRA MENTE

 

Gn 3, 1-5.10; Sal 24; 1Cor 7, 29-31; Mc 1, 14-20

 

Ravenna, S. Apollinare Nuovo (particolare)

Ravenna, S. Apollinare Nuovo (particolare)

L’Evangelo di questa domenica inizia con il buio: Giovanni Battista è stato arrestato; il mondo cerca di far tacere la voce del profeta; pare che la speranza sia zittita e invece ecco che, sul Mare di Galilea, irrompe l’assoluta novità di Dio e la voce della speranza diventa Parola che svela un compimento, che chiede conversione e diventa parola di chiamata concreta che chiede di coinvolgere la vita nel progetto di Dio: “Il tempo è compiuto, il Regno di Dio si è avvicinato, convertitevi e credete all’Evangelo!”

Poche parole, ma di una dirompente novità e di vastissimi orizzonti; parole alle quali questi secoli cristiani ci hanno malamente abituati, assuefatti (come è accaduto per tante altre parole e misteri della rivelazione cristiana!); parole che irrompono nuove nella storia e portano luce lì dove sembrava che il buio avesse vinto (con l’arresto del Battista); parole nuove ma con radici nel passato (Gesù ripete, in qualche modo, l’invito alla conversione che Giovanni, suo Maestro, gridava dal Giordano!); con la forza di un compimento e con la certezza che è scoccata un’ora da cui non si può più tornare indietro.
Insomma, la storia ha avuto una svolta… Il tempo è compiuto, cioè “l’attesa è finita”; c’è dunque un oggi in cui Dio, superando quello che si  poteva immaginare, compie tutte le sue promesse.
Scriverà Paolo che “tutte le promesse di Dio in Cristo sono divenute sì” (cfr 2Cor 1, 20) e, nella sua Lettera ai cristiani della Galazia, affermerà ancora lo stesso compimento in una pienezza del tempo che corrisponde alla venuta nella carne del Figlio di Dio (cfr Gal 4, 4).

Questa pienezza è ora visibile nel Regno che si è avvicinato; il Regno è il farsi storia di Dio, è la sua venuta nella storia perchè la storia divenga luogo del suo primato; in Gesù questo è davvero avvenuto perché in Lui, sulla faccia della nostra terra, ha camminato un uomo in cui Dio regna pienamente, e che ha un solo desiderio: contagiare all’umanità dei suoi fratelli quello stesso regnare di Dio. E perchè questo “contagio” accada è necessario convertirsi, è necessario lottare; è necessario ingaggiare un vero combattimento come ha fatto il Figlio nel deserto per quaranta giorni, per dare spazio pieno a Dio (il suo digiuno prolungato è proprio segno di voler dare spazio solo a Dio! cfr Mc 1, 12-13).

La conversione è volgere tutta la propria vita a Dio (in ebraico conversione si dice “teshuvà” che significa “inversione di direzione”); significa cambiare la propria mente con la mente di Dio… Quello che deve avvenire è un vero “rovesciamento”, come annunzia Giona nel testo che oggi si legge quale prima lettura: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà capovolta” (così alla lettera, che è parola volutamente ambigua: sarà “capovolta” perchè distrutta o “capovolta” perchè convertita?)…
Certo, cambiare la nostra mente con la mente di Dio è una meta immensa, ma per il Nuovo Testamento la “metànoia” è il rovesciare (“metà”) la mente (“nous”), ma in un mutamento che non è da pensieri peggiori a pensieri migliori; il mutamento è cambiare i nostri pensieri con i pensieri di Dio…e quando questo avviene il Regno si compie in colui che ha messo fiducia in questa possibilità di novità che è l’Evangelo di Gesù (ecco il credere all’Evangelo!).

A questo irrompere della Parola di Gesù che viene a ridare speranza al mondo, e viene a fare domande grandi al cuore dell’uomo, Marco fa seguire la scena della vocazione dei primi quattro discepoli.

Gesù, che ha proclamato la prossimità del Regno e del tempo ormai compiuto; si avvicina ad alcuni uomini e li chiamali ha trovati nel loro quotidiano e da lì li chiama ad un quotidiano diverso, un quotidiano fatto di assoluta assiduità con Lui… Non si tratta di fare una cosa tra le altre, ma di impostare la propria vita in modo altro, mettendo al centro la sua persona e ciò che Lui è venuto a fare: trarre gli uomini dagli abissi del male e della morte. Infatti chiama i quattro a diventare pescatori di uomini, a lavorare in quest’opera di trarre gli uomini dal mare, luogo simbolo del male e del caos.

L’invito a “seguirlo” (“deûte opίso mou” cioè “venite dietro di me”) è di capitale importanza nella sua formulazione (dietro di me): si tratta di seguire Lui, e di seguire Lui facendo le sue scelte. Chi legge l’evangelo sa che le scelte di Gesù andarono tutte verso un solo punto: offrire se stesso, “servire e dare la vita in riscatto” (cfr Mc 10, 45). Seguirlo significherà questo per quei quattro, e per tutti quelli per i quali nei secoli risuonerà l’invito alla sequela. Non si tratta di seguire una dottrina, dei bei pensieri, una “filosofia di vita”…si tratta di seguire Lui, Gesù di Nazareth e tutta la sua vicenda, il suo stile, le sue scelte…

Come diverso è ciò che chiede il Rabbi Gesù di Nazareth da quello che chiedevano gli altri rabbi di Israele…nel discepolato dei rabbini, in primo luogo, era il discepolo che sceglieva il rabbi, cosa che Gesù non tollera per sè…sarà infatti sempre Lui a scegliere i discepoli, ed il Quarto Evangelo glielo farà dire in modo esplicito: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (cfr Gv 15, 16); in secondo luogo era la dottrina ad avere il primo posto; i discepoli facevano vita con il rabbi, per lo meno in alcune ore del giorno, e certo per questo facevano molte rinunzie, ma per impossessarsi della dottrina e per diventare poi, a loro volta, dei rabbi, dei maestri.

Il discepolo di Gesù entra invece in una condizione permanente di discepolato, non diventerà mai maestro ma rimarrà sempre discepolo, un discepolo chiamato a fare vita con Gesù fino in fondo. E più farà vita con Lui, fino a dare la vita, e più sarà solo e sempre discepolo.
Ricordiamo a questo proposito le parole del grande martire Ignazio di Antiochia che, nella sua Lettera ai cristiani di Roma, scriverà, alla vigilia del martirio, che quando per la sequela di Cristo sarà dato in pasto alle belve, “sarà veramente discepolo” (Lettera ai Romani IV, 2).

Il discorso che la liturgia di oggi ci fa fare è di una radicalità assoluta…e la radicalità è la via dell’Evangelo. Per l’Evangelo non c’è altra via che quella radicale! Vie mediane Gesù non ne tollera perchè le vie mediane diventano subito mediocri. Il Nuovo Testamento sa che il tempo si è fatto breve e dunque non si può perdere tempo; se il tempo è compiuto questo è vero fino in fondo e non sopporta nessun procrastinare; Marco sottolinea che le chiamate presso il lago hanno una risposta immediata; rimandare significherebbe solo dire “no”!

Se questo fosse chiaro in tante storie di vocazione o presunte tali!
Paolo, nel tratto della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto, che oggi si legge come seconda lettura, mostra la vita cristiana come un guardare all’orizzonte ultimo; si deve sapere che passa la figura di questo mondo, cioè il mondo passa come passa una “scena”, come qualcosa di provvisorio e, se è così, bisogna volgersi a ciò che è assoluto e definitivo, e definitivo e assoluto è Cristo con il suo Regno veniente.

Allora nessuna via mediana; dobbiamo purtroppo constatare che anche nello spazio cristiano c’è gente che crede in Dio e in una dottrina religiosa ma, se si scava profondo (e neanche tanto profondo!), ci si accorge che non si tratta del Dio che si è rivelato in Gesù Cristo; a volte si può trattare di un Dio “tappa-buchi”, di un Dio che serve a risolvere conflitti e ansie psicologiche, ma non è quello dell’Evangelo, non è Colui che chiede cioè di misurarsi su un progetto che è quello di Gesù Cristo, che chiede di entrare in un discepolato che porta su vie imprevedibili, la cui sostanza sarà sempre e solo dare la vita con Gesù e come Gesù.




Leggi anche:

IV Domenica di Pasqua – Io sono il Buon Pastore


CHIAMATI PER NOME

At 2, 14.36-41; Sal 22; 1Pt 2, 20b-25; Gv 10, 1-10

 

Gesù buon pastore, Monastero di Ruviano

Gesù buon pastore, Monastero di Ruviano

La cosiddetta domenica del “buon pastore”… se leggiamo bene i primi versetti del decimo capitolo di Giovanni, ci accorgiamo che non c’è, sulle labbra di Gesù, l’espressione di auto-rivelazione così tipica del Quarto Evangelo: “Io sono il buon pastore”.

La prima parte del discorso lascia a noi la responsabilità di comprendere di cosa Gesù stia parlando, di chi Gesù stia parlando con la similitudine del pastore e, di contro, con la similitudine del ladro e poi del mercenario.

L’inizio del capitolo mette in scena due figure (il pastore e il ladro), e ce ne mostra il comportamento: uno, il ladro (“kléptes”) che è un brigante, un predone, un lestofante (“lestés”) entra in modo furtivo e furbesco,  si arrampica (“anabaίnov”) da un’altra parte, e non passa dalla porta; l’altro, il pastore, riceve invece la possibilità di entrare da guardiano. Chi è il guardiano? Dice il salmo 121, 4-5 che il “Signore è il custode di Israele e che non si addormenta nè prende sonno Lui che è il custode di Israele”. Ora, al di là delle parole che sono diverse (Giovanni dice “thuroròs” cioè “portinaio”, e il salmo usa la parola ebraica “somer” che significa appunto “custodente”), il senso è lo stesso; dunque questo guardiano-custode-portinaio adombra il Padre, il Dio dei Padri che ha inviato suo Figlio; è Lui il custode che apre la porta perché il pastore possa giungere presso le pecore… e il pastore chiama ciascuna per nome. Un chiamare per nome che fa scoprire alle pecore di essere amate e conosciute; le pecore scoprono poi che questo pastore sempre le conduce e  sempre le precede. E’ questo un comportamento strano per un pastore che, in genere, segue il gregge per controllarlo; questo pastore, invece, non è un controllore, ma una guida, è uno che precede, è uno che non fa andare avanti le pecore ma le precede in tutto; affronta per primo lui i rischi del terreno e i rischi dei possibili nemici; è sempre davanti!

La comunione tra il pastore e il gregge è affidata al seguire ed al riconoscere la voce; insomma è parte del gregge di questo pastore colui che si fida dei suoi passi e lo segue, e chi riconosce la sua voce. Questo pastore somiglia tanto al Pastore di Israele che guidò i figli di Israele nel cammino verso la libertà; Lui chiedeva ad Israele solo due cose: fidarsi dei suoi passi e dei suoi cammini e riconoscere la sua voce, riconoscere cioè la sua presenza (cfr Sal 95, 8-9); ricordiamo, infatti, che l’esperienza di riconoscere la voce precede sempre quella di comprendere le parole; se non si riconosce la voce, se non si sa cioè dinanzi a chi ci si trova, non è possibile  neanche comprendere a pieno quello che ci viene detto.

Questo pastore, di cui Gesù sta parlando, ha i tratti di Dio, ed è terribile che Giovanni dica che gli astanti non compresero quella similitudine: non riescono cioè a riconoscersi e a riconoscere, non riescono a riconoscere che il Pastore di Israele si è fatto presente in Gesù di Nazareth;  non riescono quindi a riconoscersi suo gregge, non lo seguono e non riescono a sentire la sua voce e a riconoscerla.

Al capitolo seguente Gesù ci mostrerà subito uno del suo gregge che riconosce la sua voce e lo segue; e lo segue uscendo dalle ombre della morte, passando attraverso di Lui dalle tenebre alla luce della vita: “Lazzaro, qui fuori!” (cfr Gv 11, 43). Lo chiama per nome, e Lazzaro esce, riconosce la vocepassando dalla schiavitù della morte e dalle tenebre della tomba alla libertà della vita! Lo stesso avverrà alla fine dell’Evangelo, quando un’altra “pecora” del gregge si sentirà chiamare per nome e passerà, attraverso Gesù, dalla notte della disperazione e del pianto al giorno luminoso di Pasqua: “Maria!” dirà il Risorto, e la Maddalena riconoscerà la voce, e lo seguirà, annunziando ai fratelli che Lui li precede presso il Padre (cfr Gv 20, 11-18).

Lazzaro di Betania e Maria di Magdala comprendono la similitudine e passano attraverso Gesù alla vita nuova; si inserisce a questo punto il secondo paragone che Gesù qui “accumula”: c’è anche una porta e qui c’è l’auto-rivelazione: Io sono la porta delle pecore; prima di auto-rivelarsi quale pastore bello (“o kalòs poimén”, il “pastore bello-buono”) Gesù ci dice che Lui è la porta. Per seguirlo, cioè, si deve passare per Lui, ed è un’accumulazione questa che non ci deve nè confondere nè meravigliare. Si passa attraverso Gesù per poi mettersi a seguirlo. Se si passa attraverso di Lui si comprende la similitudine; se si è disposti a far passare la propria vita per quella porta che Lui è, si giunge a quei pascoli di vita in cui Lui sempre ci precede.

Negli Evangeli di Matteo e di Luca si parla di una porta stretta (cfr Mt 7, 13-14 e Lc 13,24) attraverso cui si deve passare, e bisogna lottare per passarvi. Il Quarto Evangelo è come se facesse una “omelia” su quei testi sinottici, spiegandoci cosa sia quella porta stretta di cui ci parlano: quella porta stretta non è “qualcosa”, ma è “Qualcuno”; certamente è l’Evangelo ma l’Evangelo è Gesù, è Lui! L’Evangelo è la sua strada, una strada che passa per la porta stretta del voltare le spalle a se stessi, del “dare la vita”.

L’Evangelo di questa domenica si conclude con le parole di Gesù che, spiegando la differenza tra il ladro-brigante e il pastore, parla di sé: è venuto perché noi abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza. E noi conosciamo quale sia il prezzo della vita donata a noi abbondantemente: il prezzo è la sua stessa vita! Vita per vita! E’ quanto abbiamo celebrato a Pasqua! La porta stretta è “solo” questo, dare la vita…dare la vita per trovare vita; chi passa per Gesù passa per la porta del dono della vita ma ritrova la vita in abbondanza.

Se si è disposti a comprendere questo, allora si dice al “pastore bello-buono” e se ne scoprono i tratti: sono quelli di Gesù di Nazareth, il Messia crocefisso e risorto che ci precede presso il Padre. Chi riconoscerà i tratti del pastore bello-buono la smetterà di seguire i mercenari ed i ladri che indicano vie larghe e facili, ma che conducono al non-senso ed al vuoto.

Il pastore bello conduce alla bellezza e alla vita! Consegniamoci a quelle mani che ci tengono stretti senza soffocarci, mani che ci indicano una via sulla quale abbiamo una grande certezza, Lui ci precede. Sempre!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche: